Le
facoltà superiori, che costituiscono l'uomo in quanto
uomo, sono l'intelletto e la volontà, le
quali hanno anch'esse bisogno di essere disciplinate,
perchè furono anch'esse intaccate dal peccato originale,
n. 75.
I. Mortificazione o disciplina dell'intelletto.
806. L'intelletto ci fu dato per conoscere la
verità e soprattutto Dio e le cose divine. Dio è il vero
sole della mente, che c'illumina con doppia luce, la luce
della ragione e quella della fede. Nello
stato presente non possiamo pervenire all'intiera verità
senza il concorso di questi due lumi, e chi l'uno o l'altro
rifiuti, volontariamente si accieca. E tanto più importante
è la disciplina dell'intelletto in quanto che è lui che
illumina la volontà e le rende possibile il volgersi al
bene; lui che, sotto nome di coscienza, è regola
della vita morale e soprannaturale. Ma perchè ciò avvenga,
bisogna mortificarne le principali tendenze difettose,
che sono: l'ignoranza, la curiosità, la precipitazione,
l'orgoglio e l'ostinazione.
807. 1° L'ignoranza si combatte con l'applicazione
metodica e costante allo studio, e specialmente allo studio
di tutto ciò che si riferisce a Dio, ultimo nostro fine,
e ai mezzi di conseguirlo. Sarebbe infatti irragionevole
occuparsi di tutte le scienze trascurando quella dell'eterna
salute.
Ognuno deve certamente studiar fra le umane scienze quelle
che si riferiscono ai doveri del suo stato; ma dovere
primordiale essendo quello di conoscere Dio per amarlo,
il trascurar questo studio sarebbe cosa inescusabile.
Eppure quanti cristiani, istruitissimi in questo o quel
ramo di scienza, non hanno poi che una rudimentale conoscenza
delle verità cristiane, dei dommi, della morale e dell'ascetica!
Oggi vi è un certo risveglio nelle persone colte, vi sono
circoli di cultura in cui si studiano col più vivo interesse
tutte le questioni religiose, compresa la spiritualità 807-1.
Ne sia benedetto Dio, e che un tal movimento si allarghi
sempre più!
808. 2° La curiosità è una malattia della
mente che non fa che accrescerne l'ignoranza: ci porta
infatti con eccessivo ardore alle cognizioni che ci piacciono
anzichè a quelle che ci sono utili, facendoci così perdere
un tempo prezioso. Ed è spesso accompagnata dalla fretta
e dalla precipitazione, che c'ingolfano in studi
che sollecitano la curiosità, a detrimento di altri assai
più importanti.
Per trionfarne, è necessario: 1) studiare in primo luogo
non ciò che piace ma ciò che è utile, massime poi ciò
che è necessario: "id prius quod est magis necessarium",
dice San Bernardo, non occupandosi del resto che a modo
di ricreazione. Non si deve quindi leggere che parcamente
ciò che alimenta più la fantasia che l'intelletto, come
la maggior parte dei romanzi, o ciò che riguarda le notizie
e i rumori del mondo, come i giornali e certe riviste.
2) Nelle letture bisogna schivare la fretta eccessiva,
non voler divorare in pochi momenti un volume intero.
Anche quando si tratti di buone letture, convien farle
lentamente, per meglio capire e gustare ciò che si legge
(n. 582). 3) Or ciò riuscirà anche più facile, chi studi
non per curiosità, non per compiacersi della propria scienza,
ma per motivo soprannaturale, per edificare sè ed il prossimo:
"ut ædificent, et caritas est... ut aedificentur, et
prudentia est" 808-1.
Perchè, come giustamente dice S. Agostino 808-2,
la scienza dev'essere messa a servizio della carità: "Sic
adhibeatur scientia tanquam machina quædam per quam structura
caritatis assurgat". Il che è vero anche nello studio
delle questioni di spiritualità; ci sono infatti di quelli
che, in questi studi, mirano piuttosto ad appagar la curiosità
e la superbia anzichè a purificare il cuore e a praticar
la mortificazione 808-3.
809. 3° L'orgoglio dev'essere dunque evitato,
quell'orgoglio della mente che è più pericoloso
e più difficile a guarire dell'orgoglio della volontà,
come dice lo Scupoli 809-1.
È
quest'orgoglio che rende difficile la fede e l'obbedienza
ai superiori: si vorrebbe bastare a sè stessi, tanta è
la fiducia che si ha nella propria ragione, e si stenta
a ricevere gli insegnamenti della fede, o almeno si vuole
sottoporli alla critica e all'interpretazione della ragione;
così pure si ha tanta fiducia nel proprio giudizio, che
rincresce consultare gli altri e specialmente i superiori.
Ne nascono dolorose imprudenze; ne viene un'ostinazione
nelle proprie idee che ci fa recisamente condannar le
opinioni non conformi alle nostre. Ecco una delle cause
più frequenti di quelle discordie che si notano tra cristiani,
e talora pure tra autori cattolici. Già fin dai suoi tempo
S. Agostino 809-2
rilevava queste sciagurate divisioni che distruggono la
pace, la concordia e la carità: "sunt unitatis divisores,
inimici pacis, caritatis expertes, vanitate tumentes,
placentes sibi et magni in oculis suis".
810. Per guarir quest'orgoglio
della mente: 1) bisogna innanzi tutto sottomettere, con
docilità di fanciullo, agl'insegnamenti della fede: è
lecito certo il cercar quell'intelligenza dei dommi che
si acquista con la paziente e laboriosa indagine, giovandosi
degli studi dei Padri e dei Dottori, principalmente di
S. Agostino e di S. Tommaso; ma bisogna, come dice il
Concilio Vaticano 810-1,
farlo con pietà e sobrietà, ispirandosi alla massima di
S. Anselmo: fides quærens intellectum. Si schiva
allora quello spirito d'ipercritica che col pretesto
di spiegarli attenua e riduce al minimo i dommi; allora
si sottomette il giudizio non solo alle verità di fede
ma anche alle direzioni pontificie; allora, nelle questioni
liberamente discusse, si lascia agli altri la libertà
che si desidera per sè, e non si trattano con altura e
disdegno le opinioni altrui. Così entra la pace negli
animi.
2) Nelle discussioni non bisogna cercar la soddisfazione
dell'orgoglio e il trionfo delle proprie idee, ma la verità.
È raro che nelle opinioni degli avversari non ci sia una
parte di verità che ci era fin allora sfuggita: l'ascoltar
con attenzione e imparzialità le ragioni degli avversari
e concedere quanto è di giusto nelle loro osservazioni,
è pur sempre il mezzo migliore per accostarsi alla verità,
e serbare le leggi dell'umiltà e della carità.
Diremo dunque riepilogando che per disciplinare l'intelligenza
bisogna studiare ciò che è più necessario, e farlo con
metodo, costanza e spirito soprannaturale, vale a dire
col desiderio di conoscere, amare e praticar la verità.
II. Mortificazione o educazione della volontà.
811. 1° Necessità. La volontà è nell'uomo
la facoltà sovrana, la regina di tutte le facoltà, quella
che le governa; è lei che, essendo libera, dà non solo
agli atti propri (o eliciti) ma anche agli atti
delle altre facoltà da lei comandati (atti imperati),
la loro libertà, il merito o il demerito. Chi dunque regola
la volontà regola tutto l'uomo. Ora la volontà è ben regolata
quando è così forte da comandare alle facoltà inferiori
e così docile da ubbidire a Dio: tal è il doppio
suo ufficio.
Difficile l'uno e l'altro; perchè spesso le facoltà inferiori
si rivoltano contro le volontà e non ne accettano l'impero
se non quando sa alla fermezza associare riguardosa destrezza:
la volontà infatti non ha potere assoluto sulle
facoltà sensibili, ma una specie di potere morale, potere
di persuasione per indurle a sottomettersi (n. 56).
Quindi solo con difficoltà e con sforzi spesso ripetuti
si giunge a sottomettere alla volontà le facoltà sensibili
e la passioni. Costa pure la perfetta sottomissione della
volontà propria a quella di Dio: aspiriamo a una certa
autonomia, e poichè la divina volontà non può santificarci
senza chiederci sacrifici, noi spesso indietreggiamo dinanzi
allo sforzo, e preferiamo i nostri gusti e i nostri capricci
alla santa volontà di Dio. Anche qui dunque è uopo di
mortificazione.
812. 2° Mezzi pratici. Per ben educar
la volontà, bisogna renderla così docile da obbedire
a Dio in ogni cosa, e così forte da comandare al
corpo e alla sensibilità. Per ottener questo scopo è necessario
allontanare gli ostacoli e adoprare mezzi positivi.
A)
I principali ostacoli: a) interni
sono: 1) l'irriflessione: non si riflette prima
di operare e si segue l'impulso del momento, la passione,
l'abitudine, il capriccio; quindi riflettere prima
di operare, chiedendoci che cosa vuole Dio da noi; 2) la
premura febbrile che, producendo una tensione troppo
forte e mal diretta, logora il corpo e l'anima senza alcun
pro, e spesso ci fa deviare verso il male; quindi calma
e moderazione anche nel bene, se si vuol fuoco
che duri e non fuoco di paglia; 3) la noncuranza
o l'irresolutezza, la pigrizia, il difetto di energia
morale che intorpidisce o rende inerti le forze della
volontà; quindi fortificare le proprie convinzioni e le
proprie energie, come diremo; 4) la paura della cattiva
riuscita o il difetto di confidenza, che scema in
modo singolare le forze; bisogna invece rammentare che
con l'aiuto di Dio si è sicuri di riuscire a buon fine.
813. b) Agli ostacoli interni se ne vengono
ad aggiungere altri esterni: 1) il rispetto
umano, che ci rende schiavi degli altri, facendocene
paventar le critiche o gli scherni; si combatte pensando
che è il sempre sapiente giudizio di Dio quello che conta
e non quello degli uomini sempre fallibile: 2) i cattivi
esempi, che ci trascinano tanto più facilmente in
quanto che corrispondono a una propensione dell'umana
natura; ricordarsi allora che il solo modello da imitare
è Gesù, nostro Maestro e Capo nostro, n. 136 ss., e che
il cristiano deve far tutto il contrario di ciò che fa
il mondo, n. 214.
814. B) I mezzi positivi
consistono nel saper armonicamente conciliare il lavoro
dell'intelligenza, della volontà e della
grazia.
a)
All'intelligenza spetta il fornire quelle profonde
convinzioni che saranno insieme guida e stimolo per la
volontà.
Sono le convinzioni atte a muovere la volontà onde scegla
ciò che è conforme alla volontà di Dio. Si possono compendiare
così: il mio fine è Dio e Gesù è la via che devo seguire
per giungere a lui; devo quindi far tutto per Dio in unione
con Gesù Cristo; un solo ostacolo si oppone al mio fine
ed è il peccato; devo quindi fuggirlo; e se ebbi la disgrazia
di commetterlo, devo ripararlo subito; un solo mezzo è
necessario e basta a schivare il peccato: far sempre la
volontà di Dio; devo quindi continuamente mirare a conoscerla
e a conformarvi la mia condotta. Per riuscirvi, ripeterò
spesso la parola di S. Paolo nel momento della conversione,
Domine, quid me vis facere? 814-1
E la sera nell'esame deplorerò le minime mie mancanze.
815. b) Tali convinzioni opereranno potentemente
sulla volontà, che da parte sua dovrà agire con
risolutezza, fermezza e costanza. 1) Ci
vuole risolutezza: quando si è riflettuto e pregato
secondo l'importanza dell'azione che si sta per fare,
bisogna immediatamente risolversi non ostante le esitazioni
che potrebbero persistere: è troppo breve la vita da perdere
un tempo notevole a fare troppo lunghe deliberazioni:
bisogna risolversi per ciò che pare più conforme
alla divina volontà, e Dio, che vede la buona disposizione,
benedirà la nostra azione. 2) La risoluzione dev'essere
ferma; non basta dire: vorrei, desidero;
queste sono velleità. Bisogna dire: voglio
e voglio ad ogni costo; e mettersi subito all'opera,
senza aspettare il domani, senza aspettare le grandi occasioni:
la fermezza nelle piccole azioni assicura la fedeltà nelle
grandi. 3) Fermezza, non però violenza: fermezza
calma perchè vuole durare, e a renderla costante
si rinnoveranno spesso gli sforzi senza lasciarsi mai
scoraggiare dalla cattiva riuscita: si è infatti vinti
solo quando si abbandona la lotta: non ostante qualche
debolezza e anche qualche ferita, uno deve considerarsi
vittorioso, perchè, appoggiati su Dio, si è veramente
invincibili. Chi avesse avuto la disgrazia di soccombere
un istante, si rialzi subito: col divin medico delle anime
non c'è ferita, non c'è malattia che non si possa curare.
816. c) Sulla grazia di Dio bisogna dunque
in fin dei conti saper fare assegnamento; chiedendola
con umiltà e confidenza, non ci sarà mai negata, e con
lei siamo invincibili. Dobbiamo quindi rinnovar di frequente
le nostre convinzioni sulla assoluta necessità della grazia,
massime al principio di ogni azione importante; chiederla
con insistenza in unione con Nostro Signore, per essere
sicuri di ogni azione importante; chiederla con insistenza
in unione con Nostro Signore, per essere sicuri di ottenerla;
rammentarci che Gesù non è soltanto il nostro modello
ma anche il nostro collaboratore, e appoggiarci
con fiducia su lui, sicuri che in lui possiamo intraprendere
tutto e tutto effettuare nel campo dell'eterna salute:
"Omnia possum in eo qui me confortat" 816-1.
Così la nostra volontà sarà forte, perchè parteciperà
alla forza stessa di Dio: Dominus fortitudo mea;
sarà libera, perchè la vera libertà non consiste nell'abbandonarsi
alle passioni che ci tiranneggiano ma nell'assicurare
il trionfo della ragione e della volontà sull'istinto
e sulla sensualità.
817. Conclusione. Così si otterrà lo scopo
che abbiamo assegnato alla mortificazione: assoggettare
i sensi e le facoltà inferiori alla volontà e questa a
Dio.
Onde potremo più agevolmente combattere ed estirpare i
sette vizi o peccati capitali.
808-1 S.
Bernardo, In Cant., sermo XXXVI, n. 3.
808-2 Epist.
LV., C. 22, n. 39, P. L., XXXIII, 223.
808-3 Scupoli,
Combat. spirit., c. IX, n. 8.
809-1 Loc.
cit., n. 10.
809-2 Sermo
III Paschæ, n. 4.
810-1 Denzing.,
n. 1796.
814-1 Atti,
IX, 6.
816-1 Philip.
IV, 13.