L'educazione
della purezza
dal
Trattato di Teologia Morale
DOVERI
DELL'UOMO VERSO SE STESSO
I.
I DUE SESSI NEI DISEGNI DI DIO (III)
4.
L'EDUCAZIONE DELLA PUREZZA
I.
NECESSITÀ ED AMBITO DELL'EDUCAZIONE
(444).
1.
La nativa bontà degli istinti che presiedono alla
riproduzione della specie non può essere una sufficiente
garanzia per la virtù: la loro indole paradossale,
resa ancor più impetuosa dal peccato di origine,
e l'influenza deleteria delle molteplici sollecitazioni
esterne rendono necessaria un'opera di educazione e di profilassi
che va iniziata fin dalla prima età.
2.
Codesta opera consiste nella metodica disciplina di tutti
gli elementi - biologici, psicologici e spirituali - che
sono impegnati nell'esercizio di questa virtù. Che,
come la impurità non è semplice espressione
di istinto, ma è insieme sentimento, pensiero e volontà
aberrante (i primi due coefficienti costituiscono il corpo
del peccato ossia la parte materiale, e gli altri due ne
sono l'elemento formale), così la purezza implica
dominio dell'istinto e dell'emotività da parte dell'attività
dello spirito, educata a tale senso di autodominio.
È
necessario, pertanto, educare l'organismo, la sensibilità,
lo spirito, cercando di evitare o eliminare tutte quelle
cause che possono rendere più acuti gli istinti oppure
possono stimolarne l'esercizio, e sforzandosi di sviluppare
tutte quelle risorse che valgono a corroborare la volontà.
3. A tale riguardo si suole giustamente distinguere una
duplice educazione, generica l'una, specifica l'altra.
La
prima consiste nella remota preparazione del corpo, del
senso e dello spirito al senso della fortezza, della rinunzia,
del dominio di sé ed a tutte quelle virtù
che, pur essendo distinte dalla purezza, ne favoriscono
lo sviluppo (sincerità, magnanimità, religione
ecc.).
La
seconda riguarda la cura o disciplina di tutti quegli elementi
che hanno immediata attinenza con i problemi relativi alla
purezza. Ciò importa, tra l'altro, l'educazione della
fantasia, del cuore e il culto della modestia (445).
Naturalmente
il problema dell'educazione alla purezza, pur essendo unico
nella sua base, si differenzia da caso a caso, attese le
diverse circostanze di temperamento, di età, di ambiente
in cui l'individuo può trovarsi.
Comunque,
in ogni caso, è necessario far leva tanto sulle risorse
e sugli espedienti di ordine naturale come su quelli di
ordine soprannaturale; che la grazia esige la collaborazione
della natura, e questa, senza della prima, si rivela impari
all'arduo compito educativo, soprattutto su questo terreno.
II. EDUCAZIONE ED INIZIAZIONE SESSUALE
– COEDUCAZIONE.
1.
Educazione e iniziazione sessuale (446).
Il
problema è proposto in maniera formale nel secolo
XVIII: È utile o dannoso rivelare ai giovani i misteri
della vita ed iniziarli alla vita sessuale?
Le
risposte sono state diverse, ne è facile sistemarle
tutte in schemi ben definiti. Non si può non tener
conto, nel giudizio, delle differenze talvolta assai notevoli,
che distinguono un autore dall'altro nella linea di una
stessa tesi o identico indirizzo, ed accade anche di trovarsi
nel campo cattolico di fronte ad opinioni solo in apparenza
contrarie.
A
voler classificare le varie opinioni grosso modo oggi, si
potrebbe essere indotti a dire che si nota un senso di fiducia
per il metodo dell'iniziazione sessuale.
Però
tra coloro i quali si dimostrano favorevoli alla rivelazione
dei misteri della vita, alcuni parlano di una rivelazione
completa, simultanea, tecnica, che non si limiti all'esposizione
del processo della generazione, ma si estenda altresì
alla descrizione dei peccati, delle perversioni sessuali
e delle malattie, ne rifuggono da un'iniziazione collettiva,
nelle stesse pubbliche scuole; altri, ancor più audaci,
ascrivono a fobia o a causa di fobie la fuga dei pericoli,
mentre ritengono che una maggiore libertà renda più
sereno e più forte lo spirito; altri invece - e può
dirsi tesi più cònsona ai princìpi
cattolici - parlano dell'opportunità della rivelazione
dei misteri della vita, purché essa sia semplice
(non tecnica), graduale, prudente e fatta singolarmente.
Inoltre
nessun cattolico crede nell'efficacia esclusiva di tale
illuminazione, ove questa non sia accompagnata dall'educazione
della volontà e dall'aiuto della grazia.
I
documenti della Chiesa, sono stati via via sempre più
favorevoli a questo indirizzo; ma condizionano la rivelazione
dei misteri della vita all’esame di tutte le circostanze
ed all'uso di tutte le cautele suggerite dalla prudenza
cristiana, e riservano tale compito a coloro che hanno da
Dio l'ufficio di educare (468).
Ecco
come si esprime il Concilio ecumenico Vaticano II; "
I fanciulli... debbono ricevere, man mano che cresce la
loro età, una positiva e prudente educazione sessuale
" (469).
In
armonia a tale indirizzo si suggeriscono i seguenti rilievi:
a) Causa del peccato di impurità
nei giovani non è, in genere, l'ignoranza, ma sono
le passioni, e queste tutt'altro che essere sedate dalla
conoscenza delle cose attinenti al sesso, possono trovare
in essa un iniziale appagamento (lussuria larvata) ed un
forte incentivo, specie in un'età, in cui problemi
della sessualità, per la stessa novità dei
fenomeni, acquistano spesso un carattere paradossale e talvolta
ossessionante.
b) Quando al contrario si osserva, specie
in campo acattolico, che non ci si deve vergognate di cose
create da Dio, si dimentica il dogma del peccato di origine,
e non si riflette sulla funzione inibitrice del pudore,
di cui l'ordinario riserbo intorno ai misteri della vita
costituisce una delle principali espressioni.
D'altra
parte la stessa natura ordinariamente illumina la mente
del giovane o della fanciulla sui problemi della vita, suscitando
però nel tempo stesso, il sentimento cosciente del
pudore. Rompere o diminuire la forza inibitrice di tale
freno nuoce naturalmente alla virtù.
c) Per questo motivo è da condannarsi
il metodo della iniziazione sessuale tecnica, simultanea,
collettiva, anche se limitata alla sola conoscenza dei problemi
attinenti al sesso, con l'esclusione di qualsiasi esperimentazione
(il che in qualche luogo non si esclude).
d) Per un motivo analogo noi non vediamo
se sia veramente utile la rivelazione dei misteri della
vita prima della età prossima alla pubertà,
È illusorio pensare di poter anticipare tali notizie,
senza suscitare nell'animo dei giovanetti curiosità
morbosa e la tentazione di esperienze naturalmente coperte
di mistero. D'altra parte la pubertà non esplode
come un fenomeno improvviso, ma è preparata da lunga
data, attraverso cicli, di cui non è ancora conosciuta
pienamente la natura. Da ciò la necessità
di una gradualità.
Comunque,
la precocità genesiaca, se talvolta è effetto
di una vera anormalità fisiologica, il più
delle volte non è in relazione con la precocità
dello sviluppo organico generale, ma è il prodotto
della fantasia, è la provocazione volontaria e forzata
dell'istinto, e costituisce perciò un fenomeno di
aberrazione derivante da un'educazione mal diretta (449).
e) D'altra parte si da realmente il caso
che anche prima della pubertà i ragazzi e le bambine
muovano delle domande relative ai misteri della vita.
Tali
domande non sono sempre legate con i vari stadi dello sviluppo
psicosessuale, come qualche autore ritiene; molte volte
la domanda è rivolta ingenuamente occasionata da
circostanze fortuite, e, passato quel momento, non lascia
traccia alcuna nell'animo del fanciullo. Altre volte invece
essa costituisce una vera curiosità, che assedia
la mente del ragazzo, ed è determinata dal crescente
interesse che egli, specie in quella che alcuni autori chiamano
la prima pubertà, ha per il proprio corpo.
In
nessuno dei due casi conviene, sotto lo stesso profilo pedagogico,
ricorrere alle bugie o alle favole: oltre al resto, ciò
potrebbe diminuire sensibilmente la fiducia nei genitori
o negli educatori, una volta che sia riconosciuto l'inganno.
Nel primo caso una risposta vera, ma assai generica, sarà
più che sufficiente; nel secondo caso invece conviene
appagare la curiosità, ma in maniera sobria e proporzionata
alla stessa età di chi domanda, con serenità
ed insieme con riserbo, evitando nel proprio atteggiamento
tutto ciò che, aumentando l'aria di mistero, possa
accrescere, anziché sedare, la curiosità di
chi interroga.
f) Può anche darsi che il giovanotto
o la fanciulla, senza rivolgere tali domande, manifesti
diversamente la sua curiosità e cominci già
a presentare i sintomi o a dare le prove di una morbosità,
forse ancora non pienamente cosciente, ma che, ove non sia
dominata in tempo, potrebbe compromettere gravemente sia
il fisico quanto e soprattutto lo spirito.
In
tali casi può risultare l'opportunità di un
ammonimento che illumini e salvi dal pericolo.
Parimenti
può riconoscersi talvolta l'opportunità di
una sobria e casta illuminazione, a fine di evitare timori
o preoccupazioni in ordine ai fenomeni propri dello sviluppo.
Come è stato già osservato, tale compito è
riservato a coloro che ne hanno il mandato.
g) Da osservare inoltre che altro è
rilevare i misteri della vita a chi ne è ignaro,
allo scopo di premunirlo contro i pericoli, altro è
ammonire con severità e castigatezza di linguaggio
chi già, conoscendo tali misteri, comincia a sperperare
e profanare le energie riservate da Dio alla riproduzione
della specie.
Tale
ammonimento si rivela soprattutto opportuno nei casi di
procacità sessuale, sia essa dovuta a malsana educazione
o costituisca un caso di vera anomalia.
h) II problema della rivelazione dei misteri
della vita riguarda i giovani in genere, non coloro i quali
si preparano prossimamente al matrimonio. In costoro l'ignoranza
della vera natura dell'oggetto del consenso potrebbe, oltre
al resto, compromettere la stessa validità del vincolo.
È necessario che tanto lo sposo quanto la sposa,
conoscendo l'oggetto dei loro diritti, ne conoscano altresì
i limiti e siano pienamente consapevoli dei loro doveri.
Ma oggi, tutto ciò è, nella maggioranza dei
casi un problema superato.
i) Infine altro è esporre sistematicamente
ai pericoli, nella vana fiducia che ciò possa servire
a immunizzare contro i medesimi, altro è rifuggire
da tutte quelle forme di fobia, che, anziché giovare
alla virtù, la danneggiano. Il principio su cui poggia
il metodo sopra denunziato è assai diverso, anche
se presenti delle apparenti somiglianze, da quello su cui
poggia la sana pedagogia, la quale crede all'efficacia di
una naturale vaccinazione in questa materia, purché
si tratti di spontanea, graduale e prudente conoscenza delle
cose, che hanno attinenza col sesso, che si ha per il naturale
contatto con le medesime, e purché non si prescinda
dall'aiuto della grazia di Dio.
2. Coeducazione.
Oltre
ai fautori del naturalismo che hanno creduto di trovare
nella coeducazione un elemento favorevole alla sanità
dei costumi, in contrasto con i pericoli dell'auto-erotismo,
tale metodo è stato lodato anche da molti cattolici.
Si vede in questo una forma di graduale vaccinazione contro
il male, un incentivo alla gentilezza ed all'emulazione,
ed una espressione analoga alla vita di famiglia (450).
In
realtà il confronto con la vita di famiglia è
alquanto forzato, e ci sembra che si eccede nell'applicazione
del principio ab assuetis non fit passio, dimenticando che
la consuetudine può eliminare l'urto della impressione
nuova, ma non toglie, anzi aumenta il pericolo che deriva
dal continuo contatto, con ciò che costituisce uno
stimolo naturale delle passioni, non solo per la sua novità,
ma per il suo contenuto.
Perciò
non si può stimare del tutto arcaica l'opinione che
riteneva la coeducazione contraria alla specifica formazione
dei due sessi. " Questi, osservava Pio XI nell'Enc.
Divini ìllius magistri, del 31 dic. 1929, conforme
agli ammirabili disegni del Creatore, sono destinati a compiersi
reciprocamente nella famiglia e nella società, appunto
per la loro diversità, la quale perciò deve
essere mantenuta e favorita nella formazione educativa,
con la necessaria distinzione e la corrispondente separazione,
proporzionata alla varietà e circostanze (451). Tuttavia
oggi sono ammesse esperienze contrarie nelle stesse scuole
cattoliche con il consenso dell'Ordinario e della rispettiva
Conferenza episcopale (452).
È
infatti, in materia, da attendere l'ambiente socio-culturale
proprio di ogni età,
3. Patologia e terapia sessuale
(453).
In
senso lato costituiscono dei fenomeni patologici tutte le
anomalie che si manifestano nelle espressioni degli appetiti
genesiaci, anche se transitori e facilmente emendabili.
In senso stretto vanno, invece, sotto questo nome solo le
mostruosità abituali, difficilmente correggibili
e che non si limitano solo all'azione, ma denotano una deviazione
dell'istinto. Può, infatti, darsi il caso in cui
l'aberrazione sessuale abbia solo un valore surrogatorio.
Gli
autori sogliono distinguere le inversioni (uranismo, saffismo,
pederastia) dai pervertimenti sessuali (autoerotismo, satiriasi,
feticismo, sadismo ecc.), sebbene non sempre siano d'accordo
sulla classificazione dei singoli fenomeni.
Bisogna,
peraltro, notare che nella sfera della stessa inversione
o perversione sessuali si notano spesso differenze assai
profonde nelle tendenze.
Inoltre
in tutte queste manifestazioni aberranti dell'istinto genesiaco
bisogna distinguere: le forme degenerative o congenite,
dovute a qualche anomalia di natura ereditaria; le forme
acquisite, dovute ad abitudini viziose, ad influenze dell'ambiente
e a diversi fattori di origine sociale; le forme sintomatiche,
che si manifestano in modo secondario ad altri stati di
malattia mentale (epilessia, imbecillità, alcoolismo
ecc.).
Quanto
all'imputabilità degli atti posti sotto la spinta
di tali malattie valgono i princìpi generali relativi
alla libertà, tenendo presente che bisogna essere
quanto mai cauti nella formulazione dei giudizi, e che il
peccato grave può aver luogo anche se la responsabilità
sia diminuita, purché l'atto sia sostanzialmente
libero.
Nella
cura è necessario tener conto della forma e, quindi,
della causa del male, riflettendo, però, che, ove
non si tratti di forme sintomatiche in rapporto con malattie
mentali, che tolgano completamente la responsabilità
degli atti, l'educazione o rieducazione della volontà
ha sempre un valore preminente, e che anche nelle forme
congenite, il pessimismo che spesso accompagna le prognosi
mediche non può essere senz'altro di norma per il
giudizio del moralista: si tratta, infatti, il più
delle volte di previsioni fondate unicamente sull'efficacia
dei mezzi naturali e su esperienze di soggetti, che non
hanno conosciuta la potenza correttiva della grazia, Anche
se non si riesce a correggere completamente l'istinto, si
può, con l'aiuto della grazia, riuscire sempre a
dominarlo, ogni qualvolta rimane sostanzialmente integro
l'uso della libertà.
Anche
in ciò è necessario reagire alle superstizioni
del naturalismo.
5. I DOVERI DELL'UOMO RELATIVAMENTE
ALLA SUA VITA SPIRITUALE
Intendiamo
assumere questo termine " la vita spirituale dell'uomo
" nella sua accezione più larga, ma propria,
comprensiva sia dell'ordine naturale come di quello soprannaturale.
I. DOVERI DI ORDINE NATURALE.
Essi
poggiano sul presupposto facilmente comprensibile della
preminenza dello spirito e della necessaria convergenza
di tutti i valori umani, sul piano naturale, verso i valori
dell'intelletto e della volontà, È necessario,
tuttavia, tener presente la gerarchia di tali valori, per
poter stabilire la gerarchia dei doveri.
Lasciando
da parte la questione (vexata quaestio) relativamente al
rapporto di preminenza tra intelletto e volontà (454),
non si può negare che, nell'ordine etico, è
dalla volontà libera che l'attività dell'uomo
acquista il suo valore umano e che, contrariamente a quanto
ritenne la filosofia stoica, la virtù propriamente
non è sapere. Ciò tuttavia non significa disprezzo
o sottovalutazione della vita intellettuale.
1. Questa ci è necessaria per l'esplicazione della
nostra missione; sicché non si può anzitutto
senza grave peccato esporsi al pericolo di perdere la capacità
di conoscere. Né si può direttamente abbreviare
la vita cosciente dello spirito, sia pure per evitare l'orrore
di una morte consapevole (eutanasia).
Ma
si arrestano solo a questo minimo i nostri doveri verso
la vita intellettuale, o vanno oltre, rendendo obbligatorio
l'impiego dei talenti ricevuti da Dio?
A
considerare empiricamente il problema, ed a voler dare alla
parabola dei talenti un significato più ampio di
quello che essa di fatto ha, parrebbe di dover rispondere
affermativamente. D'altra parte, accolta tale risposta,
sorgono immediatamente nell'animo innumerevoli altri dubbi:
come è dato sapere, in ordine al conoscere, tutte
le possibilità dei singoli? e come conciliare l'obbligo
della cultura per tutti coloro che ne hanno la capacità
con gli altri doveri della vita quotidiana e le esigenze
della vita sociale? Giacché molti tra coloro che
devono, per il loro impiego o la loro arte, limitare necessariamente
la loro cultura, avrebbero in sé possibilità
assai larghe. Non si tratterebbe, pertanto, nel caso di
un dovere utopistico?
Il
problema va risolto tenendo presente il fine della cultura,
che è, in fondo, il fine stesso del conoscere. Questo
è terminalmente ordinato a Dio, il resto ha funzione
di via. L'incessante " propensione " del pensiero
pensante oltre i limiti del pensiero pensato, così
bene approfondita ed esposta dal Blondel (455) denunzia
chiaramente tale finalità. Il pensiero è continua
ricerca di ciò che ancora non si conosce, e pur in
un certo senso si divina (che, altrimenti, non potrebbe
essere ricercato).
Con
ciò non si vuoi negare il valore della conoscenza
singolare, ma la sua incompletezza, senza tale complemento;
e si vuole anche concludere che il dovere del conoscere
non può, per tutti, essere orientante verso ciò
che ha ragione funzionale, mentre esiste in ordine a ciò
che ha valore di fine. In questo senso si applica anche
al conoscere la parabola dei talenti.
Quanto
al resto, è necessario considerare la via da ciascuno,
scelta per il raggiungimento del proprio fine, ossia la
missione di ognuno. In tal modo il dovere del conoscere
non può, per tutti, essere orientante verso ciò
che si estende, per lo meno, a ciò che è necessario
conoscere per esercitare rettamente la propria professione
in un determinato ambiente (456).
2. Altro dovere fondamentale, richiesto dal retto amore
di sé, riguarda la cura della propria libertà,
intesa sia nella sua accezione psicologica, sia nel suo
contenuto etico (457).
3. La stessa Scrittura considera un altro bene naturale
dell'uomo: l’onore (458). In realtà esso ha un duplice
valore e una duplice efficacia: individuale e sociale. La
stima degli altri giova non poco a sostenere il nostro animo:
ciò dipende dalla nostra finitezza e dalla naturale
espansione della nostra personalità nella vita sociale.
D'altra parte, per poter giovare agli altri, ordinariamente
abbiamo bisogno della loro fiducia.
Di
qui il dover di aver cura del nostro buon nome, e di difenderlo,
ove sia compromesso, anche se talvolta per motivi superiori
si possa permettere il vilipendio. La stima, infatti, è
sempre subordinata all'effettivo valore. Lasciarsi dominare
dalla preoccupazione del giudizio degli uomini sarebbe contrario
alla nostra interiore libertà ed al nostro vero bene.
Tanto meno può esso segnare la meta del nostro operare:
ciò sarebbe mortificante vanità e rivelerebbe
il vuoto dello spirito.
Non
bisogna dimenticare che noi abbiamo collocato la cura dell'onore
nell'ambito dei doveri di carità verso noi stessi,
e che questa non è vera carità se non termina
in Dio.
II. NELL'ORDINE SOPRANNATURALE.
1.
L'amore della propria anima esige:
a)
che ne cerchiamo la salvezza ed anteponiamo questa a qualsiasi
altro bene;
b)
l'uso dei mezzi necessari per raggiungerla;
c)
l'impiego soprannaturale della vita presente;
d)
la ricerca della nostra perfezione soprannaturale, conforme
a quanto abbiamo detto altrove. Difatti noi non possiamo
non volere, dal punto di vista psicologico, il nostro maggior
bene; ed il nostro volere non sarebbe ordinato, qualora
tale volontà non coincidesse, in concreto, col desiderio
del nostro vero bene.
Si
lede, pertanto, il dovere di carità verso se stessi
non solo col peccato, ma anche con l'esporsi, senza motivo
proporzionato al pericolo di peccare, e differendo a lungo,
dopo la colpa, la penitenza.
2. Dai principi accennati si ricava facilmente la seguente
conclusione: nessuna ragione ne di ordine individuale, ne
di carattere sociale può mai giustificare la colpa,
sia pure veniale. E ciò vale anche nel caso in cui
dal nostro operare derivasse, accidentalmente, un grande
onore a Dio. Non può esserci né comandato
né permesso di procurare, al di fuori di noi, la
gloria di Dio, opponendoci ad essa dentro noi stessi.
Ma
è lecito anteporre il bene degli altri al nostro
bene spirituale, ove non si tratti di cose necessarie alla
salvezza?
Il
problema rientra nel problema più ampio dell'ordine
della carità, e sarà affrontato a suo luogo.
Per il momento è sufficiente osservare che anche
quando noi ci dimentichiamo, non possiamo mai perder di
vista noi stessi, nel senso che non possiamo, neppur parzialmente,
negarci: le nostre azioni, anche quando sono orientale verso
gli altri, sono sempre nostre ed hanno sempre un valore
immanente. D'altra parte, non possiamo dimenticare il nostro
dovere di tendere alla perfezione.
3. Bisogna, peraltro, ricordare che tale dovere riguarda
il fine, non si estende, per sé, alla via: questa,
anche quando faciliti il raggiungimento della perfezione,
è, per sé, oggetto di consiglio.
Inoltre
lo stesso consiglio non ha luogo, nei casi concreti, se
non nel concorso di tutte le condizioni (possibilità,
attitudini, ecc.), che rendono tale via realmente più
atta per il raggiungimento della perfezione cristiana. È
in questa luce che va inquadrato il problema della vocazione
(459).
NOTE
444 Cfr. P. CASTIULON, Education de la pureté, Paris
s. d.; J. FONSEGSÌVE, L'éducation de la pureté,
Paris 1905; A. GEMELLI, Non moechaberis, Florentiae 1912;
GILLET, Innocence et ignorance: éducation de la pureté,
Paris 1912; G. OLGIATI, I nostri giovani e la purezza, Milano
1918; T. TIHAMER, Giovinezza pura, Venezia 1928; M. LEPORE,
La purezza forza del corpo, Torino 1938; E. PAGANUZZI, Purezza
e pubertà, Brescia 1943; A. LEMAIRE, L'educazione
della purezza.... Torino 1943; A, LANZA - P. PALAZZINI,
o. e., 209 ss,, A, BOSCHI, o, e,, 397 ss,; L. GUARNERO,
L'educazione sessuale, Milano 1951; P, PALAZZINI, Educazione,
iniziazione sessuale, coeducazione, in fronte della famiglia,
4 (1952) 173-177; E. VALENTINI, Il maestro e l'educazione
sessuale dei fanciulli, in Civiltà Cattolica (1952)
II, 416-427; A. GRUBER, II dramma della pubertà,
Roma 1956; I. VIOLLET, L'educazione della purezza e del
sentimento, 2° ed.. Roma 1959; A. PLÉ, Vita affettiva
e castità. Roma 1965; V. COSTA, Orientamenti per
una psicopedagogia pastorale della castità. Roma
1966; E. FERASIN, Matrimonio e celibato al concilio di Trento,
Roma 1970.
445
Cfr. L. GUARNERO, La legge dell'amore. Educazione della
sessualità, Torino 1951; C. A. HERBST, Modesty, in
Rev. far Religious, 10 (1951) 247-252; G. DA VICOLO, Rimedi
contro le tentazioni impure, in Vita Christiana (1950) 53-66;
244-258; A. PICKERING, Religious instruction and purity,
in Clergy Rev., 36 (1952) 348-357. Pio XII, enc. Sacra virginitas,
25 marzo 1954; PAOLO VI, enc. Sacerdotalis coelibatus, 24
giugno 1967.
446
Tra i documenti ecclesiastici sull'argomento, cfr. Pio XI,
enc. Casti connubii, 31 dicembre 1930: AAS, 22 (1930) 539-592;
ID., enc. Divini illius magistri, 31 dicembre 1929: ib.
49-86; Decreto del Sant'Uffizio, 21. marzo 1931: ih 23 (1931)
118; Pio XII, Discorso 26 ottobre 1941: ìb. 33 (1941)
450-458; 18 settembre 1951; 23 settembre 1951; 19 marzo
1953: ib. 43 (1951) 730-734; 734-738. Cfr. poi: A. BOSCHI,
Problemi morali del matrimonio, Torino 1953, 397 ss.; A.
LANZA - P. PALAZZINI, o. e., 40 ss. e 40 not. 1; DAUPHIN-DURANDIN,
Essi vi chiedono come sono nati, Milano 1952; L. GUARNANI,
L'educazione della gioventù in ordine al problema
sessuale. Roma 1971.
447
In primo luogo i genitori, che dovrebbero essere preparati
a tale compito e innanzitutto avere idee rette essi stessi.
Cfr. A. LANZA, Natura ed etica della famiglia, in Ricostruzione
della famiglia, Roma 1943.
448
Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis n. 1 del
28 ottobre 1965,
449
Cfr. G. FRANCESCHINI, Vita sessuale, Milano 1937, 258 ss.;
G. HOORNAERT, A coloro che hanno vent'anni, Torino 1944;
G. DE NINNO, Castità ed educazione sessuale, in Cento
problemi di coscienza, 2" ed., Assisi 1959; AA.VV.,
L'uomo e la sua sessualità, Brescia 1968; M. QUARTANA,
La verità sull'origine della vita - Risposte ai nostri
figli, Roma 1970.
450
Instructio, della Congr. de Propaganda fide, de scholis
publicis, ai Vescovi degli Stati Uniti d'America Sett.,
24 novembre 1875; al Vescovo Jassen, 22 agosto 1900; Instructio,
23 aprile 1868, circa scholas et collegio mixta, in Collectanea
de Prop. fide, n. 1449, 2093, 1329 ecc. Cfr. H. THURN, Koedukiation
psychologisch gesehen, in Stimmen d. Zeit, 149 (1951-1952)
140-143; N. GALLI, Norme di convivenza giovanile: l'amicizia
e la vita di gruppo, in Orientamenti pedagogici, 11 (1964)
484-513; P. GIANOLA, Problemi della coeducazione, ib., 657-671.
451
Denz. S, 3698 [2215].
452
Declaratio de educatione della S. Congr. per l'educazione
del 1° febbraio 1971.
453
Cfr. A. GEMELLI, Non moechaberis, Florentiae 1912, 71-76,
211-245; V. M. PALMIERI, Medicina legale canonistica, Città
di Castello - Bari 1946, 149 ss.; N. PENDE, La scienza moderna
della persona umana, Milano 1947, 141 ss.; L. SCREMIN, Dizionario
di morale processionale per i medici. Roma 1949, 314 ss.;
A. LANZA-P. PALAZZINI, o. c., 20 ss., 181 ss.; A. BONNAR,
o. c., 247 ss.; PLÉ, Vita affettiva e castità,
Roma 1965, 254.
454
Cfr. A. D. SERTILLANGES, La philosophie morale de S. Thomas
d'Aquin, Paris 1916; I. E. VAN ROEY, De virtute charitatis.
Quaestiones selectae, Mechliniae 1929; I. MARITAIN, Distinguer
pour unir ou les degrés du savoir, Paris 1932; Y.
SIMON, Critique la de connaissance morale, Paris 1934; F.
TILLMANN, II Maestro chiama, Brescia 1945, 337-361.
455
Cfr. A. POGGI, II problema morale in Maurice Blondel, Genova
1950.
456
GEMELLI, BUONOCORE, ecc,, Professioni e vita morale, Napoli
1935. Cfr. J. DE FINANCE, Existence et liberté, Paris-Lyon
1955.
457
Crf. LEONE XIII, enc. Libertas, 20 giugno 1888.
458
Pr 22, 1; Sap 41, 15. Cfr. P. PALAZZINI, Onore e contumelia,
in EC, IX, 135-137.
459
Cfr, A. J. STAFF, Theologia moralis, II, Oeniponte 1846,
329 ss.; P. LADISLAUS A MARIA IMMACOLATA, De vocatione religiosa,
Romae 1940; J. B. GEORGES, La vocation sacerdotal en droit
ecclésìastique, Québec 1948, M. QUATEMBER,
De vocatione sacerdotali, Torino 1950; E. I. FARREL, De
vocatione religiosa secundum principia Divi Thomae, St.
Louis 1951; E. VALENTINI, Studi sulla vocazione, Torino
1953, Le vocazioni ecclesiastiche nel mondo. Atti del I
Congresso internazionale. Città del Vaticano 1962;
G. LESAGE, Dinamismo della vocazione, Alba 1967; A. MATANIC,
Vocazione e spiritualità. Roma 1968.