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Rimedi

Mortificazione

 

La pratica della mortificazione

ART. I. NATURA DELLA MORTIFICAZIONE.

Spiegati che avremo i termini biblici e i moderni con cui si denomina la mortificazione, ne daremo la definizione.

752.   I. Espressioni bibliche per indicare la mortificazione. Sette principali espressioni troviamo nei Libri Sacri per indicare la mortificazione sotto i vari suoi aspetti.

1° Il vocabolo rinunzia, "qui non renuntiat omnibus quæ possidet non potest meus esse disciplus752-1, ci presenta la mortificazione come atto di distacco dai beni esterni per seguir Cristo, come fecero gli Apostoli: "relictis omnibus, secuti sunt eum752-2.

2° È pure abnegazione o rinunzia a sè stesso: "si quis vult post me venire, abnegat semetipsum752-3...; infatti il più terribile dei nostri nemici è il disordinato amor di noi stessi; ecco perchè è necessario distaccarsi da sè stessi.

3° Ma la mortificazione ha pure un lato positivo: è un atto che ferisce e distrugge le male tendenze della nature: "Mortificate ergo membra vestra 752-4... Si autem spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis752-5...

4° Anzi è una crocifissione della carne e delle sue cupidigie, onde inchiodiamo, a così dire, le nostre facoltà alla legge evangelica, applicandole alla preghiera e al lavoro: "Qui... sunt Christi, carnem suam crucifixerunt cum vitiis et concupiscentiis752-6.

5° Questa crocifissione, quando è costante, produce una specie di morte e di seppellimento, che ci fa come intieramente morire a noi stessi e seppellirci con Gesù Cristo a fine di vivere con lui di vita novella: "Mortui enim estis vos et vita vestra est abscondita cum Cristo in Deo 752-7... Consepulti enim sumus cum illo per baptismum in mortem 752-8...

6° A indicare questa morte spirituale S. Paolo adopera pure un'altra espressione; poichè, dopo il battesimo, vi sono in noi due uomini, l'uomo vecchio che rimane, o la triplice concupiscenza, e l'uomo nuovo o l'uomo rigenerato, egli dichiara che dobbiamo spogliarci dell'uomo vecchio per rivestirci del nuovo: "expoliantes vos veterem hominem... et induentes novum752-9.

7° Non potendo questo farsi senza combattere, Paolo afferma che la vita è una lotta "bonum certamen certavi752-10; e che i cristiani sono lottatori o atleti, che castigano il corpo e lo riducono in schiavitù.

Da tutte queste espressioni e da altre simili risulta che la mortificazione inchiude [sic] un doppio elemento: uno negativo, il distacco, la rinunzia, lo spogliamento; l'altro positivo, la lotta contro le cattive tendenze, lo sforzo per mortificare o svigorirle, la crocifissione e la morte: crocifissione della carne, dell'uomo vecchio e delle sue cupidigie, per vivere della vita di Cristo.

753.   II. Espressioni moderne. Oggi si preferiscono espressioni addolcite, che indicano lo scopo da conseguire anzichè lo sforzo da sostenere. Si dice che bisogna riformar sè stesso, governar sè stesso, educar la volontà, orientar l'anima verso Dio. Sono espressioni giuste, purchè si sappia far rilevare che non si può riformare e governar sè stessi se non combattendo e mortificando le male tendenze che sono in noi; che non si educa la volontà se non domando e disciplinando le facoltà inferiori, e che non si può orientarsi verso Dio se non distaccandosi dalle creature e spogliandosi dei vizi. Bisogna insomma saper riunire, come fa la S. Scrittura, i due aspetti della mortificazione, mostrare lo scopo per consolare ma non dissimulare lo sforzo necessario per conseguirlo.

754.   III. Definizione. Si può definire la mortificazione: la lotta contro le inclinazioni cattive per sottometterle alla volontà e questa a Dio. Più che un'unica virtù è un complesso di virtù, è il primo grado di tutte le virtù che consiste nel superar gli ostacoli a fine di ristabilir l'equilibrio delle facoltà e il loro ordine gerarchici. Onde si vede meglio che la mortificazione non è uno scopo ma un mezzo: uno non si mortifica che per vivere una vita superiore; non si spoglia dei beni esterni che per meglio possedere i beni spirituali; non rinunzia a sè stesso che per posseder Dio; non lotta che per comquistar la pace; non muore a sè stesso che per vivere della vita di Cristo e della vita di Dio: l'unione con Dio è dunque lo scopo della mortificazione. Onde meglio se ne capisce la necessità.

ART. II. NECESSITÀ DELLA MORTIFICAZIONE.

Questa necessità può essere studiata sotto doppio rispetto, rispetto all'eterna salute e rispetto alla perfezione.

I. Necessità della mortificazione per l'eterna saluta.

Vi sono mortificazioni necessarie all'eterna salute, nel senso che, se non si fanno, si è esposti a cadere in peccato mortale.

755.   1° Nostro Signore ne parla in modo assai chiaro a proposito dei peccati contro la castità: "Chiunque guarda una donna con concupiscenza, ad concupiscendam eam, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore" 755-1. Vi sono dunque sguardi gravemente colpevoli, quelli che procedono da cattivi desideri; e la mortificazione di questi sguardi è necessaria sotto pena di peccato mortale. Ma lo dice poi chiaro Nostro Signore con quelle energiche parole: "Se il tuo occhio destro ti è occasione di caduta, cavatelo e gettalo via, perchè è meglio per te che un solo dei tuoi membri perisca, anzichè l'intiero tuo corpo venga gettato nell'inferno" 755-2. Non si tratta qui di strapparsi materialmente gli occhi ma di allontanar lo sguardo dalla vista di quegli oggetti che ci sono motivo di scandalo. -- S. Paolo dà la ragione di queste gravi prescrizioni: "Se vivrete secondo la carne, morrete; se poi, per mezzo dello spirito, darete morte alle azioni della carne, vivrete: si enim secundum carnem vixeritis, moriemini; si autem spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis755-3.

Come infatti già dicemmo al numero 193-227, la triplice concupiscenza che alberga in noi, aizzata dal mondo e dal demonio, ci porta sovente al male e mette in pericolo la nostra eterna salute se non badiamo a mortificarla. Onde nasce l'assoluta necessità di incessamente combattere le cattive tendenza che sono in noi; di fuggir le occasioni prossime di peccato, cioè quegli oggetti o quelle persone che, attesa la passata nostra esperienza, costituiscono per noi serio e probabile pericolo di peccato; e quindi pure di rinunziare a molti piaceri a cui ci trae la nostra natura 755-4. Vi sono dunque mortificazioni necessarie, senza le quali si cadrebbe in peccato mortale.

756.   2° Ve ne sono altre che la Chiesa prescrive per determinar l'obbligo generale di mortificarsi così spesso ricordato dal Vangelo: tal è l'astinenza dal grasso nel venerdì, il digiuno della Quaresima, delle Quattro Tempora e delle vigilie. Sono leggi che obbligano sotto pena di colpa grave coloro che non ne sono legittimamente dispensati. Qui però vogliamo fare un'osservazione che ha la sua importanza: vi sono persone che, per buone ragioni, sono dispensate da queste leggi; ma non sono per questo dispensate dalla legge generale della mortificazione e devono quindi praticarla sotto altra forma; altrimenti non tarderanno a risentir le ribellioni della carne.

757.   3° Oltre queste mortificazioni prescritte dalla legge divina e dalla legge ecclesiastica, ce ne sono altre che ognuno deve imporsi, col consiglio del direttore, in certe circostanze particolari, quando premono maggiormente le tentazioni; si possono scegliere tra quelle che verremo indicando. (n. 769 ss.).

II. Necessità della mortificazione per la perfezione.

758.   Questa necessità deriva da ciò che abbiamo detto sulla natura della perfezione, la quale consiste nell'amor di Dio spinto fino al sacrificio e all'immolazione di sè, n. 321-327, tanto che, secondo l'Imitazione, la misura del progresso spirituale dipende dalla misura della violenza che uno si fa: tantum proficies, quantum tibi ipsi vim intuleris 758-1. Basterà quindi richiamar brevemente alcuni motivi che possano muovere la volontà ed aiutarla a praticar questo dovere; si desumono da parte di Dio, di Gesù Cristo, della nostra santificazione 758-2.

1° DA PARTE DI DIO.

759.   A) Il fine della mortificazione, come fu detto, è di unirci a Dio; cosa che non possiamo fare senza distaccarci dall'amore disordinato delle creature.

Come giustamente dice S. Giovanni della Croce 759-1, "l'anima attaccata alla creatura le diviene simile, quanto più cresce l'affetto tanto più l'identità si manifesta, perchè l'amore rende pari l'amante e l'amato. Chi dunque ama una creatura, s'abbassa al suo livello, anzi di sotto, perchè l'amore non si contenta della parità ma rende anche schiavi. È questa la ragione per cui un'anima, schiava d'un oggetto fuori di Dio, diviene incapace di unione pura e di trasformazione in Dio, perchè la bassezza della creatura è più distante dalla grandezza del Creatore che non le tenebre dalla luce". Ora l'anima che non si mortifica, s'attacca presto in modo disordinato alle creature, perchè, dopo il peccato originale, si sente attirata verso di loro, cattivata dal loro fascino, e, in cambio di servirsene come di scalini per salire al Creatore, vi si diletta e le considera come fine. A rompere quest'incanto, a schivar questa stretta, è assolutamente necessario distaccarsi da tutto ciò che non è Dio, o almeno da tutto ciò che non è considerato come mezzo per andare a Lui. Ecco perchè l'Olier 759-2, paragonando la condizione dei cristiani a quella di Adamo innocente, dice che vi è grande differenza tra le due: Adamo cercava Dio, lo serviva e l'adorava nelle creature; i cristiani invece sono obbligati a cercar Dio con la fede, a servirlo e adorarlo ritirato in sè stesso e nella sua santità, separato da ogni creatura. In questo consiste la grazia del battesimo.

760.   B) Nel giorno del battesimo si stipulò tra Dio e noi un vero contratto. a) Dio, da parte sua, ci mondò dalla macchia originale e ci adotto per figli, ci comunicò una partecipazione della sua vita, obbligandosi a darci tutte le grazie necessarie per conservarla e accrescerla; sappiamo con quanta liberalità mantenne le sue promesse. b) Da parte nostra, ci obbligammo a vivere da veri figli di Dio, ad avvicinarci alla perfezione del Padre celeste coltivando questa vita soprannaturale. Ora questo non possiamo fare se non in quanto pratichiamo la mortificazione. Perchè, da un lato lo Spirito Santo, datoci nel Battesimo, "ci porta all'umiltà, alla povertà, ai patimenti; e dall'altro la carne brama gli onori, i piaceri, le ricchezze" 760-1. Vi è quindi in noi conflitto e lotta incessante; e non possiamo esser fedeli a Dio che rinunziando all'amore disordinato degli onori, dei piaceri e delle ricchezze. Ecco perchè il sacerdote, battezzandoci, ci segna addosso due croci, una sul cuore, per imprimerci l'amor della Croce, e l'altra sulle spalle, per darci la forza di portarla. Mancheremmo quindi alle promesse del battesimo se non portassimo la croce, combattendo il desiderio dell'onore con l'umiltà, l'amor del piacere con la mortificazione, e la sete delle ricchezze con la povertà.

2° DA PARTE DI GESÙ CRISTO.

761.   A) Col battesimo veniamo incorporati a Gesù, onde dobbiamo da lui ricevere il movimento e le ispirazioni e quindi conformarci a lui. Ora l'intiera sua vita, come dice l'Imitazione, non fu che un lungo martirio: "Tota vita Christi crux fuit et martyrium761-1. Non può dunque la nostra essere vita di piaceri e d'onori, ma dev'essere vita mortificata. Ce lo dice del resto chiaramente il divino nostro Capo: "Si quis vult post me venire, abneget semetipsum et tollat crucem suam quotidie et sequatur me761-2. Se vi è chi debba seguir Gesù è certo colui che tende alla perfezione. Ora come seguir Gesù, che fin dal suo ingresso nel mondo abbracciò la croce, che tutta la vita sospirò patimenti e umiliazioni, che sposò la povertà nel Presepio e l'ebbe compagna fin sul Calvario, se si amano i piaceri, gli onori, le ricchezze, se non si porta quotidianamente la croce, quella che Dio stesso ci scelse e c'inviò? È una vergogna, dice S. Bernardo, che sotto un capo coronato di spine siamo membri delicati, atterriti ai più piccoli patimenti: "pudeat sub spinato capite membrum fieri delicatum761-3. Per conformarci a Gesù Cristo e avvicinarne la perfezione, è dunque necessario che portiamo la croce come lui.

762.   B) Se aspiriamo all'apostolato, troviamo in ciò un nuovo motivo per crocifiggere la carne. Colla croce Gesù salvò il mondo; colla croce quindi lavoreremo con lui alla salute dei fratelli, e il nostro zelo sarà tanto più fecondo quanto più parteciperemo ai patimenti del Salvatore. Ecco il motivo che animava S. Paolo, quando dava nella sua carne compimento alla passione del Maestro, a fine di ottenere grazie per la Chiesa 762-1; ecco ciò che resse nel passato e regge ancora al presente tante anime che consentono ad essere vittime perchè Dio sia glorificato e le anime salvate. Il patire è duro, ma quando si contempla Gesù che ci va innanzi portando la croce per la salute nostra e per quella dei nostri fratelli, quando se ne contempla l'agonia, l'ingiusta condanna, la flagellazione, l'incoronazione di spine, la crocifissione, quando s'odono gli scherni, gli insulti, le calunnie che accetta tacendo, come osar lamentarsi? Non siamo ancor giunti allo spargimento del sangue: "nondum usque ad sanguinem restitistis". E se stimiamo secondo il giusto loro valore l'anima nostra e quella dei nostri fratelli, non mette forse conto di tollerar qualche passeggiero patimento per una gloria che non finirà mai e per cooperare con Nostro Signore alla salute di quelle anime per cui versò il sangue fino all'ultima goccia?

Questi motivi, per alti che siano, sono ben compresi da certe anime generose, anche fin dal principio della loro conversione; e il proporli serve a farle progredire nell'opera di purificazione e di santificazione.

3° DA PARTE DELLA NOSTRA SANTIFICAZONE.

763.   A) Abbiamo bisogno d'assicurarci la perseveranza; e la mortificazione è uno dei mezzi migliori per preservarsi dal peccato. Ciò che ci fa soccombere alla tentazione è l'amor del piacere o l'orror del patire e della lotta, horror difficultatis, labor certaminis. Ora la mortificazione combatte questa doppia tendenza, che in fondo è una sola; col privarci di alcuni leciti piaceri ci arma la volontà contro i piaceri illeciti e ci rende più facile la vittoria sulla sensualità e sull'amor proprio, "agendo contra sensualitatem et amorem proprium", come giustamente dice S. Ignazio. Se invece cediamo sempre davanti al piacere, prendendoci tutti i leciti diletti, come sapremo poi resistere nel momento in cui la sensualità, avida di nuovi godimenti, pericolosi o anche illeciti, si sente come trascinata dall'abitudine di cedere sempre alle sue esigenze? Il pendìo è così sdrucciolevole che, soprattutto in materia di sensualità, è facile traboccar nell'abisso, trattivi da una specie di vertigine. E anche quando si tratta della superbia, il pendìo è più ripido di quel che si creda: si mentisce in materia leggiera per scusarsi, per schivare un'umiliazione; e poi, al sacro tribunale della penitenza, si corre rischio di mancar di sincerità per la vergogna di un'accusa umiliante. La nostra sicurezza richiede dunque la lotta contro l'amor proprio come contro la sensualità e la cupidigia.

764.   B) Ma non basta schivare il peccato; bisogna anche progredire nella perfezione. Ora, qual è anche qui il grande ostacolo se non l'amor del piacere e l'orror della croce? Quanti desidererebbero esser migliori e tendere alla santità se non paventassero lo sforzo necessario a progredire e le prove che Dio manda ai migliori suoi amici! Bisogna dunque richiamar loro ciò che S. Paolo ripeteva spesso ai primi cristiani, cioè che la vita è una lotta, che dobbiamo arrossire d'esser meno coraggiosi di coloro che lottano per una ricompensa terrena, i quali, per prepararsi alla vittoria, si privano di molti piaceri permessi e assumono rudi e laboriosi esercizi, tutti per una corona peritura, mentre la corona promessa a noi è corona immortale, "et illi quidem ut corruptibilem coronam accipiant, nos autem incorruptam764-1. Abbiamo paura del patire; ma non pensiamo alle pene terribili del purgatorio (n. 734) che dovremo subire per lunghi anni se vogliamo vivere nell'immortificazione e prenderci tutti i piaceri che ci allettano? Quanto più prudenti sono i mondani! Molti si sobbarcano a rudi fatiche e talora a forti umiliazioni per guadagnare un poco di danaro e assicurarsi poi un onorevole riposo; e noi ricuseremmo di sottoporci a qualche mortificazione per assicurarci l'eterno riposo nella città del cielo? È ragionevole questo?

Bisogna dunque persuaderci che non si dà perfezione, non si dà virtù senza la mortificazione. Come esser casti senza mortificare quella sensualità che ci inclina così fortemente ai pericolosi e cattivi diletti? Come esser temperanti se non reprimendo la golosità? Come praticar la povertà e anche la giustizia se non si combatte la cupidigia? Come esser umili, dolci e caritatevoli, senza padroneggiare quelle passioni di superbia, di ira, di invidia, di gelosia che sonnecchiano in fondo al cuore umano? Nello stato di natura decaduta non c'è virtù che possa praticarsi a lungo senza sforzo, senza lotta, e quindi senza mortificazione. Si può dunque dire col Tronson che, "come l'immortificazione è l'origine dei vizi e la causa di tutti i nostri mali, così la mortificazione è il fondamento delle virtù e la fonte di tutti i nostri beni" 764-2.

765.   C) Si può anche aggiungere che la mortificazione, non ostante le privazioni e i patimenti che impone, è, anche sulla terra, fonte dei più grandi beni, e che i cristiani mortificati sono poi in complesso più felici dei mondani che si abbandonarono a tutti i piaceri. Lo insegna Nostro Signore stesso quando dice che chi lascia tutto per seguirlo avrà in ricambio il centuplo anche in questa vita: "Qui reliquerit domum vel fratres... centuplum accipiet, et vitam æternam possidebit765-1. Nè altro linguaggio tiene S. Paolo quando, dopo aver parlato della modestia, vale a dire della moderazione in tutte le cose, aggiunge che chi la pratica gode di quella pace vera che supera ogni consolazione: "pax Dei quæ exsuperat omnem sensum custodiat corda vestra et intelligentias vestras". E non ne è egli stesso un vivo esempio? Paolo ebbe certamente da patir molto; e a lungo descrive le prove terribili che dovette soffrire nella predicazione del Vangelo e nella lotta contro sè stesso; ma soggiunge che in mezzo alle tribolazioni abbonda e sovrabbonda di gaudio: "superabundo gaudio in omni tribulatione nostra765-2.

È così di tutti i Santi: dovettero anch'essi subir lunghe e dolorose tribolazioni; ma i martiri, fra le torture, dicevano di non essersi mai trovati a un simile festino, "nunquam tam jucunde epulati sumus"; leggendo le vite dei Santi, due cose ci colpiscono: le prove terribili che subirono e le mortificazioni che liberamente s'imposero; e d'altra parte la loro serenità in mezzo a questi patimenti. Giungono al punto di amar la croce, di non più paventarla, di sospirarla anzi, di considerar perduti i giorni in cui non ebbero nulla da soffrire. Fenomeno psicologico che fa stupire i mondani ma che consola le anime di buona volontà. Non si può certamente pretendere dagl'incipienti quest'amor della Croce; ma si può far loro capire, citando l'esempio dei Santi, che l'amor di Dio e delle anime allevia notevolmente il dolore e la mortificazione, e che, se consentono ad entrar generosamente nella pratica dei piccoli sacrifici che sono alla loro portata, anch'essi giungeranno un giorno ad amare e desiderare la croce e a trovarvi vere consolazioni spirituali.

766.   È ciò che nota l'autore dell'Imitazione, in un testo che compendia molto bene i vantaggi della mortificazione 766-1: "In cruce salus, in cruce vita, in cruce protectio ab hostibus, in cruce infusio supernæ suavitatis, in cruce robur mentis, in cruce gaudium spiritûs, in cruce virtutis summa, in cruce perfectio sanctitatis. Infatti l'amor della croce è l'amor di Dio spinto fino all'immolazione; ora, come abbiamo detto, quest'amore è il compendio di tutte le virtù, l'essenza stessa della perfezione, e quindi il più potente usbergo contro i nemici spirituali, una fonte di forza e di consolazione, il miglior mezzo d'accrescere in noi la vita spirituale e di assicurarci l'eterna salute.

ART. III. PRATICA DELLA MORTIFICAZIONE.

767.   Principii. 1° La mortificazione deve abbracciare l'uomo intiero, corpo ed anima; perchè appunto l'uomo intiero, ove non sia ben disciplinato, è occasione di peccato. Chi pecca, propriamente parlando, è la sola volontà; questo è vero, ma la volontà ha per complici e strumenti il corpo coi sensi esterni e l'anima con tutte le sue facoltà; onde tutto l'uomo dev'essere disciplinato e mortificato.

768.   2° La mortificazione prende di mira il piacere. Il piacere in sè non è propriamente un male; è anzi un bene quando è subordinato al fine per cui Dio l'ha istituito. Dio volle annettere un certo diletto all'adempimento del dovere a fine di agevolarne la pratica; ond'è che proviamo un certo diletto nel mangiare e nel bere, nel lavoro e in altri simili doveri. Quindi, nell'intenzione divina, il piacere non è un fine ma un mezzo. Gustar dunque il piacere per meglio adempiere il dovere non è cosa proibita: è l'ordine stabilito da Dio. Ma volere il piacere per se stesso, come fine, senza alcuna relazione al dovere, è per lo meno cosa pericolosa, perchè uno si espone a scivolare dai diletti permessi ai diletti peccaminosi; gustare il piacere escludendo il dovere è peccato più o meno grave, perchè è in violazione dell'ordine voluto da Dio. Onde la mortificazione consisterà nel privarsi dei piaceri cattivi, contrari all'ordine della Provvidenza o alla legge di Dio o della Chiesa; nel rinunziar pure ai piaceri pericolosi per non esporsi al peccato; e perfino nell'astenersi da alcuni piaceri leciti per render più sicuro l'impero della volontà sulla sensibilità. Allo stesso fine uno non solo si priverà di alcuni piaceri ma si infliggerà pure alcune mortificazioni positive; perchè l'esperienza insegna che nulla è più efficace ad attutire l'inclinazione al piacere quanto l'imporsi qualche lavoro o qualche patimento di supererogazione.

769.   3° Ma la mortificazione deve praticarsi con prudenza o discrezione: onde vuol essere proporzionata alle forze fisiche e morali di ciascuno e all'adempimento dei doveri del proprio stato: 1) Bisogna aversi riguardo alle forze fisiche; perchè, secondo San Francesco di Sales, "siamo esposti a grandi tentazioni in due casi, quando il corpo è troppo nutrito e quando è troppo estenuato". Nell'ultimo caso infatti si cade facilmente nella nevrastenia, che obbliga poi a pericolosi riguardi. 2) Bisogna aversi pur riguardo alle forze morali, non imponendosi a principio privazioni eccessive che non si potranno continuare a lungo e che nel lasciarle possono poi condurre al rilassamento. 3) Ciò che soprattutto importa è che queste mortificazioni, s'accordino coi doveri del proprio stato, perchè, essendo essi obbligatorii, debbono andare avanti alle pratiche di supererogazione. Così sarebbe male per una madre di famiglia praticare austerità che le impedissero di adempiere i doveri versi il marito e verso i figli.

770.   Vi è poi tra le mortificazioni un ordine gerarchico: le interne valgono certamente più delle esterne, perchè prendono più direttamente di mira la radice del male. Ma non bisogna dimenticare che queste agevolano molto la pratica di quelle; chi, per esempio, volesse disciplinare la fantasia senza mortificare gli occhi, non ci riuscirebbe gran fatto, appunto perchè gli occhi forniscono alla fantasia le immagini sensibili di cui si pasce. Fu errore dei modernisti il beffarsi delle austerità dei secoli cristiani. Infatti i Santi di tutti i tempi, quelli beatificati ultimamente come i precedenti, castigarono duramente il corpo e i sensi esterni, convinti che, nello stato di natura decaduta, per appartenere intieramente a Dio, l'intiero uomo dev'essere mortificato.

Verremo dunque percorrendo una dopo l'altra le varie specie di mortificazione, cominciando dalle esterne per arrivare alle più interne; tal è l'ordine logico; in pratica però bisogna saper usare nello stesso tempo, in prudente maniera, le une e le altre.

 

752-1 Luc., XIV, 33.

752-2 Luc., V, 11.

752-3 Luc., XI, 23.

752-4 Col., III, 5.

752-5 Rom., VIII, 13.

752-6 Gal., V, 24.

752-7 Coloss., III, 3.

752-8 Rom., VIII, 4.

752-9 Col., III, 9.

752-10 II Tim., IV, 7.

755-1 Matth., V, 28.

755-2 Matth., V, 28.

755-3 Rom., VIII, 13.

755-4 Abbiamo trattato più diffusamente di queste occasioni di peccato nella nostra Synopsis theol. moralis, De Pœnitentiâ, n. 524-536.

758-1 De Imitatione Christi, l. I, c. 25.

758-2 I motivi di penitenza che abbiamo esposti, n. 736 ss., sono simili a quelli che esponiamo qui, perchè la penitenza non è in sostanza che la mortificazione in quanto ripara i peccati passati.

759-1 Salita del Monte Carmelo, l. I, c. IV, n. 2.

759-2 Cat. chrétien, P. Iª, lez. IV.

760-1 Olier, Cat. chrét., P. Iª, lez. VII.

761-1 De Imit., l. II, c. XII.

761-2 Luc., IX, 23. -- Si legga il bel commento di questo testo nella Lettera circolare agli Amici della Croce del B. L. Grignion de Montfort.

761-3 Sermo V in festo omnium Sanctorum, n. 9.

762-1 Col., I, 24.

764-1 I Cor., IX, 25.

764-2 Examens particuliers, 1° Es. sulla Mortificazione.

765-1 Matth., XIX, 29.; Marc., X, 29-30, ove è detto: "centies tantum nunc in tempore hoc".

765-2 II Cor., VII, 4.

766-1 De Imit., l. II, c. 12.