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Castità

Castità matrimoniale

 

Di seguito riportiamo alcuni estratti del documento del Pontificio Consiglio per la Famiglia, Vademecum per i confessori su alcuni temi di morale attinenti la vita coniugale , riguardanti il tema della castità.

L'intero documento è consultabile presso il sito del Vaticano

--> Vademecum per i confessori su alcuni temi di morale attinenti la vita coniugale

N.B. Le parti in grassetto (titoli esclusi) non fanno parte del testo originale né hanno riferimento alle opinioni dell'autore del brano, ma sono commenti e sottolineature grafiche della Redazione di questo web.

 

Pontificio Consiglio per la Famiglia

Vademecum per i confessori su alcuni temi di morale attinenti la vita coniugale

(...)

 

Per aiutare i coniugi a conoscere il percorso della loro santità e compiere la loro missione, è fondamentale la formazione della loro coscienza e il compimento della volontà di Dio nell'ambito specifico della vita sponsale, e cioè nella loro vita di comunione coniugale e di servizio alla vita. La luce del Vangelo e la grazia del sacramento rappresentano il binomio indispensabile per l'elevazione e la pienezza dell'amore coniugale che ha la sua sorgente in Dio Creatore. Infatti « il Signore si è degnato di sanare, perfezionare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e carità ».4

In ordine all'accoglienza di queste esigenze dell'amore autentico e del piano di Dio nella vita quotidiana dei coniugi, il momento in cui essi chiedono e ricevono il sacramento della Riconciliazione rappresenta un evento salvifico della massima importanza, un'occasione di illuminante approfondimento di fede e un aiuto preciso per realizzare il piano di Dio nella propria vita.

« E il sacramento della Penitenza o Riconciliazione che appiana la strada ad ognuno, perfino quando è gravato di grandi colpe. In questo sacramento ogni uomo può sperimentare in modo singolare la misericordia, cioè quell'amore che è più potente del peccato ».5

Poiché l'amministrazione del sacramento della Riconciliazione è affidata al ministero dei sacerdoti, il presente documento è indirizzato specificamente ai confessori e ha lo scopo di offrire alcune disposizioni pratiche per la confessione e l'assoluzione dei fedeli in materia di castità coniugale. Più concretamente, con questo vademecum ad praxim confessariorum si intende pure offrire un punto di riferimento per i penitenti sposati affinché possano trarre sempre maggiore profitto dalla pratica del sacramento della Riconciliazione e vivere la loro vocazione a una paternitàmaternità responsabile in armonia con la legge divina autorevolmente insegnata dalla Chiesa. Servirà pure per aiutare coloro che si preparano al matrimonio.

Il problema della procreazione responsabile rappresenta un punto particolarmente delicato nell'insegnamento della morale cattolica in ambito coniugale, ma ancor più, nell'ambito dell'amministrazione del sacramento della Riconciliazione, nel quale la dottrina è posta a confronto con le situazioni concrete e con il cammino spirituale dei singoli fedeli. Risulta infatti necessario richiamare dei punti fermi che consentano di affrontare in modo pastoralmente adeguato le nuove modalità della contraccezione e l'aggravarsi dell'intero fenomeno.6 Con il presente documento non si intende ripetere l'intero insegnamento dell'Enciclica Humanae Vitae, dell'Esortazione Apostolica Familiaris Consortio e di altri interventi del Magistero ordinario del Sommo Pontefice, ma soltanto offrire dei suggerimenti e orientamenti per il bene spirituale dei fedeli che si accostano al sacramento della Riconciliazione e per far superare le eventuali divergenze ed incertezze nella prassi dei confessori.

2. La castità coniugale nella dottrina della Chiesa

La tradizione cristiana ha sempre difeso, contro le numerose eresie sorte già agli inizi della Chiesa, la bontà dell'unione coniugale e della famiglia. Voluto da Dio con la stessa creazione, riportato da Cristo alla sua primitiva origine ed elevato alla dignità di sacramento, il matrimonio è una comunione intima di amore e di vita degli sposi intrinsecamente ordinata al bene dei figli che Dio vorrà loro affidare. Il vincolo naturale sia per il bene dei coniugi e dei figli che per il bene della stessa società non dipende più dall'arbitrio umano.7

La virtù della castità coniugale « comporta l'integrità della persona e l'integralità del dono »8 ed in essa la sessualità « diventa personale e veramente umana allorché è integrata nella relazione da persona a persona, nel dono reciproco, totale e illimitato nel tempo, dell'uomo e della donna ».9 Questa virtù, in quanto si riferisce ai rapporti intimi degli sposi, richiede che mantengano « in un contesto di vero amore l'integro senso della mutua donazione e della procreazione umana ».10 Perciò, tra i principi morali fondamentali della vita coniugale, occorre ricordare la « connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l'uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell'atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo ».11

In questo secolo i Sommi Pontefici hanno emanato diversi documenti riproponendo le principali verità morali sulla castità coniugale. Tra di essi meritano speciale ricordo l'Enciclica Casti Connubii (1930) di Pio XI,12 numerosi discorsi di Pio XII,13 l'Enciclica Humanae Vitae (1968) di Paolo VI,14 l'Esortazione Apostolica Familiaris Consortio15 (1981), la Lettera alle Famiglie Gratissimam Sane16 (1994) e l'Enciclica Evangelium Vitae (1995) di Giovanni Paolo II. Con essi vanno sempre ricordati la Costituzione Pastorale Gaudium et Spes17 (1965) e il Catechismo della Chiesa Cattolica18 (1992). Inoltre sono importanti, in conformità con questi insegnamenti, alcuni scritti di Conferenze Episcopali, come pure di pastori e di teologi che hanno sviluppato e approfondito la materia. E bene anche ricordare l'esempio dato da numerosi coniugi, il cui impegno nel vivere cristianamente l'amore umano è efficacissimo contributo per la nuova evangelizzazione delle famiglie.

3. I beni del matrimonio e il dono di sé

Mediante il sacramento del Matrimonio, gli sposi ricevono dal Cristo Redentore il dono della grazia che conferma ed eleva la comunione di amore fedele e fecondo. La santità cui sono chiamati è anzitutto grazia donata.

Le persone chiamate a vivere nel matrimonio realizzano la loro vocazione all'amore19 nella piena donazione di sé, che esprime adeguatamente il linguaggio del corpo.20 Dal mutuo dono degli sposi procede, come frutto proprio, il dono della vita ai figli, che sono segno e coronamento dell'amore sponsale.21

La contraccezione, opponendosi direttamente alla trasmissione della vita, tradisce e falsifica l'amore oblativo proprio dell'unione matrimoniale: altera « il valore di donazione "totale" »22 e contraddice il piano d'amore di Dio partecipato agli sposi.

VADEMECUM AD USO DEI CONFESSORI

Il presente vademecum è composto da un insieme di enunciati, che i confessori dovranno tener presente nell'amministrazione del sacramento della Riconciliazione, in modo da poter meglio aiutare i coniugi a vivere cristianamente la propria vocazione alla paternità o maternità, nelle loro circostanze personali e sociali.

1. La santità matrimoniale

1. Tutti i cristiani devono essere opportunamente informati sulla loro chiamata alla santità. L'invito alla sequela di Cristo è infatti rivolto a tutti e ogni fedele deve tendere alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità nel proprio stato.23

2. La carità è l'anima della santità. Per la sua intima natura la carità — dono che lo Spirito infonde nel cuore — assume ed eleva l'amore umano e lo rende capace del perfetto dono di sé. La carità rende più accettabile la rinuncia, più leggero il combattimento spirituale, più gioiosa l'offerta di se stessi.24

3. Non è possibile all'uomo con le sue sole forze realizzare la perfetta donazione di sé. Egli ne diventa capace in virtù della grazia dello Spirito Santo. In effetti è Cristo che rivela la verità originaria del matrimonio e, liberando l'uomo dalla durezza del cuore, lo rende capace di realizzarla interamente.25

4. Nel cammino verso la santità, il cristiano sperimenta sia l'umana debolezza, sia la benevolenza e la misericordia del Signore. Perciò la chiave di volta dell'esercizio delle virtù cristiane — e perciò anche della castità coniugale — poggia sulla fede che ci rende consapevoli della misericordia di Dio e sul pentimento che accoglie umilmente il perdono divino.26

5. Gli sposi attuano la piena donazione di sé nella vita matrimoniale e nella unione coniugale, che, per i cristiani, è vivificata dalla grazia del sacramento. La loro specifica unione e la trasmissione della vita sono impegni propri della loro santità matrimoniale.27

2. L'insegnamento della Chiesa sulla procreazione responsabile

1. Gli sposi siano confermati sull'inestimabile valore e preziosità della vita umana, e vengano aiutati affinché s'impegnino a fare della propria famiglia un santuario della vita:28 « nella paternità e maternità umane Dio stesso è presente in un modo diverso da come avviene in ogni altra generazione "sulla terra" ».29

2. I genitori considerino la loro missione come un onore e una responsabilità, poiché essi diventano cooperatori del Signore nella chiamata all'esistenza di una nuova persona umana, fatta ad immagine e somiglianza di Dio, redenta e destinata, in Cristo, a una Vita di felicità eterna.30 « Proprio in questo loro ruolo di collaboratori di Dio, che trasmette la sua immagine alla nuova creatura, sta la grandezza dei coniugi disposti "a cooperare con l'amore del Creatore e del Salvatore, che attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la Sua famiglia" ».31

3. Da ciò derivano la gioia e la stima della paternità e della maternità che hanno i cristiani. Questa paternità-maternità è chiamata « responsabile » nei recenti documenti della Chiesa, per sottolineare la consapevolezza e generosità degli sposi circa la loro missione di trasmettere la vita, che ha in sé un valore di eternità, e per rievocare il loro ruolo di educatori. Certamente compete agli sposi — che peraltro chiederanno gli opportuni consigli — deliberare, in modo ponderato e con spirito di fede, sulla dimensione della loro famiglia e decidere il modo concreto di realizzarla nel rispetto dei criteri morali della vita coniugale.32

4. La Chiesa ha sempre insegnato l'intrinseca malizia della contraccezione, cioè di ogni atto coniugale reso intenzionalmente infecondo. Questo insegnamento è da ritenere come dottrina definitiva ed irriformabile. La contraccezione si oppone gravemente alla castità matrimoniale, è contraria al bene della trasmissione della vita (aspetto procreativo del matrimonio), e alla donazione reciproca dei coniugi (aspetto unitivo del matrimonio), ferisce il vero amore e nega il ruolo sovrano di Dio nella trasmissione della vita umana.33

5. Una specifica e più grave malizia morale è presente nell'uso di mezzi che hanno un effetto abortivo, impedendo l'impianto dell'embrione appena fecondato o anche causandone l'espulsione in una fase precoce della gravidanza.34

6. E invece profondamente differente da ogni pratica contraccettiva, sia dal punto di vista antropologico che morale, perché affonda le sue radici in una concezione diversa della persona e della sessualità, il comportamento dei coniugi che, sempre fondamentalmente aperti al dono della vita, vivono la loro intimità solo nei periodi infecondi, quando vi sono indotti da seri motivi di paternità e maternità responsabile.35

La testimonianza delle coppie che da anni vivono in armonia con il disegno del Creatore e lecitamente utilizzano, quando ve ne sia la ragione proporzionatamente seria, i metodi giustamente detti « naturali », conferma che gli sposi possono vivere integralmente, di comune accordo e con piena donazione le esigenze della castità e della vita coniugale.

(...)


(...)

(4) Conc. Ecum. Vaticano II, Cost. Past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965, n. 49.

(5) Giovanni Paolo II, Enc. Dives in Misericordia, 30 novembre 1980, n. 13.

(6) Si tenga conto dell'effetto abortivo dei nuovi preparati farmacologici. (Cfr. Giovanni Paolo II, Enc. Evangelium Vitae, 25 marzo 1995, n. 13).

(7) 2 Cfr. Conc. Ecum. Vaticano II, Cost. Past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965, n. 48.

(8) 4 Catechismo della Chiesa Cattolica, 11 ottobre 1992, n. 2337.

(9) 2 Ibid.

(10) Conc. Ecum. Vaticano II, Cost. Past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965, n. 51.

(11) Paolo VI, Enc. Humanae Vitae, 25 luglio 1968, n. 12.

(12) Pio XI, Enc. Casti Connubii, 31 dicembre 1930.

(13) Pio XII, Discorso al Congresso dell'Unione cattolica italiana ostetriche, 2 ottobre 1951; Discorso al Fronte della famiglia e alle Associazioni delle famiglie numerose, 27 novembre 1951.

(14) Paolo VI, Enc. Humanae Vitae, 25 luglio 1968.

(15) 3 Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Familiaris Consortio, 22 novembre 1981.

(16) 3 Giovanni Paolo II, Lettera alle Famiglie Gratissimam Sane, 2 febbraio 1994.

(17) 3 Conc. Ecum. Vaticano II, Cost. Past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965.

(18) 3 Catechismo della Chiesa Cattolica, 11 ottobre 1992.

(19) 3 Cfr. Conc. Ecum. Vaticano II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965, n. 24.

(20) Cfr. Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Familiaris Consortio, 22 novembre 1981, n. 32.

(21) Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2378; cfr. Giovanni Paolo II, Lettera alle Famiglie Gratissimam Sane, 2 febbraio 1994, n. 11.

(22) 3 Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Familiaris Consortio, 22 novembre 1981, n. 32.

(23) « Nei vari generi di vita e nelle varie professioni un'unica santità è praticata da tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio e, obbedienti alla voce del Padre e adorando in spirito e verità Dio Padre, seguono Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria. Ognuno secondo i propri doni e le proprie funzioni deve senza indugi avanzare per la via della fede viva, la quale accende la speranza e opera per mezzo della carità » (Conc. Ecum. Vaticano II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen Gentium, 21 novembre 1964, n. 41).

(24) « La carità è l'anima della santità alla quale tutti sono chiamati» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 826). « L'amore fa sì che l'uomo si realizzi attraverso il dono sincero di sé: amare significa dare e ricevere quanto non si può né comperare né vendere, ma solo liberamente e reciprocamente elargire » (Giovanni Paolo II, Lettera alle Famiglie Gratissimam Sane, 2 febbraio 1994, n. 11).

(25) Cfr. Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Familiaris Consortio, 22 novembre 1981, n. 13.

« L'osservanza della legge di Dio, in determinate situazioni, può essere difficile, difficilissima: non è mai però impossibile. E questo un insegnamento costante della tradizione della Chiesa » (Giovanni Paolo II, Enc. Veritatis Splendor, 6 agosto 1993, n. 102).

« Sarebbe un errore gravissimo concludere... che la norma insegnata dalla Chiesa è in se stessa solo un "ideale" che deve poi essere adattato, proporzionato, graduato alle, si dice, concrete possibilità dell'uomo; secondo un "bilanciamento dei vari beni in questione". Ma quali sono le "concrete possibilità dell'uomo?" E di quale uomo si parla? Dell'uomo dominato dalla concupiscenza o dell'uomo redento da Cristo? Poiché è di questo che si tratta: della realtà della redenzione di Cristo. Cristo ci ha redenti! Ciò significa: Egli ci ha donato la possibilità di realizzare l'intera verità del nostro essere; Egli ha liberato la nostra libertà dal dominio della concupiscenza. E se l'uomo redento ancora pecca, ciò non è dovuto all'imperfezione dell'atto redentore di Cristo, ma alla volontà dell'uomo di sottrarsi alla grazia che sgorga da quell'atto. Il comandamento di Dio è certamente proporzionato alle capacità dell'uomo: ma alle capacità dell'uomo a cui è donato lo Spirito Santo; dell'uomo che, se caduto nel peccato, può sempre ottenere il perdono e godere della presenza dello Spirito» (Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti a un corso sulla procreazione responsabile, 1 marzo 1984).

(26) « Riconoscere il proprio peccato, anzi — andando ancora più a fondo nella considerazione della propria personalità — riconoscersi peccatore, capace di peccato e portato al peccato, è il principio indispensabile del ritorno a Dio (...). Riconciliarsi con Dio suppone e include il distaccarsi con lucidità e determinazione dal peccato, in cui si è caduti. Suppone e include, dunque, il fare penitenza nel senso più completo del termine: pentirsi, manifestare il pentimento, assumere l'atteggiamento concreto del pentito, che è quello di chi si mette sulla via del ritorno al Padre (...). Nella condizione concreta dell'uomo peccatore, in cui non può esservi conversione senza riconoscimento del proprio peccato, il ministero di riconciliazione della Chiesa interviene in ogni caso con una finalità schiettamente penitenziale, cioè per riportare l'uomo al "conoscimento di sé" » (Giovanni Paolo II, Esort. Apost. post-sinodale Reconciliatio et Paenitentia, 2 dicembre 1984, n. 13).

« Quando ci accorgiamo che l'amore che Dio ha per noi non si arresta di fronte al nostro peccato, non indietreggia dinanzi alle nostre offese, ma si fa ancora più premuroso e generoso; quando ci rendiamo conto che questo amore è giunto fino a causare la passione e la morte del Verbo fatto carne, il quale ha accettato di redimerci pagando col suo sangue, allora prorompiamo nel riconoscimento: "Sì, il Signore è ricco di misericordia", e diciamo perfino: "Il Signore è misericordia" » (ibid., n. 22).

(27) « La vocazione universale alla santità è rivolta anche ai coniugi e ai genitori cristiani: viene per essi specificata dal sacramento celebrato e tradotta concretamente nelle realtà proprie dell'esistenza coniugale e familiare. Nascono di qui la grazia e l'esigenza di una autentica e profonda spiritualità coniugale e familiare, che si ispiri ai motivi della creazione, dell'alleanza, della Croce, della risurrezione e del segno » (Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Familiaris Consortio, 22 novembre 1981, n. 56).

« L'autentico amore coniugale è assunto nell'amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e dalla azione salvifica della Chiesa, perché i coniugi, in maniera efficace, siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati nella sublime missione di padre e madre. Per questo motivo i coniugi cristiani sono corroborati e come consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato. Ed essi, compiendo in forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dallo spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione, e perciò insieme partecipano alla glorificazione di Dio » (Conc. Ecum. Vaticano II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965, n. 48).

(28) 3 « La Chiesa fermamente crede che la vita umana, anche se debole e sofferente, è sempre uno splendido dono del Dio della bontà. Contro il pessimismo e l'egoismo, che oscurano il mondo, la Chiesa sta dalla parte della vita: e in ciascuna vita umana sa scoprire lo splendore di quel "Sì", di quell'"Amen", che è Cristo stesso. Al "no" che invade ed affligge il mondo, contrappone questo vivente "Sì", difendendo in tal modo l'uomo e il mondo da quanti insidiano e mortificano la vita » (Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Familiaris Consortio, 22 novembre 1981, n. 30).

« Occorre tornare a considerare la famiglia come il santuario della vita. Essa, infatti, è sacra: è il luogo in cui la vita, dono di Dio, può essere adeguatamente accolta e protetta contro i molteplici attacchi a cui è esposta, e può svilupparsi secondo le esigenze di un'autentica crescita umana. Contro la cosiddetta cultura della morte, la famiglia costituisce la sede della cultura della vita » (Giovanni Paolo II, Enc. Centesimus Annus, 1o maggio 1991, n. 39).

(29) Giovanni Paolo II, Lettera alle Famiglie Gratissimam Sane, 2 febbraio 1994, n. 9.

(30) « Lo stesso Dio che disse: "non è bene che l'uomo sia solo" (Gen 2, 18) e che "creò all'inizio l'uomo maschio e femmina" (Mt 19, 4), volendo comunicare all'uomo una certa speciale partecipazione nella sua opera creatrice, benedisse l'uomo e la donna, dicendo loro: "crescete e moltiplicatevi" (Gen 1, 28). Di conseguenza la vera pratica dell'amore coniugale e tutta la struttura della vita familiare che ne nasce, senza posporre agli altri fini del matrimonio, a questo tendono che i coniugi, con fortezza di animo, siano disposti a cooperare con l'amore del Creatore e del Salvatore, che attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la sua famiglia » (Conc. Ecum. Vaticano II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965, n. 50).

« La famiglia cristiana è una comunione di persone, segno e immagine della comunione del Padre e del Figlio nello Spirito Santo. La sua attività procreatrice ed educativa è il riflesso dell'opera creatrice del Padre » (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2205).

« Cooperare con Dio nel chiamare alla vita nuovi esseri umani significa contribuire alla trasmissione di quell'immagine e somiglianza divina di cui ogni "nato di donna" è portatore » (Giovanni Paolo II, Lettera alle Famiglie Gratissimam Sane, 2 febbraio 1994, n. 8).

(31) Giovanni Paolo II, Enc. Evangelium Vitae, 25 marzo 1995, n. 43; cfr. Conc. Ecum. Vaticano II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965, n. 50.

(32) « Nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla, che deve essere considerato come la loro propria missione, i coniugi sanno di essere cooperatori dell'amore di Dio creatore e come suoi interpreti. E perciò adempiranno il loro dovere con umana e cristiana responsabilità, e con docile riverenza verso Dio, con riflessione e impegno comune si formeranno un retto giudizio, tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno, valutando le condizioni di vita del proprio tempo e del proprio stato di vita, tanto nel loro aspetto materiale, che spirituale; e, infine, salvaguardando la scala dei valori del bene della comunità familiare, della società temporale e della Chiesa. Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi. Però nella loro linea di condotta i coniugi cristiani siano consapevoli che non possono procedere a loro arbitrio, ma devono sempre essere retti da una coscienza che si deve conformare alla legge divina stessa, docili al Magistero della Chiesa, che in modo autentico quella legge interpreta alla luce del Vangelo.

Tale legge divina manifesta il significato pieno dell'amore coniugale, lo salvaguarda e lo sospinge verso la sua perfezione veramente umana » (Conc. Ecum. Vaticano II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965, n. 50).

« Perciò quando si tratta di comporre l'amore coniugale con la trasmissione responsabile della vita, il carattere morale del comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma va determinato da criteri oggettivi, che hanno il loro fondamento nella natura stessa della persona umana e dei suoi atti che sono destinati a mantenere in un contesto di vero amore l'integro senso della mutua donazione e della procreazione umana; e tutto ciò non sarà possibile se non venga coltivata con sincero animo la virtù della castità coniugale. I figli della Chiesa, fondati su questi principi, nel regolare la procreazione non potranno seguire strade che sono condannate dal Magistero » (Conc. Ecum. Vaticano II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, 7 dicembre 1965, n. 51).

« In rapporto alle condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali, la paternità responsabile si esercita, sia con la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia con la decisione, presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale, di evitare temporaneamente o anche a tempo indeterminato, una nuova nascita.

Paternità responsabile comporta ancora e soprattutto un più profondo rapporto all'ordine morale oggettivo, stabilito da Dio, e di cui la retta coscienza è fedele interprete. L'esercizio responsabile della paternità implica dunque che i coniugi riconoscano pienamente i propri doveri verso Dio, verso se stessi, verso la famiglia e verso la società, in una giusta gerarchia dei valori.

Nel compito di trasmettere la vita, essi non sono quindi liberi di procedere a proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto autonomo le vie oneste da seguire, ma devono conformare il loro agire all'intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata dall'insegnamento costante della Chiesa » (Paolo VI, Enc. Humanae Vitae, 25 luglio 1968, n. 10).

(33) L'Enciclica Humanae Vitae dichiara illecita « ogni azione che, o in previsione dell'atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di rendere impossibile la procreazione ». E aggiunge: « Né, a giustificazione degli atti coniugali resi intenzionalmente infecondi, si possono invocare, come valide ragioni, il minor male o il fatto che tali atti costituirebbero un tutto con gli atti fecondi che furono posti o poi seguiranno, e quindi ne condividerebbero l'unica ed identica bontà morale. In verità, se è lecito, talvolta, tollerare un minor male morale a fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell'intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali. È quindi errore pensare che un atto coniugale, reso volutamente infecondo, e perciò intrinsecamente non onesto, possa essere coonestato dall'insieme di una vita coniugale feconda » (Paolo VI, Enc. Humanae Vitae, 25 luglio 1968, n. 14).

« Quando i coniugi, mediante il ricorso alla contraccezione, scindono questi due significati che Dio Creatore ha inscritti nell'essere dell'uomo e della donna e nel dinamismo della loro comunione sessuale, si comportano come "arbitri" del disegno divino e "manipolano" e avviliscono la sessualità umana, e con essa la persona propria e del coniuge, alterandone il valore di donazione "totale". Così, al linguaggio nativo che esprime la reciproca donazione totale dei coniugi, la contraccezione impone un linguaggio oggettivamente contraddittorio, quello cioè del non donarsi all'altro in totalità: ne deriva, non soltanto il positivo rifiuto all'apertura alla vita, ma anche una falsificazione dell'interiore verità dell'amore coniugale, chiamato a donarsi in totalità personale » (Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Familiaris Consortio, 22 novembre 1981, n. 32).

(34) « L'essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento e, pertanto, da quello stesso momento gli si devono riconoscere i diritti della persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni essere umano innocente alla vita » (Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione sul rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione Donum Vitae, 22 febbraio 1987, n. 1).

« La stretta connessione che, a livello di mentalità, intercorre tra la pratica della contraccezione e quella dell'aborto emerge sempre di più e lo dimostra in modo allarmante anche la messa a punto di preparati chimici, di dispositivi intrauterini e di vaccini che, distribuiti con la stessa facilità dei contraccettivi, agiscono in realtà come abortivi nei primissimi stadi di sviluppo della vita del nuovo essere umano » (Giovanni Paolo II, Enc. Evangelium Vitae, 25 marzo 1995, n. 13).

(35) « Se dunque per distanziare le nascite esistono seri motivi, derivanti o dalle condizioni fisiche o psicologiche dei coniugi, o da circostanze esteriori, la Chiesa insegna essere allora lecito tener conto dei ritmi naturali immanenti alle funzioni generative per l'uso del matrimonio nei soli periodi infecondi e così regolare la natalità senza offendere i principi morali che abbiamo ora ricordati.

La Chiesa è coerente con se stessa quando ritiene lecito il ricorso ai periodi infecondi, mentre condanna come sempre illecito l'uso dei mezzi direttamente contrari alla fecondazione, anche se ispirato da ragioni che possano apparire oneste e serie. In realtà, tra i due casi esiste una differenza essenziale: nel primo caso i coniugi usufruiscono legittimamente di una disposizione naturale; nell'altro caso essi impediscono lo svolgimento dei processi naturali. È vero che nell'uno e nell'altro caso, i coniugi concordano nella volontà positiva di evitare la prole per ragioni plausibili, cercando la sicurezza che essa non verrà; ma è altresì vero che soltanto nel primo caso essi sanno rinunciare all'uso del matrimonio nei periodi fecondi quando, per giusti motivi, la procreazione non è desiderabile, usandone, poi, nei periodi agenesiaci a manifestazione di affetto ed a salvaguardia della mutua fedeltà. Così facendo essi danno prova di amore veramente ed integralmente onesto » (Paolo VI, Enc. Humanae Vitae, 25 luglio 1968, n. 16).

« Quando i coniugi, mediante il ricorso a periodi di infecondità, rispettano la connessione inscindibile dei significati unitivo e procreativo della sessualità umana, si comportano come "ministri" del disegno di Dio ed "usufruiscono" della sessualità secondo l'originario dinamismo della donazione "totale", senza manipolazioni ed alterazioni » (Giovanni Paolo II, Esort. Apost. Familiaris Consortio, 22 novembre 1981, n. 32).

« L'opera di educazione alla vita comporta la formazione dei coniugi alla procreazione responsabile. Questa, nel suo vero significato, esige che gli sposi siano docili alla chiamata del Signore e agiscano come fedeli interpreti del suo disegno: ciò avviene con l'aprire generosamente la famiglia a nuove vite, e comunque rimanendo in atteggiamento di apertura e di servizio alla vita anche quando, per seri motivi e nel rispetto della legge morale, i coniugi scelgono di evitare temporaneamente o a tempo indeterminato una nuova nascita. La legge morale li obbliga in ogni caso a governare le tendenze dell'istinto e delle passioni e a rispettare le leggi biologiche iscritte nella loro persona. Proprio tale rispetto rende legittimo, a servizio della responsabilità nel procreare, il ricorso ai metodi naturali di regolazione della fertilità » (Giovanni Paolo II, Enc. Evangelium Vitae, 25 marzo 1995, n. 97).

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