Castità
Opere
dei Santi
San
Tommaso d'Aquino
Summa
Theologica
Temperanza
Questione
153
La
lussuria
Rimane
ora da considerare il vizio della lussuria, che si contrappone
alla castità: primo, in generale; secondo, nelle
sue specie.
Sul primo punto esamineremo cinque argomenti: 1. Quale sia
l'oggetto della lussuria; 2. Se ogni accoppiamento sia illecito;
3. Se la lussuria sia peccato mortale; 4. Se sia un vizio
capitale; 5. Le figlie di questo vizio.
ARTICOLO
1
Se
materia della lussuria siano soltanto i desideri e i piaceri
venerei
SEMBRA
che materia della lussuria non siano soltanto i desideri
e i piaceri venerei. Infatti:
1. S. Agostino scrive, che "la lussuria deriva il suo
nome dalla sazietà e dall'abbondanza". Ma la
sazietà si riferisce ai cibi e alle bevande, e l'abbondanza
alle ricchezze. Dunque la lussuria propriamente non ha per
oggetto i desideri e i piaceri venerei.
2. Nei Proverbi si legge: "Lussuriosa cosa è
il vino". Ma il vino rientra nei piaceri gastronomici.
Perciò la lussuria ha per oggetto questi piaceri.
3. Si dice che la lussuria è "la brama del piacere
sfrenato". Ora, il piacere sfrenato non si ha soltanto
nelle cose veneree, ma in molte altre cose. Dunque la lussuria
non ha per oggetto solo i desideri e i piaceri venerei.
IN
CONTRARIO: S. Agostino applica "ai lussuriosi"
le parole di S. Paolo: "Chi semina nella carne, raccoglierà
la corruzione". Ma si semina nella carne con i piaceri
venerei. Sono essi quindi che riguardano la lussuria.
RISPONDO:
Come insegna S. Isidoro, "lussurioso equivale a dissoluto
nei piaceri". Ora, i piaceri che più snervano
l'animo di un uomo sono quelli venerei. Dunque la lussuria
si riferisce soprattutto ai piaceri venerei.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come la temperanza pur riguardando
in maniera primaria e principale i piaceri del tatto, secondariamente
e per analogia si estende anche ad altre materie; così
anche la lussuria principalmente riguarda i piaceri venerei,
che più d'ogni altro dissolvono l'anima dell'uomo,
ma secondariamente abbraccia ogni altra cosa che può
considerarsi un eccesso. Ecco perché la Glossa afferma,
che "qualsiasi superfluità" è lussuria.
2. Si dice che il vino è cosa lussuriosa, o nel senso
che in qualsiasi materia l'eccesso può riferirsi
alla lussuria. O perché l'uso superfluo del vino
è un incentivo del piacere venereo.
3. Sebbene anche in altra materia si parli di piacere sfrenato,
tuttavia questa qualifica riguarda soprattutto i piaceri
venerei; per i quali specialmente, come scrive S. Agostino,
si parla di libidine, o sfrenatezza.
ARTICOLO
2
Se
possa esserci un atto venereo senza peccato
SEMBRA
che non possa esserci un atto venereo senza peccato. Infatti:
1. Niente può essere di ostacolo alla virtù
all'infuori del peccato. Ora, ogni atto venereo ostacola
sommamente la virtù; stando alle parole di S. Agostino:
"Non c'è niente, io penso, che possa sbalzare
un'anima virile dalla sua roccaforte più delle carezze
di una donna, e i contatti coniugali". Dunque nessun
atto venereo può essere senza peccato.
2. Dovunque si riscontra qualche cosa di superfluo, per
cui si abbandona il bene di ordine razionale, là
c'è un peccato: poiché la virtù viene
corrotta "dall'eccesso e dal difetto", come si
esprime Aristotele. Ma in qualsiasi atto venereo c'è
un eccesso di piacere, il quale assorbe la ragione al punto
che, a detta del Filosofo, "in esso è impossibile
intendere qualcosa"; e S. Girolamo afferma che in codesto
atto lo spirito di profezia si allontana dal cuore dei profeti.
Perciò nessun atto venereo può essere senza
peccato.
3. La causa è superiore all'effetto. Ma il peccato
originale, come insegna S. Agostino, è trasmesso
ai bambini dalla concupiscenza, senza la quale non può
esserci un atto venereo. Dunque non può esserci un
atto venereo senza peccato.
IN
CONTRARIO: S. Agostino ha scritto: "È sufficiente
rispondere agli eretici, se però son capaci di comprendere,
che non è peccato quanto non viene commesso né
contro natura, né contro le usanze, né contro
le leggi". E parla dell'atto venereo di cui usarono
appunto gli antichi patriarchi in molti matrimoni. Perciò
non tutti gli atti venerei sono peccati.
RISPONDO:
Tra gli atti umani è peccaminoso quello che è
contro l'ordine della ragione. Ora, l'ordine della ragione
esige che tutto sia ben ordinato al proprio fine. Perciò
non è peccato che l'uomo si serva di determinate
cose per il loro fine, nella misura e nell'ordine conveniente,
purché il fine sia qualcosa di veramente buono. Ma
come è un vero bene la conservazione della vita fisica
di un individuo, così è un bene superiore
la conservazione della specie umana. E come alla conservazione
dell'individuo è ordinato l'uso dei cibi, così
alla conservazione di tutto il genere umano è ordinato
l'uso dei piaceri venerei; secondo le parole di S. Agostino:
"Ciò che è il cibo per la conservazione
dell'individuo, lo è la copula per la conservazione
della specie". Perciò come si può usare
dei cibi senza peccato, se si fa nella misura che si richiede
alla salute del corpo; così anche l'uso dei piaceri
venerei può essere senza peccato, se si fa nella
debita maniera, come è richiesto dal fine della generazione
umana.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Una cosa può essere di
ostacolo alla virtù in due maniere. Primo, perché
incompatibile con la virtù comune: e in tal senso
la virtù non è ostacolata che dal peccato.
Secondo, perché incompatibile con la virtù
perfetta: e in tal senso la virtù può essere
ostacolata da cose che non sono peccati, ma un minor bene.
È in tal senso che l'uso della moglie sbalza l'anima
non dalla virtù, ma "dalla roccaforte",
cioè dalla perfezione della virtù. Scrive
infatti S. Agostino: "Come era bene ciò che
faceva Marta occupata a servire dei santi, ma era meglio
ascoltare come Maria la parola di Dio; così lodiamo
come cosa buona la castità coniugale di Susanna,
ma stimiamo di più la vedovanza di Anna, e più
ancora la verginità di Maria".
2. Il giusto mezzo della virtù, come sopra abbiamo
detto, non va misurato dalla quantità, ma in conformità
con la retta ragione. Perciò la sovrabbondanza del
piacere che è nell'atto venereo ordinato secondo
ragione non esclude il giusto mezzo della virtù.
- Inoltre alla virtù non interessa quanto sia il
piacere dei sensi esterni, che dipende dalle disposizioni
fisiche; ma quanto l'appetito interiore, o volontà,
sia preso da codesto piacere. - E neppure il fatto che la
ragione non è libera di considerare cose spirituali
durante un dato piacere dimostra che quell'atto è
contrario alla virtù. Infatti non è contro
la virtù interrompere ragionalmente le funzioni della
ragione per un po' di tempo: altrimenti sarebbe contro la
virtù abbandonarsi al sonno.
Però il fatto che la concupiscenza e il piacere venereo
non sottostanno al comando e al governo della ragione deriva
come castigo del primo peccato: poiché la ragione
ribelle a Dio, spiega S. Agostino, meritò la ribellione
della propria carne.
3. Come scrive sempre S. Agostino, "la prole nasce
infetta di peccato originale, dalla concupiscenza della
carne, figlia del peccato, la quale ai rigenerati non è
imputata a peccato". Non ne segue, perciò, che
quell'atto è peccato; ma che in esso si risentono
le conseguenze o pene del primo peccato.
ARTICOLO
3
Se
la lussuria debba considerarsi peccato
SEMBRA che la lussuria relativa agli atti venerei, non possa
essere peccato. Infatti:
1. Nell'atto venereo si ha l'espulsione del seme, che come
insegna Aristotele, è "il superfluo dell'alimento".
Ma nell'espulsione delle altre superfluità non si
riscontra nessun peccato. Dunque non ci può esser
peccato negli atti venerei.
2. Ognuno può usare lecitamente come a lui piace
di ciò che è suo. Ma nell'atto venereo l'uomo
non fa che usare ciò che è suo: fuori del
caso di adulterio, o di ratto. Perciò nell'uso dei
piaceri venerei non ci può essere peccato. Quindi
la lussuria non è peccato.
3. Ogni peccato ha un vizio contrario. Invece la lussuria
non pare che abbia un vizio contrario. Quindi la lussuria
non è peccato.
IN
CONTRARIO: 1. La causa è superiore all'effetto. Ora,
il vino, a detta di S. Paolo, viene proibito a causa della
lussuria: "Non vi ubriacate col vino, nel quale è
lussuria". Quindi la lussuria è proibita.
2. Altrove l'Apostolo enumera la lussuria tra le opere della
carne.
RISPONDO:
Quanto più una cosa è necessaria, più
si richiede che in essa si rispetti l'ordine della ragione.
E quindi è più peccaminosa la trasgressione
di tale ordine. Ora, l'uso dei piaceri venerei, come abbiamo
già notato, è necessarissimo al bene comune,
ossia alla conservazione del genere umano. Perciò
in esso si deve seguire col massimo rigore l'ordine della
ragione. E quindi è peccato compiere in questa materia
qualche cosa di contrario all'ordine della ragione. Ma trasgredire
la norma della ragione a proposito dei piaceri venerei è
proprio della lussuria. Dunque non c'è dubbio che
la lussuria è peccato.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Filosofo dice pure che "il
seme è il superfluo di cui si ha bisogno": è
superfluo perché sopravanza alle funzioni della facoltà
nutritiva, ma se ne ha bisogno per la facoltà generativa.
Invece delle altre superfluità del corpo umano non
se n'ha bisogno. E quindi non importa il modo della loro
emissione, salve le convenienze del vivere umano. Ma non
è lo stesso per l'espulsione del seme, la quale deve
esser fatta nel modo richiesto dal fine per cui se n'ha
bisogno.
2. Ecco le parole dell'Apostolo contro la lussuria: "Siete
stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio e portatelo
nel vostro corpo". Per il fatto, dunque, che uno abusa
del proprio corpo con la lussuria, fa ingiuria al Signore,
che è il padrone principale dei nostri corpi. Di
qui le parole di S. Agostino: "Il Signore, il quale
governa i suoi servi per la loro e non per la propria utilità,
ha comandato questo, affinché con gli illeciti piaceri
non crolli il tempio suo, che tu hai cominciato ad essere".
3. L'opposto della lussuria non viene ricordato di frequente:
perché gli uomini sono piuttosto portati ai piaceri.
Tuttavia il vizio opposto è incluso nell'insensibilità.
Ed esso capita in colui che detesta tanto l'uso della donna,
da non rendere il debito coniugale.
ARTICOLO
4
Se
la lussuria sia un vizio capitale
SEMBRA
che la lussuria non sia un vizio capitale. Infatti:
1. La lussuria è identificata dalla Glossa con "l'immondezza".
Ma l'immondezza, a detta di S. Gregorio, è figlia
della gola. Dunque la lussuria non è un vizio capitale.
2. Scrive S. Isidoro, che "come dalla superbia si giunge
alla prostituzione della lussuria, così dall'umiltà
è salvaguardata la castità". Ora, nascere
da un altro vizio è contro la nozione di vizio capitale.
Perciò la lussuria non è un vizio capitale.
3. La lussuria nasce dalla disperazione, stando a quelle
parole di S. Paolo: "Essi, perduta ogni speranza, si
sono dati alla dissolutezza". Ma la disperazione non
è un vizio capitale: ché anzi è posta
tra le figlie dell'accidia, come sopra abbiamo visto. Molto
meno, dunque, è un vizio capitale la lussuria.
IN
CONTRARIO: S. Gregorio mette la lussuria tra i vizi capitali.
RISPONDO:
Come abbiamo spiegato in precedenza, è capitale quel
vizio che ha un fine molto appetibile, così da spingere
l'uomo col desiderio di esso a commettere vari peccati,
i quali si dice che nascono tutti da quel vizio come da
un vizio principale. Ora, fine della lussuria è il
piacere venereo, che è il più grande dei piaceri.
E quindi codesto piacere è sommamente appetibile
per la sensibilità, sia per la violenza del piacere,
che per la connaturalità di questa concupiscenza.
Perciò è evidente che la lussuria è
un vizio capitale.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Secondo alcuni, l'immondezza
posta tra le figlie della gola è una certa immondezza
corporale, come sopra abbiamo visto. E allora l'argomento
non è a proposito.
Se invece si prende per l'immondezza della lussuria, si
risponde che essa è causata dalla gola solo materialmente,
cioè in quanto la gola prepara la materia bruta della
lussuria: ma non sotto l'aspetto di causa finale, che è
l'aspetto principalissimo secondo il quale va riscontrata
l'origine di altri vizi da un vizio capitale.
2. Come abbiamo detto sopra parlando della vanagloria, la
superbia è considerata la madre di tutti i peccati:
e quindi gli stessi vizi capitali nascono dalla superbia.
3. Alcuni si astengono dai piaceri della lussuria specialmente
per la speranza della gloria futura, che è eliminata
dalla disperazione. Perciò quest'ultima provoca la
lussuria quale removens prohibens: non già quale
causa diretta, come si richiede per dei vizi capitali.
ARTICOLO
5
Se
siano ben determinate le figlie della lussuria
SEMBRA
che non sia esatto affermare che le figlie della lussuria
sono "accecamento, inconsiderazione, precipitazione,
amore di sé, odio di Dio, attaccamento alla vita
presente, orrore o disperazione per la vita futura".
Infatti:
1. L'accecamento, l'inconsiderazione e la precipitazione
rientrano nell'imprudenza che si riscontra in ogni peccato,
come la prudenza si ritrova in ogni virtù. Perciò
esse non possono esser considerate figlie speciali della
lussuria.
2. La costanza è tra le parti potenziali della fortezza,
come sopra abbiamo visto. Ma la lussuria non si contrappone
alla fortezza, bensì alla temperanza. Quindi l'incostanza
non è figlia della lussuria.
3. "L'amore di sé fino al disprezzo di Dio è
causa di tutti i peccati", come S. Agostino dimostra.
Dunque non va posto tra le figlie della lussuria.
4. S. Isidoro ne enumera quattro soltanto, e cioè:
"turpiloquio, scurrilità, buffoneria e sciocchezza".
Perciò l'enumerazione precedente è superflua.
IN
CONTRARIO: Questo è l'insegnamento di S. Gregorio.
RISPONDO:
Quando le potenze inferiori sono fortemente impressionate
dai loro oggetti, ne segue che le facoltà superiori
vengono impedite e turbate nei loro atti. Ora, l'appetito
inferiore, e cioè il concupiscibile, si volge con
violenza verso il proprio oggetto, cioè verso i piaceri,
specialmente nei peccati di lussuria, per l'intensità
del piacere. E quindi ne segue che le potenze superiori,
ragione e volontà, vengono turbate in modo gravissimo
dalla lussuria.
Ora, quattro sono gli atti della ragione in campo pratico.
Primo, la semplice intellezione, la quale intuisce il fine
come un bene. E quest'atto viene compromesso dalla lussuria;
secondo le parole di Daniele: "La bellezza ti ha sedotto,
e la concupiscenza ti ha traviato il cuore". Ed abbiamo
così l'accecamento dell'animo. Il secondo atto è
la deliberazione sui mezzi da usare per raggiungere il fine.
E anche questo viene impedito dalla brama della lussuria;
cosicché Terenzio poteva dire dell'amore libidinoso:
"È cosa che in sé non ha né deliberazione
né misura, e tu non puoi governarla con la riflessione".
E così abbiamo la precipitazione, che implica mancanza
di deliberazione, come sopra abbiamo detto. - Il terzo atto
è il giudizio sulle azioni da compiere. E questo
viene anch'esso impedito dalla lussuria; si legge infatti
in Daniele a proposito dei (due) vecchi lussuriosi: "Stravolsero
i loro sensi, così da non ricordarsi del giusto giudizio".
- Il quarto atto è il comando esecutivo della ragione.
E anche questo viene impedito dalla lussuria: poiché
dall'impeto della concupiscenza l'uomo viene impedito di
eseguire ciò che si era proposto di fare. Così
Terenzio parla di un innamorato che diceva di volersi separare
dalla sua amante: "Tutte queste parole saranno sopraffatte
dalla prima lacrimuccia bugiarda".
Per parte poi della volontà si riscontrano due atti
disordinati, in corrispondenza delle due attrattive della
volontà. La prima è il desiderio del fine.
E rispetto a questo si ha l'amore di sé, per il piacere
che il lussurioso brama disordinatamente: e di contro l'odio
di Dio, in quanto Dio proibisce la concupiscenza dei piaceri.
- La seconda è il desiderio dei mezzi. E rispetto
a questa si ha l'attaccamento alla vita presente, nella
quale il lussurioso vuol godersi il piacere; e di contro
si ha la disperazione per la vita futura, poiché
chi è troppo preso dai piaceri carnali non si cura
di raggiungere i beni spirituali, di cui sente fastidio.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come dice il Filosofo, l'intemperanza
soprattutto distrugge la prudenza. Perciò i vizi
contrari alla prudenza nascono specialmente dalla lussuria,
che è la specie principale dell'intemperanza.
2. La costanza nelle imprese ardue e temibili è parte
(potenziale) della fortezza. Ma aver costanza nell'astenersi
dai piaceri appartiene alla continenza, che è parte
della temperanza, come sopra abbiamo visto. Ecco perché
l'incostanza, che è il suo contrario, è posta
tra le figlie della lussuria.
Tuttavia anche il primo tipo d'incostanza deriva dalla lussuria:
poiché questa intenerisce il cuore dell'uomo e lo
rende effeminato, come si legge in Osea: "La fornicazione,
il vino e l'ubriachezza tolgono il cuore". E Vegezio
scrive, che "teme meno la morte chi in vita ha meno
conosciuto i piaceri". Del resto, come abbiamo già
detto più volte, non è necessario che le figlie
di un vizio capitale riguardino la stessa materia.
3. L'amore di sé rispetto a qualsiasi bene che uno
desidera è causa universale di tutti i peccati. Ma
è posto tra le figlie della lussuria, per il fatto
che uno brama a se stesso in particolare i piaceri della
carne.
4. L'enumerazione di S. Isidoro elenca solo gli atti esterni
disordinati, riguardanti specialmente le parole. Ora, nel
parlare ci possono essere quattro tipi di disordine. Primo,
rispetto alla materia di cui si parla: e abbiamo il turpiloquio.
Poiché, siccome "la bocca parla dall'abbondanza
del cuore", come dice il Vangelo, i lussuriosi, avendo
il cuore pieno di turpi desideri, facilmente escono in turpi
discorsi. - Secondo, rispetto alla causa. Infatti, poiché
la lussuria causa inconsiderazione e precipitazione, è
chiaro che fa prorompere in parole leggere e inconsiderate,
che si dicono appunto scurrili. - Terzo, rispetto al fine.
Poiché il lussurioso cercando il piacere, ordina
ad esso anche le sue parole: e così esce in parole
scherzose, cioè in buffonerie. - Quarto, rispetto
al senso delle parole, che la lussuria perverte, per l'accecamento
che produce. E così il lussurioso se n'esce con delle
sciocchezze: poiché con le sue parole mostra di preferire
i piaceri che brama, a qualsiasi altra cosa.