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Virtù

Questione 60

Distinzione delle virtù morali tra loro

 

Ed eccoci a trattare della distinzione delle virtù morali tra loro.
Sull'argomento si pongono cinque quesiti: 1. Se esista una virtù morale soltanto; 2. Se ci sia distinzione tra le virtù morali che riguardano le operazioni e quelle che riguardano le passioni; 3. Se ci sia una sola virtù morale riguardante le operazioni; 4. Se ci siano diverse virtù morali secondo le diverse passioni; 5. Se le virtù morali si dividano secondo i diversi oggetti delle passioni.

ARTICOLO 1

Se esista una virtù morale soltanto

SEMBRA che esista una virtù morale soltanto. Infatti:
1. Nelle azioni morali, come la direzione spetta alla ragione, che è sede delle virtù intellettuali, così l'inclinazione spetta alla parte appetitiva che è la sede delle virtù morali. Ma la virtù intellettuale che dirige in tutte le azioni morali è una sola, cioè la prudenza. Perciò deve essere una sola anche la virtù morale che in tutti gli atti morali dà l'inclinazione.
2. Gli abiti non sono distinti secondo l'oggetto materiale, ma secondo la ragione formale dell'oggetto. Ora, la ragione formale di bene, cui è ordinata la virtù morale, è una sola, cioè la misura data dalla ragione. Dunque la virtù morale è una soltanto.
3. Le entità di ordine morale ricevono la specie dal fine, come si disse. Ma il fine comune di tutte le virtù morali è unico, cioè la felicità; invece i fini immediati sono infiniti. Ora, le virtù morali non sono infinite. Dunque è più logico che sia una soltanto.

IN CONTRARIO: Secondo le spiegazioni date, un abito non può risiedere in diverse potenze. Ora, sede delle virtù morali è la parte appetitiva dell'anima, la quale si suddivide in diverse potenze, come si disse nella Prima Parte. Quindi le virtù morali non possono ridursi a una soltanto.

RISPONDO: Le virtù morali sono abiti della parte appetitiva. Ora, gli abiti differiscono specificamente secondo le differenze specifiche dei loro oggetti, come abbiamo già dimostrato. E la specie dell'oggetto appetibile, come di qualsiasi cosa, si desume dalla forma specifica, che deriva dalla causa agente. Si deve però considerare che la materia del subietto paziente può comportarsi in due modi rispetto all'agente. Talora, infatti, ne riceve la forma secondo la stessa natura esistente nella causa agente: come avviene in tutti i casi di causalità univoca. In tal caso se l'agente è specificamente unico, la materia dovrà necessariamente ricevere la forma di una unica specie: dal fuoco, p. es., non viene generato univocamente che un subietto costituito nella specie ignea (il fuoco). - Altre volte, invece, la materia non riceve la forma dell'agente secondo la natura stessa esistente in esso: ciò è evidente nei casi di generazione non univoca (ma analogica), quando l'animale, p. es., viene generato dal sole. In questi casi le forme che la materia riceve da un medesimo agente non sono di un'unica specie, ma sono diverse secondo la diversa disposizione della materia a ricevere l'influsso della causa agente: vediamo, p. es., che da un unico influsso del sole vengono generati dalla putredine animali di specie diversa, secondo la diversa disposizione della materia.
Ora, è evidente che in campo morale chi muove e comanda è la ragione; mentre le facoltà appetitive sono mosse e comandate. L'appetito però non riceve l'impulso della ragione in maniera univoca: poiché non diviene razionale per essenza, ma per partecipazione, come afferma Aristotele. Ecco perché le cose appetibili vengono a costituirsi nelle varie specie, secondo il loro diverso rapporto con la ragione. Di qui nasce che le virtù morali sono specificamente diverse e non una soltanto.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Oggetto della ragione è il vero. Ora in tutte le entità di ordine morale, entità contingenti e operabili, non c'è che un'unica ragione di vero. Perciò in esse non c'è che un'unica virtù direttiva, che è la prudenza. - Invece oggetto delle facoltà appetitive sono i beni appetibili, di cui abbiamo diverse formalità, secondo il diverso rapporto con la ragione che regola l'appetito.
2. Codesto oggetto formale ha un'unità di genere, basata sull'unità della causa agente. Ma si suddivide in varie specie secondo i diversi rapporti di ciò che ne riceve l'influsso, come abbiamo spiegato.
3. Le entità di ordine morale non ricevono la loro specie dal fine ultimo, ma dai fini immediati: i quali, sebbene lo siano numericamente, non sono però specificamente infiniti.

ARTICOLO 2

Se le virtù morali riguardanti le operazioni siano distinte da quelle riguardanti le passioni

SEMBRA che le virtù morali non si distinguano, per il fatto che alcune riguardano le operazioni, e altre le passioni. Infatti:
1. Il Filosofo scrive, che la virtù morale "ha il compito di operare il meglio in materia di piaceri e di tristezze". Ora, piacere e tristezza sono passioni, come abbiamo visto. Dunque la virtù che riguarda le passioni, riguarda anche le operazioni, essendo fatta per operare.
2. Le passioni sono principi delle operazioni esterne. Ma se ci sono delle virtù che rendono buone le passioni, dovranno necessariamente rettificare anche le operazioni. E quindi le stesse virtù morali riguardano le passioni e le operazioni.
3. Qualsiasi atto esterno dipende da un moto buono o cattivo dell'appetito sensitivo. Ora, i moti dell'appetito sensitivo sono passioni. Dunque le stesse virtù riguardanti le operazioni riguardano pure le passioni.

IN CONTRARIO: Il Filosofo alla giustizia assegna le operazioni; invece alla fortezza e alla temperanza assegna alcune passioni.

RISPONDO: Le operazioni e le passioni si possono riferire alla virtù in due maniere. Primo, come effetti. E in questo senso qualsiasi virtù morale presenta delle buone operazioni, che essa ha il compito di produrre; e presenta, come sopra abbiamo spiegato, qualche piacere o tristezza che sono passioni.
Secondo, le operazioni si possono riferire alla virtù morale, come la materia di cui quest'ultima si occupa. E in questo senso è necessario che le virtù morali riguardanti le operazioni siano distinte da quelle riguardanti le passioni. E la ragione si è che la bontà o la malizia di certe operazioni si desume da queste medesime, comunque l'uomo sia disposto nei loro riguardi: poiché la loro bontà o malizia si misura in base al rapporto con altri. E per codeste operazioni si richiede una virtù atta a dirigerle per se stesse: è questo il caso del comprare e del vendere, e di tutte le operazioni consimili, in cui va tenuto conto di ciò che è, o non è dovuto, sia a se stessi che ad altri. Per questo la giustizia e le sue parti riguardano propriamente come loro materia le operazioni. - Invece per altre operazioni la bontà o la malizia si desume dalla loro convenienza rispetto a chi le compie. Perciò in questo caso la bontà o la malizia va misurata e considerata in base alla buona o alla cattiva disposizione del soggetto nei loro riguardi. E quindi in questi casi le virtù dovranno riguardare principalmente gli affetti interiori, che sono appunto le passioni: come è evidente nel caso della temperanza, della fortezza e di altre virtù consimili.
Però può anche capitare che nelle operazioni misurate dal rapporto con altri si sacrifichi il bene della virtù per una passione disordinata. E allora in quanto viene infranta la misura dell'operazione esterna, si ha un'infrazione della giustizia: ma in quanto viene infranto l'equilibrio delle passioni interiori, si ha l'infrazione di qualche altra virtù. Quando uno, p. es., percuote un altro per ira, quei colpi ingiustificati distruggono la giustizia; invece l'eccesso di collera distrugge la mansuetudine. Lo stesso si dica delle altre virtù.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: È così evidente la soluzione delle difficoltà. Infatti la prima prende le operazioni come effetti delle virtù. Le altre due argomentano dal fatto che operazione e passione concorrono al medesimo effetto. Ma in alcuni casi le virtù riguardano principalmente le operazioni, negli altri principalmente le passioni, come abbiamo spiegato.

ARTICOLO 3

Se ci sia una sola virtù morale riguardante le opere esterne

SEMBRA che ci sia una sola virtù morale riguardante le operazioni. Infatti:
1. La rettitudine di tutte le operazioni esterne è da attribuirsi alla giustizia. Ma la giustizia è una virtù particolare. Quindi unica è la virtù riguardante le operazioni.
2. Le operazioni tra loro più differenti sembrano essere quelle ordinate al bene di uno e quelle ordinate al bene di una collettività. Ma questa diversità non diversifica le virtù morali: poiché, come dice il Filosofo, la giustizia legale, che ordina gli atti di molti uomini al bene comune è distinta solo per una distinzione di ragione dalla virtù che ordina gli atti di un uomo al bene di un solo individuo. Dunque la diversità delle operazioni non causa una diversità di virtù morali.
3. Se esistessero diverse virtù morali riguardanti operazioni diverse, bisognerebbe che ci fosse una diversità di virtù morali secondo la diversità delle operazioni. Ora, questo è falso: infatti alla (sola) giustizia appartiene applicare la retta norma nei diversi generi di scambi e di distribuzioni, come spiega Aristotele. Perciò non ci sono diverse virtù per le diverse operazioni.

IN CONTRARIO: La religione è una virtù distinta dalla pietà: eppure esse riguardano entrambe delle operazioni.

RISPONDO: Tutte le virtù morali riguardanti le operazioni hanno in comune un aspetto generico di giustizia, e cioè l'aspetto di cosa dovuta ad altri: ma si distinguono tra loro secondo le ragioni specifiche di essa. E questo perché, come abbiamo visto, nelle operazioni esterne l'ordine della ragione non viene stabilito in base al rapporto con gli affetti del soggetto, ma in base alla convenienza della cosa in se stessa; secondo la quale convenienza viene determinata la nozione di cosa dovuta, da cui deriva la nozione di giustizia: infatti spetta evidentemente alla giustizia rendere ciò che è dovuto. Perciò tutte le virtù morali riguardanti le operazioni hanno in qualche modo un aspetto di giustizia. - Ma ciò che è dovuto non ha una natura unica in tutti i casi: infatti è diverso ciò che si deve agli uguali, ai superiori, e agli inferiori; così pure è diverso ciò che si deve per un patto, per una promessa, o per un beneficio ricevuto. E in base a codesti diversi aspetti di ciò che è dovuto si hanno virtù diverse: la religione, p. es., ci fa rendere a Dio ciò che a lui si deve; la pietà ci fa rendere quanto dobbiamo ai genitori e alla patria; la gratitudine ci fa rendere quanto dobbiamo ai benefattori; e così di seguito.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La giustizia propriamente detta è una virtù specifica, la quale ha per oggetto ciò che si deve, in quanto può essere ricompensato con perfetta uguaglianza. Ma col nome generico di giustizia si può intendere qualsiasi doveroso compenso. E in questo senso essa non è una virtù specifica.
2. La giustizia ordinata al bene comune è una virtù distinta dalla giustizia che è ordinata al bene privato di qualcuno: infatti anche il diritto comune è distinto dal diritto privato; anzi Cicerone ammette una speciale virtù, cioè la pietà, che ha il compito di indirizzare al bene della patria. Ma la giustizia che ordina un uomo al bene comune, è una virtù universale per il comando (che la distingue): poiché ordina tutti gli atti delle virtù al proprio fine che è il bene comune. E qualsiasi virtù in quanto comandata da codesta giustizia può anche denominarsi giustizia. E in questo caso codesta virtù differisce dalla giustizia legale (o generale) solo per una differenza di ragione: cioè come chi opera per se stesso differisce da se medesimo quando opera sotto il comando di un altro.
3. In tutte le operazioni che appartengono alla specifica virtù della giustizia ciò che si deve è di un'identica natura. Perciò si tratta di un'identica virtù di giustizia, specialmente trattandosi di scambi. Ché forse la giustizia distributiva è una specie distinta da quella commutativa. Ma questo lo vedremo in seguito.

ARTICOLO 4

Se ci siano diverse virtù morali per passioni diverse

SEMBRA che non ci siano diverse virtù morali per passioni diverse. Infatti:
1. Cose che hanno in comune principio e fine devono avere un unico abito: come è evidente per le scienze. Ora, tutte le passioni hanno un unico principio, cioè l'amore; e tutte hanno un unico termine conclusivo, cioè il piacere o la tristezza, secondo le spiegazioni date in precedenza. Dunque per tutte le passioni non c'è che un'unica virtù morale.
2. Se per passioni diverse ci fossero diverse virtù morali, le virtù morali verrebbero ad essere quante sono le passioni. Ma ciò è falso in maniera evidente: poiché passioni contrarie hanno un'unica e identica virtù morale; la fortezza, p. es., abbraccia timore e audacia, così fa la temperanza per il piacere e la tristezza. Perciò non si richiede che ci siano diverse virtù morali per passioni diverse.
3. Amore, concupiscenza e piacere sono passioni specificamente distinte, come abbiamo visto. Ma per esse non c'è che un'unica virtù, cioè la temperanza. Dunque le virtù morali non devono essere diverse per passioni diverse.

IN CONTRARIO: Come insegna Aristotele, la fortezza ha per oggetto timore e audacia; la temperanza le concupiscenze, o desideri; la mansuetudine l'ira.

RISPONDO: Non è ammissibile che per tutte le passioni ci sia una sola virtù morale: esse infatti appartengono a potenze distinte; alcune appartengono all'irascibile, ed altre al concupiscibile, secondo le spiegazioni date.
E tuttavia non è necessario che ogni diversità tra le passioni basti a produrre una diversità tra le virtù morali. In primo luogo perché certe passioni hanno tra loro un'opposizione di contrarietà: tali sono gioia e tristezza, timore e audacia, e altre consimili. E per codeste passioni contrarie è necessario che ci sia un'unica virtù. Infatti, consistendo la virtù morale nel giusto mezzo, codesto mezzo tra passioni contrarie viene determinato in base a un criterio comune: del resto anche tra entità di ordine fisico, la qualità intermedia tra due contrari, mettiamo tra il bianco e il nero, è identica.
Secondo, perché ci sono passioni distinte che si oppongono alla ragione sotto il medesimo aspetto: o perché dipendono da un unico impulso verso cose contrarie alla ragione; o perché parti di un'unica ripugnanza verso cose conformi alla ragione. Ecco perché le diverse passioni del concupiscibile non appartengono a virtù morali distinte: proprio perché i loro impulsi si susseguono in un'unica direzione, essendo ordinati a un unico oggetto, cioè a conseguire un bene, o a fuggire un male; dall'amore, p. es., nasce la concupiscenza, o desiderio, e dal desiderio si giunge al piacere. Lo stesso vale per le passioni contrarie: poiché dall'odio segue la fuga, o la ripulsa, e questa porta alla tristezza. - Invece le passioni dell'irascibile non formano un'unica catena, ma sono indirizzate a oggetti diversi: infatti audacia e timore hanno per oggetto un grave pericolo; speranza e disperazione un bene arduo; e l'ira spinge ad affrontare un essere contrario da cui si è ricevuto un nocumento. Perciò si richiedono virtù diverse per codeste passioni: e cioè la temperanza per le passioni del concupiscibile; la fortezza per il timore e l'audacia; la magnanimità per la speranza e la disperazione; la mansuetudine per l'ira.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tutte le passioni hanno in comune un unico principio e un unico fine: ma non si tratta di un principio e di un fine propri. Perciò questo non basta per l'unità della virtù morale.
2. Nelle entità di ordine fisico è identico il principio, o la causa, che permette l'abbandono di un termine e l'avvicinamento al suo contrario; e in campo speculativo identica è la ragione, o nozione dei contrari: perciò anche la virtù morale, che è consona alla ragione come una seconda natura, è unica nel caso di passioni contrarie.
3. Le tre passioni indicate sono indirizzate in un certo ordine a un medesimo oggetto, come abbiamo visto. Perciò appartengono a un'unica virtù morale.

ARTICOLO 5

Se le virtù morali debbano distinguersi secondo i diversi oggetti delle passioni

SEMBRA che le virtù morali non debbano distinguersi tra loro secondo gli oggetti delle passioni. Infatti:
1. Le passioni hanno i loro oggetti come hanno i loro oggetti le operazioni. Ora, le virtù morali riguardanti le operazioni non si distinguono secondo gli oggetti delle operazioni: infatti a un'unica virtù che è la giustizia appartiene la compravendita sia della casa che del cavallo. Perciò neppure le virtù morali riguardanti le passioni sono distinte secondo i vari oggetti delle passioni.
2. Le passioni sono atti o moti dell'appetito sensitivo. Ora, si richiede maggior differenza per fondare una distinzione di abiti, che una distinzione di atti. Perciò oggetti diversi incapaci di dare una diversità specifica alle passioni, non potranno dare una diversità specifica alle virtù morali. Cosicché per tutti i piaceri dovrà esserci un'unica virtù morale: e così per il resto.
3. Una semplice gradazione non dà diversità di specie. Ora, alcuni oggetti di piacere differiscono tra loro soltanto per una gradazione. Quindi tutti codesti oggetti appartengono a un'unica specie di virtù. Lo stesso si dica per tutte le cose temibili, e così via. Dunque le virtù morali non possono distinguersi in base agli oggetti delle passioni.
4. Una virtù, come ha il compito di operare il bene, ha quello di impedire il male. Ora, per i desideri delle cose buone ci sono diverse virtù: e cioè la temperanza per il desiderio, o concupiscenza dei piaceri del tatto, e l'eutrapelia per i piaceri del gioco. Dunque anche per i timori di cose cattive devono esserci diverse virtù.

IN CONTRARIO: La castità riguarda quanto forma l'oggetto dei piaceri venerei; l'astinenza riguarda le cose gustabili del mangiare; e l'eutrapelia quelle divertenti del gioco.

RISPONDO: La virtù è una perfezione che dipende dalla ragione: invece la passione è una perfezione che dipende dallo stesso appetito sensitivo. Ecco perché le virtù si suddistinguono in rapporto alla ragione: le passioni invece in ordine all'appetito. Perciò gli oggetti delle passioni, in base alla diversità dei loro rapporti con l'appetito sensitivo, producono specie diverse di passioni: e in base ai loro rapporti con la ragione causano specie diverse di virtù. Difatti il moto della ragione non si identifica col moto dell'appetito sensitivo. E quindi niente impedisce che una differenza di oggetti possa causare una diversità di passioni, senza causare una diversità di virtù, come quando, nei casi già considerati, una sola virtù riguarda un certo numero di passioni. E, al contrario, niente impedisce che una differenza di oggetti possa causare una diversità di virtù, senza causare una diversità di passioni, come quando un'unica passione, mettiamo il piacere, interessa diverse virtù.
E poiché, come abbiamo già detto, le passioni che appartengono a potenze diverse, appartengono sempre a virtù differenti; la diversità degli oggetti, che incide sulla diversità delle potenze, la distinzione, p. es., tra il semplice bene e il bene arduo, apporta sempre una diversità specifica tra le virtù. - E siccome la ragione governa le facoltà inferiori dell'uomo secondo una certa gradazione, fino ad estendersi agli oggetti esterni, l'oggetto delle passioni può avere con essa rapporti diversi, e incidere sulla diversità delle virtù, anche per il fatto di essere conosciuto dal senso, dalla immaginativa o dalla ragione; oppure dall'appartenere all'anima, al corpo e ai beni esterni. Perciò un bene umano, oggetto di amore, di concupiscenza e di piacere, può cadere sotto la considerazione del senso, oppure sotto la considerazione interiore dell'anima. E questo vale sia per il bene che è indirizzato a vantaggio del soggetto medesimo, dell'anima o del corpo poco importa, sia per il bene che è indirizzato a vantaggio di altri. E tutte codeste diversità, causano distinzioni di virtù in forza del loro diverso rapporto con la ragione.
Perciò se prendiamo un bene il quale sia conosciuto dal senso del tatto, e che cooperi alla conservazione della vita umana dell'individuo o della specie, come sono i beni che costituiscono i piaceri venerei e gastronomici, codesto bene dovrà appartenere alla virtù della temperanza. Invece i piaceri degli altri sensi, non essendo virulenti, non presentano difficoltà per la ragione: perciò non esiste nessuna virtù che li riguardi, essendo la virtù, a dire di Aristotele, "circa cose difficili, come anche l'arte".
Invece un bene che è conosciuto, non dai sensi, ma da una facoltà interna, e che appartiene all'uomo in quanto tale, sarà come il denaro o come gli onori; il primo dei quali è ordinabile ai beni del corpo, mentre questi ultimi consistono in una percezione dell'anima. E codesti beni possono essere considerati o in assoluto, come oggetto del concupiscibile; oppure in quanto ardui, come oggetto dell'irascibile. Questa distinzione però non interessa i beni piacevoli del tatto: essendo questi dei beni meschini, che competono all'uomo in quanto somiglia agli altri animali. Perciò rispetto ai beni riducibili al denaro, in quanto oggetto di concupiscenza, di piacere o di amore, abbiamo la liberalità; ma se hanno l'aspetto di beni ardui, quale oggetto di speranza, avremo la magnificenza. Rispetto ai beni riducibili all'onore, se presi in assoluto in quanto sono oggetto di amore, avremo una virtù che è denominata filotimia, cioè amore della propria dignità. Se invece si considerano come beni ardui, quale oggetto della speranza, avremo la magnanimità. Perciò liberalità e filotimia sono da assegnarsi al concupiscibile; magnificenza, invece, e munificenza all'irascibile.
Il bene poi ordinato al vantaggio di altri non presenta l'aspetto di bene arduo: ma è un bene in senso assoluto, come oggetto del concupiscibile. E codesto bene può essere piacevole per un uomo in quanto chi lo compie presenta se stesso ad altri, o nelle azioni serie, cioè in quelle che dalla ragione sono indirizzate al debito fine; oppure nel gioco, cioè nelle azioni ordinate soltanto al piacere, e che non hanno con la ragione il rapporto suddetto. Ora, nelle azioni serie uno presenta se stesso a un altro in due maniere. Primo, dimostrandosi una persona piacevole con parole e con atti convenienti: e ciò appartiene a una virtù che Aristotele chiama "amicizia", e che possiamo denominare affabilità. Secondo, mostrandosi ad altri aperto e sincero, con le parole e con i fatti: è questo proprio di una virtù che Aristotele chiama "verità" (o veracità). Questo perché alla ragione si avvicinano di più le cose serie che quelle giocose, più la sincerità che il godimento. Perciò per quanto riguarda i giochi c'è un'altra virtù, che il Filosofo chiama "eutrapelia".
È perciò evidente, secondo Aristotele, che esistono dieci virtù morali riguardanti le passioni, e cioè: fortezza, temperanza, liberalità, magnificenza, magnanimità, filotimia, mansuetudine, amicizia, verità ed eutrapelia. Esse si distinguono o secondo la materia, o secondo la diversità delle passioni, oppure secondo la diversità degli oggetti. Aggiungendo la giustizia, che ha per oggetto le operazioni, in tutto saranno undici.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tutti gli oggetti di una medesima specifica operazione hanno con la ragione il medesimo rapporto; non così gli oggetti di una medesima specifica passione: poiché le azioni esterne non offrono alla ragione motivi speciali di contrasto come le passioni.
2. Le passioni e le virtù sono distinte, come abbiamo spiegato, con criteri diversi.
3. Una gradazione non dà diversità di specie, se non incide sul rapporto (dell'oggetto) con la ragione.
4. Il bene (anche come oggetto di passione) è più energico del male nel muovere; poiché il male, come si esprime Dionigi, agisce solo in forza del bene. Perciò il male, se non è straordinario, o arduo, non presenta difficoltà particolari per la ragione, da richiedere una virtù: e il male arduo è unico per ciascun genere di passioni. Ecco perché a occuparsi dei moti dell'ira c'è la sola virtù della mansuetudine: e a occuparsi dei moti dell'audacia c'è la sola fortezza. - Invece il bene implica difficoltà che richiedono le virtù, anche senza essere arduo in quel genere di passioni. Ecco perché per i moti della concupiscenza, o desiderio, si richiedono diverse virtù morali, come abbiamo notato.