Castità
Opere
dei Santi
San
Tommaso d'Aquino
Summa
Theologica
Virtù
Questione
60
Distinzione
delle virtù morali tra loro
Ed
eccoci a trattare della distinzione delle virtù morali
tra loro.
Sull'argomento si pongono cinque quesiti: 1. Se esista una
virtù morale soltanto; 2. Se ci sia distinzione tra
le virtù morali che riguardano le operazioni e quelle
che riguardano le passioni; 3. Se ci sia una sola virtù
morale riguardante le operazioni; 4. Se ci siano diverse
virtù morali secondo le diverse passioni; 5. Se le
virtù morali si dividano secondo i diversi oggetti
delle passioni.
ARTICOLO
1
Se
esista una virtù morale soltanto
SEMBRA
che esista una virtù morale soltanto. Infatti:
1. Nelle azioni morali, come la direzione spetta alla ragione,
che è sede delle virtù intellettuali, così
l'inclinazione spetta alla parte appetitiva che è
la sede delle virtù morali. Ma la virtù intellettuale
che dirige in tutte le azioni morali è una sola,
cioè la prudenza. Perciò deve essere una sola
anche la virtù morale che in tutti gli atti morali
dà l'inclinazione.
2. Gli abiti non sono distinti secondo l'oggetto materiale,
ma secondo la ragione formale dell'oggetto. Ora, la ragione
formale di bene, cui è ordinata la virtù morale,
è una sola, cioè la misura data dalla ragione.
Dunque la virtù morale è una soltanto.
3. Le entità di ordine morale ricevono la specie
dal fine, come si disse. Ma il fine comune di tutte le virtù
morali è unico, cioè la felicità; invece
i fini immediati sono infiniti. Ora, le virtù morali
non sono infinite. Dunque è più logico che
sia una soltanto.
IN
CONTRARIO: Secondo le spiegazioni date, un abito non può
risiedere in diverse potenze. Ora, sede delle virtù
morali è la parte appetitiva dell'anima, la quale
si suddivide in diverse potenze, come si disse nella Prima
Parte. Quindi le virtù morali non possono ridursi
a una soltanto.
RISPONDO:
Le virtù morali sono abiti della parte appetitiva.
Ora, gli abiti differiscono specificamente secondo le differenze
specifiche dei loro oggetti, come abbiamo già dimostrato.
E la specie dell'oggetto appetibile, come di qualsiasi cosa,
si desume dalla forma specifica, che deriva dalla causa
agente. Si deve però considerare che la materia del
subietto paziente può comportarsi in due modi rispetto
all'agente. Talora, infatti, ne riceve la forma secondo
la stessa natura esistente nella causa agente: come avviene
in tutti i casi di causalità univoca. In tal caso
se l'agente è specificamente unico, la materia dovrà
necessariamente ricevere la forma di una unica specie: dal
fuoco, p. es., non viene generato univocamente che un subietto
costituito nella specie ignea (il fuoco). - Altre volte,
invece, la materia non riceve la forma dell'agente secondo
la natura stessa esistente in esso: ciò è
evidente nei casi di generazione non univoca (ma analogica),
quando l'animale, p. es., viene generato dal sole. In questi
casi le forme che la materia riceve da un medesimo agente
non sono di un'unica specie, ma sono diverse secondo la
diversa disposizione della materia a ricevere l'influsso
della causa agente: vediamo, p. es., che da un unico influsso
del sole vengono generati dalla putredine animali di specie
diversa, secondo la diversa disposizione della materia.
Ora, è evidente che in campo morale chi muove e comanda
è la ragione; mentre le facoltà appetitive
sono mosse e comandate. L'appetito però non riceve
l'impulso della ragione in maniera univoca: poiché
non diviene razionale per essenza, ma per partecipazione,
come afferma Aristotele. Ecco perché le cose appetibili
vengono a costituirsi nelle varie specie, secondo il loro
diverso rapporto con la ragione. Di qui nasce che le virtù
morali sono specificamente diverse e non una soltanto.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Oggetto della ragione è
il vero. Ora in tutte le entità di ordine morale,
entità contingenti e operabili, non c'è che
un'unica ragione di vero. Perciò in esse non c'è
che un'unica virtù direttiva, che è la prudenza.
- Invece oggetto delle facoltà appetitive sono i
beni appetibili, di cui abbiamo diverse formalità,
secondo il diverso rapporto con la ragione che regola l'appetito.
2. Codesto oggetto formale ha un'unità di genere,
basata sull'unità della causa agente. Ma si suddivide
in varie specie secondo i diversi rapporti di ciò
che ne riceve l'influsso, come abbiamo spiegato.
3. Le entità di ordine morale non ricevono la loro
specie dal fine ultimo, ma dai fini immediati: i quali,
sebbene lo siano numericamente, non sono però specificamente
infiniti.
ARTICOLO
2
Se
le virtù morali riguardanti le operazioni siano distinte
da quelle riguardanti le passioni
SEMBRA
che le virtù morali non si distinguano, per il fatto
che alcune riguardano le operazioni, e altre le passioni.
Infatti:
1. Il Filosofo scrive, che la virtù morale "ha
il compito di operare il meglio in materia di piaceri e
di tristezze". Ora, piacere e tristezza sono passioni,
come abbiamo visto. Dunque la virtù che riguarda
le passioni, riguarda anche le operazioni, essendo fatta
per operare.
2. Le passioni sono principi delle operazioni esterne. Ma
se ci sono delle virtù che rendono buone le passioni,
dovranno necessariamente rettificare anche le operazioni.
E quindi le stesse virtù morali riguardano le passioni
e le operazioni.
3. Qualsiasi atto esterno dipende da un moto buono o cattivo
dell'appetito sensitivo. Ora, i moti dell'appetito sensitivo
sono passioni. Dunque le stesse virtù riguardanti
le operazioni riguardano pure le passioni.
IN
CONTRARIO: Il Filosofo alla giustizia assegna le operazioni;
invece alla fortezza e alla temperanza assegna alcune passioni.
RISPONDO:
Le operazioni e le passioni si possono riferire alla virtù
in due maniere. Primo, come effetti. E in questo senso qualsiasi
virtù morale presenta delle buone operazioni, che
essa ha il compito di produrre; e presenta, come sopra abbiamo
spiegato, qualche piacere o tristezza che sono passioni.
Secondo, le operazioni si possono riferire alla virtù
morale, come la materia di cui quest'ultima si occupa. E
in questo senso è necessario che le virtù
morali riguardanti le operazioni siano distinte da quelle
riguardanti le passioni. E la ragione si è che la
bontà o la malizia di certe operazioni si desume
da queste medesime, comunque l'uomo sia disposto nei loro
riguardi: poiché la loro bontà o malizia si
misura in base al rapporto con altri. E per codeste operazioni
si richiede una virtù atta a dirigerle per se stesse:
è questo il caso del comprare e del vendere, e di
tutte le operazioni consimili, in cui va tenuto conto di
ciò che è, o non è dovuto, sia a se
stessi che ad altri. Per questo la giustizia e le sue parti
riguardano propriamente come loro materia le operazioni.
- Invece per altre operazioni la bontà o la malizia
si desume dalla loro convenienza rispetto a chi le compie.
Perciò in questo caso la bontà o la malizia
va misurata e considerata in base alla buona o alla cattiva
disposizione del soggetto nei loro riguardi. E quindi in
questi casi le virtù dovranno riguardare principalmente
gli affetti interiori, che sono appunto le passioni: come
è evidente nel caso della temperanza, della fortezza
e di altre virtù consimili.
Però può anche capitare che nelle operazioni
misurate dal rapporto con altri si sacrifichi il bene della
virtù per una passione disordinata. E allora in quanto
viene infranta la misura dell'operazione esterna, si ha
un'infrazione della giustizia: ma in quanto viene infranto
l'equilibrio delle passioni interiori, si ha l'infrazione
di qualche altra virtù. Quando uno, p. es., percuote
un altro per ira, quei colpi ingiustificati distruggono
la giustizia; invece l'eccesso di collera distrugge la mansuetudine.
Lo stesso si dica delle altre virtù.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: È così evidente la
soluzione delle difficoltà. Infatti la prima prende
le operazioni come effetti delle virtù. Le altre
due argomentano dal fatto che operazione e passione concorrono
al medesimo effetto. Ma in alcuni casi le virtù riguardano
principalmente le operazioni, negli altri principalmente
le passioni, come abbiamo spiegato.
ARTICOLO
3
Se
ci sia una sola virtù morale riguardante le opere
esterne
SEMBRA
che ci sia una sola virtù morale riguardante le operazioni.
Infatti:
1. La rettitudine di tutte le operazioni esterne è
da attribuirsi alla giustizia. Ma la giustizia è
una virtù particolare. Quindi unica è la virtù
riguardante le operazioni.
2. Le operazioni tra loro più differenti sembrano
essere quelle ordinate al bene di uno e quelle ordinate
al bene di una collettività. Ma questa diversità
non diversifica le virtù morali: poiché, come
dice il Filosofo, la giustizia legale, che ordina gli atti
di molti uomini al bene comune è distinta solo per
una distinzione di ragione dalla virtù che ordina
gli atti di un uomo al bene di un solo individuo. Dunque
la diversità delle operazioni non causa una diversità
di virtù morali.
3. Se esistessero diverse virtù morali riguardanti
operazioni diverse, bisognerebbe che ci fosse una diversità
di virtù morali secondo la diversità delle
operazioni. Ora, questo è falso: infatti alla (sola)
giustizia appartiene applicare la retta norma nei diversi
generi di scambi e di distribuzioni, come spiega Aristotele.
Perciò non ci sono diverse virtù per le diverse
operazioni.
IN
CONTRARIO: La religione è una virtù distinta
dalla pietà: eppure esse riguardano entrambe delle
operazioni.
RISPONDO:
Tutte le virtù morali riguardanti le operazioni hanno
in comune un aspetto generico di giustizia, e cioè
l'aspetto di cosa dovuta ad altri: ma si distinguono tra
loro secondo le ragioni specifiche di essa. E questo perché,
come abbiamo visto, nelle operazioni esterne l'ordine della
ragione non viene stabilito in base al rapporto con gli
affetti del soggetto, ma in base alla convenienza della
cosa in se stessa; secondo la quale convenienza viene determinata
la nozione di cosa dovuta, da cui deriva la nozione di giustizia:
infatti spetta evidentemente alla giustizia rendere ciò
che è dovuto. Perciò tutte le virtù
morali riguardanti le operazioni hanno in qualche modo un
aspetto di giustizia. - Ma ciò che è dovuto
non ha una natura unica in tutti i casi: infatti è
diverso ciò che si deve agli uguali, ai superiori,
e agli inferiori; così pure è diverso ciò
che si deve per un patto, per una promessa, o per un beneficio
ricevuto. E in base a codesti diversi aspetti di ciò
che è dovuto si hanno virtù diverse: la religione,
p. es., ci fa rendere a Dio ciò che a lui si deve;
la pietà ci fa rendere quanto dobbiamo ai genitori
e alla patria; la gratitudine ci fa rendere quanto dobbiamo
ai benefattori; e così di seguito.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: 1. La giustizia propriamente detta
è una virtù specifica, la quale ha per oggetto
ciò che si deve, in quanto può essere ricompensato
con perfetta uguaglianza. Ma col nome generico di giustizia
si può intendere qualsiasi doveroso compenso. E in
questo senso essa non è una virtù specifica.
2. La giustizia ordinata al bene comune è una virtù
distinta dalla giustizia che è ordinata al bene privato
di qualcuno: infatti anche il diritto comune è distinto
dal diritto privato; anzi Cicerone ammette una speciale
virtù, cioè la pietà, che ha il compito
di indirizzare al bene della patria. Ma la giustizia che
ordina un uomo al bene comune, è una virtù
universale per il comando (che la distingue): poiché
ordina tutti gli atti delle virtù al proprio fine
che è il bene comune. E qualsiasi virtù in
quanto comandata da codesta giustizia può anche denominarsi
giustizia. E in questo caso codesta virtù differisce
dalla giustizia legale (o generale) solo per una differenza
di ragione: cioè come chi opera per se stesso differisce
da se medesimo quando opera sotto il comando di un altro.
3. In tutte le operazioni che appartengono alla specifica
virtù della giustizia ciò che si deve è
di un'identica natura. Perciò si tratta di un'identica
virtù di giustizia, specialmente trattandosi di scambi.
Ché forse la giustizia distributiva è una
specie distinta da quella commutativa. Ma questo lo vedremo
in seguito.
ARTICOLO
4
Se
ci siano diverse virtù morali per passioni diverse
SEMBRA
che non ci siano diverse virtù morali per passioni
diverse. Infatti:
1. Cose che hanno in comune principio e fine devono avere
un unico abito: come è evidente per le scienze. Ora,
tutte le passioni hanno un unico principio, cioè
l'amore; e tutte hanno un unico termine conclusivo, cioè
il piacere o la tristezza, secondo le spiegazioni date in
precedenza. Dunque per tutte le passioni non c'è
che un'unica virtù morale.
2. Se per passioni diverse ci fossero diverse virtù
morali, le virtù morali verrebbero ad essere quante
sono le passioni. Ma ciò è falso in maniera
evidente: poiché passioni contrarie hanno un'unica
e identica virtù morale; la fortezza, p. es., abbraccia
timore e audacia, così fa la temperanza per il piacere
e la tristezza. Perciò non si richiede che ci siano
diverse virtù morali per passioni diverse.
3. Amore, concupiscenza e piacere sono passioni specificamente
distinte, come abbiamo visto. Ma per esse non c'è
che un'unica virtù, cioè la temperanza. Dunque
le virtù morali non devono essere diverse per passioni
diverse.
IN
CONTRARIO: Come insegna Aristotele, la fortezza ha per oggetto
timore e audacia; la temperanza le concupiscenze, o desideri;
la mansuetudine l'ira.
RISPONDO:
Non è ammissibile che per tutte le passioni ci sia
una sola virtù morale: esse infatti appartengono
a potenze distinte; alcune appartengono all'irascibile,
ed altre al concupiscibile, secondo le spiegazioni date.
E tuttavia non è necessario che ogni diversità
tra le passioni basti a produrre una diversità tra
le virtù morali. In primo luogo perché certe
passioni hanno tra loro un'opposizione di contrarietà:
tali sono gioia e tristezza, timore e audacia, e altre consimili.
E per codeste passioni contrarie è necessario che
ci sia un'unica virtù. Infatti, consistendo la virtù
morale nel giusto mezzo, codesto mezzo tra passioni contrarie
viene determinato in base a un criterio comune: del resto
anche tra entità di ordine fisico, la qualità
intermedia tra due contrari, mettiamo tra il bianco e il
nero, è identica.
Secondo, perché ci sono passioni distinte che si
oppongono alla ragione sotto il medesimo aspetto: o perché
dipendono da un unico impulso verso cose contrarie alla
ragione; o perché parti di un'unica ripugnanza verso
cose conformi alla ragione. Ecco perché le diverse
passioni del concupiscibile non appartengono a virtù
morali distinte: proprio perché i loro impulsi si
susseguono in un'unica direzione, essendo ordinati a un
unico oggetto, cioè a conseguire un bene, o a fuggire
un male; dall'amore, p. es., nasce la concupiscenza, o desiderio,
e dal desiderio si giunge al piacere. Lo stesso vale per
le passioni contrarie: poiché dall'odio segue la
fuga, o la ripulsa, e questa porta alla tristezza. - Invece
le passioni dell'irascibile non formano un'unica catena,
ma sono indirizzate a oggetti diversi: infatti audacia e
timore hanno per oggetto un grave pericolo; speranza e disperazione
un bene arduo; e l'ira spinge ad affrontare un essere contrario
da cui si è ricevuto un nocumento. Perciò
si richiedono virtù diverse per codeste passioni:
e cioè la temperanza per le passioni del concupiscibile;
la fortezza per il timore e l'audacia; la magnanimità
per la speranza e la disperazione; la mansuetudine per l'ira.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tutte le passioni hanno in comune
un unico principio e un unico fine: ma non si tratta di
un principio e di un fine propri. Perciò questo non
basta per l'unità della virtù morale.
2. Nelle entità di ordine fisico è identico
il principio, o la causa, che permette l'abbandono di un
termine e l'avvicinamento al suo contrario; e in campo speculativo
identica è la ragione, o nozione dei contrari: perciò
anche la virtù morale, che è consona alla
ragione come una seconda natura, è unica nel caso
di passioni contrarie.
3. Le tre passioni indicate sono indirizzate in un certo
ordine a un medesimo oggetto, come abbiamo visto. Perciò
appartengono a un'unica virtù morale.
ARTICOLO
5
Se
le virtù morali debbano distinguersi secondo i diversi
oggetti delle passioni
SEMBRA
che le virtù morali non debbano distinguersi tra
loro secondo gli oggetti delle passioni. Infatti:
1. Le passioni hanno i loro oggetti come hanno i loro oggetti
le operazioni. Ora, le virtù morali riguardanti le
operazioni non si distinguono secondo gli oggetti delle
operazioni: infatti a un'unica virtù che è
la giustizia appartiene la compravendita sia della casa
che del cavallo. Perciò neppure le virtù morali
riguardanti le passioni sono distinte secondo i vari oggetti
delle passioni.
2. Le passioni sono atti o moti dell'appetito sensitivo.
Ora, si richiede maggior differenza per fondare una distinzione
di abiti, che una distinzione di atti. Perciò oggetti
diversi incapaci di dare una diversità specifica
alle passioni, non potranno dare una diversità specifica
alle virtù morali. Cosicché per tutti i piaceri
dovrà esserci un'unica virtù morale: e così
per il resto.
3. Una semplice gradazione non dà diversità
di specie. Ora, alcuni oggetti di piacere differiscono tra
loro soltanto per una gradazione. Quindi tutti codesti oggetti
appartengono a un'unica specie di virtù. Lo stesso
si dica per tutte le cose temibili, e così via. Dunque
le virtù morali non possono distinguersi in base
agli oggetti delle passioni.
4. Una virtù, come ha il compito di operare il bene,
ha quello di impedire il male. Ora, per i desideri delle
cose buone ci sono diverse virtù: e cioè la
temperanza per il desiderio, o concupiscenza dei piaceri
del tatto, e l'eutrapelia per i piaceri del gioco. Dunque
anche per i timori di cose cattive devono esserci diverse
virtù.
IN
CONTRARIO: La castità riguarda quanto forma l'oggetto
dei piaceri venerei; l'astinenza riguarda le cose gustabili
del mangiare; e l'eutrapelia quelle divertenti del gioco.
RISPONDO:
La virtù è una perfezione che dipende dalla
ragione: invece la passione è una perfezione che
dipende dallo stesso appetito sensitivo. Ecco perché
le virtù si suddistinguono in rapporto alla ragione:
le passioni invece in ordine all'appetito. Perciò
gli oggetti delle passioni, in base alla diversità
dei loro rapporti con l'appetito sensitivo, producono specie
diverse di passioni: e in base ai loro rapporti con la ragione
causano specie diverse di virtù. Difatti il moto
della ragione non si identifica col moto dell'appetito sensitivo.
E quindi niente impedisce che una differenza di oggetti
possa causare una diversità di passioni, senza causare
una diversità di virtù, come quando, nei casi
già considerati, una sola virtù riguarda un
certo numero di passioni. E, al contrario, niente impedisce
che una differenza di oggetti possa causare una diversità
di virtù, senza causare una diversità di passioni,
come quando un'unica passione, mettiamo il piacere, interessa
diverse virtù.
E poiché, come abbiamo già detto, le passioni
che appartengono a potenze diverse, appartengono sempre
a virtù differenti; la diversità degli oggetti,
che incide sulla diversità delle potenze, la distinzione,
p. es., tra il semplice bene e il bene arduo, apporta sempre
una diversità specifica tra le virtù. - E
siccome la ragione governa le facoltà inferiori dell'uomo
secondo una certa gradazione, fino ad estendersi agli oggetti
esterni, l'oggetto delle passioni può avere con essa
rapporti diversi, e incidere sulla diversità delle
virtù, anche per il fatto di essere conosciuto dal
senso, dalla immaginativa o dalla ragione; oppure dall'appartenere
all'anima, al corpo e ai beni esterni. Perciò un
bene umano, oggetto di amore, di concupiscenza e di piacere,
può cadere sotto la considerazione del senso, oppure
sotto la considerazione interiore dell'anima. E questo vale
sia per il bene che è indirizzato a vantaggio del
soggetto medesimo, dell'anima o del corpo poco importa,
sia per il bene che è indirizzato a vantaggio di
altri. E tutte codeste diversità, causano distinzioni
di virtù in forza del loro diverso rapporto con la
ragione.
Perciò se prendiamo un bene il quale sia conosciuto
dal senso del tatto, e che cooperi alla conservazione della
vita umana dell'individuo o della specie, come sono i beni
che costituiscono i piaceri venerei e gastronomici, codesto
bene dovrà appartenere alla virtù della temperanza.
Invece i piaceri degli altri sensi, non essendo virulenti,
non presentano difficoltà per la ragione: perciò
non esiste nessuna virtù che li riguardi, essendo
la virtù, a dire di Aristotele, "circa cose
difficili, come anche l'arte".
Invece un bene che è conosciuto, non dai sensi, ma
da una facoltà interna, e che appartiene all'uomo
in quanto tale, sarà come il denaro o come gli onori;
il primo dei quali è ordinabile ai beni del corpo,
mentre questi ultimi consistono in una percezione dell'anima.
E codesti beni possono essere considerati o in assoluto,
come oggetto del concupiscibile; oppure in quanto ardui,
come oggetto dell'irascibile. Questa distinzione però
non interessa i beni piacevoli del tatto: essendo questi
dei beni meschini, che competono all'uomo in quanto somiglia
agli altri animali. Perciò rispetto ai beni riducibili
al denaro, in quanto oggetto di concupiscenza, di piacere
o di amore, abbiamo la liberalità; ma se hanno l'aspetto
di beni ardui, quale oggetto di speranza, avremo la magnificenza.
Rispetto ai beni riducibili all'onore, se presi in assoluto
in quanto sono oggetto di amore, avremo una virtù
che è denominata filotimia, cioè amore della
propria dignità. Se invece si considerano come beni
ardui, quale oggetto della speranza, avremo la magnanimità.
Perciò liberalità e filotimia sono da assegnarsi
al concupiscibile; magnificenza, invece, e munificenza all'irascibile.
Il bene poi ordinato al vantaggio di altri non presenta
l'aspetto di bene arduo: ma è un bene in senso assoluto,
come oggetto del concupiscibile. E codesto bene può
essere piacevole per un uomo in quanto chi lo compie presenta
se stesso ad altri, o nelle azioni serie, cioè in
quelle che dalla ragione sono indirizzate al debito fine;
oppure nel gioco, cioè nelle azioni ordinate soltanto
al piacere, e che non hanno con la ragione il rapporto suddetto.
Ora, nelle azioni serie uno presenta se stesso a un altro
in due maniere. Primo, dimostrandosi una persona piacevole
con parole e con atti convenienti: e ciò appartiene
a una virtù che Aristotele chiama "amicizia",
e che possiamo denominare affabilità. Secondo, mostrandosi
ad altri aperto e sincero, con le parole e con i fatti:
è questo proprio di una virtù che Aristotele
chiama "verità" (o veracità). Questo
perché alla ragione si avvicinano di più le
cose serie che quelle giocose, più la sincerità
che il godimento. Perciò per quanto riguarda i giochi
c'è un'altra virtù, che il Filosofo chiama
"eutrapelia".
È perciò evidente, secondo Aristotele, che
esistono dieci virtù morali riguardanti le passioni,
e cioè: fortezza, temperanza, liberalità,
magnificenza, magnanimità, filotimia, mansuetudine,
amicizia, verità ed eutrapelia. Esse si distinguono
o secondo la materia, o secondo la diversità delle
passioni, oppure secondo la diversità degli oggetti.
Aggiungendo la giustizia, che ha per oggetto le operazioni,
in tutto saranno undici.
SOLUZIONE
DELLE DIFFICOLTÀ: 1. Tutti gli oggetti di una medesima
specifica operazione hanno con la ragione il medesimo rapporto;
non così gli oggetti di una medesima specifica passione:
poiché le azioni esterne non offrono alla ragione
motivi speciali di contrasto come le passioni.
2. Le passioni e le virtù sono distinte, come abbiamo
spiegato, con criteri diversi.
3. Una gradazione non dà diversità di specie,
se non incide sul rapporto (dell'oggetto) con la ragione.
4. Il bene (anche come oggetto di passione) è più
energico del male nel muovere; poiché il male, come
si esprime Dionigi, agisce solo in forza del bene. Perciò
il male, se non è straordinario, o arduo, non presenta
difficoltà particolari per la ragione, da richiedere
una virtù: e il male arduo è unico per ciascun
genere di passioni. Ecco perché a occuparsi dei moti
dell'ira c'è la sola virtù della mansuetudine:
e a occuparsi dei moti dell'audacia c'è la sola fortezza.
- Invece il bene implica difficoltà che richiedono
le virtù, anche senza essere arduo in quel genere
di passioni. Ecco perché per i moti della concupiscenza,
o desiderio, si richiedono diverse virtù morali,
come abbiamo notato.