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Mode indecenti

Non corpo o anima: ma anima e corpo

di Corrado Gnerre tratto da Il Settimanale di Padre Pio    Marzo 2005


Qualche tempo fa un’attrice di films pornografici, legittimamente sposata, disse di non sentirsi fedifraga. Ebbe il coraggio di dire di non aver mai tradito il marito, perché tradire richiede l’intenzione di farlo, mentre ciò che lei fa è solo prestare il proprio corpo.

Parole strane, ma non troppo, se si considera la mentalità dominante. Se si chiedesse al cosiddetto “uomo della strada” (ammesso che esista): «È giusto prostituire la propria mente?», la risposta sarebbe certamente negativa. Prostituire la propria mente vuol dire rinunciare a se stessi, alla propria identità. Ma se si chiedesse sempre a lui, all’“uomo della strada”: «Fa bene un’attrice ad usare il proprio corpo?». La risposta sarebbe, con ogni probabilità, positiva. Se si ha un bel corpo, perché non sfruttarlo?

In queste possibili risposte si cela l’essenza dei nostri tempi, che non sono di materialismo – o perlomeno di solo materialismo – ma anche di evidente spiritualismo.

Spiritualismo vuol dire dare valore solo allo spirito, cioè, nel caso nostro, solo alla mente, al pensiero. Ebbene, oggi si è convinti che la mente non si debba mai prostituire, mentre il corpo… Ciò significa che mentre la mente e il pensiero vengono ritenuti elementi costitutivi della persona, il corpo no. Questo sarebbe solo un optional. D’altronde non è casuale che in questi tempi vadano molto di moda religiosità orientaleggianti, in cui tutto ruota intorno al concetto di reincarnazione. Il corpo è visto come un “pezzo di ricambio”: non solo la cinghia di trasmissione o la marmitta, ma anche il volto, il busto e le gambe…

Ma allora come la mettiamo con il materialismo che pure in tanti considerano il male dei nostri giorni? Il materialismo c’è perché c’è lo spiritualismo e viceversa. Materialismo e spiritualismo sono, sì, molto diversi, ma hanno in comune tanto l’origine quanto gli esiti. Sono come due ellissi che si toccano all’origine e si ricongiungono alla fine. Dire: esiste solo la materia e lo spirito è un’illusione, o il contrario: esiste solo lo spirito e ad essere un’illusione è la materia, significa dire che la realtà è una nel suo essere e nella sua causa. Si può porre l’accento o sulla materia o sullo spirito, ma il fondamento del discorso non cambia. Faccio un esempio tratto da quelli che sono solitamente i miei studi: la differenza tra la religiosità indiana (induismo e buddismo) e quella cinese (taoismo e confucianesimo) non consiste nell’essenza monistica su cui entrambe si fondano, ma nell’identificazione di quello che è il vero reale: lo spirito per la prima, la natura materiale per la seconda.

Quale l’alternativa? La risposta è semplice: l’antropologia cristiana, che sarebbe quella occidentale. Corpo e spirito, insieme, costituiscono la persona umana. L’uomo non è né solo spirito né solo corpo. Certo, vi è una disposizione gerarchica: lo spirito deve governare il corpo; ma l’uomo è un tutt’uno. «L’uomo – scrive san Giustino – è forse altra cosa che un animale ragionevole composto di corpo e di anima? O forse l’anima, presa separatamente, è l’uomo? No assolutamente! [...] Quindi, se nessuna di queste cose, prese separatamente, è l’uomo, solo quello che è composto delle due cose si chiamerà uomo […]». Era quello che già aveva detto san Paolo: «Il corpo […] è […] per il Signore, e il Signore è per il corpo» (1Cor 6,13).

Questi due “gemelli siamesi” della cultura contemporanea (il materialismo e lo spiritualismo) hanno originato due atteggiamenti di costume diametralmente diversi: la corpolatria e la corpofobia.

Il primo è la diffusa fissazione per il proprio corpo. È la nuova “liturgia” fatta di palestre, saune, lifting, per non parlare dei tanti tentativi patetici per non invecchiare. Ma non solo la fissazione per il proprio corpo, anche la sua strumentalizzazione per un piacere innalzato ad unico criterio di vita.

Il secondo, cioè la corpofobia, è, invece, il tentativo, misterioso perché incomprensibile, di ingegnarsi per rendere quanto più brutto il proprio corpo. Penso a certe mode omologanti per ragazzi e ragazze. Scrive padre Royo Marin: «Gli abiti in disordine, strappati, poco puliti, rivelano una persona negligente e pigra». Ma torniamo a questa diffusa paura per il corpo, che conduce a renderlo brutto fino ad esprimerlo in chiave quasi orrida. Basti pensare al pearcing, alla “tatuomania”, agli anelli al naso e alle labbra da far invidia al più antico masai: tutte usanze tribali con cui “vestire” la propria identità, in una prospettiva non di esaltazione, ma di dissolvimento dell’identità. Così come il mondo precristiano imponeva. C’è un libro, a riguardo, molto interessante, intitolato Moderns Primitives (Moderni Primitivi) e pubblicato in Italia con il titolo Tatuaggi Corpo Spirito. È un libro attraverso cui si capisce bene la “filosofia” che sta alla base di tutto questo. Nell’introduzione all’edizione italiana, il curatore Ivo Quartiroli parla esplicitamente di un tempo in cui finalmente «[…] i valori tradizionali di progresso, scienza e famiglia e religione stanno esaurendo la loro funzione di sostegno». Poi continua affermando che si sta avvicinando una nuova era in cui torneranno i tipici elementi simbolici della pre-civiltà pagana e tribale: «La cultura tribale, pagana, e il mondo antico greco hanno sempre riconosciuto diversi dèi invece di un dio unico. Per accettare una società multietnica bisogna partire dall’accettazione della diversità tra le persone e all’interno di noi stessi. Auspichiamo la riappropriazione della spiritualità non mediata da moralismi e dogmi ecclesiali. La spiritualità che parte dalla sensazione di essere connessi. Connessi con se stessi, con gli esseri viventi, con la terra e i suoi cicli. Una spiritualità che non necessita di luoghi di culto, non necessita di intermediari, non ha peccati né sensi di colpa». E un noto creatore di tatuaggi americano ha scritto: «Nei tatuaggi è molto forte il concetto di fare amicizia con la morte, di confrontare e trascendere la morte, morte come trasformazione più che morte vera e propria; nel senso di morte dell’ego. L’arrendersi dell’io. Si arriva ad un punto nell’esperienza mistica in cui l’ego viene via come una buccia e ciò che rimane è essenza pura».

Ed è qui la chiave di lettura non solo della “tatuomania” o del pearcing, ma anche di quello che abbiamo detto a proposito del materialismo e dello spiritualismo. È la morte dell’“io”, il cupio dissolvi di una pretesa gnostica in cui limite e differenza sono costretti a sparire, in cui l’uomo, non potendo darsi quell’onnipotenza che non ha (il fallimento della pretesa moderna), si rivolge alla dissoluzione come unica possibilità di non riconoscere la sconfitta. Come la regina cattiva della favola di Biancaneve, che, per non sentirsi dire che qualcun’altra era diventata la più bella del reame, distrugge lo specchio invece di accettare la dura realtà.