Effetti
Gli
effetti del peccato impuro sull'anima
Secondo
Pio XII, «il più grande peccato di oggi
è che gli uomini hanno perduto il senso del peccato».
Perduto o laicizzato: essi possono avere ancora il senso
della colpa, un complesso di colpevolezza, ma non più
il vero senso del peccato. Perciò bisogna ritrovare
il vero senso di Dio e dell'uomo, della creatura davanti
al suo Creatore; il peccato non è una semplice mancanza,
una contravvenzione, un mancamento: è una ribellione
a Dio stesso, è porre i beni transitori prima o al
posto del Bene ultimo, che è Dio; anche la contrizione
è ben altra dal semplice dispetto di aver compiuto
qualcosa di irregolare. Bisogna tornare a concepire il peccato
nel suo senso teologico di offesa a Dio, il che suppone
una retta conoscenza della psicologia del peccatore e della
sua vera responsabilità.
Effetti
del peccato impuro sull'anima, prima che sopraggiunga la
morte
Colui
che pecca con piena consapevolezza e deliberato consenso
contro la purezza, assecondando lo spirito di lussuria compie
un atto gravemente disordinato di disaffezione nei confronti
di Dio. Trattandosi di peccato mortale, l’anima subisce
una netta separazione da Dio.
L’affezione al peccato anestetizza, ammutolisce la voce
della coscienza, la “voce di Dio” che costantemente richiama
l’uomo sulla retta via e pertanto conduce verso un progressivo
abbrutimento dell’anima, che si manifesta con la comparsa
di comportamenti istintuali e peccaminosi. “Il peccato
genera peccato”(cf Mc 4,25).
A
proposito di questa "anestesia della coscienza"
si legga quanto afferma S. Alfonso Maria de Liguori:
CONSIDERAZIONE
XXII - DEL MAL'ABITO
«Impius
cum in profundum venerit, contemnit» (Prov. 18.
3).2
1
[2.]
mal'abito) mal abito BR2: la variante ritorna uguale.
§
2
[3.] Prov., 18, 3: «Impius cum in profundum
venerit peccatorum, contemnit».
CONSIDERAZIONE XXII - DEL MAL'ABITO
§
PUNTO I
-
205 -
PUNTO
I
Uno
de' maggiori danni, che a noi cagionò il peccato
di Adamo, fu la mala inclinazione al peccare. Ciò
facea piangere l'Apostolo, in vedersi spinto dalla concupiscenza
verso quegli stessi mali, ch'egli abborriva: «Video
aliam legem in membris meis... captivantem me in lege peccati»
(Rom. 7. 23). E quindi riesce a noi, infettati da questa
concupiscenza, e con tanti nemici che ci spingono al male,
sì difficile il giungere senza colpa alla patria
beata. Or posta una tal fragilità che abbiamo, io
dimando: Che direste voi d'un viandante, che dovesse passare
il mare in una gran tempesta, con una barca mezza rotta,
ed egli poi volesse caricarla di tal peso, che senza tempesta,
e quantunque la barca fosse forte, anche basterebbe ad affondare?3
Che prognostico fareste della vita di costui? Or dite lo
stesso d'un mal abituato che dovendo passare il mare di
questa vita (mare in tempesta, dove tanti si perdono) con
una barca debole e ruinata, qual'è la nostra carne,
a cui stiamo uniti, questi volesse poi aggravarla di peccati
abituati. Costui è molto difficile che si salvi,
perché il mal'abito accieca la mente, indurisce il
cuore, e con ciò facilmente lo rende ostinato sino
alla morte.
Per
prima il mal'abito «accieca». E perché
mai i santi sempre cercano4 lume a Dio, e tremano di diventare
i peggiori peccatori del mondo? perché sanno che
se in un punto perdon la luce, possono5 commettere qualunque
scelleragine. Come mai tanti cristiani ostinatamente han
voluto vivere in peccato, sino che finalmente si son dannati?
«Excaecavit eos malitia eorum» (Sap. 2. 21).
Il peccato ha tolto loro la vista, e così si son
perduti. Ogni peccato porta seco la cecità; accrescendosi
i peccati, si accresce l'accecazione. Dio è la nostra
luce;
-
206 -
quanto
più dunque l'anima si allontana da Dio, tanto resta
più cieca. «Ossa eius implebuntur vitiis»
(Iob. 20. 11). Siccome in un vaso, ch'è pieno di
terra, non può entrarvi la luce del sole, così
in un cuore pieno di vizi non può entrarvi la luce
divina.
E
perciò si vede poi che certi peccatori rilasciati
perdono il lume, e vanno di peccato6 in peccato, e neppure
pensano più ad emendarsi. «In circuitu impii
ambulant» (Psal. 11.9). Caduti i miseri in quella
fossa oscura, non sanno far altro che peccati, non parlano
che di peccati, non pensano se non a peccare, e quasi non
conoscono più che sia male il peccato. «Ipsa
consuetudo mali (dice S. Agostino)7 non sinit peccatores
videre malum, quod faciunt». Sicché vivono
come non credessero più esservi Dio, paradiso, inferno,
eternità.
Ed
ecco, che quel peccato che prima faceva orrore, col mal'abito
non fa più orrore. «Pone illos, ut rotam et
sicut stipulam ante faciem venti» (Psal. 82. 14).
Vedete, dice S. Gregorio,8 con che facilità una pagliuccia
è mossa da ogni vento anche leggiero; così
vedrete ancora taluno che prima (avanti che cadesse) resisteva
almeno per qualche tempo, e combatteva colla tentazione;
fatto poi il mal'abito, subito cade ad ogni tentazione,
ad ogni occasione che gli vien di peccare. E perché?
perché il mal'abito gli ha tolta la luce. Dice S.
Anselmo9 che 'l demonio fa con certi peccatori, come fa
taluno che tiene qualche uccello ligato10 col filo, lo lascia
volare, ma quando vuole torna a farlo cadere a terra; tali
sono (come dice il santo) i mal abituati: «Pravo usu
irretiti ab hoste tenentur, volantes in eadem vitia deiiciuntur»
-
207 -
(Ap.
Edinor. in Vita lib. 2). Taluni, aggiunge S. Bernardino
da Siena (tom. 4. Serm. 15),11 seguiranno a peccare anche
senz'occasione. Dice il santo che i mal abituati si fan
simili a' molini a vento, i quali «rotantur omni vento»,
girano ad ogni aura di vento; e di più voltano, ancorché
non vi stesse grano da macinare, e benché il padrone
non volesse che voltino. Vedrai un abituato che senz'occasione
va facendo mali pensieri, senza gusto, e quasi non volendo,
tirato a forza dal mal'abito. S. Gio. Grisostomo:12 «Dura
res est consuetudo, quae nonnunquam nolentes committere
cogit illicita». Sì, perché (come dice
S. Agostino)13 il mal'abito diventa poi una certa necessità:
«Dum consuetudini non resistitur, facta est necessitas».
E come aggiunge S. Bernardino,14 «usus vertitur in
naturam»; ond'è che siccome all'uomo è
necessario il respirare, così a' mal abituati,15
fatti schiavi del peccato, par che si renda necessario il
peccare. Ho detto «schiavi»; vi sono i servi,
che servono a forza colla paga; gli schiavi poi servono
a forza senza paga; a questo giungono alcuni miserabili,
giungono a peccare senza gusto.
«Impius,
cum in profundum venerit, contemnit» (Prov. 18. 3).16
Ciò lo spiega il Grisostomo17 appunto del mal abituato,
il quale posto
-
208 -
in
quella fossa di tenebre, disprezza correzioni, prediche,
censure, inferno, Dio, disprezza tutto, diventa il misero
quale avoltoio, che per non lasciare il cadavere, su di
quello più presto si contenta di farsi uccidere da'
cacciatori. Narra il P. Recupito18 che un condannato a morte
mentre andava alla forca, alzò gli occhi, vide una
giovane, ed acconsentì ad un mal pensiero. Narra
ancora il P. Gisolfo19 che un bestemmiatore, anche condannato
a morte, mentre fu buttato dalla scala proruppe in una bestemmia.
Giunge a dire S. Bernardo20 che per li mal'abituati non
serve più a pregare, ma bisogna piangerli per dannati.
Ma come vogliono uscire dal loro precipizio, se non ci vedono
più? ci vuole un miracolo della grazia. Apriranno
gli occhi i miserabili nell'inferno, quando non servirà
più l'aprirli, se non per piangere più amaramente
la loro pazzia.
Affetti
e preghiere
Mio
Dio, Voi mi avete distinto co' vostri benefici, beneficandomi
più degli altri; io vi ho distinto colle offese,
ingiuriando più Voi, che ogni altra persona da me
conosciuta. O Cuore addolorato del mio Redentore, che sulla
croce foste così afflitto e tormentato dalla vista
de' miei peccati, datemi Voi per li vostri meriti una viva
cognizione e dolore delle mie colpe. Ah Gesù mio,
io son pieno di
-
209 -
vizi,
ma voi siete onnipotente; ben potete farmi pieno del vostro
santo amore. A voi21 dunque confido che siete una bontà,
una misericordia infinita. Mi pento, o sommo bene, di avervi
offeso. Oh fossi morto prima e non v'avessi dato mai disgusto!
Io mi sono scordato di Voi, ma Voi non vi siete scordato
di me: lo vedo con questa luce che ora mi date. Giacché
dunque mi date la luce, datemi ancora la forza di esservi
fedele. Io vi prometto prima di morire mille volte, che
mai voltarvi più22 le spalle: ma al vostro aiuto
stanno le mie speranze: «In te, Domine, speravi, non
confundar in aeternum».23 A voi24 spero, Gesù
mio, di non avermi a vedere più confuso nel peccato
e privo della vostra grazia.
A
Voi mi rivolgo ancora, o Maria signora mia: «In te,
Domina, speravi, non confundar in aeternum».25 Alla26
vostra intercessione confido, o speranza mia, di non avermi
a vedere più nemico del vostro Figlio. Deh pregatelo
che mi faccia prima morire, che mi abbandoni a questa somma
disgrazia.
3
[15.] affondare) affondarla ND1 VR ND3 BR1 BR2.
4
[24.] cercano) chiedono VR BR1 BR2.
5
[25.] possono) posson BR2.
6
[5.] di peccato) da peccato ND1 ND3.
7
[10.] S. AUGUST., Sermo 98, c. V, n. 5; PL 38,
594: «Faciendo quod malum est, etiam mala consuetudine
se implicant, ut ipsa consuetudo mali non sinat eos videre
quia malum est».
8
[15.] S. GREGORIUS M., Moralia in Iob, l. XVI,
c. 65, n. 79; PL 75, 1159: «Qui [iniqui] recte stipulae
ante faciem venti comparantur: quia, irruente aura tentationis,
dum nulla subnixi sunt ratione gravitatis, elevantur ut
corruant, et saepe eo se alicuius meritis exsistere aestimant,
quo eos in alta flatus erroris portat».
9
[20.] EADMERUS, Vita S. Anselmi, l. II, c. 3, n.
28; PL 158, 92: «Alia vice conspexit [Anselmus] puerum
cum avicula in via ludentem... Simili consideratione, inquit,
iocator diabolus cum multis hominibus, quos cum laqueis
irretitos pro sua voluntate in diversa vitia pertrahit…
His contingit aliquando ut sua facta considerent, defleant,
seque amodo a talibus cessaturos sibi repromittant. Et more
avis se liberos volare autumant. Sed quia pravo usu irretiti
ab hoste tenentur, volantes in eadem vitia deiiciuntur».
10
[22.] ligato) legato BR1 BR2.
11
[1.] S. BERNARDINUS SEN., Quadragesimale dictum Seraphim,
sermo 15; Opera, III, Venetiis 1745, 192, col. 2: «Mala
consuetudo subito praecipitat hominem in peccatum, quia
usus vertitur in naturam, et ita consuetus in aliquo vitio
riut… Et est instar molendini facti ad ventum, quia rotatur
ad omnem ventum». (Cfr. PACETTI D., op. cit., 127
ss.).
12
[8.] GISOLFO P., La guida de' peccatori, p. II,
disc. I; I, Roma 1694, 61: «Odi S. Gio. Grisostomo
(t. 5, homil. ad Bapt.): Dura res est consuetudo, quae nonnunquam
et invitos trahit, et nolentes committere cogit illicita».
CHRYSOST., Ad illuminandos catechesis, I, n. 5;
PG 49, 230: «Gravis res est consuetudo, difficile
eam de medio tollere, arduum est ab illa cavere, invitos
saepe et imprudentes invadit». ID., In ep. II ad Cor.,
hom. 7, n. 7; PG 61, 452: «Magna quippe, magna inquam,
consuetudinis vis est, atque adeo tanta ut in naturae necessitatem
migret».
13
[9.] S. AUGUST., Confessionum l. VIII, c. 5, n.
10; PL 32, 735: «Velle mecum tenebat inimicus, et
inde mihi catenam fecerat, et constrinxerat me. Quippe ex
voluntate perversa facta est libido: et dum servitur libidini,
facta est consuetudo; et dum consuetudini non resistitur,
facta est necessitas». Cfr. CSEL 33, 178.
14
[11.] S. BERNARDINUS SEN., op. cit.; vedi la nota 11.
15
[13.] mal abituati) mali abituati VR BR1 BR2.
16
[17.] Prov., 18, 3: «Impius, cum in profundum venerit
peccatorum, contemnit».
17
[18.] CHRYSOST., In Genesim, homil. 22, n. 4; PG
53, 191: «Grave enim, grave est, dilecte, capi laqueis
diaboli. Anima enim postea quasi in retibus comprehensa
trahitur,... sic et ista a mala consuetudine obruta, ne
sentit quidem peccatorum foetorem.» Il concetto dell'abituato
simile all'avvoltoio s'incontra in SEGNERI P., Cristiano
istruito, p. II, ragion. X; Opere, III, Venezia 1742, 92:
«L'avvoltoio è un uccello sì ghiotto
de' cadaveri, che i cacciatori bene
spesso ve lo ammazzano su col bastone, tanto è egli
intento a pascersi di carname. Or questo appunto interviene
a i peccatori indurati». Nei Sermoni compendiati (Napoli
1771, p. 185) s. Alfonso riporta lo stesso concetto dell'avvoltoio
ma senza attribuirlo al Crisostomo (serm. XLV, n. 8).
18
[4.] RECUPITUS I. C., De signis praedestinationis,
tr. II, c. 7, n. 32; Neapoli 1634, 74: «Quidam reus,
cum post confessa sacerdoti peccata, crucifixum pie, ut
assolent, manu gestans ad supplicium duceretur, oblato mulierum
aspectu per viam, peccato quod opere perpetrare non poterat,
cogitatione consensit».
19
[6.] GISOLFO P., La guida de' peccatori, p. I,
disc. I, n. I; Napoli 1677, 4. Il fatto citato da s. Alfonso
si trova in questa edizione che fu condannata con decreto
del I maggio 1683; manca invece nell'ed. purgata del 1694.
20
[8.] S. BERNARDUS, Tract. de gradibus superbiae,
c. XXI, n. 51, c. XXII, n. 52; PL 182, 969-970: «Potest
ergo duodecimus gradus appellari consuetudo peccandi, qua
Dei metus amittitur, contemptus incurritur. Pro tali iam,
inquit Ioannes apostolus, non dico ut quis oret (I Ioan.,
V, 16). Sed numquid dicis, o apostole, ut quis desperet?
Imo gemat qui illum amat. Non praesumat nec desistat plorare...
Sic melius, non orantes oramus, sic tamquam diffidentes
confidimus».
21
[2.] a voi) in voi BR1 BR2.
22
[8.] voltarvi più) più voltarvi BR1 BR2; al
vostro) nel vostro VR BR1 BR2.
23
[9.] a voi) in voi VR BR1 BR2.
24
[9.] Ps., 30, 2.
25
[13.] alla) nella VR BR1 BR2.
26
[13.] Ps. BONAVENTURA, Psalterium B. M. Virginis, Ps. 30;
VI, Lugduni 1668, 480: cfr. Opera S. Bonav., VIII, Ad Claras
Aquas 1898, p. CXI.
§
PUNTO II
-
209 -
In
oltre il mal'abito indurisce. «Cor durum efficit consuetudo
peccandi», Cornelio a Lapide.1 E Dio giustamente il
permette in pena delle resistenze fatte alle sue chiamate.
Dice l'Apostolo che 'l Signore «cuius vult miseretur,
et quem vult indurat» (Rom. 9. 18). Spiega S. Agostino:2
«Obduratio Dei est nolle misereri». Non è
già che Iddio indurisce il mal abituato, ma gli sottrae
la grazia, in pena dell'ingratitudine usata alle sue grazie;
e così il di lui cuore resta duro e fatto come di
pietra. «Cor eius indurabitur tanquam lapis, et stringetur
quasi malleatoris incus» (Iob. 41. 15). Quindi avverrà
che dove
-
210 -
gli
altri s'inteneriscono e piangono in sentir predicar il rigore
del divino giudizio, le pene de' dannati, la passione di
Gesu-Cristo, il mal abituato niente ne resterà commosso;
ne parlerà e sentirà parlare con indifferenza,
come fossero cose che a lui non appartenessero; e a tali
colpi egli diventerà più duro. «Et stringetur
quasi malleatoris incus».
Anche
le morti improvvise, i tremuoti,3 i tuoni, i fulmini più
non lo spaventeranno: prima che svegliarlo e farlo ravvedere,
più presto gli concilieranno quel sonno di morte,
in cui dorme perduto. «Ab increpatione tua, Deus Iacob,
dormitaverunt» (Ps. 75. 7). Il mal'abito a poco a
poco fa perdere anche il rimorso della coscienza. Al mal
abituato i peccati più enormi gli sembrano niente.
S. Agostino:4 «Peccata quanvis horrenda, cum in consuetudinem
veniunt, parva, aut nulla esse videntur». Il far male
porta seco naturalmente un certo rossore, ma dice S. Girolamo5
che i mal abituati6 perdono anche il rossore peccando: «Qui
ne pudorem quidem habent in delictis». S. Pietro paragona
il mal abituato al porco, che si rivolta nel letame: «Sus
lota in volutabro luti» (2. Petr. 2. 22). Siccome
il porco, rivoltandosi nel loto, non ne sente egli il fetore;
così accade al mal abituato: quel fetore che si fa
sentire da tutti gli altri, egli solo non lo sente. E posto
che il loto gli ha tolta anche la vista, che meraviglia,
è, dice S. Bernardino,7 che non si ravveda, neppure
mentre Dio lo flagella? «Populus immergit se in peccatis,
sicut sus in volutabro luti; quid mirum si Dei flagellantis
futura iudicia non cognoscit?» (S. Bern. Sen. p. 2.
pag. 182). Onde avviene che in vece di rattristarsi de'
suoi peccati, se ne rallegra, se ne ride e se ne vanta.
«Laetantur, cum malefecerint»
-
211 -
(Prov.
2. 14). «Quasi per risum stultus operatur scelus»
(Prov. 10. 23). Che segni sono questi di tal diabolica durezza?
Dice S. Tommaso di Villanova,8 sono segni tutti di dannazione:
«Induratio, damnationis indicium». Fratello
mio, trema che non ti avvenga lo stesso. Se mai hai qualche
mal'abito, procura d'uscirne presto, ora che Dio ti chiama.
E mentre ti morde la coscienza, sta allegramente perché
è segno che Dio non t'ha abbandonato ancora. Ma emendati,
ed esci presto; perché se no, la piaga si farà
cancrena, e sarai perduto.
Affetti
e preghiere
O
Signore, come potrò ringraziarvi come debbo, di tante
grazie che mi avete fatte? Quante volte mi avete chiamato,
ed io ho resistito? In vece di esservi grato e d'amarvi,
per avermi liberato dall'inferno, e chiamato con tanto amore
ho seguitato a provocarvi a sdegno, replicando a Voi le
ingiurie. No, mio Dio, non voglio più oltraggiare
la vostra pazienza; basta quanto vi ho offeso. Solo Voi
che siete bontà infinita, avete potuto sinora sopportarmi.
Ma già vedo che non potete sopportarmi più,
avete ragione. Perdonatemi dunque, Signore mio e mio sommo
bene, tutte l'ingiurie che v'ho fatte, delle quali mi pento
con tutto il cuore; ch'io propongo per l'avvenire di non
offendervi più. E che forse ho da seguire sempre
ad irritarvi? Deh placatevi meco, o Dio dell'anima mia,
non per li meriti miei, a cui non si aspetta altro che castighi
ed inferno, ma per li meriti del vostro Figlio e mio Redentore,
a' quali9 metto tutta la mia speranza. Per amore dunque
di Gesu-Cristo ricevetemi nella vostra grazia, e datemi
la perseveranza nel vostro amore. Staccatemi dagli affetti
impuri, e tiratemi tutto a Voi. V'amo, o sommo Dio, o sommo
amante dell'anime, che siete degno d'infinito amore. Oh
vi avessi sempre amato.
O
Maria Madre mia, fate che questa vita che mi resta, non
mi serva più per offendere il vostro Figlio, ma solo
per amarlo e per piangere i disgusti che gli ho dati.
1
[19.] CORNELIUS A LAPIDE, Comment. in Eccli. III,
27; IX, Parisiis 1859, 133: «Cor durum efficit superbia,
et consuetudo crebro peccandi; haec enim, cum sit quasi
altera natura, indurat mentem in peccato».
2
[22.] S. AUGUST., De diversis quaest. ad Simplicianum,
l. I, q. II, n. 15; PL 40, 120: «Obduratio Dei nolle
misereri: ut non ab illis irrogetur aliquid quo sit homo
deterior, sed tantum quo sit melior non erogetur».
3
[7.] Terremoti al posto dell'arcaico tremuoti.
4
[12.] S. AUGUST., Enchiridion ad Laurentium, l.
I, c. 80: PL 40, 270: «Peccata, quamvis magna et horrenda,
cum in consuetudinem venerint, aut parva aut nulla esse
creduntur».
5
[15.] HIER., Comment. in Ezechielem, l. I, c. I,
v. 7; PL 25, 22: «Et tamen hanc quoque ipsam conscientiam,
iuxta illud quod in Proverbiis scriptum est: Impius cum
venerit in profundum peccatorum, contemnit (Prov. XVIII,
3): cernimus praecipitari apud quosdam et suum locum amittere,
qui ne pudorem quidem et verecundiam habent in delictis».
6
[15.] mal abituati) mali abituati VR BR1 BR2.
7
[21.] S. BERNARDINUS SEN., Quadragesimale de Evangelio
aeterno, sermo XX, art. 2, c. 5; Opera, II,
Venetiis 1745, 112: «Multiplicata peccata excaecant
populi intellectum, ne veritatem intelligere queat… Sic
etiam quum populus immergit se in peccatis, sicut sus in
volutabro luti, quid mirum si Dei flagellantis futura iudicia
non cognoscit»? Op. omnia, III, Ad Claras Aquas 1956,
348-349.
8
[3.] S. THOMAS A VILLANOVA, Conciones, In fer. VI post
dom. I Quadrag., concio I, nn. 4-5: I, Mediolani 1760,
col. 315: «Rarissime enim huiusmodi peccatores convertuntur
ad poenitentiam: illa enim induratio aeternae damnationis
indicium est».
9
[23.] a' quali) ne' quali VR BR1 BR2.
§
CONSIDERAZIONE XXII - DEL MAL'ABITO
§
PUNTO III
-
212 -
PUNTO
III
Perduta
che sarà la luce, e indurito che sarà il cuore,
moralmente ne nascerà che 'l peccatore faccia mal
fine, e muoia ostinato nel suo peccato. «Cor durum
habebit male in novissimo» (Eccli. 3. 27). I giusti
sieguono1 a camminare per la via dritta.2 «Rectus
callis iusti ad ambulandum» (Is. 26. 7). All'incontro
i mal abituati3 van sempre in giro. «In circuitu impii
ambulant» (Ps. 11. 9). Lasciano il peccato per un
poco, e poi vi tornano. A costoro S. Bernardo4 annunzia
la dannazione: «Vae homini qui sequitur hunc circuitum»
(Serm. 12. Sup. Psal. 90). Ma dirà quel tale: Io
voglio emendarmi prima della morte. Ma qui sta la diffìcoltà,
che un mal abituato si emendi, ancorché giunga alla
vecchiaia; dice lo Spirito Santo: «Adolescens iuxta
viam suam, etiam cum senuerit, non recedet ab ea»
(Prov. 22. 6). La ragione si è, come ci dice S. Tommaso
da Villanova (Conc. 4. Dom. Quadr. 4),5 perché la
nostra forza è molto debole. «Et erit fortitudo
nostra6 ut favilla stupae» (Is. 1. 31). Dal che ne
nasce, secondo dice il santo che l'anima priva della grazia
non può stare senza nuovi peccati: «Quo fit,
ut anima a gratia destituta diu evadere ulteriora peccata
non possit». Ma oltre ciò, che pazzia sarebbe
di taluno, se volesse giuocare e perdere volontariamente
tutto il suo, sperando di rifarsi all'ultima partita? Questa
è la pazzia di chi siegue a vivere tra' peccati,
e spera poi nell'ultimo giorno7 della vita di rimediare
al tutto. Può l'Etiope, o il pardo mutare il color
della sua pelle? e come potrà far buona vita, chi
ha fatto un lungo abito al male? «Si mutare potest
Aethiops pellem suam, aut pardus varietates suas, et vos
poteritis benefacere, cum didiceritis
-
213 -
malum»
(Ier. 13. 23). Quindi avviene che il male abituato8 in fine
si abbandona alla disperazione, e così finisce la
vita. «Qui vero mentis est durae, corruet in malum»
(Prov. 28. 14).
S.
Gregorio9 su quel passo di Giobbe: «Concidit me vulnere
super vulnus, irruit in me quasi gigas» (Iob. 16.
15): dice il santo così: Se taluno è assalito
dal nemico, alla prima ferita che riceve resta forse anche
abile a difendersi; ma quante più ferite riceve,
tanto più perde le forze, sino che finalmente resta
ucciso. Così fa il peccato; alla prima, alla seconda
volta resta qualche forza al peccatore (s'intende sempre
per mezzo della grazia che gli assiste), ma se poi egli
seguita a peccare, il peccato si fa gigante, «irruit
quasi gigas». All'incontro il peccatore, trovandosi
più debole e con tante ferite, come potrà
evitare la morte? Il peccato, al dire di Geremia, è
come una gran pietra, che opprime l'anima: «Et posuerunt
lapidem super me» (Thren. 3. 53). Or dice S. Bernardo10
esser sì difficile il risorgere ad un mal abituato,
quando è difficile ad uno che sia caduto sotto un
gran sasso, e che non ha forza di rimuoverlo per liberarsene:
«Difficile surgit, quem moles malae consuetudinis
premit».
Dunque,
dirà quel mal abituato, io son disperato? No, non
sei disperato, se vuoi rimediare. Ma ben dice un autore
che ne' mali gravissimi vi bisognano gravissimi rimedi:
«Praestat in magnis morbis a magnis auxiliis initium
medendi sumere» (Cardin. Meth. cap. 16).11 Se
-
214 -
ad
un infermo che sta in pericolo di morte e non vuol prender
rimedi, perché non sa la gravezza del suo male, gli
dicesse il medico: Amico, sei morto, se non prendi la tal
medicina. Che risponderebbe l'infermo? Eccomi, direbbe,
pronto a prender tutto; si tratta di vita. Cristiano mio,
lo stesso dico a te, se sei abituato in qualche peccato:
stai male, e sei di quell'infermi, che «raro sanantur»
(come dice S. Tommaso da Villanova);12 stai vicino a dannarti.
Se non però vuoi guarirti, vi è il rimedio;
ma non hai d'aspettare un miracolo della grazia; hai da
farti forza dal canto tuo a toglier le occasioni, a fuggire
i mali compagni, a resistere con raccomandarti a Dio, quando
sei tentato; hai da prendere i mezzi, con confessarti spesso,
leggere ogni giorno un libretto spirituale, prendere la
divozione a Maria SS., pregandola continuamente che t'impetri
forza di non ricadere. Hai da farti forza, altrimenti ti
coglierà la minaccia del Signore contro gli ostinati:
«In peccato vestro moriemini» (Io. 8. 21). E
se non rimedi, or che Dio ti dà questa luce, difficilmente
potrai rimediare appresso. Senti Dio che ti chiama: «Lazare,
exi foras».13 Povero peccatore già morto, esci
da questa oscura fossa della tua mala vita. Presto rispondi;
e datti a Dio; e trema che questa non sia l'ultima chiamata
per te.
Affetti
e preghiere
Ah
Dio mio, e che voglio aspettare che proprio mi abbandoniate
e mi mandiate all'inferno? Ah Signore, aspettatemi, ch'io
voglio mutar vita e darmi a Voi. Ditemi che ho da fare,
che voglio farlo. O sangue di Gesù, aiutatemi. O
avvocata de' peccatori Maria, soccorretemi. E Voi, Eterno
Padre, per li meriti di Gesù e di Maria, abbiate
-
215 -
pietà
di me. Mi pento, o Dio di bontà infinita, di avervi
offeso, e v'amo sopra ogni cosa. Perdonatemi per amore di
Gesu-Cristo e datemi il vostro amore. Datemi ancora un gran
timore della mia ruina, se di nuovo vi offendessi. Luce,
mio Dio, luce e forza. Tutto spero dalla vostra misericordia.
Voi mi avete fatte tante grazie, quand'io andava lontano
da Voi, molto più spero, or che a Voi ritorno risoluto
di non amare altro che Voi. V'amo, mio Dio, mia vita, mio
tutto.
Amo
ancora Voi, Madre mia Maria; a Voi consegno l'anima mia;
Voi preservatela colla vostra intercessione dal non tornare
a cadere in disgrazia di Dio.
1
[5.] Seguono.
2
[5.] dritta) diritta BR1 BR2.
3
[6.] mal abituati) mali abituati VR; male abituati BR1 BR2.
4
[8.] S. BERNARDUS, In Ps. Qui habitat, sermo 12,
n. I; PL 182, 231: «Qui enim in circuitu ambulat,
proficiscitur quidem, sed proficit nihil. Vae homini qui
sequitur hunc circuitum, qui numquam a propria voluntate
recedit. Si conaris avellere, paululum sequi videtur, sed
in dolo. Circuitus est, aliunde reditum parat, non ab ea
penitus abducetur».
5
[14.] S. THOMAS A VILL., Conciones, in domin. III
Quadrag., concio 2, n. 5; I, Mediolani 1760, col. 377: «Virtus
quoque nostra ad resistendum peccatis per se fragilis est...
et nisi iuvetur a gratia, diu vitiosum impulsum sustinere
non valet; quo fit ut anima quae in peccato est, a gratia
destituta diu evadere ulteriora peccata non possit».
6
[16.] In Isaia «vestra» non «nostra».
7
[22.] giorno) pezzo VR BR1 BR2.
8
[1.] male abituato) mal abituato BR2.
9
[4.] S. GREGORIUS M., Moralia in Iob, l. XIII,
c. 18; PL 75, 1027: «Facile quippe inimico resistitur
si non ei vel in multis lapsibus, vel in uno diutius, consentiatur.
Sin vero eius suasionibus anima subesse consueverit, quanto
se eis crebrius subiicit, tanto eum sibi intolerabiliorem
facit, ut ei reluctari non valeat, quia nimirum malignus
adversarius contra hanc ex prava consuetudine devictam quasi
more gigantis pugnat».
10
[15.] Sospettiamo che s. Alfonso citi un pensiero di s.
Bernardo con le parole che appartengono a s. Agostino: S.
BERNARDUS, Tract. de gradibus superbiae, c. 21;
PL 182, 969: «Concupiscentia reviviscente sopitur
ratio, ligat consuetudo. Trahitur miser in profundum malorum,
traditur captivus tyrannidi vitiorum, ita ut carnalium voragine
desideriorum absorptus, suae rationis divinique timoris
oblitus, dicat insipiens in corde suo: Non est Deus (Psal.
XIII, I)». S. AUGUST., In Ioan. Evangelium,
tr. 49, n. 24; PL 35, 1756: «Quam difficile surgit,
quem moles malae consuetudinis premit. Sed tamen surgit;
occulta gratia intus vivificantur; surgit post vocem magnam».
Cfr. CC 36, 431.
11
[22.] Forse la citazione proviene da CAMPADELLI G., Sermoni
sacri morali, Domen. III di Quares.; Venezia 1751, 196:
«Non è senza rimedio lo stato de' recidivi,
né devono disperarsi, ma creder devono che sì
come gravissimo è il loro male, gravissima esser
deve la cura, che conviene intraprendere per guarirlo, adattandosi
la grazia alle regole dell'arte medica, che insegna che
nei mali gravissimi co' rimedi gravissimi curar si devono:
Praestat in magnis morbis a magnis auxiliis, in maximis
a maximis initium medendi (Cardin. Method. medendi, c. 16)».
A s. Alfonso non era sconosciuto il Campadelli, come abbiamo
indicato nella Cons. IV, p. 40. Cfr. Hippocratis lib. Aphorismorum
(Interprete Iano Cornario), sectio In. VI; Basilea 1546,
517: «Ad extremos morbos exacte extremae curationes
optimae sunt».
12
[6.] S. THOMAS A VILL., Conciones, in fer. VI post dom.
I Quadr., concio I, nn. 4-5; I, Mediolani 1760, col. 315:
«Infelix anima, quae longo tempore vivit sine Deo
facta habitaculum daemoniorum, a quibus captiva tenetur
ad suam voluntatem… Huiusmodi peccatores raro sanantur:
non quia piscina salubris non sit, sed quia non descendunt
in illam».
13
[17.] Io., 11, 43: «Lazare, veni foras».
Come
dice San Tommaso d’Aquino della Summa Theologica “ Niente
impedisce che l'effetto di un peccato sia causa di un altro.
Infatti dal momento che l'anima viene disordinata da un
peccato, più facilmente è inclinata a peccare”.
Quando
un’anima commette un peccato si dice che questa viene macchiata.
Cos’è questa macchia?
Dice
San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologica, Questione
86:
[…]In
senso proprio si parla di macchia per le cose materiali,
quando un corpo nitido, p. es., l'oro, l'argento, o una
veste, perde la sua lucentezza a contatto con altri corpi.
Perciò nelle cose spirituali se ne deve parlare per
analogia a codesta macchia. Ora, l'anima umana può
avere due tipi di lucentezza: l'una dovuta allo splendore
della luce naturale della ragione, che la dirige nei suoi
atti; l'altra dovuta allo splendore della luce divina, cioè
della sapienza e della grazia, che porta l'uomo a compiere
il bene dovuto. Ma quando l'anima aderisce con l'amore a
una cosa, si ha come un contatto di essa. E quando pecca
aderisce a qualche cosa che è contraria alla luce
della ragione e della legge divina, com'è evidente
da quanto sopra abbiamo detto. Ebbene, codesta perdita di
luminosità metaforicamente è chiamata macchia
dell'anima.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. L'anima non viene
macchiata dalle cose inferiori per la virtù di esse,
come se queste agissero su di essa: al contrario è
l'anima che col suo agire si sporca, aderendo ad esse disordinatamente,
contro la luce della ragione e della legge divina.
2. L'atto intellettivo si compie con la presenza delle cose
intelligibili nell'intelletto; perciò l'intelletto
non può esserne macchiato, ma piuttosto ne riceve
un perfezionamento. Invece l'atto della volontà consiste
in un moto verso le cose, cosicché l'amore unisce
l'anima alla cosa amata. Per questo l'anima si macchia quando
vi aderisce disordinatamente, secondo il detto di Osea:
"Diventarono abominevoli come le cose che amarono".
3. La macchia non è qualche cosa di positivo nell'anima,
e non indica una semplice privazione: indica invece una
privazione della lucentezza dell'anima in rapporto alla
sua causa, cioè al peccato. Perciò peccati
diversi arrecano macchie diverse. Avviene qualche cosa di
simile con l'ombra, privazione della luce dovuta all'interposizione
di un corpo: secondo la diversità dei corpi le ombre
cambiano. […]
la
macchia rimane nell’anima anche dopo l’attaccamento
[…]
RISPONDO: La macchia del peccato resta nell'anima anche
dopo l'atto peccaminoso. E la ragione si è che la
macchia importa, come si è visto, un difetto di luminosità
dovuto a un rifiuto di fronte alla luce della ragione, o
della legge divina. Perciò finché uno rimane
estraneo a codesta luce, resta in lui la macchia del peccato:
questa scompare soltanto col ritorno della luce di Dio e
della ragione, mediante la grazia. Infatti, pur cessando
l'atto del peccato, col quale si era allontanato dalla luce
della ragione e della legge divina, l'uomo non torna immediatamente
al punto in cui era; ma si richiede un moto della volontà
contrario al precedente. Se uno, p. es., si allontana da
una persona con una camminata, non si ritrova subito vicino
a lei appena smette di camminare, ma deve riavvicinarsi
tornando con un moto contrario.[...]
Il
peccato è una terribile forza disgregatrice, che
provoca lentamente ed inesorabilmente la rovina dell'anima.
E' più che evidente la differenza tra una persona
che ha costruito la propria anima, attraverso decisioni
e azioni, nella propria libertà, seguendo un percorso
tracciato nel bene, e un'altra persona che con decisioni
e azioni malvage, si è costruita nel male, acconsentendo
al male, piuttosto che combatterlo. In sintesi: tra bontà
e perversione la differenza è abissale! Il potere
del peccato abbrutisce l'umanità, degradandola attraverso
una via discendente, che ci avvicina all'animalità,
privando per gradi dell'autentica dignità originaria:
lo spirito si asservisce alla carne, che prende il sopravvento
senza alcun controllo. La via discendente, la via del piacere,
la via della carne, è quella che conduce a Satana.
Questo è il percorso nel quale la coscienza individuale
perde la sua sensibilità, dove è sempre più
difficile distinguere tra il bene e il male: progressivamente
l'anima muore, nel senso che cade totalmente immersa nelle
tenebre del nulla; si vive solo per soddisfare l'istinto
e l'egoismo. In questo processo, ha la sua genesi il peccato
mortale: totale separazione da Dio, anticipazione della
sofferenza eterna.
Se
non interviene la Grazia di Dio, se l’anima non ritorna
a Dio, convertendo il proprio cuore cambiando radicalmente
strada, da un cammino discendente verso un cammino ascendente,
l’anima in stato di peccato mortale continuerà a
vivere nella separazione da Dio per tutta l’eternità!
Effetti del peccato impuro sull'anima, in seguito
alla morte
Come
abbiamo precedentemente accennato, l’anima che fino alla
fine della propria vita terrena rimane tenacemente legata
alla propria situazione di peccato mortale, morendo impenitente
sarà necessariamente destinata all’inferno.
Qualcuno,
evidentemente poco addentrato nella s. teologia potrà
ritenere eccessive queste parole sui castighi che Dio infligge.
Per queste persone aggiungo il seguente testo di Paolo VI
, Papa, tratto dalla “Indulgentiarum doctrina”al
n. 2
“
È dottrina divinamente rivelata che i peccati comportino
pene inflitte dalla santità e giustizia di Dio, da
scontarsi sia in questa terra, con i dolori, le miserie
e le calamità di questa vita e soprattutto con la
morte, sia nell’aldilà anche con il fuoco e i tormenti
o con le pene purificatrici. Perciò i fedeli furono
sempre persuasi che la via del male offre a chi la intraprende
molti ostacoli, amarezze e danni. Le quali pene sono imposte
secondo giustizia e misericordia da Dio per la purificazione
delle anime, per la difesa della santità dell’ordine
morale e per ristabilire la gloria di Dio nella sua piena
maestà. Ogni peccato, infatti, causa una perturbazione
nell’ordine universale, che Dio ha disposto nella sua ineffabile
sapienza ed infinita carità, e la distruzione di
beni immensi sia nei confronti dello stesso peccatore che
nei confronti della comunità umana. Il peccato, poi,
è apparso sempre alla coscienza di ogni cristiano
non soltanto come trasgressione della legge divina, ma anche,
sebbene non sempre in maniera diretta ed aperta, come disprezzo
e misconoscenza dell’amicizia personale tra Dio e l’uomo.
Così come è pure apparso vera ed inestimabile
offesa di Dio, anzi ingrata ripulsa dell’amore di Dio offerto
agli uomini in Cristo, che ha chiamato amici e non servi
i suoi discepoli.”
Come
dice la Scrittura: non c'è pace per gli empi!! Chi
pecca non avrà mai la vera pace, perché la
pace viene dalla carità , è dono di Dio e
non si potrà mai trovare in chi è contro Dio!
Dunque
siamo nell’alveo della vera teologia cattolica si noti la
distinzione che il Papa fa tra le pene del fuoco e i tormenti
che dicono la pena, e dunque la punizione, che è
propria dell’inferno, ed è eterna, e le pene purificatrici,
che sono proprie del Purgatorio, e che sono limitate nel
tempo.
Questa falsa cultura di cui dicevo tende precisamente a
nascondere la reale gravità morale della lussuria
e la pena terribile che ad essa segue, presentando il peccato
che è un grave male come un grande bene. Di questi
tali, paladini dell’inganno e del male, Dio, per bocca del
profeta Isaia, afferma
“Guai
a coloro che chiamano bene il male e male il bene,
che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre,
che cambiano l'amaro in dolce e il dolce in amaro.” (Isaia
5:20)
Circa il merito di una pena eterna per chi muore in condizione
di peccato mortale, afferma San Tommaso d’Aquino nella Summa
Theologica, Questione 87
[…]un
peccato merita una punizione in quanto sconvolge un dato
ordine. E finché rimane la causa, rimane anche l'effetto.
Quindi finché dura il sovvertimento dell'ordine,
deve rimanere l'obbligazione alla pena. Ora, uno può
sconvolgere l'ordine in modo riparabile, o in modo irreparabile.
Ebbene, irreparabile è la mancanza che ne elimina
il principio stesso: invece se ne salva il principio, in
virtù di esso le deficenze si possono riparare. Se
si corrompe, p. es., il principio visivo, la vista non è
più ricuperabile, se non per virtù divina:
se invece la vista soffre delle difficoltà, ma ne
è salvo il principio, è ancora riparabile
per la natura o per l'arte. Ma ogni ordine ha un principio
in rapporto al quale le altre cose ne divengono partecipi.
Se quindi il peccato distrugge il principio dell'ordine,
col quale la volontà umana è sottomessa a
Dio, si avrà un disordine di per sé irreparabile,
sebbene possa essere riparato dalla virtù di Dio.
Ora, il principio di quest'ordine è il fine ultimo,
al quale l'uomo aderisce con la carità. Perciò
tutti i peccati che ci distaccano da Dio, col distruggere
la carità, di per sé importano un'obbligazione
alla pena eterna.
[…]
come insegna S. Gregorio, è giusto che sia punito
nell'eternità di Dio, chi osò peccare contro
Dio nell'eternità del proprio essere. E si dice che
uno ha peccato nell'eternità del proprio essere,
non solo per la continuità dell'atto peccaminoso
durante tutta la sua vita: ma perché costituendo
il proprio fine nel peccato, mostra la volontà di
voler peccare eternamente. Perciò S. Gregorio afferma,
che "gli iniqui avrebbero voluto vivere senza fine,
per poter rimanere senza fine nel peccato".
Circa
le sofferenze che si patiscono all'inferno si considerino
questi testi