Castità
Opere
dei Santi
Sant'Alfonso
Maria de'Liguori
La
vera sposa di Gesù Cristo
CAPO
VIII
Della
mortificazione esterna de' sensi.
3 - Della mortificazione dell'udito, dell'odorato e del
tatto.
1.
Circa l'udito, bisogna mortificarsi in non dare orecchio
a' discorsi immodesti o di mormorazione o di cose di mondo,
le quali, se non ci fanno altro danno, almeno ci riempiono
la testa di mille pensieri e fantasie, che poi ci distraggono
e c'inquietano nell'orazione e negli altri esercizi di divozione.
Quando vi ritrovate dove si fanno tali discorsi, procurate
di troncarli con bel modo, proponendo per esempio qualche
utile quesito; e quando ciò non può riuscirvi,
o cercate di partirvi, se potete, o almeno tacete e bassate
gli occhi, per dimostrare il poco gradimento che avete di
sentir parlare di simili materie.
Circa
l'odorato, procurate di sfuggire gli odori vani dell'ambre,
delle pastiglie, de' balsami, acque odorose e simili: tali
delicatezze disdicono anche alle persone di mondo. Più
presto procurate di soffrire i mali odori, che spesso vi
sono nelle stanze delle inferme: ad esempio de' santi che
animati dallo spirito di carità e di mortificazione,
tra il fetore degl'infermi godono, non altrimenti che se
si trovassero tra giardini di fragrantissimi fiori.
Circa
poi il tatto, procurate di evitare con ogni diligenza qualunque
minimo difetto, poiché ogni difetto in questo senso
è di pericolo all'anima di morte eterna. Intorno
a questo senso del tatto non mi è lecito spiegarmi
di vantaggio; dico solamente che le religiose debbono usar
tutta la modestia e cautela non solo con altre persone,
ma anche con loro stesse, affin di conservar la bella gioia
della purità. Talune in questa materia scioccamente
si mettono a scherzare, come per divertimento; ma chi mai
scherza col fuoco? S. Pietro d'Alcantara, stando in morte
vicino a spirare, e sentendosi toccare da un religioso che
lo serviva: «Scostati, disse, non mi toccare, perché
ancora son vivo e posso offendere Dio.»1 Bisogna all'incontro
-
299 -
tener
a freno questo senso quanto si può colle mortificazioni
esterne, delle quali bisogna qui distintamente parlare.
2.
Queste mortificazioni esterne si riducono a quattro cose,
cioè a' digiuni, a' cilizi, alle flagellazioni ed
alle vigilie. De' digiuni già di sopra ben se n'è
parlato abbastanza. - Circa i cilizi, questi sono di più
sorte: altri sono di crini o sia di setole, e questi a persone
di complessione delicata possono esser nocivi, poiché,
come ben dice il P. Scaramelli (Tom. 1, tr. 2, art. 1, c.
4), inffiammando essi la carne, estraggono il calor naturale
dallo stomaco e lo lasciano indebolito.2 Altri sono di fila
di ferro o d'ottone, fatti a modo di catenelle; questi sono
meno dannosi alla sanità, se si portano nelle braccia,
nelle coscie o nelle spalle, perché sopra il petto
o alla cintura de' fianchi anche posson nuocere. Queste
specie di cilizi sono degli ordinari, che sicuramente possono
tutti praticarli; del resto i santi altre sorte di cilizi
hanno usate. D. Sancia Carriglio, la celebre penitente del
P. M. Avila, portava un cilizio di crini dal collo sino
alle ginocchia.3 S. Rosa di Lima portava un lungo cilizio
intessuto d'aghi, con una gran catena di ferro
-
300 -
sopra
de' lombi.4 S. Pietro d'Alcantara portava una gran piastra
di ferro bucato sulle spalle, che gli tenea tutta lacerata
la carne.5 Non sarebbe dunque gran cosa che voi portaste
una catenella di ferro, almeno nella mattina sino ad ora
di pranzo.
3.
Circa poi le flagellazioni o sieno discipline, questa è
una mortificazione molto lodata da S. Francesco di Sales6
ed abbracciata universalmente da tutte le comunità
religiose dell'uno e dell'altro sesso. E non v'è
santo, almeno tra' moderni, che non abbia usata molto questa
penitenza de' flagelli. Narrasi specialmente di S. Luigi
Gonzaga, che spesso per tre volte nel giorno si flagellava
sino al sangue; e ritrovandosi in fine di vita, pregò
il padre provinciale che, non avendo egli forza di flagellarsi
allora colle sue mani, almeno l'avesse fatto flagellare
-
301 -
da
altri da capo a piedi.7 Non sarebbe dunque neppure una gran
cosa che voi vi faceste la disciplina una volta il giorno,
o almeno tre o quattro volte la settimana: sempre s'intende
nonperò col permesso del vostro direttore.
4.
Circa finalmente le vigilie, con cui si priva la persona
di parte del sonno. Leggesi di S. Rosa ch'ella, per passare
le notti in veglia ad orare, legava i suoi capelli ad un
chiodo posto nel muro, acciocché, chinando poi la
testa per l'oppressione del sonno, fosse costretta dal dolore
a risvegliarsi.8 Si legge ancora di S. Pietro d'Alcantara
che per lo spazio di 40 anni non dormì più
d'un'ora o al più di un'ora e mezza la notte; e affinché
il sonno non lo tradisse, tenea dormendo appoggiato il capo
ad un legno fisso nel muro.9 Queste sorte di vigilie non
debbono praticarsi senza una grazia speciale; anz'io dico
che la mortificazione del sonno dee essere molto discreta
e moderata, perché quando manca il sonno sufficiente,
ordinariamente la persona resta inabile o men atta agli
esercizi di mente, come sono l'officio, l'orazione e la
lezione spirituale:
-
302 -
siccome
avveniva a S. Carlo Borromeo, che vegliando la notte, nel
giorno poi, vinto talvolta dal sonno, addormentavasi anche
nelle pubbliche funzioni; che per ciò indi stimò
bene il santo di allungare un poco il riposo della notte.10
Ma all'incontro avvertasi che non e già necessario
né conviene alle persone spirituali fare che il corpo
si prenda tutto il sonno che desidera, come praticano le
bestie, che allora lasciano di dormire, quando non ne hanno
più voglia. Bisogna dunque prendersi quel sonno che
basta, ma non soverchio. Regolarmente alle donne basta minor
sonno che agli uomini: per ordinario cinque o al più
sei ore di sonno alle donne son sufficienti. Almeno prego
voi, sorella benedetta, ad essere esatta nel levarvi, subito
che suona il segno dello sveglio la mattina, senza trattenervi,
come fanno talune, a voltarvi e rivoltarvi per altro tempo
nel letto. Dicea S. Teresa che la religiosa
-
303 -
subito
che sente suonar la campana dee sbalzare dal letto.11
5.
I santi poi, oltre del privarsi del sonno, hanno usate altre
mortificazioni nel dormire. S. Luigi Gonzaga mettea nel
letto tra le lenzuola legni e sassi.12 S. Rosa di Lima dormiva
su alcuni tronchi d'alberi, riempiendo il vacuo di crete
rotte.13 La Ven. Suor Maria Crocifissa di Sicilia dormendo
poggiava la testa su d'un guanciale di spine.14 Di queste
penitenze dico lo stesso che ho detto di sopra; elle sono
straordinarie e non convengono a tutti; ma conviene nonperò
ad ogni religiosa il non cercare morbidezza nel letto. Se
a taluna basta per dormire il pagliariccio, che necessità
ha del materasso? Almeno, se le basta un solo materasso,
perché adoperarne due?
-
304 -
6. S'appartiene ancora alla mortificazione del tatto il
soffrir con pazienza il rigore delle stagioni, in quanto
al caldo ed al freddo. S. Pietro d'Alcantara nel verno,
oltre l'andar sempre scalzo a piedi nudi e colla testa scoperta,
non si serviva che di una sola e lacera tonica.15 Voi non
potete far tanto, ma non sarebbe gran cosa l'astenervi nel
verno d'accostarvi al fuoco, come praticava S. Luigi Gonzaga,
con tutto che dimorasse nella Lombardia, ch'è una
regione così fredda;16 almeno potrete far questa
mortificazione in qualche giorno della settimana; almeno
soffrite il freddo e 'l caldo con pace e pazienza, accettandolo
dalle mani di Dio. S. Francesco Borgia, giungendo una volta
tardi ad un collegio della Compagnia, trovò serrata
la porta, onde ebbe a starsene tutta la notte al freddo
e alla neve che fioccava. Fatto giorno, si affliggeano i
suoi religiosi di quel suo patimento, ma il santo rispose:
Sappiate, che sebbene ho patito nel corpo, sono stato nonperò
molto consolato nell'anima; mentre pensava che Dio godeva
del mio freddo, e pareami ch'egli colle stesse sue mani
mi mandasse quei fiocchi di neve dal cielo.17
-
305 -
Preghiera.
Amato
mio Redentore, mi vergogno di comparirvi innanzi, ritrovandomi
così attaccata a' gusti di terra. Voi nella vostra
vita non avete pensato ad altro che a patire per me: ed
io per lo passato ad altro non ho pensato che a soddisfarmi,
scordata delle vostre pene e dell'amore che mi avete portato.
E che mai ne ho portato io sinora di religiosa e di vostra
sposa, che solamente l'abito e 'l nome? Ben meriterei d'esser
discacciata da questo santo luogo, in cui voi mi avete fatte
tante grazie e dati tanti lumi, a' quali io sono stata sempre
ingrata. Ho fatti bensì tanti buoni propositi, vi
ho promesso più volte di osservarli, ma poi troppo
malamente gli ho posti in pratica. Or via, Gesù mio,
datemi forza: io voglio far qualche cosa per voi prima di
morire. Se ora mi giungesse la morte, come morirei scontenta!
Voi mi date più vita, acciocché io mi faccia
santa. Sì, che voglio farlo.
V'amo,
mio Dio e sposo mio, e voglio amarvi da sposa: non voglio
pensare ad altro che a darvi gusto. Perdonatemi per lo passato
quante offese vi ho fatte: io le detesto con tutto il cuore.
Oh Dio dell'anima mia, per dar gusto a me, ho dati tanti
disgusti a voi, mio tesoro, mia vita, che mi avete tanto
amata! Datemi l'aiuto per esser tutta vostra da ogg'innanzi.
Vergine
santa e mia speranza, Maria, soccorretemi ancora voi, ottenetemi
forza di fare qualche cosa per Dio, prima che mi venga la
morte.
1 «Dein cum gratiis parocho expedito
(post extremam Unctionem), ad fratres suos conversus et
Crucifixum intuens, videbatur eius similitudinem exoptare,
quem nudum in cruce mori aspiciebat. Hinc spiritus quodam
impetu, habitu se spollans, consignavit guardiano, humiliter
supplicando ut sibi viliorem concederet, in quo sepeliri
posset... Et quia alius habitus inveniri non poterat deterior,
a guardiano pro eleemosyna suus illi redditus fuit.. Interim
autem dum nudus ac in terra genibus flexis coram Fratribus
adsistebat, Fr. Gasparus a sancto Iosepho, caritate motus,
corpus eius iam quasi emortuum tangens, monuit ut super
stratum decumbens calefieri procuraret. Ad quem S. Commissarius:
«Sine me, fili, nec corpori meo molestus sis, quia
adhuc periculum timeo.» Indicans quanta semper custodia
puritatem corporis sui sepiisset, dum nec etiam morti proximus
illud vel leviter tangi permitteret a carissimo suo discipulo
pietatisque alumno strenuissimo.» Vita, auctore P.
FR. LAURENTIO A S. PAULO, lib. 5, nn. 292, 293: inter Acta
Sanctorum Bollandiana, die 19 octobris.
2
«Altri (cilici) son tessuti di setole...
A persone di complessione delicata e gentile possono riuscire
nocivi, se non siano adoprati con la debita discrezione:
perchè infiammando esteriormente la carne, estraggono
dallo stomaco il calor naturale, e lo lasciano indebolito.»
SCARAMELLI, Direttorio ascetico, trattato 2, art. 1, cap.
4, n. 35.
3
Donna Sancio Carrillo fu convertita dalle
vanità mondane alla penitenza dal B. Giovanni Avila.
«Finchè fu sana, la sua veste interiore non
fu che un irsuto cilizio, il quale tutta la ricopriva da
capo a piedi, senza mai svestirlo neppur di notte, con la
dolorosa giunta di stringersi al tempo stesso i fianchi
con una fascia armata di acute punte d' acciaio e penetranti
sì dentro la viva carne, talchè, lei morta,
se le trovarono nelle reni cavità sì profonde
e larghe da poter entrarvi le dita.» LONGARO DEGLI
ODDI, S. I., Compendio storico della vita del Ven. Servo
di Dio il Maestro Giovanni Avila, pag. 88, 89. Roma, 1864.
La prima edizione è del 1754, Napoli. L' autore attesta
di aver attinto le notizie riguardanti la Carrillo nella
Vita, che ne pubblicò il P. Roa.
4
«Hanc (ferream catenam) lumbis suis triplicato circumductu
fortissime astrinxit, extremis commissurae ansulis seram
immisit, claviculam abdidit ubi recuperare nec ipsa posset.»
Leonardus HANSEN, O. P., Vita, cap. 7 - «Manicatum
hoc erat cilicium, atque a collo et humeris infra genua
propendebat; hispidum, ex crassioribus equorum setis praedense
contextum vix non loricae gravitatem aequabat... Infixis
undique brevissimis acubus hirsutam interulam diligentius
in se armavit.. Eaque per complures annos est usa, donec
ob frequentem sanguinis vomitum alieno coacta fuit imperio
noxiam hanc exuere catafractam.» Ibid.
5
«Super carnem gestabat cilicium, setis
tortis et nodosis asperrimum. Per septem continuos annos
habuit vestem aliquam ad modum mantelli, bracteis ferreis
contextam, multipliciter perforatam, ita ut speciem prae
se ferret radulae... nec eam deponebat nisi quando opus
erat eam mundare. Denique numquam sine altero ex his duobus
poenitentiae instrumentis incedebat.» IOANNES A S.
MARIA, Vita (ex Chronico Provinciae S. Ioseph), cap. 3,
n. 36: inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 19 octobris.-
«Bractea illa ferrea, quam sibi nudo corpori apposuit,
et annos viginti gestavit, cum carne ita compacta exstitit,
ut ab ea evelli post obitum neque potuerit.» IOSEPHUS
MARIA DE ANCONA, Annales Minorum continuati, anno 1562,
n. 310.- «Entre otras cosas, me certificaron habia
traido veinte años silicio de hoja de lata contino.»
S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 30. Obras, I, 237.
6
«La
discipline a una merveilleuse vertu pour réveiller
l' appetit de la dévotion, étant prise modérément.
S. FRANÇOIS DE SALES, Introduction à la vie
dévote, partie 3, ch. 23. (Euvres, III, 220. Annecy,
1893.- «Pour l' ânesse (cioè la carne,
il corpo), j' approuve le jeûne du vendredi et le
souper sobre du samedi. J' approuve qu' on la mate le long
de la semaine, non tant au retranchement des viandes- la
sobriété étant gardée- comme
au retranchement du choix d' icelles. J' approuve que néanmoins
on la fiatte quelquefois, en lui donnant à manger
de l' avoine que saint François lui donnait pour
la faire aller vite: c' est la discipline, qui a une merveilleuse
force, en piquant la chair, de réveiller l' esprit,
seulement deux fois la semaine.» Lettre 234, à
la Baronne de Chantal. (Euvres, XII, 360.- Parola di S.
Francesco d' Assisi a cui allude S. Francesco di Sales:
«Chorda coepit se verberare fortissime: «Eia,
inquiens, frater asine, sic te decet manere, sic subire
flagellum...» S. BONAVENTURA, Legenda S. Francisci,
cap. 5, n. 4. Opera, VIII, 517.
7
«Si dava la disciplina sino al sangue
almeno tre volte la settimana. Anzi verso gli ultimi anni
che stette nel secolo, si disciplinava ogni dì, ed
al fine ancora tre volte fra dì e notte fino al sangue.»
CEPARI, Vita, parte 1, cap. 7. - «Entrò in
quella camera il P. Giovanni Battista Carminata provinciale,
e Luigi veggendolo gli domandò licenza di fare una
disciplina, e rispondendo il padre che non avrebbe potuto
battersi stando così debole, soggiunse egli: «Almeno
che mi battesse il P. Francesco Belmisseri, tutto da capo
a piedi.» Disse il padre che ciò in quel tempo
non si poteva fare, perchè chi l' avesse battuto
avrebbe portato pericolo d' irregolarità.»
CEPARI, Vita, parte 2, cap. 27.
8
«In cellulae pariete oblongum fixerat
clavum paulo altiorem, quique Rosae verticem palmi fere
interstitio superaret. Huic adversus somni insidias modicum
id capillitii quod obtegendae coronae (nempe aculeatae coronae
quam capiti circumdederat et infixerat) in fronte residuum
superfuerat, implectebat strictissime, eoque tormento accersebat
vigiliam, recitabat preculas, somnolentiam strangulabat.
Ne tamen sic pendula paucis capillis totam corpusculi molem
committeret, utcumque summis pedum digitis insistens tangebat
terram, sed aegre satis, ac per alternas successiones nutante
lubrico fulgimento.» HANSEN, O. P., Vita, cap. 9.
9
«Dijome a mi y a otra persona... de
quien se guardaba poco,... paréceme fueron cuarenta
años los que me dijo habia dormido sola hora y media
entre noche y dia, y este era el mayor trabajo de penitencia
que habia tenido en los principios de vencer el sueño,
y para esto estaba siempre u de rodillas u en pié.
Lo que dormia era sentado, y la cabeza arrimada a un maderillo
que tenia hincado en la pared. Echado, aunque quisiera,
no podia, porque su celda, como se sabe, no era màs
larga de cuatro pies y medio.» S. TERESA, Libro de
la Vida, cap. 27. Obras, I, 214.- Cf. LAURENTIUS A S. PAULO,
Vita, lib. 4, n. 235: inter Acta Sanctorum Bollandiana,
die 19 octobris.
10
Che S. Carlo abbia dato retta agli avvocati
del sonno, lo dice anche SCARAMELLI, S. I., Direttorio Ascetico,
Venezia, 1758, tom. 1, trattato 2, art. 1, cap. 4, n. 38.
Però dalle testimonianze concordi dei suoi primi
biografi, apparisce non aver fatto altro il Santo che scusarsi
con umile cortesia presso i suoi contraddittori, e cambiare
alquanto il troppo rozzo materiale da letto. «Admonitus
aliquando satius esse, naturae quod necesse erat concedere,
(quam alieno) tempore et loco, dormientis speciem publice
praebere: naturae id esse vitium affirmabat suae, cui nullum
somni tempus satis erat ad eiusmodi dormitationem vitandam,
quam se vel nedicis curationibus etiam expedire curaverat.»Carolus
A BASILICA PETRI, Praepositus Generalis Cong. Cler. Regular.
S. Pauli, De vita et rebus gestis Caroli S. R. E. Cardinalis,
libri septem: lib. 7, cap. 2, pag. 277. Ingolstadii, 1592.-
Nel 1756, essendo tempo di Giubileo e preparandosi per il
mese di maggio il quarto Concilio Provinciale, «fu
osservato come, per le sue gravissime occupazioni.... non
dormiva più di due o tre ore della notte.»
Avvisati da un eccellente medico, «non mancarono i
vescovi unitamente d' esortarlo molto a voler andare più
trattenuto nelle sue penitenze... Rispose.... che quel rigore
non era eccesso nel suo corpo, come essi stimavano, e lo
nostrò con chiare ragioni. Con tutto ciò perchè
intendessero che non faceva poco conto delle loro ammonizioni,
si contentò di coprir quelle tavole, che gli servivano
per letto, con un saccone e capezzale di paglia.»
Gio. P. GIUSSANO, Vita, Roma, 1610, lib. 3, cap. 9, pag.
245, 246.- Durò poco quella tal quale mitigazione,
giacchè, sopravvenendo la peste nel mese di luglo
dello stesso anno, tra altre penitenze «per placare
l' ira di Dio sopra il suo amato gregge,» si levò
anche «quel sacco di paglia.... non volendo più
altro per il suo letto che le tavole, con un semplice lenzuolo
che le tavole, con un semplice lenzuolo che le copriva.»
La stessa opera, lib. 4, cap. 1, pag. 250, 251.- Dopo, di
nuovo pregato dai vescovi nel quinto Concilio Provinciale
(1759), «si contentò d' usare un pagliarizzo
per suo letto; ma... lo fece trapontare, per non sentir
quel poco di commodo che si ha dall apaglia sospesa e sollevata;
siccome si fece fare una coperta di canevazzo parimente
imbottita di paglia a guisa di traponta.» Lib. 5,
cap. 9, pag. 357: cf. lib. 8, cap. 21, pag. 607.- In quanto
al poco dormire, nota lo stesso biografo (lib. 8, cap. 21,
pag. 609) che «questa gran vigilia gli era di travaglio
e afflizione, e forse la maggior che avesse in vita sua;»
ma nota altresì che, nell' ascoltare le prediche,
sebben pareva che dormisse... era però talmente desto
che intendeva ogni cosa, e sapeva dar conto di quanto dicevano
i predicatori, e notarli se erravano in alcuna cosa.»
Nel suo ultimo viaggio a Roma, essendo egli andato a sentir
il P. Francesco Toledo, parve che sempre dormisse; onde
un prelato disse ad un cavaliere, cugino dell' autore: «S'
io fossi il confessore del Card. Borromeo, gli darei per
penitenza che dormisse la notte, per poter star svegliato
il giorno, massime quando sta alla predica.» Ora,
dopo pranzo, presente lo stesso cavaliere, «andò
discorrendo sopra di essa predica, sapendone dar minutissimo
conto.» (L. c., pag. 611) In molte occorrenze, non
faceva altro che «riposarsi un poco sopra una sedia»;
e portando, a sua difesa, l' esempio di alcuni capitani
di guerra, tra altri di un suo zio, che usavano riposare
vestiti, anch' essi, sopra una sedia, diceva che «il
vescovo, il quale... ha da far guerra... con gli eserciti
dell' inferno, non deve esser manco vigilante d' un capitano
di milizia mondana.» (L. c., pag. 609.)
11
«Santa Teresa soleva dire, che quando
una religiosa vien chiamata dal sonno, deve subito balzare
in terra, come se al letto si fosse attaccato il fuoco.»
S. LEONARDO DA PORTO MAURIZIO, Manuale sacro (per le religiose),
parte 2, § 1, Roma, 1734.
12
«Bene spesso pigliava un pezzo d' asse
o altro legno, e lo poneva nascostamente nel letto sotto
i lenzuoli per dormir male.» CEPARI, Vita, parte 1,
cap. 7.
13
«Tabulis arcte commissis ligna omnino
septem instravit iustis intervallis... Porro singulas distantium
lignorum intercapedines praeacutis tegularum fragmentis,
coctilium patinarum frustulis, testarumque fractarum triquetris
sic implevit, ut singulorum pars mucronata obverteretur
corpori, ac ea quidem confertissima densitate qua nutare
aut cedere nulla posset, cum inferne sat prohiberent subiecti
asseres ne qua excideret, costasque obsiderent ligna ne
laxaretur phalanx.» HANSEN, O. P., Vita, cap. 9.
14
«Cinse i fianchi con una grossa catena di ferro, quale
non si levò mai nè di giorno nè di
notte... Se n' aggiungeva un' altra ne' giorni che a lei
erano solenni o per la divozione, o perchè volea
intercedere per alcun particolare bisogno: erano però
questi sì spessi, che potea dirsi di portarla ancora
tutto l' anno. In simili circostanze annodava strettamente
la fronte e la testa d' un altra catenetta sparsa d' acute
punte di ferro, quale ricopriva coll' ultimo velo bianco.»
TURANO, Vita e virtù della Ven... Suor Maria Crocifissa
della Concezione, dell' Ord. di S. Benedetto nel monastero
di Palma, lib. 4, cap. 12.
15
«En todos estos años jamàs se pulso
la capilla, por grandes soles y aguas que hiciese, ni cosa
en los pies, ni vestida sino un hàbito de sayal,
sin ninguna otra cosa sobre las carnes, y éste tan
angosto como se podia sufrir, y un mantillo de lo mismo
encima.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 27. Obras,
I, pag. 214.- «Tunica, qua induebatur, omnium vilissim
aerat; ita quod morti proximus, deteriorem, quam petebat,
inveniri non posset. Novam nunquam gestavit, sed laceram
aut repetiatam.... cum chorda grossa, mantello brevi, ac
femoralibus; calceamenta nec infirmus etiam portabat, nisi
dum aliquo casu offensum pedem curaret.» LAURENTIUS
A S. PAULO, Vita, lib. 4, n. 231: inter Acta Sanctorum Bollandiana,
die 19 octobris.
16
«Cominciò a stringere più
il suo modo di vivere ed a menar nel secolo e nella corte
vita da religioso. Laonde molto più del solito se
ne stava ritirato in camera, nella quale avendo usato l'
inverno di tenere sempre fuoco, perchè per la sua
delicatezza pativa molto di freddo, e se gli gonfiavano
ed aprivano le mani, da quel tempo in poi ordinò
che non si facesse più fuoco nelle sue stanze, nè
vi si portasse; nè egli vi si accostava mai. E se
pur talvolta in compagnia d' altri era astretto ad accostarvisi,
si poneva in tal sito che non si scaldava. CEPARI, Vita,
parte 1, cap. 6.
17
«Convenutogli un avolta aspettare per
lungo spazio di notte alla porta d' un collegio dove giunse
improviso e non saputo, nevicando a gran fiocchi e spessi,
egli, senza ripararsi perchè nol cogliessero, si
stette ricevendoli, per così dire, con devozione:
parendogli, disse, veder quivi nell' aria il suo amantissimo
Padre e Signore, che godea di lanciargli quella neve e colpirlo.»
BARTOLI, Vita, lib. 4, cap. 7.