Castità
Opere
dei Santi
Sant'Alfonso
Maria de'Liguori
Selva
di materie predicabili ed istruttive
PARTE
PRIMA
DELLE
MATERIE PREDICABILI
CAP.
VI. Del peccato d'incontinenza
L'incontinenza
è chiamata da s. Basilio peste viva, da s. Bernardino
da Siena vizio il più nocivo di tutti: Vermis
quo nullus nocentior; perché, secondo dice s.
Bonaventura, l'impudicizia distrugge i germogli di tutte
le virtù: Luxuria omnium virtutum eradicat germina.
Perciò ella è da s. Ambrogio chiamata il seminario
e la madre di tutti i vizj: Luxuria seminarium est,
et origo omnium vitiorum; mentre questo vizio tira
seco anche gli altri, odj, furti, sacrilegj e simili. E
quindi giustamente disse s. Remigio che, exceptis parvulis,
maior pars hominum ob hoc vitium damnatur. E il p.
Segneri disse che siccome l'inferno per la superbia è
pieno d'angeli, così per la disonestà è
pieno d'uomini. Negli altri vizj il demonio pesca coll'amo,
in questo pesca colla rete; sicché fa più
guadagno per l'inferno con questo vizio che con tutti gli
altri. E Dio all'incontro per l'incontinenza ha mandati
i maggiori castighi nel mondo, punendola dal cielo con diluvj
d'acque e di fuoco.
È
una bella gemma la castità, ma è una gemma
che sulla terra da pochi è ritrovata, come dice s.
Atanasio: Gemma pretiosissima a paucis inventa.
Ma questa gemma se conviene a' secolari, a' sacerdoti ella
è assolutamente necessaria. Tra tutte le virtù
che l'apostolo prescrisse a Timoteo specialmente gli raccomandò
la castità: Teipsum castum custodi2. Dice Origene
che la castità è la prima virtù con
cui deve ornarsi un sacerdote che va all'altare: Ante omnia
sacerdos qui divinis assistit altaribus, castitate debet
accingi. E Clemente alessandrino scrisse che solo quei che
vivono casti sono e possono dirsi sacerdoti: Soli qui
puram habent vitam sunt Dei sacerdotes3. Siccome dunque
la pudicizia fa i sacerdoti, così per lo contrario
l'impudicizia quasi li priva della lor dignità: Si
pudicitia sacerdotes creat, libido sacerdotibus dignitatem
abrogat4. Perciò la s. chiesa ha cercato sempre
con tanti concilj, leggi ed ammonizioni di custodire gelosamente
la pudicizia de' sacerdoti. Innocenzo III.5 ordinò:
Nemo ad sacrum ordinem permittatur accedere, nisi aut virgo
aut probatae castitatis existat. E di più prescrisse
che gli ecclesiastici incontinenti fossero esclusi ab omnium
graduum dignitate. S. Gregorio6, ordinò: Qui
post acceptum sacrum ordinem
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lapsus
in peccatum carnis fuerit,
sacro ordine ita careat ut ad altaris ministerium non
accedat. Inoltre s. Silvestro1 comandò che se
un sacerdote commettesse un peccato turpe, dovesse fare
dieci anni di penitenza; tra quali ne' primi tre mesi dovesse
dormire sulla terra, stando in solitudine senza praticar
con alcuno e privo della comunione; indi per un anno e mezzo
dovesse cibarsi di solo pane ed acqua in ogni giorno; ma
per gli anni seguenti poi per tre soli giorni della settimana
dovesse continuare il digiuno in pane ed acqua. In somma
la chiesa non riguarda se non come mostri quei sacerdoti
che non vivono casti.
Esaminiamo
in primo luogo la malizia del peccato d'un sacerdote che
offende la castità. Il sacerdote è tempio
di Dio così pel voto di castità, come per
la sacra unzione colla quale vien consacrato a Dio: Unxit
nos Deus, qui et signavit nos2; così scrisse
s. Paolo parlando di sé e degli altri sacerdoti suoi
socj. Onde disse poi Ugon cardinale: Sacerdos ne polluat
sanctuarium Domini; quia oleum sanctae unctionis super eum
est. Il corpo dunque del sacerdote è questo
santuario del Signore: Teipsum castum custodi, ut domum
Dei, templum Christi, scrisse s. Ignazio martire3.
Pertanto dice s. Pier Damiani che i sacerdoti macchiando
il loro corpo colle disonestà offendono il tempio
di Dio: Nonne templum Dei violant4? E poi soggiunge:
Nolite vasa Deo sacrata in vasa contumeliae vertere5.
Che si direbbe se taluno si servisse del calice consacrato
per bere a mensa? Parlando de' sacerdoti Innocenzo II.6
disse: Cum ipsi templum et sacrarium Spiritus sancti
esse debeant, indignum est eos immunditiis deservire.
Che orrore, vedere un sacerdote che dovrebbe risplendere
e odorare tutto di purità, divenuto sordido e puzzolente,
imbrattato di peccati carnali! Sus lota in volutabro luti7.
Quindi scrisse Clemente alessandrino che i sacerdoti disonesti,
per quanto è dal canto loro, imbrattano lo stesso
Dio che abita in essi: Deum in ipsis habitantem corrumpunt,
quantum in se est, et vitiorum suorum coniunctione polluunt8.
E di ciò si lamenta il Signore: Sacerdotes eius
contempserunt legem meam et polluerunt sanctuaria mea…,
et coinquinabar in medio eorum9. Oimè! dice
Dio, dalle incontinenze de' miei sacerdoti resto imbrattato
ancor io; poiché offendendo essi la castità,
sporcano i miei santuarj, che sono i loro corpi, da me consacrati
e dove spesso io vengo ad abitare. E ciò volle dire
s. Girolamo quando scrisse: Polluimus corpus Christi
quando indigne accedimus ad altare10.
Inoltre
il sacerdote sull'altare sacrifica a Dio l'Agnello immacolato,
cioè lo stesso Figlio di Dio; che perciò,
dice s. Girolamo, dee essere il sacerdote così pudico
che non solo si guardi da ogni azione turpe, ma anche da
un guardo che sia men che onesto: Pudicitia sacerdotalis
non solum ab opere immundo, sed etiam a iactu oculi sit
libera11. Scrisse parimente s. Gio. Grisostomo che
il sacerdote dev'esser così puro che meriti di stare
in mezzo agli angeli nel cielo: Necesse est sacerdotem
sic esse purum, ut si in ipsis coelis esset collocatus,
inter coelestes illas virtutes
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medius
staret1.
E in altro luogo disse che la mano del sacerdote che deve
toccar le carni di Gesù Cristo dovrebbe risplendere
di purità più che i raggi del sole: Quo
solares radios non deberet excedere manus illa quae hanc
carnem tractat2? All'incontro, dice s. Agostino, dove
si troverà un uomo sì empio che ardisca di
toccare il ss. Sacramento dell'altare colle mani lorde di
fango: Quis adeo impius erit qui lutosis manibus sacratissimum
sacramentum tractare praesumat3? Ma peggio fa, dice
s. Bernardo, quel sacerdote che ha l'ardire di andare all'altare
a maneggiare il corpo di Gesù Cristo, dopo essersi
imbrattato co' peccati osceni: Audent Agni immaculati
sacras contingere carnes, et intingere in sanguinem Salvatoris
manus, quibus paullo ante carnes attrectaverunt4. Ah
sacerdote, esclama parimente s. Agostino, guardati ne
manus quae intinguntur sanguine Christi polluantur sanguine
peccati5! Deh non fare che quelle mani che bagnansi
nel sangue del Redentore sparso un giorno per amor tuo abbiano
poi a sporcarsi col sangue sacrilego del peccato!
Di
più dice Cassiano che i sacerdoti non solo debbono
toccare ma cibarsi ancora delle sacre carni dell'Agnello;
perciò debbono osservare la castità con una
purità più che angelica: Qua puritate
oportebit custodire castitatem, quos necesse est quotidie
sacrosanctis Agni carnibus vesci6! All'incontro scrive
Pietro Blessense che un sacerdote il quale imbrattato dal
vizio disonesto proferisce le parole della consecrazione
è come sputasse in faccia a Gesù Cristo; e
quando poi mette il di lui sacrosanto corpo e sangue nella
sua sordida bocca è come lo gittasse nel fango: Qui
sacra illa verba sacramenti ore immundo profert in faciem
Salvatoris spuit; et cum in os immundum sanctissimam carnem
ponit, eam quasi in lutum proiicit7. Più, dice
s. Vincenzo Ferreri: costui fa una maggior scelleraggine
che se buttasse l'ostia consacrata in una cloaca: Maius
peccatum est quam si proiiciat corpus Christi in cloacam.
Qui esclama s. Pier Damiani e dice: O sacerdote, che
devi sacrificare a Dio l'Agnello immacolato, deh non voler
prima sacrificar te stesso al demonio colle tue impudicizie!
O sacerdos, qui debes offerre, noli prius temetipsum
maligno spiritui victimam immolare8! Che perciò
il santo chiama poi i sacerdoti impudici vittime del demonio,
delle quali quegli spiriti nemici fanno pasto più
saporito nell'inferno: Vos estis daemonum victimae,
ad aeternae mortis succidium destinati; et vobis diabolus,
tanquam delicatis dapibus, pascitur et saginatur9.
Inoltre il sacerdote disonesto non solo perde se stesso,
ma ne fa perdere tanti altri. Dice s. Bernardo che l'incontinenza
degli ecclesiastici è la maggior persecuzione che
oggidì patisce la chiesa. Su quelle parole di Ezechia:
Ecce in pace amaritudo mea amarissima10, piange
il santo e scrive così: Amara prius in nece martyrum,
amarior in conflictu haereticorum, amarissima in luxuria
ecclesiasticorum. Pax est, et non est pax: pax a paganis,
pax ab haereticis, et non pax a filiis; filii propriam matrem
eviscerant. La chiesa, dice, patì già
grande amarezza dai tiranni che
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uccisero
tanti martiri; maggiore amarezza patì poi dagli eretici
che infettarono tanti suoi sudditi; ma la più grande
amarezza e persecuzione è quella che ora patisce
dagli stessi suoi figli, che sono gli ecclesiastici disonesti,
i quali co' loro scandali cavan le viscere ad essa lor propria
madre. Che vergogna, esclama s. Pier Damiani, vedere un
che predica la castità, fatto schiavo della lussuria!
Qui praedicator es castitatis, non te pudet servus esse
libidinis?
Passiamo
ora ad esaminare i danni che apporta all'anima, specialmente
d'un sacerdote, il peccato disonesto. Per prima questo peccato
acceca e fa perdere la vista di Dio e delle verità
eterne. Dice s. Agostino che la castità fa che gli
uomini vedano Dio: Castitas, mundans mentes hominum,
praestat videre Deum1. All'incontro il primo effetto
del vizio impuro è la cecità della mente,
giusta s. Tommaso, che ne descrisse gli effetti: Caecitas
mentis, odium Dei, affectus praesentis saeculi, horror futuri2.
Disse s. Agostino che la disonestà ci toglie il pensare
all'eternità: Luxuria futura non sinit cogitare.
Il corvo quando ritrova un cadavere, la prima cosa che fa
è levargli gli occhi: l'incontinenza il primo danno
che fa è toglier la luce delle cose divine. Ben ciò
lo sperimentò un Calvino, prima parroco, pastore
d'anime, e poi per questo vizio diventato eresiarca: un
Enrico VIII., prima difensore della chiesa e poi persecutore:
lo sperimentò anche un Salomone, prima santo e poi
idolatra. Lo stesso avviene tutto giorno ai sacerdoti disonesti:
Ambulabunt ut caeci, quia Domino peccaverunt3.
Miseri!
in mezzo alla luce delle messe che celebrano, degli offici
che leggono, de' funerali a cui assistono, restano ciechi
come non credessero né alla morte che li aspetta,
né al giudizio futuro, né all'inferno che
si acquistano! Palpant in meridie, sicut palpare solet
caecus in tenebris4. Restano in somma da quel loto
puzzolente, in cui si sono immersi, così accecati
che, dopo aver lasciato Dio che tanto li ha innalzati sopra
gli altri, neppure pensano di tornare ai piedi suoi per
ottenerne il perdono. Non dabunt cogitationes suas,
ut revertantur ad Deum suum; quia spiritus fornicationum
in medio eorum5. In modo che, siccome dice s. Giovanni
Grisostomo, non basteranno ad illuminarli né le ammonizioni
de' superiori né i consigli de' buoni amici, né
il timore de' castighi, né il pericolo di restare
svergognati: Nec admonitiones nec consilia nec aliquid
aliud salvare potest animam libidine periclitantem6.
E
qual maraviglia, se non vedono più? Supercecidit
ignis, et non viderunt solem7. Chiosa l'Angelico; Supercecidit
ignis libidinis. Onde poi dice: Vitia carnalia extinguunt
iudicium rationis, quia luxuria totam animam trahit ad delectationem8.
Questo vizio colla sua dilettazione brutale fa perdere all'uomo
anche la ragione; talmenteché, come dice Eusebio,
fa che l'uomo diventi peggiore d'una bestia: Luxuria hominem
peiorem bestia facit. Quindi avverrà che il sacerdote
disonesto accecato dalle sue impudicizie non farà
più conto né delle ingiurie ch'egli fa a Dio
co' suoi sacrilegj né dello scandalo che dà
agli
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altri:
giungerà ancora ad avere l'ardire di dir messa col
peccato nell'anima. Che maraviglia? Chi ha perduta la luce
facilmente si abbandona a commettere ogni male.
Accedite
ad eum, et illuminamini.1
Chi vuol la luce bisogna che si accosti a Dio; ma perché
l'impudicizia allontana molto l'uomo da Dio, secondo dice
s. Tommaso, per luxuriam homo maxime recedit a Deo2, perciò
il disonesto diventa quasi un bruto che non apprende più
le cose spirituali: Animalis homo non percipit ea quae
sunt spiritus Dei3. Non gli fanno più specie
né l'inferno né l'eternità né
la dignità di sacerdote, non percipit; e forse comincia
ancora a dubitar della fede, come parla s. Ambrogio: Ubi
coeperit quis luxuriari, incipit deviare a vera fide4. Oh
quanti miseri sacerdoti per questo vizio finalmente han
perduta anche la fede! Ossa eius implebuntur vitiis
adolescentiae eius (i vizj della gioventù sono
le disonestà) et cum eo in pulvere dormient5.
Siccome in un vaso ch'è pieno di terra non può
entrar più la luce del sole; così in un'anima
abituata ne' peccati carnali non risplende più la
luce divina e resteranno con lei a dormire i suoi vizj sino
alla morte.
Ma
siccome quell'anima infelice per le sue sozzure si scorderà
di Dio, così Dio si scorderà di lei e permetterà
che resti abbandonata nelle sue tenebre: Quia oblita
es mei et proiecisti me post corpus tuum, tu quoque porta
scelus tuum et fornicationes tuas6. S. Pier Damiani:
Illi Deum post corpus suum proiiciunt qui suarum obtemperant
illecebris voluptatum7. Narra il p. Cattaneo che un
peccatore, tenendo una mala pratica ed essendo avvertito
da un amico a lasciarla, se non volea dannarsi, rispose:
Amico, per la tale ben si può andare all'inferno.
E certamente vi andò, perché in tale stato
fu ucciso. Un altro (e questo fu sacerdote) essendo stato
ritrovato in casa d'una certa dama ch'egli era andato a
tentare, fu dal marito di colei costretto a bere il veleno:
andato poi a casa sua si pose a letto e palesò ad
un amico la disgrazia accadutagli. L'amico, vedendo che
il misero sacerdote già si accostava alla morte,
l'esortò a confessarsi presto; rispose l'infelice:
No, io non posso confessarmi: solo di questo ti prego: di'
alla signora N., dille ch'io muoio per amor suo. Può
giungere a più la cecità?
In
secondo luogo il peccato impuro porta seco l'ostinazione
della volontà. Hac rete diaboli, dice s. Gerolamo,
si quis capitur, non cito solvitur. E s. Tommaso scrisse
che il demonio di niun peccato si compiace tanto, quanto
dell'impudicizia; perché a questo vizio è
molto inclinata la carne, e chi vi cade difficilmente ne
può sorgere: Diabolus debet maxime gaudere de
peccato luxuriae; quia est maximae adhaerentiae, et difficile
ab eo homo potest eripi8. Perciò da s. Clemente
Alessandrino il vizio disonesto fu chiamato morbus immedicabilis;
e da Tertulliano vitium immutabile. Onde s. Cipriano chiamava
la disonestà madre dell'impenitenza: Impudicitia
mater est impoenitentiae. È impossibile, dicea Pietro
Blessense, che vinca le tentazioni
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carnali
chi si è lasciato dominar dalla carne: Est fere impossibile
triumphare de carne, si ipsa de nobis triumphavit. Narra
il p. Bidermani d'un giovine recidivo in questo peccato
che, stando in morte, si confessò con molte lagrime
e morì lasciando molta speranza della sua salvazione.
Ma nel dì seguente il confessore dicendo per lui
la messa, si sentì tirare per la pianeta; si voltò
e vide una nuvola nera che scintillava fuoco, e poi si senti
dire che era l'anima del giovine morto, che sebbene avesse
ricevuta l'assoluzione de' suoi peccati nulladimeno all'ultimo,
tentato di nuovo, era caduto col pensiero e s'era dannato.
Propheta…
et sacerdos polluti sunt… Idcirco via eorum erit quasi lubricum
in tenebris, impellentur enim et corruent in ea1. Ecco
la ruina de' sacerdoti disonesti: si ritrovano i miseri
in una via che sdrucciola, in mezzo alle tenebre e spinti
a precipizio da' demoni, dal mal abito; ond'è loro
quasi impossibile lo scamparne. Dice s. Agostino che coloro
che si danno a questo vizio presto contraggono l'abito;
e l'abito presto diventa una quasi necessità di peccare:
Deum servitur libidini, facta est consuetudo, et dum
consuetudini non resistitur, facta est necessitas2.
Lo sparviere per non lasciare il carname, di cui si è
posto a cibarsi si contenta più presto di lasciarvi
la vita con farsi uccidere dal cacciatore. Ciò avviene
al disonesto abituato. Ed oh quanto più de' secolari
i sacerdoti che si son lasciati dominare da questo vizio
rimangono ostinati! E ciò avviene sì per ragione
della maggior luce ch'essi hanno avuta a conoscere la malizia
del peccato mortale, sì perché l'impudicizia
in essi è maggior peccato; mentre non solo offendono
la castità, ma anche la religione per lo voto fatto,
e per lo più offendono ancora la carità del
prossimo, perché quasi sempre la disonestà
del sacerdote reca scandalo grandissimo agli altri. Narra
Dionisio Cartusiano3 che un servo di Dio una volta condotto
in ispirito dall'angelo al purgatorio vide ivi molti secolari
che pativano per le loro impudicizie, ma pochissimi sacerdoti:
dimandando il perché, gli fu risposto che de' sacerdoti
disonesti difficilmente ne giunge alcuno a pentirsi veramente
di questo peccato, e che perciò tali sacerdoti quasi
tutti si dannavano: Vix aliquis talium habet veram contritionem;
idcirco pene omnes damnantur.
Finalmente
questo vizio maledetto conduce l'uomo, e specialmente il
sacerdote che n'è infetto alla dannazione eterna.
Dice s. Pier Damiani che gli altari di Dio non ricevono
altro fuoco che d'amor divino; ond'è poi che chi
ardisce di salirvi acceso di fuoco impuro resta consumato
dal fuoco della divina vendetta: Altaria Domini non
alienum, sed dumtaxat ignem divini amoris accipiunt. Quisquis
igitur carnalis concupiscentiae flamma aestuat, et assistere
altaribus non formidat, ille divinae ultionis igne consumitur4.
E scrive in altro luogo che tutte le oscenità del
peccator disonesto un giorno si convertiranno in pece colla
quale si nutrirà eternamente nelle sue viscere il
fuoco dell'inferno: Veniet, veniet profecto dies, imo nox,
quando libido ista tua vertetur in picem, qua se perpetuus
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ignis
in tuis visceribus inextinguibiliter nutriat1.
Oh
come castiga Dio i sacerdoti disonesti! E quanti sacerdoti
stanno all'inferno per questo peccato! Dice s. Pier Damiani:
se quell'uomo del vangelo per esser venuto alle nozze senza
la veste decorosa fu condannato alle tenebre, quid illi
sperandum qui coelestibus tricliniis intromissus, non modo
non est spiritualis indumenti decore conspicuus, sed ultro
etiam foetet sordentis luxuriae squallore perfusus2?
Narra il Baronio nell'anno 110, che un sacerdote, avendo
tenuta una mala pratica, venne a morte; e mentre stava in
agonia, vide molti demonj che venivano per pigliarlo. Allora
egli si voltò ad un religioso che lo assisteva e
gli disse che pregasse per lui; ma indi a poco disse che
già stava al tribunale di Dio, e poi gridò:
Lascia, lascia di pregare per me, perché son già
condannato, e non mi servono più le tue preghiere:
Cessa pro me orare, pro quo nullatenus exaudieris. Narra
s. Pier Damiani3 che nella città di Parma peccando
un sacerdote con una donna, nello stesso punto morirono
di subito tutti due. Si riferisce di più nelle rivelazioni
di s. Brigida4, che un sacerdote disonesto stando in campagna
fu ucciso da un fulmine, e si trovò che il fulmine
gli aveva incenerite solamente le parti pudende, senza toccare
il resto del corpo, in segno che Dio principalmente per
l'incontinenza l'avea così castigato. Un altro sacerdote
a' tempi nostri, commettendo un simile peccato, anche morì
di subito, e per suo maggior vitupero fu esposto nudo nell'atrio
d'una chiesa nello stesso modo come era stato ritrovato
morto nella casa della donna. I sacerdoti disonesti co'
loro scandali disonorano la chiesa, e perciò il Signore
giustamente li castiga con farli essere i più svergonati
fra tutti gli uomini. Così appunto egli dice per
Malachia, parlando co' sacerdoti: Vos autem recessistis
de via et scandalizastis plurimos in lege… Propter quod
et ego dedi vos contemptibiles et humiles omnibus populis5.
Molti
rimedj poi assegnano i maestri di spirito contro questo
vizio disonesto: ma sono i principali ed i più necessarj
la fuga dell'occasione e l'orazione. In quanto al primo
mezzo, dicea s. Filippo Neri che in questa battaglia vincono
i poltroni, viene a dire coloro che fuggono l'occasione.
Usi l'uomo tutti gli altri mezzi possibili; se non fugge,
è perduto. Qui amat periculum, in illo peribit6.
In quanto al secondo mezzo dell'orazione, bisogna intendere
che noi non abbiamo forza di resistere alle tentazioni della
carne; questa forza ce l'ha da concedere Iddio: ma Dio non
la concede se non a chi prega e la domanda. L'unica difesa
contro questa tentazione, dice s. Gregorio nisseno, è
la preghiera: Oratio pudicitiae praesidium est. E prima
lo disse il Savio: Et ut scivi quoniam aliter non possum
esse continens, nisi Deus det,… adii Dominum et deprecatus
sum illum7.
(Chi
poi desidera più cose circa i mezzi contro il vizio
carnale, e specialmente circa i due mezzi accennati della
fuga dell'occasione e dell'orazione, può leggere
l'istruzione circa la castità, che si metterà
appresso tra le istruzioni nella seconda parte.)
2 1. Tim. 5. 22.
3
Lib. 3. Stromat.
4
S. Isid. l. 3. epist. 75.
5
Cap. a multis de aetate et qual. ord.
6
In c. Pervenit. dist. 50.
1 C. Presbyter, dist. 82.
2
2. Cor. 1. 21.
3
Epist. 10. ad Honor. diacon.
4
Opusc. 18. d. 2. c. 3.
5
Ibid.
6
Nel can. Decernimus dist. 28.
7
2. Petr. 2. 22.
8
Pedag. l. 2. c. 10.
9
Ezech. 22. 26.
10
In c. 1. Malach.
11
In c. 1. epist. ad Tit.
1
De sacerd. l. 3. c. 4.
2
Hom. 3. in Matth.
3
Serm. 244. de temp.
4
In declam.
5
Serm. 37. tract. ad Herem.
6
L 6. c. 8.
7
Serm. 38.
8
De cael. sacrif. c. 3.
9
L. 4. epist. 3.
10
Apud Isa. 38. 17.
1 Serm. 249. de temp.
2
2. 2. q. 153 a. 4.
3
Soph. 1. 17.
4
Deut. 28 29.
5
Osee 5. 4.
6
Hom. contra luxur.
7
Ps. 57. 9.
8
2. 2. q. 53. a. 6. ad 3.
1 Ps. 33 6.
2
1. 2. q. 37. a. 5.
3
1. Cor. 2 14.
4
Epist. 1. ad Sabin.
5
Lab. 20. 11.
6
Ezech. 23. 35.
7
Op. 18. diss. 2. c. 3.
8
1. 2. q. 73. A. 5. ad 2.
1 Ierem. 23. 11. et 12.
2 Conf. l. C. c. 5.
3
Nel suo libro de' Novissimi all'articolo
47.
4
Opusc. 27. de comm. vit. can. c. 3.
1
Idem op. 17. de cael. sac.
2
Opusc. 18. diss. 1. c. 4.
3
L. 5. epist. 16.
4
Lib. 2 c. 2.
5
Malach. 2. 8. et 9.
6
Eccl. 3. 27.
7
Sap. 8. 21.