Castità
Castità
prematrimoniale
Congregazione
per la Dottrina della Fede
Persona
Humana
1.
La persona umana, a giudizio degli scienziati del nostro
tempo, è così profondamente influenzata dalla sessualità,
che questa deve essere considerata come uno dei fattori
che danno alla vita di ciascuno i tratti principali che
la distinguono. Dal sesso, infatti, la persona umana deriva
le caratteristiche che sul piano biologico, psicologico
e spirituale la fanno uomo o donna, condizionando così grandemente
l'iter del suo sviluppo verso la maturità e il suo inserimento
nella società. È questa la ragione per cui - come chiunque
può agevolmente costatare ciò che riguarda il sesso è oggi
una materia che frequentemente e apertamente è trattata
da libri, riviste, giornali e gli altri strumenti di comunicazione
sociale.
Frattanto,
s'è accresciuta la corruzione dei costumi, di cui uno dei
più gravi indizi è la smoderata esaltazione del sesso, mentre
con la diffusione degli strumenti di comunicazione sociale
e degli spettacoli, essa è arrivata ad invadere il campo
della educazione e ad inquinare la mentalità comune.
In
questo contesto, se alcuni educatori, pedagogisti o moralisti,
hanno potuto contribuire a far meglio capire e integrare
nella vita i peculiari valori dell'uno e dell'altro sesso,
altri, invece, hanno proposto concezioni e modi di comportamento
che sono in contrasto con le vere esigenze morali dell'essere
umano, addirittura tali da favorire un licenzioso edonismo.
Ne
è risultato che, anche tra i cristiani, insegnamenti, criteri
morali e maniere di vivere, finora fedelmente conservati,
sono stati nel giro di pochi anni fortemente scossi, e sono
numerosi quelli che oggi, dinanzi a tante opinioni largamente
diffuse e contrarie alla dottrina che hanno ricevuto dalla
chiesa, finiscono col domandarsi quel che devono ancora
ritenere per vero.
Difficoltà
incontrate dai pastori ed educatori
2.
La chiesa non può restare indifferente dinanzi a tale confusione
degli spiriti e a tale rilassamento dei costumi. Si tratta,
infatti, di una questione importantissima per la vita personale
dei cristiani e per la vita sociale del nostro tempo.(2)
Ogni
giorno i vescovi sono indotti a costatare le crescenti difficoltà
che incontrano i fedeli nel prendere coscienza della sana
dottrina morale, specialmente in materia sessuale, e i pastori
nell'esporla con efficacia. Essi si sentono chiamati, in
forza del loro ufficio pastorale, a rispondere su questo
punto così grave ai bisogni dei fedeli ad essi affidati;
e già importanti documenti sono stati pubblicati circa questa
materia da alcuni di loro, o da alcune conferenze episcopali.
Tuttavia, poiché le opinioni erronee e le deviazioni che
ne risultano continuano a diffondersi dappertutto, la congregazione
per la dottrina della fede, in virtù della sua funzione
nei confronti della chiesa universale(3) e per mandato del
sommo pontefice, ha ritenuto necessario pubblicare la presente
dichiarazione.
3.
Gli uomini del nostro tempo sono sempre più persuasi che
la dignità e la vocazione della persona umana richiedono
che, alla luce della loro ragione, essi scoprano i valori
inscritti nella loro natura, che li sviluppino incessantemente
e li realizzino nella loro vita, in vista di un sempre maggiore
progresso.
Ma,
in materia morale, l'uomo non può emettere giudizi di valore
secondo il suo personale arbitrio: «Nell'intimo del propria
coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a dati e
alla quale deve obbedire... Egli ha una legge scritta da
Dio dentro il suo cuore, obbedire alla quale è la dignità
stessa del l'uomo e secondo la quale egli sarà giudicato».(4)
Inoltre,
a noi cristiani, Dio mediante la sua rivelazione ha fatto
conoscere il suo disegno di salvezza e ha proposto il Cristo,
salvatore e santificatore, nella sua dottrina e nel suo
esempio, come la norma suprema e immutabile della vita,
lui, il quale ha detto: «Io sono la luce del mondo; chi
segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della
vita» (Gv 8,12).
Non
può, dunque, esserci vera promozione della dignità dell'uomo
se non nel rispetto dell'ordine essenziale della sua natura.
Certo, nella storia della civiltà, molte condizioni concrete
ed esigenze della vita umana sono mutate e muteranno ancora;
ma ogni evoluzione dei costumi e ogni genere di vita devono
essere contenuti nei limiti imposti dai principi immutabili,
fondati sugli elementi costitutivi e le relazioni essenziali
di ogni persona umana: elementi e relazioni che trascendono
le contingenze storiche.
Questi
principi fondamentali, che la ragione può cogliere, sono
contenuti nella «legge divina, eterna, oggettiva e universale,
per mezzo della quale Dio, nel suo disegno di sapienza e
di amore, ordina, dirige e governa l'universo e le vie della
società umana. Dio rende partecipe l'uomo di questa sua
legge, cosicché l'uomo, sotto la sua guida soavemente provvida,
possa sempre meglio conoscere l'immutabile verità».(5) Questa
legge è accessibile alla nostra conoscenza.
Leggi
immutabili naturali
4.
A torto, quindi, molti oggi pretendono che, per servire
di regola alle azioni particolari, non si possa trovare
né nella natura umana né nella legge rivelata altra norma
assoluta e immutabile, se non quella che si esprime nella
legge generale della carità e del rispetto della dignità
umana. A prova di questa asserzione essi sostengono che
nelle cosiddette norme della legge naturale o precetti della
sacra Scrittura, non si deve vedere altro che determinate
espressioni di una forma di cultura particolare in un certo
momento della storia.
Ma,
in realtà, la rivelazione divina e, nel suo proprio ordine,
la sapienza filosofica, mettendo in rilievo esigenze autentiche
della umanità, per ciò stesso manifestano necessariamente
l'esistenza di leggi immutabili, inscritte negli elementi
costitutivi della natura umana e che si manifestano identiche
in tutti gli esseri, dotati di ragione.
Inoltre,
Cristo ha istituito la sua chiesa come «colonna e sostegno
della verità» (1 Tm 3,15). Con l'assistenza dello
Spirito santo, essa conserva incessantemente e trasmette
senza errore le verità dell'ordine morale, e interpreta
autenticamente non soltanto la legge positiva rivelata,
«ma anche i principi dell'ordine morale che scaturiscono
dalla stessa natura umana»,(6) e che concernono il pieno
sviluppo e la santificazione dell'uomo. Ora di fatto, la
chiesa, nel corso della sua storia, ha costantemente considerato
un certo numero di precetti della legge naturale come aventi
valore assoluto e immutabile, e ha visto nella loro trasgressione
una contraddizione con la dottrina e lo spirito del vangelo.
5.
Poiché l'etica sessuale riguarda certi valori fondamentali
della vita umana e della vita cristiana, è pure ad essa
che si applica questa dottrina generale. In questo campo
esistono principi e norme che la chiesa, senza alcuna esitazione,
ha sempre trasmesso nel suo insegnamento, per quanto opposti
potessero essere ad essi le opinioni e i costumi del mondo.
Questi principi e queste norme non hanno affatto origine
da un certo tipo di cultura, ma appunto dalla conoscenza
della legge divina e della natura umana. Essi non possono,
pertanto, ritenersi superati né messi in dubbio, col pretesto
di una nuova situazione culturale.
Sono
questi i principi che hanno ispirato i suggerimenti e le
direttive del concilio Vaticano II per una educazione e
una organizzazione della vita sociale, che tengano debito
conto della eguale dignità dell'uomo e della donna, nel
rispetto della loro differenza.(7)
Parlando
dell'indole sessuata dell'essere umano e della facoltà umana
di generare, il concilio ha notato che esse «sono meravigliosamente
superiori a quanto avviene negli stadi inferiori della vita».(8)
Poi si è particolarmente dedicato ad esporre i principi
e i criteri, che concernono la sessualità umana nel matrimonio
e che hanno il loro fondamento nella finalità della sua
funzione specifica.
A
questo proposito, il concilio dichiara che la bontà morale
degli atti propri della vita coniugale, ordinati secondo
la pera dignità umana, «non dipende solo dalla sincera intenzione
e dalla valutazione dei motivi, ma va determinata da criteri
oggettivi, che hanno il loro fondamento nella natura stessa
della persona e dei suoi atti e sono destinati a mantenere
in un contesto di vero amore l'integro senso della mutua
donazione e della procreazione umana».(9)
Queste
ultime parole riassumono brevemente la dottrina del concilio
- esposta in precedenza con maggior ampiezza della stessa
costituzione(10) - circa la finalità dell'atto sessuale
e criterio principale della sua moralità: è il rispetto
della sua finalità che garantisce l'onestà di questo atto.
Questo
stesso principio, che la chiesa attinge alla rivelazione
divina e alla propria interpretazione autentica della legge
naturale, fonda anche la sua dottrina tradizionale, secondo
la quale l'uso della funzione sessuale ha il suo vero senso
e la sua attitudine morale soltanto nel matrimonio legittimo.(11)
Rapporti
prematrimoniali
6.
La presente dichiarazione non intende trattare di tutti
gli abusi della facoltà sessuale né di tutto ciò che implica
la pratica della castità; essa si propone di richiamare
la dottrina della chiesa intorno ad alcuni punti particolari,
considerata l'urgente necessità di opporsi a gravi errori
e a comportamenti aberranti e largamente diffusi.
7.
Molti oggi rivendicano il diritto all'unione sessuale prima
del matrimonio, almeno quando una ferma volontà di sposarsi
e un affetto, in qualche modo già coniugale nella psicologia
dei soggetti, richiedono questo completamento, che essi
stimano connaturale; ciò soprattutto quando la celebrazione
del matrimonio è impedita dalle circostanze esterne, o se
questa intima relazione sembra necessaria perché sia conservato
l'amore.
Questa
opinione è in contrasto con la dottrina cristiana. secondo
la quale ogni atto genitale umano deve svolgersi nel quadro
del matrimonio. Infatti, per quanto sia fermo il proposito
di coloro che si impegnano in tali rapporti prematuri, resta
vero, però, che questi non consentono di assicurare, nella
sua sincerità e fedeltà, la relazione interpersonale di
un uomo e di una donna e, specialmente di proteggerla dalle
fantasie e dai capricci. Ora, è un'unione stabile quella
che Gesù ha voluto e che ha restituito alla sua condizione
originale, fondata sulla differenza del sesso. «Non avete
letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina
e disse: Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre
e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola?
Così che non sono più due ma una carne sola. Quello dunque
che Dio ha congiunto, l'uomo non separi» (cf. Mt
19,4-6). San Paolo è ancora più esplicito quando insegna
che, se celibi e vedovi non possono vivere in continenza
non hanno altra scelta che la stabile unione del matrimonio:
È meglio sposarsi che ardere» (1 Cor 7,9). Col matrimonio,
infatti, l'amore dei coniugi è assunto nell'amore irrevocabile
che Cristo ha per la chiesa (cf. Ef 5,25-32), mentre
l'unione dei corpi nell'impudicizia(12) contamina il tempio
dello Spirito santo, quale è divenuto il cristiano. L'unione
carnale, dunque, non è legittima se tra l'uomo e la donna
non si è instaurata una definitiva comunità di vita.
Ecco
ciò che ha sempre inteso e insegnato la chiesa,(13) trovando,
peraltro, nella riflessione degli uomini e nelle lezioni
della storia un accordo profondo con la sua dottrina.
L'esperienza
ci insegna che, affinché l'unione sessuale possa rispondere
veramente alle esigenze della finalità, che le è propria
dell'umana dignità, l'amore deve trovare la sua salvaguardia
nella stabilità del matrimonio. Queste esigenze richiedono
un contratto matrimoniale sancito e garantito dalla società,
tale da instaurare uno stato di vita di capitale importanza,
sia per l'unione esclusiva dell'uomo e della donna, sia
anche per il bene della loro famiglia e della comunità umana.
Il più delle volte, infatti, accade che le relazioni prematrimoniali
escludono la prospettiva della prole. Ciò che viene presentato
come un amore coniugale non potrà, come dovrebbe essere,
espandersi in un amore paterno e materno; oppure, se questo
avviene, risulterà a detrimento della prole, che sarà privata
dell'ambiente stabile, nel quale dovrebbe svilupparsi per
poter in esso trovare la via e i mezzi per il suo inserimento
nell'insieme della società.
Il
consenso che si scambiano le persone, che vogliono unirsi
in matrimonio, deve, perciò, essere esternamente manifestato
e in modo che lo renda valido dinanzi alla società. Quanto
ai fedeli, è secondo le leggi della chiesa che essi devono
esprimere il loro consenso all'instaurazione di una comunità
di vita coniugale, consenso che farà del loro matrimonio
un sacramento di Cristo.
Relazioni
omosessuali
8.
Ai nostri giorni, contro l’insegnamento costante del magistero
e il senso morale del popolo cristiano, alcuni, fondandosi
su osservazioni di ordine psicologico, hanno cominciato
a giudicare con indulgenza, anzi a scusare del tutto, le
relazioni omosessuali presso certi soggetti. Essi distinguono
- e sembra non senza motivo - tra gli omosessuali la cui
tendenza, derivando da falsa educazione, da mancanza di
evoluzione sessuale normale, da abitudine contratta, da
cattivi esempi o da altre cause analoghe, è transitoria
o, almeno, non incurabile, e gli omosessuali che sono definitivamente
tali per una specie di istinto innato o di costituzione
patologica, giudicata incurabile.
Ora,
per ciò che riguarda i soggetti di questa seconda categoria,
alcuni concludono che la loro tendenza è a tal punto naturale
da dover ritenere che essa giustifichi, in loro, relazioni
omosessuali in una sincera comunione di vita e di amore,
analoga al matrimonio, in quanto essi si sentono incapaci
di sopportare una vita solitaria.
Certo,
nell'azione pastorale, questi omosessuali devono essere
accolti con comprensione e sostenuti nella speranza di superare
le loro difficoltà personali e il loro disadattamento sociale.
La loro colpevolezza sarà giudicata con prudenza; ma non
può essere usato nessun metodo pastorale che, ritenendo
questi atti conformi alla condizione di quelle persone,
accordi loro una giustificazione morale. Secondo l'ordine
morale oggettivo, le relazioni omosessuali sono atti privi
della loro regola essenziale e indispensabile. Esse sono
condannate nella sacra Scrittura come gravi depravazioni
e presentate, anzi, come la funesta conseguenza di un rifiuto
di Dio.(14) Questo giudizio della Scrittura non permette
di concludere che tutti coloro, i quali soffrono di questa
anomalia, ne siano personalmente responsabili, ma esso attesta
che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati
e che, in nessun caso, possono ricevere una qualche approvazione.
Masturbazione
9.
Spesso, oggi, si mette in dubbio o si nega espressamente
la dottrina tradizionale cattolica, secondo la quale la
masturbazione costituisce un grave disordine morale. La
psicologia e la sociologia, si dice, dimostrano che, soprattutto
tra gli adolescenti, essa è un fenomeno normale dell'evoluzione
della sessualità. Non ci sarebbe colpa reale e grave, se
non nella misura in cui il soggetto cedesse deliberatamente
ad un'auto soddisfazione chiusa in se stessa («ipsazione»),
perché in tal caso l'atto sarebbe radicalmente contrario
a quella comunione amorosa tra persone di diverso sesso,
che secondo certuni sarebbe quel che principalmente si cerca
nell'uso della facoltà sessuale.
Questa
opinione è contraria alla dottrina e alla pratica pastorale
della chiesa cattolica. Quale che sia il valore di certi
argomenti d'ordine biologico o filosofico, di cui talvolta
si sono serviti i teologi, di fatto sia il magistero della
chiesa - nella linea di una tradizione costante -, sia il
senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione
che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente
disordinato.(15) La ragione principale è che, qualunque
ne sia il motivo, l'uso deliberato della facoltà sessuale,
al di fuori dei rapporti coniugali normali, contraddice
essenzialmente la sua finalità. A tale uso manca, infatti,
la relazione sessuale richiesta dall'ordine morale, quella
che realizza, «in un contesto di vero amore, l'integro senso
della mutua donazione e della procreazione umana».(16) Soltanto
a questa relazione regolare dev'essere riservato ogni esercizio
deliberato sulla sessualità. Anche se non si può stabilire
con certezza che la Scrittura riprova questo peccato con
una distinta denominazione, la tradizione della chiesa ha
giustamente inteso che esso veniva condannato nel nuovo
testamento, quando questo parla di «impurità», di «impudicizia»,
o di altri vizi, contrari alla castità e alla continenza.
Le
inchieste sociologiche possono indicare la frequenza questo
disordine secondo i luoghi, la popolazione o le circostanze
prese in considerazione; si rilevano così dei fatti. Ma
i fatti non costituiscono un criterio che permette di giudicare
del valore morale degli atti umani.(17) La frequenza del
fenomeno in questione è, certo, da mettere in rapporto con
l'innata debolezza dell'uomo in conseguenza del peccato
originale, ma anche con la perdita del senso di Dio, la
depravazione dei costumi, generata dalla commercializzazione
del vizio, la sfrenata licenza di tanti spettacoli e di
pubblicazioni, come anche con l'oblio del pudore, custode
della castità.
La
psicologia moderna offre, in materia di masturbazione, parecchi
dati validi e utili, per formulare un giudizio più equo
sulla responsabilità morale e per orientare l'azione pastorale.
Essa aiuta a vedere come l'immaturità dell'adolescenza,
che può talvolta prolungarsi oltre questa età, lo squilibrio
psichico, o l'abitudine contratta possano influire sul comportamento,
attenuando il carattere deliberato dell'atto, e far sì che,
soggettivamente, non ci sia sempre colpa grave. Tuttavia,
in generale, l'assenza di grave responsabilità non deve
essere presunta; ciò significherebbe misconoscere la capacità
morale delle persone.
Nel
ministero pastorale, per formarsi un giudizio adeguato nei
casi concreti, sarà preso in considerazione, nella sua totalità,
il comportamento abituale delle persone, non soltanto per
ciò che riguarda la pratica della carità e della giustizia,
ma anche circa la preoccupazione di osservare il precetto
particolare della castità. Si vedrà, specialmente, se si
fa ricorso ai mezzi necessari, naturali e soprannaturali,
che l'ascesi cristiana, nella sua esperienza di sempre,
raccomanda per dominare le passioni e far progredire la
virtù.
Opzione
fondamentale
10.
Il rispetto della legge morale, nel campo della sessualità,
come anche la pratica della castità, sono compromessi non
poco soprattutto presso i cristiani meno ferventi, dall'attuale
tendenza a ridurre all'estremo - quando addirittura non
è negata - la realtà del peccato grave, almeno nell'esistenza
concreta degli uomini.
Certuni
arrivano fino ad affermare che il peccato mortale, che separa
l'uomo da Dio, si verificherebbe soltanto nel rifiuto diretto
e formale, col quale ci si oppone all'appello di Dio, o
nell'egoismo che, completamente e deliberatamente, esclude
l'amore del prossimo. E allora soltanto, dicono, che ci
sarebbe l'«opzione fondamentale», cioè la decisione che
impegna totalmente la persona e che sarebbe richiesta per
costituire un peccato mortale; per mezzo di essa l'uomo,
dall'intimo della sua personalità, assumerebbe o ratificherebbe
un atteggiamento fondamentale nei riguardi di Dio e degli
uomini. Al contrario, le azioni chiamate «periferiche» (che
- si dice - non implicano, in generale, una scelta decisiva)
non arriverebbero a modificare l'opzione fondamentale, tanto
più che esse procedono spesso - si osserva - dall'abitudine.
Esse possono, dunque, indebolire l'opzione fondamentale,
ma non modificarla del tutto. Ora, secondo questi autori,
un mutamento dell'opzione fondamentale verso Dio avviene
più difficilmente nel campo dell'attività sessuale, dove,
in generale, l'uomo non trasgredisce l'ordine morale in
maniera pienamente deliberata e responsabile, ma piuttosto
sotto l'influenza della sua passione, della sua fragilità
o immaturità e, talvolta, anche dell'illusione di testimoniare
così il suo amore per il prossimo; al che spesso si aggiunge
la pressione dell'ambiente sociale.
In
realtà è, sì, l'opzione fondamentale che definisce, in ultima
analisi, la disposizione morale dell'uomo; ma essa può essere
radicalmente modificata da atti particolari, specialmente
se questi
sono preparati - come spesso accade - da atti anteriori
più superficiali. In ogni caso, non è vero che uno solo
di questi atti particolari non possa esser sufficiente perché
si commetta peccato mortale.
Secondo
la dottrina della chiesa, il peccato mortale che si oppone
a Dio non consiste soltanto nel rifiuto formale e diretto
del comandamento della carità; esso è ugualmente in questa
opposizione all'autentico amore, inclusa in ogni trasgressione
deliberata, in materia grave, di ciascuna delle leggi morali.
Cristo
stesso ha indicato il duplice comandamento dell'amore quale
fondamento della vita morale; ma da questo comandamento
«dipende tutta la legge e i profeti» (Mt 22,40):
esso dunque comprende gli altri precetti particolari. Di
fatto, al giovane che gli domandava: «Che cosa devo fare
di buono per ottenere la vita eterna?». Gesù rispose: «Se
vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti:... non
uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare
il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo
come te stesso» (Mt 19,16-19).
L'uomo
pecca, dunque, mortalmente non soltanto quando il suo atto
procede dal disprezzo diretto di Dio e del prossimo, ma
anche quando coscientemente e liberamente, per un qualsiasi
motivo, egli compie una scelta il cui oggetto è gravemente
disordinato. In questa scelta, infatti, come è stato detto
sopra, è già incluso il disprezzo del comandamento divino:
l'uomo si allontana da Dio e perde la carità. Ora, secondo
la tradizione cristiana e la dottrina della chiesa, e come
riconosce anche la retta ragione, l'ordine morale della
sessualità comporta per la vita umana valori così alti,
che ogni violazione diretta di quest'ordine è oggettivamente
grave.(18)
È
vero che nelle colpe di ordine sessuale, visto il loro genere
e le loro cause, avviene più facilmente che non sia pienamente
dato un libero consenso, e questo suggerisce di esser prudenti
e cauti nel dare un giudizio circa la responsabilità del
soggetto. Qui, in particolare, è il caso di richiamare le
parole della Scrittura: «L'uomo guarda l'apparenza, il Signore
guarda il cuore» (1 Sam 16,7). Tuttavia, raccomandare
una tale prudenza di giudizio circa la gravità soggettiva
di un atto peccaminoso particolare non significa affatto
che si debba ritenere che, nel campo sessuale, non si commettano
peccati mortali.
I
pastori devono, dunque, dar prova di pazienza e di bontà;
ma non è loro permesso né di rendere vani i comandamenti
di Dio, né di ridurre oltre misura la responsabilità delle
persone. «Non sminuire in nulla la salutare dottrina di
Cristo è eminente forma di carità verso le anime. Ma ciò
deve sempre accompagnarsi con la pazienza e la bontà di
cui il Signore stesso ha dato l'esempio nel trattare con
gli uomini. Venuto non per giudicare ma per salvare, Egli
fu certo intransigente con il male, ma misericordioso verso
le persone».(19)
La
virtù della castità
11.
Come è stato detto sopra, la presente dichiarazione intende
attirare, nelle presenti circostanze, l'attenzione dei fedeli
su certi errori e comportamenti dai quali si devono guardare.
La virtù della castità non si limita, però, ad evitare le
colpe indicate; essa implica, altresì, esigenze positive
e più alte. E una virtù che dà una impronta a tutta la personalità,
nel suo comportamento sia interiore che esteriore.
Essa
deve distinguere le persone, nei loro differenti stati di
vita: le une, nella verginità o nel celibato consacrato,
un modo eminente di dedicarsi più facilmente a Dio solo,
con cuore indiviso;(20) le altre, nella maniera, quale è
determinata per tutti dalla legge morale e secondo che siano
sposate o celibi. Tuttavia, in ogni stato di vita, la castità
non si riduce a un atteggiamento esteriore: essa deve rendere
puro il cuore dell'uomo, secondo la parola di Cristo: «Avete
inteso che fu detto: Non commettere
adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per
desiderarla ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore»
(Mt 5,27-28).
La
castità è compresa in quella continenza che Paolo annovera
tra i doni dello Spirito santo, mentre condanna la lussuria
come un vizio particolarmente indegno del cristiano e che
esclude dal regno dei cieli (cf. Gal 5,19-23; 1 Cor
6,9-11). «Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione:
che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia
mantenere il proprio corpo con santità e rispetto non come
oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono
Dio; che nessuno offenda e inganni in questa materia il
proprio fratello... Dio non ci ha chiamati all'impurità,
ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme
non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo
santo Spirito» (1 Ts 4,3-8; cf. Col 3,5-7;
1 Tm 1,10). «Quanto alla fornicazione e a ogni specie
di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come
si addice a santi... Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore,
o impuro, o avaro - che è roba da idolatri - avrà parte
al regno di Cristo e di Dio. Nessuno vi inganni con vani
ragionamenti: per queste cose infatti piomba l'ira di Dio
sopra coloro che gli resistono. Non abbiate quindi niente
in comune con loro. Se un tempo eravate tenebra, ora siete
luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della
luce» (Ef 5,3-8; cf. 4,18-19).
L'apostolo,
inoltre, precisa la ragione propriamente cristiana di praticare
la castità, quando condanna il peccato di fornicazione non
soltanto nella misura in cui quest'azione fa torto al prossimo
o all'ordine sociale, ma perché il fornicatore offende Cristo,
che lo ha riscattato con il suo sangue e di cui egli è membro,
e lo Spirito santo, di cui egli è tempio: «Non sapete che
i vostri corpi sono membra di Cristo?... Qualsiasi peccato
l'uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all'impudicizia,
pecca contro il proprio corpo. O non sapete che il vostro
corpo è tempio dello Spirito santo che è in voi e che avete
da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete
stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel
vostro corpo» (1 Cor 6,15.18-19).
Quanto
più i fedeli comprenderanno il valore della castità e la
sua necessaria funzione nella loro vita di uomini e di donne,
quanto più avvertiranno, per una sorta d'istinto spirituale,
ciò che questa virtù esige e suggerisce, tanto meglio essi
sapranno anche accettare e compiere, docili all'insegnamento
della chiesa, ciò che la retta coscienza detterà loro nei
casi concreti.
12.
L'apostolo san Paolo descrive in termini drammatici il doloroso
conflitto, nell'interno dell'uomo schiavo del peccato, tra
la «legge della sua mente» e la «legge della carne nelle
sue membra», che lo tiene prigioniero (cf. Rm 7,23).
Ma l'uomo può ottenere d'esser liberato dal suo «corpo di
morte» mediante la grazia di Gesù Cristo (cf. Rm
7,24-25). Di questa grazia godono gli uomini che essa stessa
ha reso giusti, coloro che la legge dello Spirito, che dà
la vita in Cristo, ha liberato dalla legge del peccato e
dalla morte (Rm 8,2). Perciò, l'apostolo li scongiura:
«Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo mortale,
sì da sottomettervi ai suoi desideri» (Rm 6,12).
Questa
liberazione, pur rendendo idonei a servire Dio in novità
di vita, non sopprime la concupiscenza che proviene del
peccato originale, né gli incitamenti al male di un «mondo
che giace sotto il potere del maligno» (1 Gv 5,19).
Perciò l'Apostolo incoraggia i fedeli a superare le tentazioni
con la forza di Dio (cf.1 Cor 10,13) «e a resistere
alle insidie del diavolo» (Ef 6,11) mediante la fede,
la preghiera vigilante (cf. Ef 6,16.18) e una austerità
di vita che riduce il corpo a servizio dello Spirito (cf.
1 Cor 9,27).
Vivere
la vita cristiana sulle orme di Cristo richiede che ciascuno
«rinneghi se stesso e prenda la sua croce ogni giorno» (Lc
9,23), se sorretto dalla speranza della ricompensa: «Se
moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo,
con lui anche regneremo» (2 Tm 2,11-12).
Nella
linea di questi insistenti inviti, i fedeli anche nel nostro
tempo, anzi oggi più che mai, devono adottare i mezzi, che
sono stati sempre raccomandati dalla chiesa per vivere una
vita casta: la disciplina dei sensi e dello spirito, la
vigilanza e la prudenza nell'evitare le occasioni di peccato,
la custodia del pudore, la moderazione nei divertimenti,
le sane occupazioni, il frequente ricorso alla preghiera
e ai sacramenti della penitenza e dell'eucaristia. I giovani,
soprattutto, devono preoccuparsi sviluppare la loro pietà
verso l'immacolata Madre di Dio e proporsi, come esempio
da imitare, la vita dei santi e degli altri fedeli, specialmente
dei giovani, che si sono distinti nella pratica della castità.
Occorre,
in particolare, che tutti abbiano un'alta idea della virtù
della castità, della sua bellezza e del suo rifulgente splendore.
Essa onora l'essere umano e lo rende capace di un amore
vero, disinteressato, generoso e rispettoso degli altri.
13.
È compito dei vescovi insegnare ai fedeli la dottrina morale
concernente la sessualità, quali che siano le difficoltà
che l'adempimento di questo compito incontra di fronte alle
idee e ai costumi oggi diffusi. Questa dottrina tradizionale
sarà approfondita, espressa in maniera adatta a illuminare
le coscienze dinanzi alle nuove situazioni che si sono create,
e arricchita con discernimento da ciò che può esser detto
di vero e di utile circa il significato e il valore della
sessualità umana. Mai principi e le norme di vita morale,
che sono stati confermati nella presente dichiarazione,
devono essere fedelmente ritenuti e insegnati. Si tratta,
in particolare, di far capire ai fedeli che la chiesa non
li mantiene come inveterati «tabù», né in forza di qualche
pregiudizio manicheo, come spesso si pretende, ma perché
sa con certezza che essi corrispondono all'ordine divino
della creazione e allo spirito di Cristo e, dunque, anche
alla dignità umana.
Missione
dei vescovi è, altresì, quella di vigilare perché nelle
facoltà di teologia e nei seminari sia esposta la sana dottrina
alla luce e sotto la guida del magistero della chiesa. Essi
devono, parimenti, avere cura che i confessori illuminino
le coscienze e che l'insegnamento catechistico sia impartito
in perfetta fedeltà alla dottrina cattolica.
Ai
vescovi, ai sacerdoti e ai loro collaboratori spetta di
mettere in guardia i fedeli contro le opinioni erronee,
spesso proposte nei libri, nelle riviste e in pubblici convegni.
I
genitori per primi, come anche gli educatori della gioventù,
si sforzeranno di condurre, mediante un'educazione integrale,
i loro figli e i loro allievi alla maturità psicologica,
affettiva e morale quale conviene alla loro età. Essi daranno
loro, a questo scopo, un'informazione prudente e adatta
alla loro volontà ai costumi cristiani non soltanto con
i consigli, ma soprattutto con l'esempio della loro propria
vita, con l'aiuto di Dio ottenuto mediante la preghiera.
Sapranno anche proteggerli dai tanti pericoli che i giovani
neppure sospettano.
Gli
artisti, gli scrittori e tutti coloro i quali dispongono
degli strumenti di comunicazione sociale, devono esercitare
la loro professione in accordo con la loro fede cristiana,
coscienti della enorme influenza che essi possono esercitare.
Essi devono ricordare che «il primato dell'ordine morale
oggettivo deve essere rispettato assolutamente da tutti»,(21)
e che non è lecito preferirgli un preteso fine estetico,
un vantaggio materiale o il successo. Si tratti di creazione
artistica o letteraria, di spettacoli o di informazioni,
ciascuno, nel proprio campo, darà prova di tatto, di discrezione,
di moderazione e di un giusto senso dei valori. In tal modo,
lungi dall'aumentare la crescente licenza dei costumi, essi
contribuiranno a frenarla, e a risanare anche il clima morale
della società.
Da
parte loro, tutti i fedeli laici, in virtù del loro diritto
e del loro dovere d'apostolato, si faranno premura di agire
nello stesso senso.
È
conveniente, infine, ricordare a tutti queste parole del
concilio Vaticano II: «Il sacro concilio dichiara che i
fanciulli e i giovani hanno il diritto di essere stimolati
sia a valutare con retta coscienza e ad accettare con adesione
personale i valori morali, sia a conoscere e ad amare Dio
più perfettamente; perciò chiede con insistenza a quanti
governano i popoli o presiedono all'educazione, di preoccuparsi
perché mai la gioventù venga privata di questo sacro diritto».(22)
Il
sommo pontefice Paolo VI, nell'udienza accordata al sottoscritto
prefetto della congregazione per la dottrina della fede
il 7 novembre 1975, ha ratificato e confermato questa dichiarazione
circa alcune questioni di etica sessuale, ordinandone la
pubblicazione.
Roma,
palazzo della Congregazione per la dottrina delle fede,
29 dicembre 1975.
Franjo
card. ŠEPER,
prefetto
Jérôme
HAMER o.p.,
arciv. tit. di Lorium,
segretario
NOTE
(1)
SACRA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE Dichiarazione
Persona Humana circa alcune questioni di etica sessuale,
29 dicembre 1975: AAS
68(1976)
(testo originale latino); EV 5/1717-1745 (testo bilingue).
(2)
Cf. Gaudium et spes, 47: nn. 9-10; EV 1/1469.
3
Cf. Cost. ap. Regimini ecclesiae universae. 15.8.1967,
n. 29: EV 2/1569.
(4)
Cf. Gaudium et spes, 16: EV 1/1369.
(5)
Dignitatis humanae, 3: EV 1/1047.
(6)
Dignitatis humanae, 14: EV 1/1080; cf. Pio
XI, Enc. Casti connubii, 31.12.1930: AAS 22(1930),
579-580; EE 5/552s; Pio XII, Allocuzione 2.11.1954:
AAS 46(1954), 671-672; GIOVANNI XXIII, Enc. Mater
et magistra, 15.5.1961: AAS 53(1961 ), 457; EE
7/457; Paolo VI, Enc. Humanae vitae, 25.7.1968, n.
4: n. 40-42; EV 3/591.
(7)
Cf. Gravissimum educationis, 1 e 8: EV 1/822.839;
Gaudium et spes, 29, 60, 67: EV 1/1410.1519.1547.
(8)
Cf. Gaudium et spes, 51: n. 23; EV 1/1483.
(9)
Cf. Gaudium et spes, 51: n. 23; EV 1/1483;
cf. anche n. 49: n. 15-16; EV 1/1475s.
(10)
Cf. Gaudium et spes, 49 e 50: nn. 15-20; EV
1/1475-1480.
(11)
La presente Dichiarazione non comprende tutte le norme morali
sulla vita sessuale nel matrimonio, essendo queste egregiamente
esposte nelle lettere encicliche Casti connubii e
Humanae vitae.
(12)
Il rapporto sessuale extramatrimoniale viene espressamente
condannato in 1 Cor 5,1-6.9; 7,2; 10,8; Ef
5,5-7; 1 Tm 1,10; Eb 13,4; e con argomentazioni
chiare: 1 Cor 6,12-20.
(13)
Cf. INNOCENZO IV, Ep. Sub catholicae professione,
6.3.1254: Denz 835; Pio II, Proposizioni condannate nella
lettera Cum sicut accepimus, 14.11.1459: Denz 1367;
Sant'Offizio, Decreti del 24.9.1665 e 2.3.1679: Denz 2045
e 2148; Pio XI. Enc. Casti connubii, 31.12.1930: 22(1930),
558-559; EE 5/497-499.
(14)
Rm 1,24-27: «Perciò Dio li ha abbandonati all'impurità
secondo i desideri del loro cuore sì da disonorare fra di
loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità
di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura
al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen.
Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro
donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro
natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto
naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni
per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini,
ricevendo così in sé stessi la punizione che si addiceva
al loro traviamento». Cf. anche quello che Paolo dice a
proposito degli uomini sodomiti e pervertiti in 1 Cor
6,10 e 1 Tm 1,10.
(15)
Cf. LEONE IX, Ep. Ad splendidum nitentis, a. 1054:
Denz 687-688; Sant’Offizio, Decreto del 2.3.1679: Denz 2149;
Pio XII, Allocuzioni dell'8 ottobre 1953 e del 19 maggio
1956: AAS 45(1953), 677s e 58(1956), 472s.
(16)
Gaudium et spes, 51: n. 23; EV 1/1483.
(17)
«Se le inchieste sociologiche ci sono utili per meglio conoscere
la mentalità dell'ambiente, le preoccupazioni e le necessità
di coloro ai quali annunciamo la parola di Dio, come pure
le resistenze che le oppone l'umana ragione nell'età moderna,
con l'idea largamente diffusa che non esisterebbe, fuori
della scienza, alcuna forma legittima di sapere, le conclusioni
di tali inchieste non potrebbero costituire di per se stesse
un criterio determinante di verità» (Paolo VI, Esort. apost.
Quinque iam anni, 8.12.1970: EV 3/2883 ).
(18)
Cf, sopra le note 13 e 15: Sant' Offizio, Decreto del 18
marzo 1666: Denz 2060; PAOLO VI, Enc. Humanae vitae,
nn. 13 e 14: nn. 65-69; EV 3/599s.
(19)
PAOLO VI, Enc. Humanae vitae, n. 29: nn. 95; EV
3/615.
(20)
Cf. 1 Cor 7,7.34; Conc. Di Trento, sess. 24, can.
10: Denz 1810; CONC. Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium,
42, 43, 44: EV 1/397-407; Sinodo dei Vescovi 1971,
Il sacerdozio ministeriale, parte II, 4 b: EV
4/1211.
(21)
Conc. Vaticano II. Decreto Inter mirifica, 6: EV
1/254.
(22)
Conc. Vaticano II, Dich. Gravissimum educationis,
1: EV 1/824.