Rimedi
La
Riconciliaizone
(tratto
dal Catechismo della Chiesa Cattolica)
Il
sacramento della penitenza o della riconciliazione
1422
"Quelli che si accostano al sacramento della Penitenza
ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese
fatte a lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla
quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera
alla loro conversione con la carità, l'esempio e
la preghiera" [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium,
11].
I.
Come viene chiamato questo sacramento?
1423
E' chiamato sacramento della conversione poiché realizza
sacramentalmente l'appello di Gesù alla conversione,
[Cf Mc 1,15 ] il cammino di ritorno al Padre [Cf Lc 15,18
] da cui ci si è allontanati con il peccato.
E'
chiamato sacramento della Penitenza poiché consacra
un cammino personale ed ecclesiale di conversione, di pentimento
e di soddisfazione del cristiano peccatore.
1424
E' chiamato sacramento della confessione poiché l'accusa,
la confessione dei peccati davanti al sacerdote è
un elemento essenziale di questo sacramento. In un senso
profondo esso è anche una "confessione",
riconoscimento e lode della santità di Dio e della
sua misericordia verso l'uomo peccatore.
E'
chiamato sacramento del perdono poiché, attraverso
l'assoluzione sacramentale del sacerdote, Dio accorda al
penitente "il perdono e la pace" [Rituale romano,
Rito della penitenza, formula dell'assoluzione]. E' chiamato
sacramento della Riconciliazione perché dona al peccatore
l'amore di Dio che riconcilia: "Lasciatevi riconciliare
con Dio" ( 2Cor 5,20 ). Colui che vive dell'amore misericordioso
di Dio è pronto a rispondere all'invito del Signore:
"Va' prima a riconciliarti con il tuo fratello"
( Mt 5,24 ).
II.
Perché un sacramento della riconciliazione dopo il
Battesimo?
1425
"Siete stati lavati, siete stati santificati, siete
stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo
e nello Spirito del nostro Dio!" ( 1Cor 6,11 ). Bisogna
rendersi conto della grandezza del dono di Dio, che ci è
fatto nei sacramenti dell'iniziazione cristiana, per capire
fino a che punto il peccato è cosa non ammessa per
colui che si è "rivestito di Cristo" (
Gal 3,27 ). L'Apostolo san Giovanni però afferma
anche: "Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo
noi stessi e la verità non è in noi"
( 1Gv 1,8 ). E il Signore stesso ci ha insegnato a pregare:
"Perdonaci i nostri peccati" ( Lc 11,4 ), legando
il mutuo perdono delle nostre offese al perdono che Dio
accorderà alle nostre colpe.
1426
La conversione a Cristo, la nuova nascita dal Battesimo,
il dono dello Spirito Santo, il Corpo e il Sangue di Cristo
ricevuti in nutrimento, ci hanno resi "santi e immacolati
al suo cospetto" ( Ef 1,4 ), come la Chiesa stessa,
sposa di Cristo, è "santa e immacolata"
( Ef 5,27 ) davanti a lui. Tuttavia, la vita nuova ricevuta
nell'iniziazione cristiana non ha soppresso la fragilità
e la debolezza della natura umana, né l'inclinazione
al peccato che la tradizione chiama concupiscenza, la quale
rimane nei battezzati perché sostengano le loro prove
nel combattimento della vita cristiana, aiutati dalla grazia
di Cristo [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1515].
Si tratta del combattimento della conversione in vista della
santità e della vita eterna alla quale il Signore
non cessa di chiamarci [Cf ibid., 1545; Conc. Ecum. Vat.
II, Lumen gentium, 40].
III.
La conversione dei battezzati
1427
Gesù chiama alla conversione. Questo appello è
una componente essenziale dell'annuncio del Regno: "Il
tempo è compiuto e il Regno di Dio è ormai
vicino; convertitevi e credete al Vangelo" ( Mc 1,15
). Nella predicazione della Chiesa questo invito si rivolge
dapprima a quanti non conoscono ancora Cristo e il suo Vangelo.
Il Battesimo è quindi il luogo principale della prima
e fondamentale conversione. E' mediante la fede nella Buona
Novella e mediante il Battesimo [Cf At 2,38 ] che si rinuncia
al male e si acquista la salvezza, cioè la remissione
di tutti i peccati e il dono della vita nuova.
1428
Ora, l'appello di Cristo alla conversione continua a risuonare
nella vita dei cristiani. Questa seconda conversione è
un impegno continuo per tutta la Chiesa che "comprende
nel suo seno i peccatori" e che, "santa insieme
e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si
applica alla penitenza e al suo rinnovamento" [Conc.
Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 8]. Questo sforzo di conversione
non è soltanto un'opera umana. E' il dinamismo del
"cuore contrito" ( Sal 51,19 ) attirato e mosso
dalla grazia [Cf Gv 6,44; Gv 12,32 ] a rispondere all'amore
misericordioso di Dio che ci ha amati per primo [Cf 1Gv
4,10 ].
1429
Lo testimonia la conversione di san Pietro dopo il triplice
rinnegamento del suo Maestro. Lo sguardo d'infinita misericordia
di Gesù provoca le lacrime del pentimento ( Lc 22,61
) e, dopo la Risurrezione del Signore, la triplice confessione
del suo amore per lui [Cf Gv 21,15-17 ]. La seconda conversione
ha pure una dimensione comunitaria. Ciò appare nell'appello
del Signore ad un'intera Chiesa: "Ravvediti!"
( Ap 2,5; 1429 Ap 2,16 ).
A
proposito delle due conversioni sant'Ambrogio dice che,
nella Chiesa, "ci sono l'acqua e le lacrime: l'acqua
del Battesimo e le lacrime della Penitenza" [Sant'Ambrogio,
Epistulae, 41, 12: PL 16, 1116B].
IV.
La penitenza interiore
1430
Come già nei profeti, l'appello di Gesù alla
conversione e alla penitenza non riguarda anzitutto opere
esteriori, "il sacco e la cenere", i digiuni e
le mortificazioni, ma la conversione del cuore, la penitenza
interiore. Senza di essa, le opere di penitenza rimangono
sterili e menzognere; la conversione interiore spinge invece
all'espressione di questo atteggiamento in segni visibili,
gesti e opere di penitenza [Cf Gl 2,12-13; Is 1,16-17; Mt
6,1-6; 1430 Mt 6,16-18 ].
1431
La penitenza interiore è un radicale riorientamento
di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con
tutto il cuore, una rottura con il peccato, un'avversione
per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle
cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo,
essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare
vita con la speranza della misericordia di Dio e la fiducia
nell'aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore
è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari,
che i Padri hanno chiamato " animi cruciatus [afflizione
dello spirito]", "compunctio cordis [contrizione
del cuore]" [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm.,
1676-1678; 1705; Catechismo Romano, 2, 5, 4].
1432
Il cuore dell'uomo è pesante e indurito. Bisogna
che Dio dia all'uomo un cuore nuovo [Cf Ez 36,26-27 ]. La
conversione è anzitutto un'opera della grazia di
Dio che fa ritornare a lui i nostri cuori: "Facci ritornare
a te, Signore, e noi ritorneremo" ( Lam 5,21 ). Dio
ci dona la forza di ricominciare. E' scoprendo la grandezza
dell'amore di Dio che il nostro cuore viene scosso dall'orrore
e dal peso del peccato e comincia a temere di offendere
Dio con il peccato e di essere separato da lui. Il cuore
umano si converte guardando a colui che è stato trafitto
dai nostri peccati [Cf Gv 19,37; 1432 Zc 12,10 ].
Teniamo
fisso lo sguardo sul sangue di Cristo, e consideriamo quanto
sia prezioso per Dio suo Padre; infatti, sparso per la nostra
salvezza, offrì al mondo intero la grazia della conversione
[San Clemente di Roma, Epistula ad Corinthios, 7, 4].
1433
Dopo la Pasqua, è lo Spirito Santo che convince "il
mondo quanto al peccato" ( Gv 16,8-9 ), cioè
al fatto che il mondo non ha creduto in colui che il Padre
ha inviato. Ma questo stesso Spirito, che svela il peccato,
è il Consolatore [Cf Gv 15,26 ] che dona al cuore
dell'uomo la grazia del pentimento e della conversione [Cf
At 2,36-38; cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Dominum et
Vivificantem, 27-48].
V.
Le molteplici forme della penitenza nella vita cristiana
1434
La penitenza interiore del cristiano può avere espressioni
molto varie. La Scrittura e i Padri insistono soprattutto
su tre forme: il digiuno, la preghiera, l'elemosina , [Cf
Tb 12,8; Mt 6,1-18 ] che esprimono la conversione in rapporto
a se stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri.
Accanto alla purificazione radicale operata dal Battesimo
o dal martirio, essi indicano, come mezzo per ottenere il
perdono dei peccati, gli sforzi compiuti per riconciliarsi
con il prossimo, le lacrime di penitenza, la preoccupazione
per la salvezza del prossimo, [Cf Gc 5,20 ] l'intercessione
dei santi e la pratica della carità che "copre
una moltitudine di peccati" ( 1Pt 4,8 ).
1435
La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso
gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per
i poveri, l'esercizio e la difesa della giustizia e del
diritto, [Cf Am 5,24; 1435 Is 1,17 ] attraverso la confessione
delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione
di vita, l'esame di coscienza, la direzione spirituale,
l'accettazione delle sofferenze, la perseveranza nella persecuzione
a causa della giustizia. Prendere la propria croce, ogni
giorno, e seguire Gesù è la via più
sicura della penitenza [Cf Lc 9,23 ].
1436
Eucaristia e Penitenza. La conversione e la penitenza quotidiane
trovano la loro sorgente e il loro alimento nell'Eucaristia,
poiché in essa è reso presente il sacrificio
di Cristo che ci ha riconciliati con Dio; per suo mezzo
vengono nutriti e fortificati coloro che vivono della vita
di Cristo; essa "è come l'antidoto con cui essere
liberati dalle colpe di ogni giorno e preservati dai peccati
mortali" [Concilio di Trento: Denz. -Schönm.,
1638].
1437
La lettura della Sacra Scrittura, la preghiera della Liturgia
delle Ore e del Padre Nostro, ogni atto sincero di culto
o di pietà ravviva in noi lo spirito di conversione
e di penitenza e contribuisce al perdono dei nostri peccati.
1438
I tempi e i giorni di penitenza nel corso dell'anno liturgico
(il tempo della quaresima, ogni venerdì in memoria
della morte del Signore) sono momenti forti della pratica
penitenziale della Chiesa [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Sacrosanctum
concilium, 109-110; Codice di Diritto Canonico, 1249-1253;
Corpus Canonum Ecclesiarum Orientalium, 880-883]. Questi
tempi sono particolarmente adatti per gli esercizi spirituali,
le liturgie penitenziali, i pellegrinaggi in segno di penitenza,
le privazioni volontarie come il digiuno e l'elemosina,
la condivisione fraterna (opere caritative e missionarie).
1439
Il dinamismo della conversione e della penitenza è
stato meravigliosamente descritto da Gesù nella parabola
detta "del figlio prodigo" il cui centro è
"il padre misericordioso" ( Lc 15,11-24 ): il
fascino di una libertà illusoria, l'abbandono della
casa paterna; la miseria estrema nella quale il figlio viene
a trovarsi dopo aver dilapidato la sua fortuna; l'umiliazione
profonda di vedersi costretto a pascolare i porci, e, peggio
ancora, quella di desiderare di nutrirsi delle carrube che
mangiavano i maiali; la riflessione sui beni perduti; il
pentimento e la decisione di dichiararsi colpevole davanti
a suo padre; il cammino del ritorno; l'accoglienza generosa
da parte del padre; la gioia del padre: ecco alcuni tratti
propri del processo di conversione. L'abito bello, l'anello
e il banchetto di festa sono simboli della vita nuova, pura,
dignitosa, piena di gioia che è la vita dell'uomo
che ritorna a Dio e in seno alla sua famiglia, la Chiesa.
Soltanto il cuore di Cristo, che conosce le profondità
dell'amore di suo Padre, ha potuto rivelarci l'abisso della
sua misericordia in una maniera così piena di semplicità
e di bellezza.
VI.
Il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione
1440
Il peccato è anzitutto offesa a Dio, rottura della
comunione con lui. Nello stesso tempo esso attenta alla
comunione con la Chiesa. Per questo motivo la conversione
arreca ad un tempo il perdono di Dio e la riconciliazione
con la Chiesa, ciò che il sacramento della Penitenza
e della Riconciliazione esprime e realizza liturgicamente
[Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 11].
Dio
solo perdona il peccato
1441
Dio solo perdona i peccati [Cf Mc 2,7 ]. Poiché Gesù
è il Figlio di Dio, egli dice di se stesso: "Il
Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i
peccati" ( Mc 2,10 ) ed esercita questo potere divino:
"Ti sono rimessi i tuoi peccati!" ( Mc 2,5; Lc
7,48 ). Ancor di più: in virtù della sua autorità
divina dona tale potere agli uomini [Cf Gv 20,21-23 ] affinché
lo esercitino nel suo nome.
1442
Cristo ha voluto che la sua Chiesa sia tutta intera, nella
sua preghiera, nella sua vita e nelle sue attività,
il segno e lo strumento del perdono e della riconciliazione
che egli ci ha acquistato a prezzo del suo sangue. Ha tuttavia
affidato l'esercizio del potere di assolvere i peccati al
ministero apostolico. A questo è affidato il "ministero
della riconciliazione" ( 2Cor 5,18 ). L'apostolo è
inviato "nel nome di Cristo", ed è Dio
stesso che, per mezzo di lui, esorta e supplica: "Lasciatevi
riconciliare con Dio" ( 2Cor 5,20 ).
Riconciliazione
con la Chiesa
1443
Durante la sua vita pubblica, Gesù non ha soltanto
perdonato i peccati; ha pure manifestato l'effetto di questo
perdono: egli ha reintegrato i peccatori perdonati nella
comunità del Popolo di Dio, dalla quale il peccato
li aveva allontanati o persino esclusi. Un segno chiaro
di ciò è il fatto che Gesù ammette
i peccatori alla sua tavola; più ancora, egli stesso
siede alla loro mensa, gesto che esprime in modo sconvolgente
il perdono di Dio [Cf Lc 15 ] e, nello stesso tempo, il
ritorno in seno al Popolo di Dio [ Cf Lc 19,9 ].
1444
Rendendo gli Apostoli partecipi del suo proprio potere di
perdonare i peccati, il Signore dà loro anche l'autorità
di riconciliare i peccatori con la Chiesa. Tale dimensione
ecclesiale del loro ministero trova la sua più chiara
espressione nella solenne parola di Cristo a Simon Pietro:
"A te darò le chiavi del Regno dei cieli, e
tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato
nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra
sarà sciolto nei cieli" ( Mt 16,19 ). Questo
"incarico di legare e di sciogliere, che è stato
dato a Pietro, risulta essere stato pure concesso al collegio
degli Apostoli, unito col suo capo" [Conc. Ecum. Vat.
II, Lumen gentium, 22].
1445
Le parole legare e sciogliere significano: colui che voi
escluderete dalla vostra comunione, sarà escluso
dalla comunione con Dio; colui che voi accoglierete di nuovo
nella vostra comunione, Dio lo accoglierà anche nella
sua. La riconciliazione con la Chiesa è inseparabile
dalla riconciliazione con Dio.
Il
sacramento del perdono
1446
Cristo ha istituito il sacramento della Penitenza per tutti
i membri peccatori della sua Chiesa, in primo luogo per
coloro che, dopo il Battesimo, sono caduti in peccato grave
e hanno così perduto la grazia battesimale e inflitto
una ferita alla comunione ecclesiale. A costoro il sacramento
della Penitenza offre una nuova possibilità di convertirsi
e di recuperare la grazia della giustificazione. I Padri
della Chiesa presentano questo sacramento come "la
seconda tavola [di salvezza] dopo il naufragio della grazia
perduta" [Tertulliano, De paenitentia, 4, 2; cf Concilio
di Trento: Denz. -Schönm., 1542].
1447
Nel corso dei secoli la forma concreta, secondo la quale
la Chiesa ha esercitato questo potere ricevuto dal Signore,
ha subito molte variazioni. Durante i primi secoli, la riconciliazione
dei cristiani che avevano commesso peccati particolarmente
gravi dopo il loro Battesimo (per esempio l'idolatria, l'omicidio
o l'adulterio), era legata ad una disciplina molto rigorosa,
secondo la quale i penitenti dovevano fare pubblica penitenza
per i loro peccati, spesso per lunghi anni, prima di ricevere
la riconciliazione. A questo "ordine dei penitenti"
(che riguardava soltanto certi peccati gravi) non si era
ammessi che raramente e, in talune regioni, una sola volta
durante la vita. Nel settimo secolo, ispirati dalla tradizione
monastica d'Oriente, i missionari irlandesi portarono nell'Europa
continentale la pratica "privata" della penitenza,
che non esige il compimento pubblico e prolungato di opere
di penitenza prima di ricevere la riconciliazione con la
Chiesa. Il sacramento si attua ormai in una maniera più
segreta tra il penitente e il sacerdote. Questa nuova pratica
prevedeva la possibilità della reiterazione e apriva
così la via ad una frequenza regolare di questo sacramento.
Essa permetteva di integrare in una sola celebrazione sacramentale
il perdono dei peccati gravi e dei peccati veniali. E' questa,
a grandi linee, la forma di penitenza che la Chiesa pratica
fino ai nostri giorni.
1448
Attraverso i cambiamenti che la disciplina e la celebrazione
di questo sacramento hanno conosciuto nel corso dei secoli,
si discerne la medesima struttura fondamentale. Essa comporta
due elementi ugualmente essenziali: da una parte, gli atti
dell'uomo che si converte sotto l'azione dello Spirito Santo:
cioè la contrizione, la confessione e la soddisfazione;
dall'altra parte, l'azione di Dio attraverso l'intervento
della Chiesa. La Chiesa che, mediante il vescovo e i suoi
presbiteri, concede nel nome di Gesù Cristo il perdono
dei peccati e stabilisce la modalità della soddisfazione,
prega anche per il peccatore e fa penitenza con lui. Così
il peccatore viene guarito e ristabilito nella comunione
ecclesiale.
1449
La formula di assoluzione in uso nella Chiesa latina esprime
gli elementi essenziali di questo sacramento: il Padre delle
misericordie è la sorgente di ogni perdono. Egli
realizza la riconciliazione dei peccatori mediante la Pasqua
del suo Figlio e il dono del suo Spirito, attraverso la
preghiera e il ministero della Chiesa:
Dio,
Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il
mondo nella morte e Risurrezione del suo Figlio, e ha effuso
lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda,
mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace.
E io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del
Figlio e dello Spirito Santo [Rituale romano, Rito
della penitenza, formula dell'assoluzione].
VII.
Gli atti del penitente
1450
"La penitenza induce il peccatore a sopportare di buon
animo ogni sofferenza; nel suo cuore vi sia la contrizione,
nella sua bocca la confessione, nelle sue opere tutta l'umiltà
e la feconda soddisfazione" [Catechismo Romano, 2,
5, 21; cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1673].
La
contrizione
1451
Tra gli atti del penitente, la contrizione occupa il primo
posto. Essa è "il dolore dell'animo e la riprovazione
del peccato commesso, accompagnati dal proposito di non
peccare più in avvenire" [Concilio di Trento:
Denz. -Schönm., 1676].
1452
Quando proviene dall'amore di Dio amato sopra ogni cosa,
la contrizione è detta "perfetta" (contrizione
di carità). Tale contrizione rimette le colpe veniali;
ottiene anche il perdono dei peccati mortali, qualora comporti
la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla
confessione sacramentale [Cf Concilio di Trento: Denz.-Schönm.,
1677].
1453
La contrizione detta "imperfetta" (o "attrizione")
è, anch'essa, un dono di Dio, un impulso dello Spirito
Santo. Nasce dalla considerazione della bruttura del peccato
o dal timore della dannazione eterna e delle altre pene
la cui minaccia incombe sul peccatore (contrizione da timore).
Quando la coscienza viene così scossa, può
aver inizio un'evoluzione interiore che sarà portata
a compimento, sotto l'azione della grazia, dall'assoluzione
sacramentale. Da sola, tuttavia, la contrizione imperfetta
non ottiene il perdono dei peccati gravi, ma dispone a riceverlo
nel sacramento della Penitenza [Cf Concilio di Trento: Denz.
-Schönm., 1677].
1454
E' bene prepararsi a ricevere questo sacramento con un esame
di coscienza fatto alla luce della Parola di Dio. I testi
più adatti a questo scopo sono da cercarsi nel Decalogo
e nella catechesi morale dei Vangeli e delle lettere degli
Apostoli: il Discorso della montagna, gli insegnamenti apostolici
[Cf Rm 12-15; 1Cor 12-13; 1454 Gal 5; Ef 4-6 ].
La
confessione dei peccati
1455
La confessione dei peccati (l'accusa), anche da un punto
di vista semplicemente umano, ci libera e facilita la nostra
riconciliazione con gli altri. Con l'accusa, l'uomo guarda
in faccia i peccati di cui si è reso colpevole; se
ne assume la responsabilità e, in tal modo, si apre
nuovamente a Dio e alla comunione della Chiesa al fine di
rendere possibile un nuovo avvenire.
1456
La confessione al sacerdote costituisce una parte essenziale
del sacramento della Penitenza: "E' necessario che
i penitenti enumerino nella confessione tutti i peccati
mortali, di cui hanno consapevolezza dopo un diligente esame
di coscienza, anche se si tratta dei peccati più
nascosti e commessi soltanto contro i due ultimi comandamenti
del Decalogo, [ Cf Es 20,17; Mt 5,28 ] perché spesso
feriscono più gravemente l'anima e si rivelano più
pericolosi di quelli chiaramente commessi": [Concilio
di Trento: Denz. -Schönm., 1680]
I
cristiani [che] si sforzano di confessare tutti i peccati
che vengono loro in mente, senza dubbio li mettono tutti
davanti alla divina misericordia perché li perdoni.
Quelli, invece, che fanno diversamente e tacciono consapevolmente
qualche peccato, è come se non sottoponessero nulla
alla divina bontà perché sia perdonato per
mezzo del sacerdote. "Se infatti l'ammalato si vergognasse
di mostrare al medico la ferita, il medico non può
curare quello che non conosce" [Concilio di Trento:
Denz. -Schönm., 1680; cf San Girolamo, Commentarii
in Ecclesiasten, 10, 11: PL 23, 1096].
1457
Secondo il precetto della Chiesa, "ogni fedele, raggiunta
l'età della discrezione, è tenuto all'obbligo
di confessare fedelmente i propri peccati gravi, almeno
una volta nell'anno" [Codice di Diritto Canonico, 989;
cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm. , 1683; 1708].
Colui che è consapevole di aver commesso un peccato
mortale non deve ricevere la santa Comunione, anche se prova
una grande contrizione, senza aver prima ricevuto l'assoluzione
sacramentale, [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm.
, 1647; 1661] a meno che non abbia un motivo grave per comunicarsi
e non gli sia possibile accedere a un confessore [Cf Codice
di Diritto Canonico, 916; Corpus Canonum Ecclesiarum Orientalium,
711]. I fanciulli devono accostarsi al sacramento della
Penitenza prima di ricevere per la prima volta la Santa
Comunione [Cf Codice di Diritto Canonico, 914].
1458
Sebbene non sia strettamente necessaria, la confessione
delle colpe quotidiane (peccati veniali) è tuttavia
vivamente raccomandata dalla Chiesa [Cf Concilio di Trento:
Denz. -Schönm., 1680; Codice di Diritto Canonico, 988,
2]. In effetti, la confessione regolare dei peccati veniali
ci aiuta a formare la nostra coscienza, a lottare contro
le cattive inclinazioni, a lasciarci guarire da Cristo,
a progredire nella vita dello Spirito. Ricevendo più
frequentemente, attraverso questo sacramento, il dono della
misericordia del Padre, siamo spinti ad essere misericordiosi
come lui: [Cf Lc 6,36 ]
Chi
riconosce i propri peccati e li condanna, è già
d'accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati; e se anche
tu li condanni, ti unisci a Dio. L'uomo e il peccatore sono
due cose distinte: l'uomo è opera di Dio, il peccatore
è opera tua, o uomo. Distruggi ciò che tu
hai fatto, affinché Dio salvi ciò che egli
ha fatto. Quando comincia a dispiacerti ciò che hai
fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché
condanni le tue opere cattive. Le opere buone cominciano
col riconoscimento delle opere cattive. Operi la verità,
e così vieni alla Luce [Sant'Agostino, In Evangelium
Johannis tractatus, 12, 13].
La
soddisfazione
1459
Molti peccati recano offesa al prossimo. Bisogna
fare il possibile per riparare (ad esempio restituire cose
rubate, ristabilire la reputazione di chi è stato
calunniato, risanare le ferite). La semplice giustizia lo
esige. Ma, in più, il peccato ferisce e indebolisce
il peccatore stesso, come anche le sue relazioni con Dio
e con il prossimo. L'assoluzione toglie il peccato, ma non
porta rimedio a tutti i disordini che il peccato ha causato
[Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1712]. Risollevato
dal peccato, il peccatore deve ancora recuperare la piena
salute spirituale. Deve dunque fare qualcosa di più
per riparare le proprie colpe: deve "soddisfare"
in maniera adeguata o "espiare" i suoi peccati.
Questa soddisfazione si chiama anche "penitenza".
1460
La penitenza che il confessore impone deve tener conto della
situazione personale del penitente e cercare il suo bene
spirituale. Essa deve corrispondere, per quanto possibile,
alla gravità e alla natura dei peccati commessi.
Può consistere nella preghiera, in un'offerta, nelle
opere di misericordia, nel servizio del prossimo, in privazioni
volontarie, in sacrifici, e soprattutto nella paziente accettazione
della croce che dobbiamo portare. Tali penitenze ci aiutano
a configurarci a Cristo che, solo, ha espiato per i nostri
peccati [Cf Rm 3,25; 1460 1Gv 2,1-2 ] una volta per tutte.
Esse ci permettono di diventare i coeredi di Cristo risorto,
dal momento che "partecipiamo alle sue sofferenze"
( Rm 8,17 ): [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm.
, 1690]
Ma
questa soddisfazione, che compiamo per i nostri peccati,
non è talmente nostra da non esistere per mezzo di
Gesù Cristo: noi, infatti, che non possiamo nulla
da noi stessi, col suo aiuto possiamo tutto in lui che ci
dà la forza [Cf Fil 4,13 ]. Quindi l'uomo non ha
di che gloriarsi; ma ogni nostro vanto è riposto
in Cristo in cui. .. offriamo soddisfazione, facendo "opere
degne della conversione" ( Lc 3,8 ), che da lui traggono
il loro valore, da lui sono offerte al Padre e grazie a
lui sono accettate dal Padre [Concilio di Trento: Denz.
-Schönm., 1691].
VIII.
Il ministro di questo sacramento
1461
Poiché Cristo ha affidato ai suoi Apostoli il ministero
della riconciliazione, [Cf Gv 20,23; 1461 2Cor 5,18 ] i
vescovi, loro successori, e i presbiteri, collaboratori
dei vescovi, continuano ad esercitare questo ministero.
Infatti sono i vescovi e i presbiteri che hanno, in virtù
del sacramento dell'Ordine, il potere di perdonare tutti
i peccati "nel nome del Padre e del Figlio e dello
Spirito Santo".
1462
Il perdono dei peccati riconcilia con Dio ma anche con la
Chiesa. Il vescovo, capo visibile della Chiesa particolare,
è dunque considerato a buon diritto, sin dai tempi
antichi, come colui che principalmente ha il potere e il
ministero della riconciliazione: è il moderatore
della disciplina penitenziale [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen
gentium, 26]. I presbiteri, suoi collaboratori, esercitano
tale potere nella misura in cui ne hanno ricevuto l'ufficio
sia dal proprio vescovo (o da un superiore religioso), sia
dal Papa, in base al diritto della Chiesa [Cf Codice di
Diritto Canonico, 844; 967-969; 972; Corpus Canonum Ecclesiarum
Orientalium, 722, 3-4].
1463
Alcuni peccati particolarmente gravi sono colpiti dalla
scomunica, la pena ecclesiastica più severa, che
impedisce di ricevere i sacramenti e di compiere determinati
atti ecclesiastici, e la cui assoluzione, di conseguenza,
non può essere accordata, secondo il diritto della
Chiesa, che dal Papa, dal vescovo del luogo o da presbiteri
da loro autorizzati [Cf Codice di Diritto Canonico, 1331;
1354-1357; Corpus Canonum Ecclesiarum Orientalium, 1431;
1434; 1420]. In caso di pericolo di morte, ogni sacerdote,
anche se privo della facoltà di ascoltare le confessioni,
può assolvere da qualsiasi peccato [Cf Codice di
Diritto Canonico, 976; Corpus Canonum Ecclesiarum Orientalium,
725] e da qualsiasi scomunica.
1464
I sacerdoti devono incoraggiare i fedeli ad accostarsi al
sacramento della Penitenza e devono mostrarsi disponibili
a celebrare questo sacramento ogni volta che i cristiani
ne facciano ragionevole richiesta [Cf Codice di Diritto
Canonico, 986; Corpus Canonum Ecclesiarum Orientalium, 735;
Conc. Ecum. Vat. II, Presbyterorum ordinis, 13].
1465
Celebrando il sacramento della Penitenza, il sacerdote compie
il ministero del Buon Pastore che cerca la pecora perduta,
quello del Buon Samaritano che medica le ferite, del Padre
che attende il figlio prodigo e lo accoglie al suo ritorno,
del giusto Giudice che non fa distinzione di persone e il
cui giudizio è ad un tempo giusto e misericordioso.
Insomma, il sacerdote è il segno e lo strumento dell'amore
misericordioso di Dio verso il peccatore.
1466
Il confessore non è il padrone, ma il servitore del
perdono di Dio. Il ministro di questo sacramento deve unirsi
"all'intenzione e alla carità di Cristo"
[Conc. Ecum. Vat. II, Presbyterorum ordinis, 13]. Deve avere
una provata conoscenza del comportamento cristiano, l'esperienza
delle realtà umane, il rispetto e la delicatezza
nei confronti di colui che è caduto; deve amare la
verità, essere fedele al magistero della Chiesa e
condurre con pazienza il penitente verso la guarigione e
la piena maturità. Deve pregare e fare penitenza
per lui, affidandolo alla misericordia del Signore.
1467
Data la delicatezza e la grandezza di questo ministero e
il rispetto dovuto alle persone, la Chiesa dichiara che
ogni sacerdote che ascolta le confessioni è obbligato,
sotto pene molto severe, a mantenere un segreto assoluto
riguardo ai peccati che i suoi penitenti gli hanno confessato
[Cf Codice di Diritto Canonico, 1388, 1; Corpus Canonum
Ecclesiarum Orientalium, 1456]. Non gli è lecito
parlare neppure di quanto viene a conoscere, attraverso
la confessione, della vita dei penitenti. Questo segreto,
che non ammette eccezioni, si chiama il "sigillo sacramentale",
poiché ciò che il penitente ha manifestato
al sacerdote rimane "sigillato" dal sacramento.
IX.
Gli effetti di questo sacramento
1468
"Tutto il valore della penitenza consiste nel restituirci
alla grazia di Dio stringendoci a lui in intima e grande
amicizia" [Catechismo Romano, 2, 5, 18]. Il fine e
l'effetto di questo sacramento sono dunque la riconciliazione
con Dio. In coloro che ricevono il sacramento della Penitenza
con cuore contrito e in una disposizione religiosa, ne conseguono
"la pace e la serenità della coscienza insieme
a una vivissima consolazione dello spirito" [Concilio
di Trento: Denz. -Schönm., 1674]. Infatti, il sacramento
della riconciliazione con Dio opera una autentica "risurrezione
spirituale", restituisce la dignità e i beni
della vita dei figli di Dio, di cui il più prezioso
è l'amicizia di Dio [Cf Lc 15,32 ].
1469
Questo sacramento ci riconcilia con la Chiesa. Il peccato
incrina o infrange la comunione fraterna. Il sacramento
della Penitenza la ripara o la restaura. In questo senso,
non guarisce soltanto colui che viene ristabilito nella
comunione ecclesiale, ma ha pure un effetto vivificante
sulla vita della Chiesa che ha sofferto a causa del peccato
di uno dei suoi membri [Cf 1Cor 12,26 ]. Ristabilito o rinsaldato
nella comunione dei santi, il peccatore viene fortificato
dallo scambio dei beni spirituali tra tutte le membra vive
del Corpo di Cristo, siano esse esse ancora nella condizione
di pellegrini o siano siano già nella patria celeste
[Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 48-50].
Bisogna
aggiungere che tale riconciliazione con Dio ha come conseguenza,
per così dire, altre riconciliazioni, che rimediano
ad altrettante rotture, causate dal peccato: il penitente
perdonato si riconcilia con se stesso nel fondo più
intimo del proprio essere, in cui ricupera la propria verità
interiore; si riconcilia con i fratelli, da lui in qualche
modo offesi e lesi; si riconcilia con la Chiesa, si riconcilia
con tutto il creato [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Reconciliatio
et paenitentia, 31].
1470
In questo sacramento, il peccatore, rimettendosi al giudizio
misericordioso di Dio, anticipa in un certo modo il giudizio
al quale sarà sottoposto al termine di questa vita
terrena. E' infatti ora, in questa vita, che ci è
offerta la possibilità di scegliere tra la vita e
la morte, ed è soltanto attraverso il cammino della
conversione che possiamo entrare nel Regno, dal quale il
peccato grave esclude [Cf 1Cor 5,11; Gal 5,19-21; Ap 22,15
]. Convertendosi a Cristo mediante la penitenza e la fede,
il peccatore passa dalla morte alla vita "e non va
incontro al giudizio" ( Gv 5,24 ).
X.
Le indulgenze
1471
La dottrina e la pratica delle indulgenze nella Chiesa sono
strettamente legate agli effetti del sacramento della Penitenza.
Che
cos'è l'indulgenza?
"L'indulgenza
è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale
per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, remissione
che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni,
acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra
della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica
il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi.L'indulgenza
è parziale o plenaria secondo che libera in parte
o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati"
[Paolo VI, Cost. ap. Indulgentiarum doctrina, Normae 1-3,
AAS 59 (1967), 5-24]. Le indulgenze possono essere applicate
ai vivi o ai defunti.
Le
pene del peccato
1472
Per comprendere questa dottrina e questa pratica della Chiesa
bisogna tener presente che il peccato ha una duplice conseguenza.
Il peccato grave ci priva della comunione con Dio e perciò
ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione
è chiamata la "pena eterna" del peccato.
D'altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento
malsano alle creature, che ha bisogno di purifica zione,
sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato
Purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta "pena
temporale" del peccato. Queste due pene non devono
essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge
dall'esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa
del peccato. Una conversione, che procede da una fervente
carità, può arrivare alla totale purificazione
del peccatore, così che non sussista più alcuna
pena [Cf Concilio di Trento: Denz. -Schönm., 1712-1713;
1820].
1473
Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione
con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato.
Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato. Il cristiano
deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze
e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando
serenamente la morte, di accettare come una grazia queste
pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso
le opere di misericordia e di carità, come pure mediante
la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi
completamente dell'"uomo vecchio" e a rivestire
"l'uomo nuovo" [Cf Ef 4,24 ].