Castità
Opere
dei Santi
San
Tommaso d'Aquino
Summa
Theologica
Temperanza
Questione
155
La
Continenza
Passiamo
ora a considerare le parti potenziali della temperanza:
primo, la continenza; secondo, la clemenza; terzo, la modestia.
Sul primo tema tratteremo della continenza e dell'incontinenza.
E a proposito della continenza esamineremo quattro cose:
1. Se la continenza sia una virtù; 2. Quale sia la
sua materia; 3. Quale la sua sede; 4. Confronto tra continenza
e temperanza.
ARTICOLO
1
Se
la continenza sia una virtù
SEMBRA
che la continenza non sia una virtù. Infatti:
1. Una specie non si contrappone mai al proprio genere.
Invece troviamo in Aristotele che la continenza si contrappone
alla virtù in una certa divisione. Dunque la continenza
non è una virtù.
2. Nessuno pecca esercitando una virtù: poiché,
a detta di S. Agostino, "della virtù nessuno
usa malamente". Invece uno può peccare col contenersi:
p. es., se desidera fare del bene e si trattiene di farlo.
Quindi la continenza non è una virtù.
3. Nessuna virtù ritrae dalle cose lecite, ma solo
dalle illecite. Ora, la continenza ritrae dalle cose lecite:
infatti la Glossa afferma che con la continenza uno "si
astiene anche dalle cose lecite". Dunque la continenza
non è una virtù.
IN
CONTRARIO: Ogni abito lodevole è una virtù.
Ma tale è appunto la continenza: poiché Andronico
scrive che "la continenza è l'abito di non lasciarsi
vincere dal piacere". Perciò la continenza è
una virtù.
RISPONDO:
Il termine continenza ha diverse accezioni. Alcuni per continenza
intendono l'astensione da ogni piacere venereo: e in tal
senso l'Apostolo l'affianca alla castità. Presa in
questo senso, la continenza perfetta e principale è
la verginità, in secondo luogo viene la vedovanza.
In quest'accezione vale per la continenza quello che sopra
abbiamo detto a proposito della verginità, che è
appunto una virtù.
Altri invece ritengono che la continenza sia la facoltà
di resistere alle cattive concupiscenze, che si scatenano
con violenza. È in tal senso che parlano di essa
l'Etica aristotelica e le Collationes Patrum. Così
intesa la continenza ha un aspetto di virtù, in quanto
la ragione è fatta per resistere alle passioni: ma
non raggiunge la perfetta natura di una virtù morale,
che esige la sottomissione alla ragione dello stesso appetito
sensitivo, così da impedire l'insorgere in esso di
passioni violente contrarie alla ragione. Ecco perché
il Filosofo afferma, che "la continenza non è
una virtù, ma una certa mescolanza", in quanto
cioè ha certi elementi della virtù, e manca
di altri. - Prendendo però il termine virtù
per qualsiasi principio lodevole d'operazione, possiamo
dire che la continenza è una virtù.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Il Filosofo contrappone la continenza
alla virtù, perché la considera dal lato in
cui non ne raggiunge la perfezione.
2. L'uomo propriamente è quello che è, in
forza alla ragione. Perciò si dice che uno si contiene
in se stesso, in quanto sta a quello che si addice alla
ragione. Ma quello che appartiene alla perversità
della ragione non si addice alla ragione. E quindi è
davvero continente solo chi si attiene a ciò che
è conforme alla retta ragione: non chi segue la ragione
perversa. Ora, alla retta ragione si contrappongono le cattive
concupiscenze: come alla ragione perversa si contrappongono
i buoni desideri. Perciò vero e proprio continente
è colui che persiste nel seguire la retta ragione,
astenendosi dalle prave concupiscenze: non già chi
persiste nel seguire la ragione perversa respingendo i buoni
desideri; ché costui deve dirsi piuttosto ostinato
nel male.
3. La Glossa nel testo accennato parla della continenza
secondo la prima accezione, per cui essa significa una virtù
allo stato perfetto, la quale non solo si astiene dalle
cose illecite, ma anche da certi beni di ordine inferiore,
per attendere totalmente ai beni più perfetti.
ARTICOLO
2
Se
materia della continenza siano le concupiscenze dei piaceri
del tatto
SEMBRA
che materia della continenza non siano le concupiscenze
dei piaceri del tatto. Infatti:
1. S. Ambrogio scrive, che "il continente deve contribuire
all'insieme della bellezza e dell'onestà regolando
ogni suo atto". Ora, non tutti gli atti umani riguardano
i piaceri del tatto. Dunque la continenza non ha per oggetto
solo le concupiscenze di tali piaceri.
2. Il termine continenza deriva dal fatto che uno si attiene
al bene della retta ragione, come sopra abbiamo visto. Ma
ci sono altre passioni che allontanano l'uomo dalla retta
ragione più delle concupiscenze dei piaceri del tatto:
p. es., il timore dei pericoli mortali, che istupidisce
l'uomo; e l'ira, che a detta di Seneca è simile alla
follia. Perciò la continenza propriamente non riguarda
le concupiscenze dei piaceri del tatto.
3. Cicerone afferma, che "la continenza è la
virtù con la quale si governa razionalmente la cupidigia".
Ma per cupidigia si è soliti intendere l'attaccamento
più alle ricchezze che ai piaceri del tatto, come
appare da quel testo paolino: "Radice di tutti i mali
è la cupidigia". Quindi la continenza non ha
propriamente per oggetto i piaceri del tatto.
4. I piaceri del tatto non si limitano agli atti venerei,
ma riguardano anche il mangiare. Invece si usa parlare di
continenza solo a proposito dei piaceri venerei. Dunque
sua materia propria non è la concupiscenza dei piaceri
del tatto.
5. Tra i piaceri del tatto alcuni non sono umani, ma bestiali:
così nei cibi, p. es., il piacere di cibarsi di carne
umana; come negli atti venerei, p. es., la bestialità
e la pederastia. Ma Aristotele scrive che la continenza
non riguarda queste cose. Perciò materia propria
della continenza non sono le concupiscenze dei piaceri del
tatto.
IN
CONTRARIO: Il Filosofo afferma, che "continenza e incontinenza
riguardano le stesse cose che la temperanza e l'intemperanza".
Ma la temperanza e l'intemperanza, come sopra abbiamo visto,
riguardano la concupiscenza dei piaceri del tatto. Dunque
anche la continenza e l'incontinenza hanno la stessa materia.
RISPONDO:
Il termine continenza dice freno, o contenimento: in quanto
con essa uno si tiene dal seguire le passioni. Perciò
propriamente si parla di continenza per quelle passioni
che spingono a perseguire qualche cosa, da cui la ragione
fa bene a trattenere: invece non se ne parla con proprietà
per quelle passioni che, come il timore, implicano indietreggiamento;
poiché in queste è lodevole rimaner fermi,
come sopra abbiamo visto, nel perseguire ciò che
la ragione comanda. Si deve però notare che le inclinazioni
naturali sono causa di tutte quelle susseguenti, come abbiamo
già spiegato. Perciò le passioni sono tanto
più violente nel perseguire una cosa, quanto più
seguono l'inclinazione della natura. E questa inclina specialmente
a ciò che le è necessario, o per la conservazione
dell'individuo, come il cibo; oppure per la conservazione
della specie, come gli atti venerei. Ora, il piacere di
queste cose appartiene al tatto. Perciò la continenza
e l'incontinenza propriamente riguardano le concupiscenze
dei piaceri del tatto.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Come il termine temperanza in
senso generico può applicarsi a qualsiasi materia,
mentre in senso proprio vale per quella materia in cui soprattutto
l'uomo è bene che si rafforzi; così anche
la continenza propriamente vale per quella materia in cui
è cosa ottima e difficilissima contenersi, cioè
nella concupiscenza dei piaceri del tatto. Però in
senso generico e impreciso si può applicare a qualsiasi
materia. È in tal senso che lo usa S. Ambrogio nel
testo citato.
2. A proposito del timore non si loda propriamente la continenza,
ma piuttosto la fermezza d'animo, propria della fortezza.
L'ira invece dà un impulso a perseguire qualche cosa:
ma questo impulso deriva dalla conoscenza più che
da un'inclinazione naturale, cioè dal fatto che uno
percepisce di essere offeso da un altro. Perciò si
può dire solo in senso improprio che uno è
continente nell'ira, ma non in senso assoluto.
3. I beni esterni, come gli onori e le ricchezze, sono,
a detta del Filosofo, "per se stessi desiderabili,
ma non sono necessari" alla conservazione della natura.
Perciò rispetto ad essi "non si usa dire che
uno è continente, o incontinente in senso assoluto",
ma solo in senso relativo, "aggiungendo che è
continente, o incontinente nel guadagno, negli onori",
o in altre cose del genere. Perciò Cicerone usa qui
il termine continenza in senso generico, in quanto abbraccia
anche la continenza in senso relativo; oppure egli per cupidigia
intende in senso stretto la concupiscenza dei piaceri del
tatto.
4. I piaceri venerei sono più violenti di quelli
gastronomici. Ecco perché si usa parlare di continenza
più per i primi che per i secondi: sebbene a detta
del Filosofo il termine possa valere per gli uni e per gli
altri.
5. La continenza è un bene della ragione umana: perciò
riguarda le sole passioni connaturali all'uomo. Ecco perché
il Filosofo ha scritto, che "se uno prova concupiscenza
per un fanciullo, o voglia di mangiarlo, o brama piaceri
venerei snaturati, nel seguire o nel reprimere queste concupiscenze
non si può parlare di continenza in senso assoluto,
ma solo in senso relativo".
ARTICOLO
3
Se
la continenza risieda nel concupiscibile
SEMBRA
che la continenza risieda nel concupiscibile. Infatti:
1. La sede, o soggetto di una virtù deve essere proporzionata
alla materia di essa. Ora, materia della continenza è,
come abbiamo visto, la concupiscenza dei piaceri del tatto,
che appartiene al concupiscibile. Perciò la continenza
risiede nel concupiscibile.
2. "Gli opposti si scontrano sul medesimo terreno".
Ma l'incontinenza risiede nel concupiscibile, le cui passioni
sopraffanno la ragione. Andronico infatti scrive, che l'incontinenza
è "la cattiva disposizione del concupiscibile
a scegliere i piaceri perversi, contro i dettami della ragione".
Dunque per lo stesso motivo anche la continenza è
nel concupiscibile.
3. Sede di una virtù umana o è la ragione,
o è l'appetito, il quale si divide in concupiscibile,
e irascibile. Ora, la continenza non è nella ragione:
ché allora sarebbe una virtù intellettuale.
Non è nella volontà; poiché ha per
oggetto le passioni, che non risiedono nella volontà.
Non è nell'irascibile: perché non riguarda
propriamente le passioni dell'irascibile, come sopra abbiamo
visto. Dunque rimane che è nel concupiscibile.
IN
CONTRARIO: Qualsiasi virtù che risieda in una potenza
esclude l'agire perverso di tale facoltà. Ora, la
continenza non elimina l'agire perverso del concupiscibile:
infatti, a detta del Filosofo, "il continente prova
delle cattive concupiscenze". Perciò la continenza
non risiede nel concupiscibile.
RISPONDO:
Qualsiasi virtù imprime al subietto in cui risiede
una disposizione diversa da quella che aveva mentre sottostava
al vizio contrario. Ora, il concupiscibile ha la stessa
disposizione, sia in chi è continente, sia in chi
è incontinente: poiché nell'uno e nell'altro
prorompe in concupiscenze cattive e violente. Dunque è
evidente che la continenza non ha sede nel concupiscibile.
- Anche la ragione si comporta allo stesso modo: perché
sia il continente che l'incontinente possono avere la ragione
retta; cosicché l'uno e l'altro, fuori del momento
della passione, hanno il proposito di non seguire le cattive
concupiscenze. - Invece la prima differenza si riscontra
nell'elezione: poiché chi è continente, sebbene
senta l'impeto della concupiscenza, tuttavia elegge e determina
di non seguirla, attenendosi alla ragione; l'incontinente
invece determina di seguirla, nonostante la ripugnanza della
ragione. Perciò è necessario che la continenza
risieda in quella facoltà dell'anima, cui appartiene
l'elezione. E questa è la volontà, come sopra
abbiamo dimostrato.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La continenza ha per materia
i desideri dei piaceri sensuali non come cose da moderare,
che è compito della temperanza, la quale risiede
nel concupiscibile; ma come passioni cui resistere. Essa
quindi deve trovarsi in un'altra facoltà: perché
la resistenza si fa lottando contro altri.
2. La volontà si trova tra la ragione e il concupiscibile,
e può esser mossa da entrambi. In chi è continente
essa viene mossa dalla ragione: in chi è incontinente
viene mossa dal concupiscibile. Perciò la continenza
può essere attribuita alla ragione, come al suo primo
movente, e l'incontinenza al concupiscibile: sebbene entrambe
abbiano la loro sede propria e immediata nella volontà.
3. Sebbene le passioni non risiedano nella volontà,
tuttavia è in potere della volontà far loro
resistenza. È così che la volontà della
persona continente resiste alle concupiscenze.
ARTICOLO
4
Se
la continenza sia migliore della temperanza
SEMBRA
che la continenza sia migliore della temperanza. Infatti:
1. Nella Scrittura si legge: "Non c'è un peso
che bilanci un'anima continente". Dunque nessuna virtù
può stare alla pari con la continenza.
2. Una virtù tanto è più grande, quanto
maggiore è il premio che merita. Ma la continenza
merita un premio più grande; poiché l'Apostolo
insegna: "Non riceve la corona, se non chi ha combattuto
a dovere". Ora, combatte di più il continente,
il quale sente impetuose le concupiscenze cattive che il
temperante, il quale non le sente così impetuose.
Perciò la continenza è una virtù superiore
alla temperanza.
3. La volontà è una facoltà superiore
all'appetito concupiscibile. Ma la continenza è nella
volontà, mentre la temperanza è nel concupiscibile,
come sopra abbiamo visto. Quindi la continenza è
una virtù superiore alla temperanza.
IN
CONTRARIO: Cicerone e Andronico considerano la continenza
una virtù secondaria annessa alla temperanza.
RISPONDO:
Il termine continenza, come abbiamo già notato, può
avere due accezioni. Primo, può indicare la cessazione
completa da tutti i piaceri venerei. E in tal senso la continenza
è superiore alla temperanza nel significato ordinario:
com'è evidente da quanto sopra abbiamo detto nel
confrontare la verginità con la castità ordinaria.
Secondo, il termine continenza può indicare la resistenza
della ragione contro l'assalto violento di cattive concupiscenze.
E allora la temperanza è molto superiore alla continenza.
Poiché un atto virtuoso è lodevole nella misura
che è conforme alla ragione. Ora, il bene di ordine
razionale è maggiore nella persona temperante, il
cui stesso appetito sensitivo è sottoposto e come
domato dalla ragione, che nella persona continente, in cui
l'appetito sensitivo resiste con forza alla ragione contro
le cattive concupiscenze. Perciò la continenza sta
alla temperanza come una cosa imperfetta alla perfezione.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Quel testo si può spiegare
in due modi. Primo, prendendo il termine continenza per
l'astensione da tutti i piaceri venerei. E in tal senso
è vero che "non c'è peso che valga a
bilanciare un'anima continente", nel campo della castità:
poiché neppure la fecondità della carne, ricercata
nel matrimonio, può confrontarsi con la continenza
verginale o vedovile, come sopra abbiamo spiegato.
Secondo, prendendo il termine continenza, in senso generico,
per qualsiasi astensione da cose illecite. E in tal senso
può dirsi che "non c'è peso che valga
un'anima continente", perché non si misura con
l'oro o con l'argento, che si comprano a peso.
2. La forza, o la fiacchezza della concupiscenza può
derivare da due cause diverse. Talora infatti deriva da
una causa fisiologica. Poiché alcuni sono più
portati di altri alla concupiscenza dalla complessione naturale.
Inoltre alcuni hanno più di altri facili occasioni
di abbandonarsi ai piaceri. In questi casi la debolezza
della concupiscenza diminuisce il merito: mentre la sua
forza lo aumenta. - Talora invece la minore forza della
concupiscenza deriva da una causa lodevole, p. es., dal
vigore della carità, o della ragione, come avviene
nella persona temperante. E allora la fiacchezza della concupiscenza
aumenta il merito, a motivo della sua causa; mentre la sua
forza lo diminuisce.
3. La volontà è più vicina alla ragione
che il concupiscibile. Perciò la bontà di
ordine razionale, che rende lodevole la virtù, si
dimostra più grande col raggiungere non soltanto
la volontà, come avviene nella persona continente,
ma anche il concupiscibile, come avviene nelle persone temperanti.