Castità
Opere
dei Santi
Sant'Alfonso
Maria de'Liguori
La
vera sposa di Gesù Cristo
CAPO
VIII
Della
mortificazione esterna de' sensi.
1 - Della mortificazione degli occhi e della modestia in
generale.
1.
Quasi tutte le passioni che fan guerra al nostro spirito,
hanno l'origine dagli occhi non ben custoditi, poiché
dal vedere si muovono in noi per lo più le passioni
e gli affetti disordinati. Perciò disse Giobbe, parlando
delle passioni impure: Pepigi foedus cum oculis meis,
ut ne cogitarem quidem de virgine (XXXI, 1). Io ho
fatto il patto cogli occhi miei, di non pensare alle donne.
Ma perché disse di non pensare? Par che avesse dovuto
dire più presto: ho fatto il patto di non guardare.
Ma no, che ben disse di non pensare, perché il pensare
va talmente unito col guardare, che l'uno non può
esser diviso dall'altro; e perciò il santo, per non
esser molestato dal pensiero, propose di non guardare volto
di donna. Dice S. Agostino: Visum sequitur cogitatio,
cogitationem delectatio, delectationem consensus:1
Dal guardare sorge il pensiero, dal pensiero il desiderio
- perché, come dice S. Francesco di Sales, ciò
che non si vede, non si desidera2 - e al
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257 -
desiderio
poi succede il consenso. Eva, se non si fosse posta a guardare
il pomo vietato, non sarebbe caduta; ma perché si
fermò a mirarlo, e mirando parvele buono e bello,
perciò lo prese e prevaricò: Vidit quod bonum
esset lignum et pulchrum... et tulit (Gen. III, 6).3 Quindi
è che il demonio prima ci tenta a guardare, poi ci
tenta a desiderare e poi a consentire.
2.
Dice pertanto S. Girolamo che 'l demonio ha bisogno solamente
de' nostri principi: Nostris tantum initiis opus habet.4
Gli basta che noi cominciamo ad aprirgli la porta, perché
esso poi finirà d'aprirsela. Uno sguardo avvertito
e fissato in volto a persona di diverso sesso, diventerà
una scintilla d'inferno che manderà l'anima in rovina.
Dice S. Bernardo: Per oculos intrat ad mentem sagitta
amoris (Serm. 13):5 Le prime saette che feriscono l'anime
caste, e spesso le riducono a morte, entrano per gli occhi.
Per gli occhi cadde un Davide così diletto a Dio.
Per causa degli occhi cadde un Salomone, che un tempo era
stato penna dello Spirito Santo. E quanti per causa degli
occhi si son perduti! Chiuda gli occhi dunque chi non vuol
piangere un giorno, dicendo con Geremia: Oculus meus
depraedatus est animam meam (Thren. III, 51): Gli occhi
miei mi han fatta perder l'anima per mezzo degli affetti
malvagi, che v'hanno introdotti. Perciò avverte S.
Gregorio: Deprimendi sunt oculi, quasi raptores ad culpam
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258 -
(Mor.
1. 21, c. 2):6 Debbon frenarsi gli occhi, altrimenti diverranno
essi come certi uncini d'inferno, da cui sarà tirata
l'anima a forza, e violentata a peccare, quasi senza volerlo.
Chi guarda un oggetto pericoloso, siegue a dire il santo,
incipit velle quod noluit,7 comincia a volere quel
che non voleva. Ciò appunto esprime la Scrittura
di Oloferne, che, guardando egli Giuditta, pulchritudo eius
captivam fecit animam eius (Iudith XVI, 11): La bellezza
di Giuditta fe' schiava l'anima sua.
3.
Dicea Seneca: Pars innocentiae caecitas:8 L'esser
cieco molto giova ad esser innocente. Quindi un certo filosofo
gentile, come riferisce Tertulliano, per liberarsi dall'impudicizia,
volontariamente si tolse gli occhi e restò cieco.9
Ciò a noi fedeli non è lecito, ma se vogliamo
conservarci casti, è necessario l'esser ciechi per
virtù, con astenerci dal mirare oggetti che possono
svegliarci pensieri impuri. Dice lo Spirito Santo: Ne circumspicias
speciem alienam... Ex hoc concupiscentia quasi ignis exardescit
(Eccli. IX, 8 et 9): Non rimirare la bellezza altrui, perché
dopo gli sguardi vengon le male immaginazioni, colle quali
si accende il fuoco impuro. Perciò dicea S. Francesco
di Sales: Chi non vuole che i nemici entrino nella piazza,
bisogna che serri le porte.10
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4. A tal fine i santi sono stati così cautelati negli
occhi, che per timore che non iscappassero a mirare qualche
oggetto pericoloso, han procurato di tenerli quasi sempre
fissi alla terra, astenendosi di guardare anche gli oggetti
innocenti. S. Bernardo, dopo un anno di noviziato, non sapea
com'era fatto il solaio della sua cella, se a travi o a
volta. Nella chiesa del monastero, dove il santo entrò
per novizio, v'erano tre finestre, ma egli non sapea quante
fossero, poiché per tanto tempo non avea mai alzati
gli occhi da terra. Avendo una volta camminato quasi un
giorno intiero per la riva d'un lago, dimandò poi
a' compagni, che di quel lago discorreano, dove l'avessero
veduto, mentr'egli affatto non se n'era accorto.11 Similmente
S. Pietro d'Alcantara tenea gli occhi sì bassi
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che
non conoscea neppure i suoi frati con cui conversava; solo
alla voce li conosceva, ma non già al volto.12 Molto
più poi sono stati cauti i santi a non mirare oggetti
di diverso sesso. S. Ugone vescovo, necessitato a trattare
con donne, non ne guardò mai alcuna in faccia.13
S. Chiara parimente non volle mai mirare faccia d'uomo;
una volta alzando gli occhi per vedere l'Ostia sagra, che
si alzava nella Messa, mirò involontariamente il
volto del sacerdote, e pure ne restò molto afflitta.14
S. Luigi Gonzaga non ardiva di alzare gli occhi neppure
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in
faccia della propria madre.15 Narrasi di S. Arsenio che,
stando egli nel deserto, andò a visitarlo una nobile
matrona, acciocché l'avesse raccomandata a Dio; ma
il santo, in accorgersi ch'era donna, subito le voltò
le spalle. La matrona allora gli disse: «Arsenio,
giacché non mi vuoi vedere né sentire, almeno
nelle tue orazioni ricordati di me.» - «No,
rispose il santo, pregherò Dio che mi faccia di te
scordare, acciocché io non pensi più a te.»16
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5.
Da ciò vedasi quanto sia grande la sciocchezza e
la temerità di alcune monache, le quali non son sante
Chiare, e ben vogliono guardare alla libera dal belvedere,
dal parlatorio e dalla chiesa, qualunque oggetto loro si
presenta, anche d'altro sesso, e poi vogliono star esenti
dalle tentazioni e da' pericoli di peccare. L'abbate Pastore,
per aver mirata curiosamente una donna che raccoglieva le
spiche, fu per quaranta anni tormentato da tentazioni impure17.
Scrive S. Gregorio
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263 -
(Dial.
L. c. 20) che la tentazione che obbligò S. Benedetto
a rivolgersi tra le spine per liberarsene, ebbe origine
dall'aver una volta incautamente guardata una donna.18 S.
Girolamo, anche mentre stava nella grotta di Betlemme, orando
continuamente e macerandosi colle penitenze, era terribilmente
molestato dalla memoria delle dame molto tempo prima vedute
in Roma.19 Or considerate come poi vogliono essere esenti
da
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simili
molestie quelle religiose, che guardano e tornano a guardare
gli uomini senza alcuna riserba. Non tanto il guardare,
quanto il riguardare, dice S. Francesco di Sales, è
quello che più nuoce.20 Perciò avvertì
S. Agostino: Etsi oculi nostri iaciantur in aliquam,
defigantur in nulla (In Reg. III, c. 21):21 Se per
caso scappano gli occhi a mirar qualche persona, almeno
guardiamoci di non fissarli. S. Ignazio di Loiola corresse
il P. Manareo, perché, licenziandosi da lui per andare
in altro luogo lontano, gli avea fissati gli occhi in faccia
(Lancis., Op. 2, n. 304).22 Da ciò apprendiamo essere
indecente alle religiose
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265 -
il
fissare gli occhi in faccia anche a persone dello stesso
sesso, specialmente se sono giovani. Ciò dico essere
solamente indecente, ordinariamente parlando; ma il guardare
poi persone giovani di diverso sesso, io non so come possa
scusarsi da peccato veniale ed anche mortale, quando vi
fosse prossimo pericolo di consenso. Intueri non licet,
dice S. Gregorio, quod non licet concupiscere:23 Non è
lecito guardare ciò che non lice desiderare; poiché
quantunque i mali pensieri - che nel guardare entrano ordinariamente
a turbar la mente - sieno discacciati, sempre lasciano qualche
macchia nell'anima. Fra Ruggiero francescano, ch'era dotato
d'un singolar dono di purità, interrogato una volta
perché stesse così riserbato a non guardar
le donne, rispose: Quando l'uomo fugge le occasioni, Dio
lo custodisce; ma quando si mette da sé nel pericolo,
il Signore giustamente l'abbandona, ed egli facilmente cade
in qualche colpa grave (Lib. I conform. S. Franc p. 2).24
6.
S'altro male non cagionasse la libertà degli occhi,
almeno toglie il raccoglimento all'anima per lo tempo ch'ella
sta all'orazione; perché allora tutte quelle specie
vedute ed
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impresse
nella mente, se le faranno avanti e le apporteranno mille
distrazioni. E se mai nell'orazione avrà avuto qualche
raccoglimento, divagandosi poi cogli occhi, subito lo perderà.
E certo che la religiosa che non è raccolta, poco
può attendere all'esercizio delle virtù, come
dell'umiltà, della pazienza, della mortificazione
e simili; e perciò bisogna che si guardi dal mirare
per curiosità oggetti esterni, che la distraggono
da i pensieri santi: rimiri solamente quegli oggetti che
la portano a Dio. Dicea S. Bernardo che gli occhi a terra
aiutano a tenere il cuore in cielo.25 E S. Gregorio Nazianzeno
scrisse: Ubi Christus est, modestia est (Ep. 193):26
Dove abita Gesù Cristo coll'amore, ivi sta anche
la modestia. Non pretendo con ciò di dire che non
mai s'hanno da alzare gli occhi, né mai s'ha da guardare
alcuna cosa; si guardino, dico, quegli oggetti che ci portano
a Dio, come sono le immagini sagre ed anche le campagne,
i fiori e cose simili, perché queste belle creature
ci sollevano a contemplare il Creatore. Del resto, per lo
più la religiosa divota dee tenere gli occhi bassi,
specialmente ne' luoghi dove possono incontrarsi gli occhi
con oggetti pericolosi. E parlando cogli uomini, non dee
mai girar gli occhi a mirarli,
-
267 -
e
tanto meno a rimirarli, come si avvertì di sopra
con S. Francesco di Sales.27
7.
Inoltre si avverta che la modestia degli occhi, non solo
è necessaria per lo profitto proprio, ma ancora per
l'edificazione degli altri. Dio solo vede il nostro cuore;
gli uomini non vedono altro che le nostre azioni esterne,
e da quelle si edificano o si scandalizzano di noi. Ex
visu cognoscitur vir (Eccli. XIX, 26): Dal viso fa
conoscersi l'uomo qual egli sia nell'interno. Perciò
il religioso dee essere, come dice il Vangelo del Battista:
Lucerna ardens et lucens (Io. V, 35): Dee esser
fiaccola che arda di divino amore nel cuore, e risplenda
colla modestia appresso ognuno che l'osserva. Specialmente
a' religiosi s'appartiene quel che scrisse l'Apostolo a'
suoi discepoli: Spectaculum facti sumus mundo et angelis
et hominibus (I Cor. IV, 9). Ed in altro luogo:
Modestia vestra nota sit omnibus! [hominibus]; Dominus
prope est (Philip. IV, 5). Le persone religiose sono
attentamente osservate dagli angeli e dagli uomini; e perciò
la loro modestia dee esser nota a tutti, altrimenti elle,
se sono immodeste, ne avran da dare gran conto a Dio nell'ora
del loro giudizio. All'incontro, oh che bella edificazione
che da, e quanto muove a divozione un religioso o una religiosa
modesta, che tiene sempre gli occhi bassi! È celebre
il fatto di S. Francesco d'Assisi, il quale dicendo al compagno
di volere andar a fare una predica, uscì dal convento,
e fatta una girata per le terre tenendo sempre gli occhi
bassi, se ne ritornò. Gli domandò poi il compagno:
E la predica quando la farete? Rispose il santo: La predica
è fatta colla modestia degli occhi, che abbiam data
ad osservare a questa gente.28 Si legge ancora di S. Luigi
Gonzaga
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268 -
che,
stando egli in Roma, gli studenti aspettavano a posta nel
collegio quando il santo andava e ritornava da quello, per
osservare ed ammirare la sua gran modestia.29
8.
Dice S. Ambrogio che la modestia degli uomini santi per
li mondani è una grande ammonizione ad emendarsi:
Plerisque iusti aspectus admonitio est (In Psal.
118). Che bella cosa dunque, soggiunge il santo, è
che tu col solo farti vedere giovi all'altrui profitto!
Quam pulchrum ergo ut videaris et prosis!30 Narrasi
a tal proposito di S. Bernardino da Siena ch'egli essendo
ancor secolare, colla sola sua presenza mettea freno alla
licenza de' giovani suoi compagni, i quali nel vederlo comparire
subito si avvisavano l'un l'altro: Viene Bernardino, zitto,
e si ponevano in silenzio o mutavano discorso.31 Narra parimente
S. Gregorio Nisseno di S. Efrem che col solo farsi vedere
moveva la divozione, talmente che nessuno potea rimirarlo
senza commuoversi e senza farsi migliore.32 Si narra ancora
di S. Bernardo che, essendo andato Innocenzo II a visitarlo
in Chiaravalle, e vedendo il papa e i cardinali la modestia
del santo e de' suoi monaci, che stavano tutti cogli occhi
fissi a terra, non poteano
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269 -
ritenere
le lagrime per la divozione.33 Narra di più il Surio
(die 7 ianuar.) una cosa più mirabile di S. Luciano
monaco e martire: che questo santo colla sola sua modestia
moveva i pagani ad abbracciar la nostra fede; in modo che
l'imperator Massimiano, sapendo ciò, quando lo fece
a sé venire, per timore di non esser preso dalla
sua vista a farsi cristiano, non volle mai rimirarlo, e
perciò fe' mettere un velo tra lui e 'l santo, e
così gli parlò.34 Ma di questa modestia degli
occhi ben prima di tutti ne fu maestro il nostro Salvatore,
poiché, come riflette un dotto autore, in tanto i
sagri Vangelisti dicono che Gesù Cristo in alcune
occasioni alzò gli occhi a guardare - Elevatis
oculis in discipulos (Luc. VI, 20). Cum sublevasset
ergo oculos Iesus (Io. VI, 5) - per significare ch'egli
ordinariamente tenea gli occhi sempre bassi.35 Onde poi
l'Apostolo, lodando la modestia di nostro Signore, scrisse
a' discepoli: Obsecro vos per mansuetudinem et modestiam
Christi etc. (II Cor. X, 1). Concludo finalmente con
quel che S. Basilio diceva a' suoi monaci: Figli, se vogliamo
tener l'anima verso il cielo, teniamo gli occhi verso la
terra.36 Pertanto sin dalla mattina che ci svegliamo, facciamo
sempre a Dio la preghiera di Davide: Averte oculos meos,
ne videant vanitatem.37
-
270 -
Della
modestia in generale.
9.
Non solo bisogna osservar la modestia nel guardare, ma in
tutte l'altre nostre azioni, e specialmente nel vestire,
nel camminare, nel parlare e simili.
Modestia
nel vestire. Non già s'intende che la religiosa per
usar modestia nel vestire debba andar lacera e sozza; ma
qual buona edificazione di modestia può dare una
monaca, che comparisce tutta attillata, col busto sul petto?
col soccanno alla gola con modo singolare increspato e lisciato?
co' manichetti a' polsi di tela d'Olanda e bottoni d'argento?
Pensate poi qual concetto darà di sé una religiosa,
che porta anelli preziosi alle dita e ricci alla fronte?
S. Cipriano, parlando anche alle donne secolari, dice: Auro,
monilibus et margaritis adornatae, ornamenta mentis perdunt
(De hab. virgin. l. 4):38 Le femmine che vanno adorne d'oro,
di gemme e di vezzi perdono ogni ornamento dell'anima. Or
quanto più il santo ciò dovea dirlo delle
religiose? L'ornamento delle donne sante ecco quale ha da
essere, come dice S. Gregorio Nazianzeno: Mulierum ornamentum
est probitate florere: colloquium cum divinis oraculis habere:
fuso et lanae operam dare: oculis et labiis vinculum iniicere
(Advers. mul. se orn.):39 Ha da essere il loro ornamento
nella bontà della vita, nel parlare spesso con Dio
nell'orazione, nell'attendere a' lavori per fuggire l'ozio,
e nel tenere a freno gli occhi e la lingua colla modestia
e col silenzio.
10.
Modestia nel camminare. Dice S. Basilio: Incessus sit nec
segnis, nec vehemens (Epist. ad Greg.):40 Il camminare,
per esser modesto, dee esser grave, non frettoloso, ma neppure
-
271 -
troppo
lento. Modestia nel sedere, guardandosi di tenere il corpo
abbandonato sulla sedia, o d'incrocicchiare i piedi, e tanto
meno di soprapponere una gamba sull'altra. Modestia nel
mangiare, prendendo il cibo a mensa senza avidità
e senza andar girando gli occhi d'intorno, per osservare
quello che mangiano e come mangiano l'altre.
11.
Sovra tutto dee usarsi modestia nel parlare, astenendosi
dal dire parole poco modeste o poco decenti allo stato religioso;
e sappiasi che tutte le parole che sanno di mondo, sono
indecenti ad una religiosa. Dice S. Basilio: De vulgo
aliquis si scurriles voces emittat, haud quisquam attendit;
at qui vitae genus perfectum profitetur, hunc, si latum
unguem ab officio suo recedere visus sit, omnes confestim
observant (In Reg. quaest. 22):41 Se una persona di
mondo dice qualche parola scomposta, niuno l'osserva, perché
tali parole son proprie di tal sorta di gente; ma se una
persona che professa perfezione, come sono i religiosi,
si allontana un'unghia dal suo dovere, tutti subito la notano.
E rispetto specialmente alle ricreazioni comuni, bisogna
osservare più cose per mantener la modestia nel parlare.
Per
1. sfuggire ogni sorta di mormorazione, anche di cose manifeste.
- Per 2. quando l'altre parlano, non interromperle:
In medio sermonum, dice lo Spirito Santo, non adiicias loqui
(Eccli. XI, 8). Quale immodestia è il vedere
una religiosa che vuol esser sola a parlare! e quando le
sorelle dicono qualche cosa, ella è pronta a troncar
loro le parole in bocca, dimostrando con ciò la superbia
di saper tutto e di voler fare la maestra a tutte! cosa
che cagiona una gran molestia a chi vi conversa. Conviene
per altro in tempo di ricreazione dir qualche parola da
quando in quando, specialmente quando l'altre tacciono,
altrimenti se tutte tacessero, cesserebbe quel comun sollievo
che richiede la regola; del resto importa la modestia, specialmente
delle giovani, che si parli quanto basta per mantenere
-
272 -
la
ricreazione, e che più si stia a sentire che a parlare.
Sicché la buona regola è tacere quando l'altre
parlano, parlare quando l'altre tacciono. - Per 3. astenersi
da certi scherzi e motti che in qualche modo possono offendere
l'altre su di certi difetti veri e conosciuti, ancorché
si burli, perché tali burle sempre dispiacciono a
coloro di cui si parla. - Per 4. non dir cosa di propria
lode, e nel sentirsi lodare, alzar la mente a Dio e mutar
discorso. All'incontro nel sentirsi contraddire o deridere,
non isdegnarsi. S. Giovan Francesco Regis quando si vedea
posto in burla da' suoi compagni nella ricreazione, seguiva
a mantenere il discorso con giovialità, acciocché
la propria derisione servisse loro di sollievo.42 - Per
5. importa ancora la modestia che si parli con voce bassa
e non forte, che offenda le orecchie altrui: Ne cuiusquam
offendat [aurem] vox fortior, dice S. Ambrogio (Lib.
I de Offic. c. 18).43 - Per 6. bisogna usare modestia e
moderazione anche nel ridere. Narra S. Gregorio che una
volta la stessa Madre di Dio venne ad avvertire una vergine
sua divota, chiamata Musa, che lasciasse le risa, se volea
piacerle.44 S'intende delle
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273 -
risa
smoderate, come scrisse S. Basilio: Cavendum est ab
iis qui pietati student, ne in risum effusi sint (In
Reg. qu. 17):45 Chi attende alla divozione, dee guardarsi
dal ridere smoderatamente. Del resto dice lo stesso santo
non esser contro il decoro o la divozione un rider moderato,
che dimostri la serenità dell'animo.46 La religiosa
poi dee farsi vedere modesta e divota, ma non afflitta e
mesta, perché ciò disonora la divozione, facendo
apprendere agli altri che la santità non apporta
pace ed allegrezza, ma afflizione e malinconia. All'incontro
il dimostrarsi lieto e contento dà animo agli altri
ad abbracciar la divozione. Si legge che due cortigiani
di un monarca, per aver osservata l'allegrezza con cui stava
un monaco vecchio nella sua solitudine, lasciarono il mondo
e si restarono con lui (Rosign., Verità etc.).47
- Per 7. ed ultimo non parlare di cose
-
274 -
del
mondo, come di matrimoni, di festini, di commedie e di vesti
pompose: non parlar di mangiare, come sarebbe il lodare
o biasimare le vivande portate a mensa. Dicea S. Francesco
di Sales: Le persone di onore non pensano alla tavola, se
non quando vi sedono.48 Le religiose sante, quando odono
discorrere di cose nocive o inutili, procurano d'introdurre
discorsi di Dio con dimande profittevoli, o pure dagli stessi
discorsi prendono occasione di parlare di Dio, come praticava
S. Luigi Gonzaga, il quale ogni giorno leggeva a posta per
mezz'ora qualche vita di santo o altro libro divoto, per
aver materia da discorrere co' compagni nella ricreazione
di cose spirituali; e quando era co' minori di sé,
egli era il primo ad introdurre discorsi santi; co' sacerdoti
poi e maggiori di sé, proponea loro qualche dubbio
di spirito, come per imparare, e in tal modo attaccava ragionamenti
di Dio: benché quelli, subito che se lo vedeano dappresso,
intendeano già che egli non gustava di parlar d'altro,
e lo soddisfaceano; anzi se stavano parlando d'altro, per
dargli gusto si metteano a parlare di Dio.49
-
275 -
Suol dirsi che la lingua batte dove il dente duole. Chi
porta grande amore a qualche oggetto, sempre di quello parla.
S. Ignazio di Loiola perciò parea che non sapesse
parlare che di Dio, ond'era chiamato: Quel padre che parla
sempre di Dio.50
Preghiera.
Gesù
mio, perdonatemi per pietà tanti innumerabili difetti
che ho commessi colle mie immodestie, delle quali mi pento
con tutto il cuore. Tutto è nato dal poco amore,
che vi ho portato. Confesso che non merito pietà;
ma le vostre piaghe e la vostra morte mi animano, anzi mi
obbligano a confidare. Oh Dio, quante volte io v'ho disgustato,
e voi con tenerezza mi avete perdonato! Io vi ho promessa
fedeltà, e poi v'ho ritornato ad offendervi! E che
aspetto, che proprio voi mi abbandoniate in mano della mia
tepidezza? al che certamente succederebbe la mia dannazione.
Io voglio emendarmi, e perciò ripongo tutta la mia
confidenza in voi, proponendo di cercarvi sempre l'aiuto
per esservi fedele. Per lo passato mi son fidata de' miei
propositi, ed ho trascurato di raccomandarmi a voi, e questa
è stata la causa di tanti miei peccati.
Eterno
Padre, per li meriti di Gesù Cristo, abbiate misericordia
di me, e soccorretemi, e datemi la grazia di sempre raccomandarmi
a voi in tutti i miei bisogni. V'amo, o sommo bene, e desidero
d'amarvi con tutte le mie forze, ma senza voi non posso
niente. Datemi il vostro amore, datemi la santa perseveranza.
Io spero tutto dalla vostra bontà infinita.
O
Madre di Dio, Maria, voi già sapete quanto in voi
confido, aiutatemi, abbiate pietà di me.
1 «Tria sunt quibus impletur peccatum:
suggestione, delectatione et consensione. Suggestio, sive
per memoriam fit, sive per corporis sensus, cum aliquid
videmus, vel audimus, vel olfacimus, vel gustamus, vel tangimus.
Quo si frui delectaverit, delectatio illicita refrenanda
est... Si autem consensio facta fuerit, plenum peccatum
est.» S. AUGUSTINUS, De sermone Domini in monte, lib.
1, cap. 12, n. 33. ML 34-1246.- Cf. De Genesi contra Manichaeos,
lib. 2, cap. 14, n. 21, ab his verbis: Etiam nunc in unoquoque
nostrum. ML 34-207.
2
Allude, a quanto sembra, S. Alfonso a quello
che scrive S. FRANCESCO DI SALES ad una delle sue principali
penitenti (Lettre 331, à la Prèsidente Brûlart,
(Euvres, XIII, pag. 150), lettera ricordata anche da Mgr
Camus, Esprit de S. François de Sales, partie 15,
ch. 10. «Vous me demandez si ceuz qui veulent vivre
avec quelque perfection peuvent tant voir le monde. La perfection,
ma chère Dame, ne git pas à ne voir point
goûter et savourer. Tout ce que la vue nous apporte,
c' est le danger, car qui le voit est en quelque péril
de l' aimer; mais à qui est bien résolu et
détérmine, la vue ne nuit point. En un mot,
ma Sœur, la perfection de la charitè c' est la perfection
de la vie, car la vie de notre âme, c' est la charitè.
Nos premiers chrètiens ètaient au monde de
corps et non de cœur, et ne laissaient pas d' être
très parfaits.» Notisi che il Santo parla ad
un' anima ferma nei suoi propositi di devozione, anzi di
perfezione, ed obbligata per la sua condizione a vivere
nel mondo e a veder le cose di mondo.
3
Vidit igitur mulier quod bonum esset lignum
ad vescendum, et pulchrum oculis, aspectuque delectabile:
et tulit de fructu illius, et comedit. Gen. III, 6.
4
«Nolite itaque, ait (Paulus), dare
locum diabolo, qui, tamquam leo rugiens, quaerit aditum
per quem possit irrumpere. Quomodo enim Pater et Filius
stant ante ostium, et pulsant, ut introeant, et coenent
cum eo qui se receperit (Apoc. III): ita et adversarius
semper in nos est paratus irrumpere, et cum locum dederimus,
ingreditur. Solet autem, antequam veniat, quaedam iacula
praemittere, et praecursorem adventus sui facere cogitationem:
hanc si nos in corde nostro susceptam nutrierimus intrinsecus,
et crescere fecerimus, cum in nobis prolem suam auctam viderit,
et ipse audebit intrare. Denique in Iudae Iscariot cor,
primam iecit sagittam, ut traderet Salvatoren, quam si exceptam
ille miserabilis non fovisset, numquam post intinctum panem
in paropside, intrasset in illum Satanas.» S. HIERONYMUS,
Commentarii in Epist. ad Ephesios, lib. 2, in cap. IV, v.
27. ML 26-511.
5
Liber de modo bene vivendi (d' incerto autore,
non di S. Bernardo), cap. 23, n. 67. Inter Opera S. Bernardi,
ML 184-1241.- «Parit autem curiositas experientiam
mali, ut facile qui per multa vagatur, offendat, facile
cadat in laqueum, facile inveniat quod perniciose delectet.»
S. BERNARDUS, Sermones de diversis, Sermo 14, n. 2. ML 183-575.
6
«Valde namque est quod caro deorsum
trahit, et semel species formae cordi per oculos alligata
vix magni luctaminis manu solvitur. Ne ergo quaedam lubrica
in cogitatione versemus, providendum nobis est; quia intueri
non decet quod non licet concupisci. Ut enim munda mens
in cogitatione servetur a lascivia voluptatis suae, deprimendi
sunt oculi, quasi quidam raptores ad culpam.» S. GREGORIUS
MAGNUS, Moralia in Iob(in XXXI, 1), lib. 21, cap. 2, n.
4. ML 76-190.
7
«Iusti namque volare ut nubes (Is. LX, 8) dicti sunt,
quia a terrenis contagiis sublevantur; et quasi columbae
ad fenestras suas (ibid.) sunt, quia per sensus corporis
exteriora quaeque intentione non respiciunt rapacitatis,
eosque foras non rapit concupiscentia carnalis. Quisquis
vero per has corporis fenestras incaute exterius respicit,
plerumque in delectationem peccati etiam nolens cadit; atque
obligatus desideriis, incipit velle quod noluit.»
S. GREGORIUS MAGNUS, Moralia in Iob (in XXXI. 1), lib. 21,
cap. 2, n. 4. ML 76-189, 190.
8
«Non intelligis partem innocentiae
esse caecitatem.» Liber de remediis fortuitorum, (inter
Excerpta Senecae falso tributa): Opera, IV, Augustae Taurinorum,
1829, pag. 422.- Scripta quae exstant, Parisiis, 1598. Vedi
la nota pag. 489, e il titolo dell' opuscolo pag. 586.
9
«Democritus excaecando semetipsum,
quod mulieres sine concupiscentia aspicere non posset, et
doleret si non esset potitus, incontinentiam emendatione
profitetur. At christianus salvis oculis feminam videt,
animo adversus libidinem caecus est.» TERTULLIANUS,
Apologeticus, cap. 46. ML 1-510, 511.
10
«Vous me demandez le remède
au travail que vous donnent les tentations que le malin
vous fait contre la foi et l' Eglise... Surtout tenez-vous
bien fermée dedans, et n' ouvrez nullement la porte,
ni pour voir qui c' est ni pour chasser cet importun: enfin
il se lassera de crier et vous laissera en paix.»
S. FRANÇOIS DE SALES, Lettre 234, 14 octobre 1604,
à la Baronne de Chantal. (Euvres, XII, pag. 355.
- «Dieu permet que le malin forgeron de semblables
besognes (suggestions de blasphème, d' infidèlitè,
de mècrèance) les nous vienne prèsenter
à vendre, afin que, par le mèpris que nous
en ferons, nous puissions témoigner notre affection
aux choses divines. Et pour cela, ma chère sœur,
ma très chère Fille, faut-il s' inquiéter
faut-il changer de posture? O Dieu, nenny. C'est le diable
qui va par tout autour de notre esprit, furetant et brouillant,
pour voir s' il pourrait trouver quelque porte ouverte.
Il faisait comme cela avec Job, avec saint Antoine, avex
sainte Catherine de Sienne et avec une infinité de
bonnes âmes que je connais, et avec la mienne qui
ne vaut rien et que je ne connais pas. Et quoi? pour tout
cela, ma bonne Fille, faut-il se fâcher? Laissez-le
morfondre et tenez toutes les avenues bien fermées:
il se lassera enfin, ou, s' il ne se lasse, Dieu lui fera
lever le siège... C'est bon signe qu' il fasse tant
de bruit et de tempêtes autour de la volonté,
c' est signe qu' il n' est pas dedans.» Lettre 273,
18 février 1605, à la Baronne de Chantal.
(Euvres, XIII, pag. 9, 10.- «Laissez enrager l' ennemi
à la porte: qu' il heurte, qu' il buque (frappe),
qu' il crie, qu' il hurle et fasse du pis qu' il pourra;
nous sommes assurés qu' il ne saurait entrer en notre
âme que par la porte de notre consentement. Tenons-
la bien fermée et voyons souvent si elle n' est pas
bien close, et de tout le reste ne nous en soucions point,
car il n' y a rien à craindre.» Lettre 280,
à Madame Bourgeois, Abbesse du Puits-d' Orbe, 15-18
avril 1605. (Euvres, XIII, pag. 28.
11
«Totus... absorptus in spiritum...
vifens non videbat, audiens non audiebat; nihil sapiebat
gustanti, vix aliquid sensu aliquo corporis sentiebat. Iam
quippe annum integrum exegerat in cella novitiorum, cum
exiens inde ignoraret adhuc an haberet domus ipsa testudinem,
quam solemus dicere caelaturam. Multo tempore frequentaverat
intrans et exiens domum ecclesiae, cum in eius capite, ubi
tres erant, unam tantum fenestram esse arbitraretur. Curiositatis
enim sensu mortificato, nil huiusmodi sentiebat; vel si
forte aliquando eum contingebat videre, memoria, ut dictum
est, alibi occupata non advertebat.»Sancti Bernardi
Vita prima, lib. 1, auctore GUILLELMO, cap. 4, n. 20. ML
185-238.- «Iuxta lacum etiam Lausanensem totius diei
itinere pergens, penitus eum non vidit, aut se videre non
vidit. Cum enim vespere facto de eodem lacu socii colloquerentur,
interrogabat eos ubi ille lacus esset: et mirati sunt universi.»
S. Bernardi Vita prima, lib. 3, auctore GAUFRIDO, cap. 2,
n. 4. ML 185-306.
12
Questo attesta S. Teresa, la quale lo seppe
dallo stesso Santo: «Su pobreza era extrema y mortificaciòn
en la mocedad, que me dijo que le habìa acaecido
estar tres años en una casa de su Orden y no conocer
fraile, si no era por la habla; porque no alzaba los ojos
jamàs.» S. TERESA, Libro de la Vida, cap. 27.
Obras, I, pag. 215.
13
«Mulierum confessiones non minus caute
quam benigne suscipiebat.... Aurem quidem satis familiariteer
applicabat, oculorum autem in alteram partem vertebat aspectum,
auditum solum, propter insidias diaboli, huiusmodi negotiis
asserens applicandum.» GUIGO, Maioris Carhusiae Prior
V, Vita S. Hugonis, cap. 3, n. 14. ML 153-771, 772- «De
qua etiam cohibentia sensuum dum vice quadam cum religiosis
quibusdam colloqueretur, - inter quos erat vir litteris
et puritate conspicuus, dominus scilicet Airaldus, archipresbyter
tunc ipsius, nunc Mauriennensis episcopus,- respondit idem
vir Domini Airaldus passim se mulieres aspicere, nec earum
sibi nocere contuitum: est enim castissimus. Ad quod ille,
non a mulierum tantum, sed a virorum quoque vultibus religiosae
mentis avertendum respondit intuitum; asserens- quod experientia
sua potest quisque coniicere- per communionem humanae mutabilitatis
atque compassionem, fieri ut affectiones conspecti frequenter
ad conspicientem inaestimabili velocitate pertranseant,
et, verbi gratia, de irato iratus, et de tristi tristis,
et de lasciviente fiat lasciviens: quas passiones satis
esse habere qumquam proprias, non in se transcribere taliter
alienas; nullius se totius episcopatus sui mulieris, praeter
unius, ita faciem aspexisse, ut ex consideratione vultus,
si occurreret, quaenam esset, posset agnoscere... Hinc fuit
illud quod cum de matre mea- quae cum eo, quae voluit, quamdiu
voluit, locuta fuerat- ab eo quaesissem utrum eam valde
senecta fregisset, paululum secum praemeditans: «Nescio,
inquit, utrum sit vetus an non.» Id. op., cap. 4,
n. 15, col. 772.
14
Non si tratta qui di S. Chiara d' Assisi,
ma della B. Chiara della Croce, comunemente detta di Montefalco.
«Fra Severino, uno de' suoi confessori, riferì
dopo la morte di lei, che una volta con molte lagrime si
accusò di aver alzato troppo gli occhi, mentre egli
diceva Messa e alzava l' Ostia consacrata, e che per tal
libertà s' era incontrata contra sua voglia a vedere
la faccia d' un uomo che stava in chiesa: il che, sebbene
non era peccato, nè essa lo teneva per tale, le pareva
nondimeno negligenza e trascuratezza troppo grande.»
GIBERTI, Ord. S. Aug., Vita, Foligno, 1693, cap. 23.- Cf,
Acta Sanctorum Bollandiana, die 18 augusti: MOSCONIUS, Vita
(ex vetustissimis codicibus), cap. 23, n. 25. «Accidit,
ut cum ex tempore praeterque opinionem vidisset virum, fuerit
(referente quodam Fratre Severino) vehementer perturbata,
de suaque, ut ipsa appellabat, impudentia, poenas sumpserit
non leves, existimans se modestiae fines trinsilisse, cuius
fuerat semper vigilantissima custos.»
15
«Sopra tutto abborrì sempre
in tutta la vita sua, ed in tutti i luoghi ove abitò,
il parlare e trattare con donne, la presenza delle quali
fuggiva in modo, che chi l' avesse veduto, avrebbe detto
che egli avesse con loro antipatia naturale. Se per caso
fosse avvenuto, mentre era in Castiglione, che la signora
marchesa sua madre gli avesse mandato alla camera alcune
dame, che la servivano, a fargli qualche ambasciata, egli
s' affacciava alla porta senza lasciarle entrare, e subito
fissava gli occhi in terra, e senza mirarle dava loro la
risposta, e le spediva. Anzi di più, nè pure
con la marchesa sua madre gustava di ragionare da solo a
sola: onde se fosse accaduto, che mentre stava ragionando
con lei, o in sala, o in camera, gli altri che v' erano
presenti, si fossero partiti, o cercava ancor egli occasione
d' andarsene, o non potendo ciò fare, si ricopriva
subito nel volto d' un onesto rossore; tanto era in estremo
cauto e circospetto. Essendogli domandato un giorno da un
dottore, il quale di ciò s' era avveduto, per qual
cagione fuggisse tanto le donne, anche la signora sua madre:
egli per non iscoprire la sua virtù, mostrò
che questa fosse come una avversione naturale più
che virtuosa.» CEPARI, S. I. Vita, parte prima, cap.
3; inter Acta Sanctorum Bollandiana, lib. 1, cap. 2, n.
30: in Addendis ad diem 21 iunii, post diem 24 iunii.
16
«Abbas Arsenius dum sederet in campo
(Pelagio, De vitis Patrum, lib. 5, libell. 2, n. 7, ML 73-858,
dice: «in Canopo»), quaedam mulier virgo, dives,
timensque Deum, ac propterea abbatis Arsenii fama comperta,
de Romana civitate, ut eum videre mereretur, advenit in
Alexandriam. Quae cum honorifice a Theophilo fuisset suscepta,
ipsius civitatis archiepiscopo, rogavit eum quatenus persuaderet
beatum Arsenium ut eam suscipere dignaretur. Ipse igitur
ad eum profectus est, dicens: «Quaedam mulier Romana,
et dignitate, et opibus, et opinione ceteras antecellens,
videre te ac benedici desiderans, de tam longinqua regione
pervenit, cui occurras exposeo.» Sed cum non acquievisset
occurrere ei Arsenius, illa cognoscens hoc, animalia sua
sternere praecepit, dicens: «Confido in Deo meo, quia
videbo illum, nec ab hac intentione fraudabor. Non enim
homines veni conspicere, quia et in nostra supersunt civitate,
sed prophetam videre desideravi.» Cum ergo venisset
ad cellam beati Arsenii, contigit ut foris illum deambulantem
conspiceret. Ac mox ante pedes eius in faciem prona prosternitur.
Quam ille cum festinatione suscitans, ita compellebat, dicens:
«Si faciem meam tantum videre desideras, ecce intuere.»
Illa vero prae verecundia oculos non audebat attollere.
Dicit ei senex: «Si quid de meis actibus comperisti,
hoc debueras intueri. Quomodo ergo tantum pelagus navigare
praesumpsisti? An ignoras te mulierem esse, quibus quocumque
non licet exire? An ideo huc venisti, ut Romam rediens,
aliis te feminis glorieris vidisse Arsenium, ut fiat per
vium mare ad me venientium feminarum?» At illa respondens,
ait: «Si vult Deus, nullam huc venire permittat. Sed
ut pro me ores, et in memoria me habere digneris, exoro.»
Cui Arsenius dixit: «Oro Deum meum, ut deleat tuam
ex corde meo memoriam.» Quo illa verbo percepto, in
civitatem regrediens, aegritudine prae tribulatione correpta
est. Ad quam cum visitationis causa venisset episcopus,
et quid rei esset inquireret, illa sermonem senis, quem
ultimum de memoria sui dixerat, enarravit, ac propterea
se velle mori prae tristitia confitetur; sed episcopus tali
eam consolatur alloquio: «Numquid nescis te esse mulierem?
Et quia per feminam solet inimicus hominem impugnare, ideo
vultum tuum de corde suo delere dixit. Nam pro anima tua
Dominum deprecatur.» Quibus verbis mulier recreata
est.» De vitis Patrum, lib. 3, auctore probabili RUFFINO,
n. 65. ML 73-771, 772. Cf. De vitis Patrum lib. 5, auctore
graeco incerto, interprete Pelagio, libell. 2, n. 7. Ibid.
col. 858, 859.
17
«Quidam Pachon nomine (Eraclide lo
chiama Pachonius; Palladio, in Lausiacis, Pasco), cum pervenisset
ad annum septuagesimum, sedebat in Scete. Accidit autem
ut ego vexatus ab affectione femineae cupiditatis, cogitationibusque
et visis nocturnis, ferrem difficiliter. Cumque parum abesset
quin propter hanc tentationem exirem e solitudine... vicinis
quidem meis rem non exposui, sed neque meo magistro Evagrio
(al. Eulogio); sed latenter veniens in solitudinem... incidi....
in sanctum virum Pachonem... Ausus sum ei meum animum aperire.
Dixit autem mihi ille sanctus: «Ne tibi videatur res
mira et aliena; hoc enim non tibi accidit ob delicias, otiumque
et negligentiam... Potius hoc tibi accidit ab adversario
ob studium virtutis... Ecce me, ut vides, hominem senem;
cum iam quadragesumum annum degam in hac cella... tentor
usque in hodiernum diem.» Et iuravit dicens: «Iam
duodecim annis postquam transegi annum quinquagesimum, nullam
diem nec noctem intermisit qua me non invaserit. Cum itaque
suspicatus essem Deum a me recessisse... potius delegi mori...
quam.... me turpiter gerere. Egressusque.. inveni speluncam
hyaenae. In quam speluncam me nudum immisi toto die, ut
ferae egressae me devorarent. Postquam autem fuit vespera...
egressae.. ferae... et masculus et femina, me a pedibus
ad caput usque odorati sunt, circumlingentes. Cumque exspectarem
fore ut devorarer, a me recesserunt. Cum ergo illic tota
nocte iacuissem, non fui devoratus. Existimans ergo Deum
omnino mihi pepercisse, surrexi.... Cum autem se paucis
diebus continuisset daemon, me est adortus vehementius quam
antea, ut parum abfuerit quin blasphemarem. Transformatus
enim cum esset in puellam Aethiopissam, quam in mea iuventute
videram aestate spicas legentem, ea mihi visa est meis insidere
genibus... Furore ergo percitus, impegi ei colaphum; eaque
sic evanuit. Hoc autem mihi crede dicenti: biennio non poteram
ferre manus meae fetorem. Cum ergo hac de causa... de me
omnem spem abiecissem. egressus sum pererrans vastam solitudinem,
et inveni parvam aspidem. Quam cum accpissem, eam admoveo...
ut vel sic morsus morerer.... Ne sic quidem morsus sum gratiae
providentia. Post haec autem audivi vocem dicentem mihi
in mea cogitatione: «Abi, Pachon, decerta; ideo enim
permisi in te tantam exerceri potestatem, ne tibi esset
elatior... spiritus.... sed tuam agnosceres imbecillitatem,
et in tuae vitae instituto numquam haberes fiduciam, sed
recurreres ad Dei auxilium.» Sic autem admonitus et
confirmatus... deinceps sedens cum fiducia et nullam belli
curam gerens, reliquos dies egli in pace. Daemon autem cum
cognovisset meam eius despicientiam, pudore deinceps affectus,
ad me non accessit amplius.» His verbis cum... me
confirmasset et ad bellum instruxisset.... dimisit, iubens
ut forti animo me gererem in omnibus.» De vitis Patrum
lib. 8 sive Historia Lausiaca, auctore PALLADIO, interprete
Gentiano Herveto, cap. 29. ML 73-1130, 1131; MG 34-1086,
1087. Cf. PALLADIO, Lausiaca, incerto sed veteri interprete,
cap. 2: ML 74-346, 347: HERACLIDES, Paradisus, incerto sed
veteri interprete, cap. 11: ML 74-287, 288, 289.
18
«Quadam vero die, dum solus esset,
tentator adfuit. Nam nigra parvaque avis, quae vulgo merula
nominatur, circa eius faciem volitare coepit, eiusque vultui
importune insistere, ita ut manu capi posset, si hanc vir
sanctus tenere voluisset; sed signo crucis edito recessit
avis. Tanta autem carnis tentatio ave eadem recedente secuta
est, quantam vir sanctus numquam fuerat expertus. Quamdam
namque aliquando feminam viderat, quam malignus spiritus
ante eius mentis oculos reduxit: tantoque igne servi Dei
animum in specie illius accendit, ut se in eius pectore
amoris fiamma vix caperet, et iam etiam pene deserere eremum
voluptate victus deliberaret. Cum subito superna gratia
respectus ad semetipsum reversus est, atque urticarum et
veprium iuxta densa succresecre fruteta conspiciens, exutus
indumento nudum se in illis spinarum aculeis et urticarum
incendiis proiecit: ibique diu voluntatus, toto ex eis corpore
vulneratus exiit, et per cutis vulnera eduxit a corpore
vulnus mentis; quia voluptatem traxit in dolorem... Ex quo
videlicet tempore, sicut post discipulis ipse perhibebat,
ita in eo aliquid in se minime sentiret.» S. GREGORIUS
MAGNUS, Dialogi, lib. 2, cap. 2. ML 66-132.
19
«O quoties ego ipse in eremo constitutus,
et in illa vasta solitudine, quae exusta solis ardoribus,
horridum monachis praestat habitaculum, putabam me romanis
interesse deliciis. Sedebam solus, quia amaritudine repletus
eram. Horrebant sacco membra deformia, et squalida cutis
situm aethiopicae carnis obduxerat. Quotidie lacrimae, quotidie
gemitus, et si quando repugnantem somnus imminens oppressisset,
nuda humo ossa vix haerentia collidebam. De cibis vero et
potu taceo, cum etiam languentes monachi aqua frigida utantur,
et coctum aliquid accepisse, luxuria sit. Ille igitur ego,
qui ob gehennae metum tali me carcere ipse damnaveram, scorpionum
tantum socius et ferarum, saepe choris intereram puellarum.
Pallebant ora ieiumiis, et mens desideriis aestuabat in
frigido corpore, et ante hominem sua iam in carme praemortuum,
sola libidinum incendia bulliebant. Itaque omni auxilio
destitutus, ad Iesu iacebam pedes, rigabam lacrimis, crine
tergebam; et repugnantem carnem hebdomadarum inedia subiugabam.
Non erubesco infelicitatis meae miseriam confiteri, quin
potius plango me non esse quod fuerim. Memini me clamantem,
diem crebro iunzisse cum nocte, nec prius a pectoris cessasse
verberibus, quam rediret, Domino increpante, tranquillitas.
Ipsasm quoque cellulam meam, quasi cogitationum mearum consciam,
pertimescebam. Et mihimet iratus et rigidus, solus deserta
penetrabam. Sicubi concava vallium, aspera montium. rupium
praerupta cernebam, ibi illud miserrimae carnis ergastulum;
et, ut ipse mihi testis est Dominus, poist multas lacrimas,
post caelo inhaerentes oculos, nonnumquam videbar mihi interesse
agminibus angelorum, et laetus gaudensque cantabam: Post
te in odorem unguentorum tuorum curremus (Cant. I, 3).»
S. HIERONYMUS, Epistola 22, ad Eustochium, n. 7. ML 22.398,
399.
20
«On parlait un jour d' une dame de
son pays et sa parente; et comme on disait que c' etait
la plus belle femme de cette contrèe, il se tourna
vers moi, et me dit: «Je l' ai dèjà
oui dire à plusieurs.» Vous la voyez fort souvent,
elle est votre parente d' assez proche; en parlez-vous ainsi
sur le rapport d' autrui?» Il me répliqua avec
une simplicité merveilleuse: «Il est vrai que
je l' ai vue souvent, et que je lui ai parlé beaucoup
de fois, mais je vous promets que je ne l' ai pas encore
regardée.» «Mon père, lui dis-je,
comment faut-il faire pour voir les gens sans les regarder?»
«Voyez-vous, cette parente est d' un sexe qu' il faut
voir sans le regarder: il le faut voir superficiellement
et en général pour distinguer que c' est une
femme à qui on parle, et non pas un homme, et se
tenir sur ses gardes pour ne la regarder pas fixement, et
d' un regard arrêté et trop discernant.»
CAMUS, éd. Collet, Esprit de S. François de
Sales, partie 7, ch. 9.
21
«Oculi vestri etsi iaciuntur in aliquam
feminarum, defigantur in nulla.» S. AUGUSTINUS, Regula
ad Servos Dei, n. 6. ML 32- 1380.
22
«Cum P. Oliverius Manaraeus, rector
Collegii Romani, ad gubernandum Collegium Lauretanum transferretur,
et valedicturus S. Patri, quem amplius se in hac vita non
visurum putabat, oculos in eum ex pio devotionis affectu
fixisset, nolens quidem illum coram aliis confundere, poist
solitum religiosum amplexum, dimisit incorrectum; P. Polancum
tamen, cum quo Oliverius venerat, apud se detinuit, ut Oliverio
portam domus egressuro, nomine suo diceret: «quod
in eum nimis fixe oculos tenuisset quietos, hanc poenam
statuerit, ut quotidie in examine saltem semel consideraret,
an alicuius personae, quam revereri deberet, fixis in eius
vultum oculis, diutius fuisset intuitus,... et quoties....
ad Patrem nostrum scriberet (scribere autem debebat....
singulis hebdomadis) referret an persolvisset poenitentiam
necne. Haec porro poenitentia extracta est usque ad decinum
quintum mensem...» Hoc ipsemet P. Oliverius per litteras
ad me e Belgio Romam missas... significavit.» Nic.
LANGIUS, S. I., Opuscula spiritualia, tom. 1, Ingolstadii,
1724, Opusculum II: De exteriore corporis compositione,
cap. 14. Cf. BARTOLI, Vita di S. Ignazio, lib. 3, n. 37
(in fine).
23 «Intueri non decet quod non licet
concupisci.» S. GREGORIUS MAGNUS, Moralia in Iob,
lib. 21, cap. 2, n. 4. ML 76-190. Vedi sopra, nota 6.
24
BARTHOLOMAEUS DE PISIS, O. M., Liber conformitatum
vitae B. ac Seraphici P. Francisci ad vitam Iesu Christi
D. N., Fructus octavus, pars 2, (De sanctissimo fratre Rogerio
de Provincia - cioè «de Provincia Provinciae»,
ossia Provenza): «Semel cum cuidam mulieri obviasset
et petiisset a socio si illa esset talis mulier, et ille
dixisset quod sic, adiecit socius: «Non vidistis eam
in cuius domo totiens eam visitastis, et in porta ecclesiae
locutus fuistis?» Respondit quod numquam in facie
vidit, nec etiam matrem suam. Et cum a socio interrogaretur
«cum ipse in facto mulierum esset securus, cur tantum
timeret eas aspicere.» Respondit frater inquiens:
«In potestate hominis est vitare occasiones peccandi;
et ideo, quamdiu homo facit quod suum est, et Dominus facit
quod in se est, tuando hominem a peccato. Impossibile est
quod Deus umquam deserat mentem quam possidet, nisi homo
habeat culpam. dum non vitat omnem occasionem peccandi:
ex quo tu exponis te periculo per occasionem quam tu poteras
vitare, et maxime in tali tentatione ad quam homo multum
declinat ex corruptione naturae, confidens de viribus tuis,
iam tunc non obligatur te defendere, sed potest sine omni
iniustitia tuis viribus, in quibus confidisti, te dimittere.»
25
«Oculi defixi in solum iuvant ut cor
semper levetur in caelum.» Questo testo anche Rodriguez
(Exercitium perfectionis, pars 2, tract. 2, cap. 2) lo attribuisce
a S. Bernardo, Tract. de 12 grad. humil. - Tanto presso
S. Alfonso quanto presso il Rodriguez, citazione a senso.
Ecco le parole di S. Bernardo: «Si videris monachum,
de quo prius bene confidebas, ubicumque stat, ambulat, sedet,
oculis incipientem vagari, caput erectum, aures portare
suspensas: e motibus exterioris hominis interiorem immutatum
agnoscas.... Ex insolenti corporis motu, recens animae morbus
deprehenditur: quam, dum a sui circumspectione torpescit,
incuria sui curiosam in alios facit... Si te vigilanter,
homo attendas, mirum est si ad aliud umquam intendas. Audi,
curiose, Salomonem...: Omni custodia, inquit, custodi cor
tuum: ut omnes videlicet sensus tui vigilent ad is. unde
vita procedit, custiodiendum. Quo enim a te, o curiose,
recedis? Cui te interim committis? Ut quid audes oculos
levare ad caelum, qui peccasti in caelum? Terram intuere,
ut cognoscas teipsum. Ipsa te tibi repraesentabit, quia
terra es, et in terram ibis.» S. BERNARDUS, De 12
gradibus humilitatis, cap. 10, n. 28. ML 182-957.
26
«Etsi ad filiae nostrae nuptias minime
vocati, adsumus tamen... vobis optima et pulcherrima quaeque
optantes. Unum autem bonorum illud est, ut Christus nuptiis
intersit- porro ubi Christus est, modestia quoque est- atque
aqua in vinum convertatur, hoc est, ut cuncta in melius
immutentur, sic numirum, ut quae misceri nefas est, inter
se minime misceantur, nec episcopi cum sannionibus copulentur,
nec preces cum plausibus, nec psalmodiae cum tibicinum cantibus....
Christianorum nuptiae modestae et compositae sint. Modestia
porro in gravitate sita est.» S. GREGORIUS NAZIANZENUS,
Epistola 232, ad Dioclem de filiae nuptiis. MG 37-375.
27
Vedi sopra, nota 20.
28
Questo fatto di S. Francesco d' Assisi non
si trova in alcuna delle fonti medioevali, come ci accertano
anche i Padri Minori del Collegio Intern. S. Antonio in
Roma. Come lo leggiamo in S. Alfonso è riportato
dal Rodriguez: «Ita S. Franciscus fertur quadam vice
socio suo dixisse: Eamus praedicandum; exiisse dein et circumiisse
civitatem; cui domum reverso dicit socius: Pater, cur non
praedicamus? Iam praedicavimus, ait sanctus; insinuans illam
morum et vultus compositionem et modestiam, qua plateas
obierant, bonam valde concionem fuisse, qua ad devotionem
populus, ad mundi contemptum, ad conpunctionem de peccatis
et caelestium rerum amorem excitaretur.» RODERICIUS,
S. I., Exercitium perfectionis, pars II, tract. II, cap.
1, n. 3.- Così pure S. Francesco di Sales, Entretien
X, (Euvres, VI, pag. 133: e Saint-Jure, De la connaissance
et de l' amour du Fils de Dieu, Paris, 1668, liv. 3, partie
1, ch. 12, section 39, pag. 504, 505. Nessuno però
indica da qual fonte abbia preso questo fatto.
29
«Nell' andare e tornare da scuola riluceva
in lui una modestia e composizione singolarissima; tanto
che molti scolari forastieri si fermavano nel cortile del
Collegio (Romano) per vederlo passare, e restavano di lui
edificati. Un abbate forestiero in particolare- che in quelle
scuole aveva finito il corso di teologia- tirato dalla sua
modestia, andava alla scuola solamente per mirarlo; e mentre
si leggeva, non gli levava mai gli occhi da dosso.»
CEPARI, S. I., Vita, parte 2, cap. 11.
30
«Plerisque enim iusti adspectus admonitio
correctionis est, perfectioribus vero laetitia est. Quam
pulchrum ergo, ut videaris et prosis!» S. AMBROSIUS,
In Psalm. CXVIII Expositio (in vers. 74), sermo 10, n. 22.
ML 15-1338.
31
«Tanta gratiae plenitudine praeventus
est, ut magisterium esset et exemplar totius pudicitiae
ceteris adolescentibus: et nemo eorum quidquam temere loqui
vel impudice agere coram Bernardino audebat impune. Et si
forte ad eos, aliqua otiosa et minus honesta invicem conferentes,
quandoque Bernardinum accedere contigisset, a sermone divertentes
aiebant: «En Bernardinus adest.» Vita poist
translationem corporis composita, cap. 1, n. 4: inter Acta
Sanctorum Bollandiana, die 20 maii.
32
«Erat quippe ipsius oratio, licet vultus
non conspiceretur, tamquam divinitus fabrefacta quaedam
clavis, divitum thesauros recludens, et indigentibus necessaria
suppeditans, aspectusque eius angelicus sufficiens erat
qui per se absque ulla oratione intuentes etiam agrestes
et inhumanos ad commiserationem permoveret, tanta in eo
conspiciebatur tum simplicitas, tum mansuetudo, tum probitas.
Nullusque adeo reperiebatur impudens qui non, ipsum aspiciens,
rubore quodam perfunderetur atque verecundia, ac seipso
melior non reddetur atque modestior.» S. GREGORIUS
NYSSENUS, Vita atque encomium S. P. N. Ephraem Syri. MG
46-839.
33
«Rediens autem Leodio, Claram Vallem
dominus Papa per se ipsum voluit visitare: ubi a pauperibus
Christi, non purpura et bysso ornatis, nec cum deauratis
Evangeliis occurrentibus, sed pannosis agminibus scopulosam
baiulantibus crucem, non tumultuantium classicorum tonitruo,
non clamosa iubilatione, sed suppressa modulatione affectuosissime
susceptus est. Flebant episcopi, fiebat ipse summus Pontifex:
et omnes mirabantur congregationis illius gravitatem, quod
in tam sollemni gaudio oculi omnium humi defixi, nusquam
vagabunda curiositate circumferrentur; sed complosis palpebris
ipsi neminem viderent, et ab omnibus viderentur.»
S. Bernardi vita prima, lib. 2, auctore ERNALDO, cap. 1,
n. 6. ML 185-272.
34
«Porro autem cum de Luciano a multis
audiret Maximianus tantam in eius facie insidere reverentiam,
ut si eum solum vidisset, veniret in periculum ne fieret
christianus, postquam iussit ut ille adduceretur, timens
ne sibi tale quid accideret, velo interiecto separat sermonis
congressionem, et verba procul ad eum emittebat, intermedio
utens sermonis ministro.» Acta S. Luciani, auctore
anonymo, ex Simeone Metaphraste: inter Acta Sanctorum Bollandiana,
die 7 ianuarii, cap. 3, n. 11; apud Surium, De probatis
Sanctorum historiis, eadem die.
35
«Sublevasset, ex divinae misericordiae
et pietatis iudicio. Significatur Iesus non fuisse vagis
oculis, sed compositis et ad rem praesentem attentis.»
LUCAE BRUGENSIS, Commentarius in sanctum Iesu C. Evangelium
sec. Ioannem, tom. IV, pag. 122.
36
«Oportet monachum.... oculos deorsum,
animam sursum habere.» S. BASILIUS, Sermo de ascetica
disciplina, quomodo monachum ornari oporteat, n. 1. MG 31-650.
37
Ps. CXVIII, 37.
38
«Auro et margaritis et monilibus adornatae,
ornamenta cordis ac pectoris perdiderunt.» S. CYPRIANUS,
Liber de habitu virginum, n. 13. ML 4-452.
39
«Mores sunt mulierum ornamentum, domi
manere- Ut plurimum, cum divinis conversari oraculis, -
Fuso ac Ianae operam dare, hoc namque munus est feminarum-
Ancillis opera partiri, servos vitare, - Labiis catenas
iniicere, et oculis atque etiam genis.» S. GREGORIUS
NAZIANZENUS, Carmina, lib. 1, sect. 2, carmen 29: Adversus
mulieres se nimis ornantes, vers. 265-269. MG 37-903.
40
«Incessus esto nec segnis, ne animum
dissolutum arguat; nec rursus vehemens ac superbus, ne stolidos
animi impetus indicet.» S. BASILIUS, Epistolarum classis
1, epist. 3, ad Gregorium, n. 6. MG 32-231.
41
«Plebeium enim aut obscurum quempiam
hominem infligentem plagas, aut publice accipientem, et
in tabernis versantem, et alia id genus indecoe peragentem,
nemo facile attenderit, cum facta illa universo vitae ipsius
instituto convenire intelligat: sed qui perfectum vitae
genus profitetur, si quid vel minimum neglexerit eorum quae
officii sunt, hunc omnes observant, ipsique id probri loco
obiiciunt.» S. BASILIUS, Regulae fusius tractatae,
Interrogatio 22, n. 3. MG 31-979.
42
«Quand on le raillait dans les conversations,
il montrait une complaisance qui faisait sentir combien
il prenait de plaisir à voir les autres rire à
ses dépens: il usait même alors d' artifice
pour faire durer le sujet de l' entretien, afin de satisfaire
son goût pour l' humiliation.» DAUBENTON, S.
I., Vie, liv. 5: Son humilité.
43
«Pulchra igitur virtus est verecundiae,
et suavis gratia, quae non solum in factis, sed etiam in
ipsis spectatur sermonibus; ne modum progrediaris loquendi,
ne quid indecorum sermo resonet tuus. Speculum enim mentis
plerumque in verbis refulget. Ipsum vocis sonum librat modestia,
ne cuiusquam offendat aurem vox fortior.» S. AMBROSIUS,
De offixiis ministrorum, lib. 1, cap. 18, n. 67. ML 16-43.
44
«Sed neque hoc sileo quod praedictus
Probus Dei famulus de sorore sua, nomine Musa, puella parva,
narrare consuevit, dicens quod quadam nocte ei per visionem
sancta Dei Genitrix semper virgo Maria apparuit, atque coaevas
ei in albis vestibus puellas ostendit. Quibus illa cum admisceri
appeteret, sed se eis iungere non auderet, beatae Mariae
virginis voce requisita est an velit cum eis esse atque
in eius obsequio vivere. Cui cum puella eadem diceret: «Volo,»
ab ea protinus mandatum accepit ut nihil ultra leve et puellare
ageret, et a risu et iocis abstineret, sciens per omnia
quod inter easdem virgines quas viderat, ad eius obsequium
die trigesimo veniret. Quibus visis, in cunctis suis moribus
puella mutata est, omnemque a se levitatem puellaris vitae
magnae gravitatis detersit manu. Cumque eam parentes eius
mutatam esse mirarentur, requisita rem retulit.... Post
vigesimum quintum diem febre correpta est. Die autem trigesimo...
eandem beatam Genitricem Dei, cum puellis quas per visionem
viderat, ad se venire conspexit. Cui se etiam vocanti respondere
coepit, et depressis reverenter oculis aperta voce clamare:
«Ecce, Domina, venio, ecce, Domina, venio.»
In qua etiam voce spiritum reddidit, et ex virgineo corpore,
habitatura cum sanctis virginibus, exivit.» S. GREGORIUS
MAGNUS, Dialogi, lib. 4, cap. 17. ML 77-348, 349.
45
«Interrogatio 17: quod oportet etiam
risum continere. Responsio (n. 1): Atque etiam quod a plerisque
negligitur, id diligenter pietatis studiosis cavendum est.
Nam intemperanti ac immodico risu detineri, indicio est
grassari intemperantiam, nec sedari motus, nec a severa
ratione comprimi laxitatem animi. Risu quidem leni et hilari
effusionem animi detegere indecorum non est, quantum scilicet
necesse fuerit ut solum indicetur quod scriptum est: Cordis
laeti facies floret (Prov. XV, 13); sed cachinnis vocem
sustollere, et corpore praeter voluntatem concuti, non eius
est qui mente quieta sit, aut probus, aut sui ipsius compos.»
S. BASILIUS, Regulae fusius tractatae. MG 31-962.
46
Vedi la nota precedente.
47 «Due cavalieri d' un gran principe
d' Italia... sazi.... de' tumulti della Corte, richiesta
per pochi giorni licenza di svagare alquanto,... si ricoverarono
ad un monastero di religiosi. Furono accolti a braccia aperte...
e introdotti a dare un passeggio per lo giardino, ove...
non si saziavano... di mirare con santa invidia la serena
allegrezza che fioriva nel volto di que' santi monaci...
Invitati poi a salir sopra ne' chiostri, rimasero vie più
ammirati al veder quanto contenti vivessero in una grande
povertà... Giunsero in capo del chiostro, ove abitava
un santo vecchio.... allegro come un beato... Essendo già
presi gli occhi in vedere tanta serenità il volto,
restaron anche incatenati per l' orecchie in udire la dolcezza
del suo discorso. Onde si fecero animo ad interrogarlo «...
se avesse mai patito tribolazioni, malinconie,.... affanni....?»....
Rispose...: «Oh quali e quante afflizioni hanno oppresso
il mio povero cuore....! Ma grazie a Dio, che seppe ritrovare
un rimedio facile e soave per convertire in gaudio ogni
affanno. Basta che io apra questa piccola finestra e dia
un' occhiata...» Apersero i gentiluomini la finestra...
Ma rimasero attoniti, vedendo che stava rimpetto alla finestra
un muro vecchio che impediva la vista... (Replicò
il monaco): «O che pur troppo si scorge un oggetto
di somma consolazione, se con occhio più attento
voi riguarderete.» Allora affacciatosi di nuovo un
di loro, vide per un foro della medesima muraglia un poco
di cielo.... «Oh, soggiunse il religioso, quel solo
palmo di cielo a me basta per riempirmi di consolazione....
E come posso io non giubilare veggendomi creato per quella
Patria di tutte le felicità?....»....Una pioggia
di lagrime... sommesse il rimanente del suo discorso. I
cavalieri... se gli gettaron tosto a' piedi a chiedergli
la benedizione, già risoluti di voler menare il resto
de' lor giorni in quel chiostro.» Carlo Gregorio ROSIGNOLI
S. I., Verità eterne, Lezione 15, § 3.
48
«C' est une vraie marque d' un esprit
truand, vilain, abject et infâme de penser aux viandes
et à la mangeaille avant le temps du repas, et encore
plus quand après icelui on s' amuse au plaisir que
l' on a pris à manger, s' y entretenant par paroles
et pensées, et vautrant son esprit dedans le souvenir
de la volupté que l' on a eue en avalant les morceaux,
comme font ceux qui devant dîner tiennent leur esprit
en broche et aprés dîner dans les plats; gens
dignes d' être souillards de cuisine, qui font, comme
dit saint Paul, un dieu de leur ventre (Philip. III, 19).
Les gens d' honneur ne pensent à la table qu' en
s' asseyant, et après le repas se lavent les mains
et la bouche pour n' avoir plus ni le goût ni l' odeur
de ce qu' ils ont mangé.» S. FRANÇOIS
DE SALES, Introduction à la Vie dèvote, partie
3, ch. 39. (Euvres, III, Annecy, 1893, p. 227).
49
«Domandò al P. rettore del collegio
se giudicasse bene ch' egli procurasse che nel tempo della
ricreazione, mattina e sera, si ragionasse sempre di cose
spirituali... ed avendo ottenuto il beneplacito suo, conferì
lo stesso suo desiderio col prefetto delle cose spirituali...
Dopo questo, scelti alcuni giovani spirituali del collegio...
disse loro che desiderava per suo aiuto di potere alle volte
ritrovarsi insieme con essi a ragionare delle cose di Dio
nel tempo della ricreazione. Inoltre ogni dì leggeva
per mezz' ora quanche libro spirituale o Vita de' santi
per avere materia di discorrere, ed al fine insieme con
il sopraddetti compagni diede principio all' opera, e quando
era con minori di sè, egli era il primo ad introdurre
santi ragionamenti e gli altri seguitavano con gusto grande;
massime che dal suo ragionare cavavano non poco profitto.
Con i sacerdoti e maggiori di sè, costumava di proporre
loro qualche dubbio spirituale domandando il loro parere
per desiderio d' imparare; ed in questa guisa attacava ragionamento
di cose di Dio: sebbene essi stessi, subito che se lo vedevano
appresso, senz' altro intendevano ch' egli non gustava di
ragionare d' altro, e lo soddisfacevano, anzi se avevano
già cominciato altri ragionamenti, per dargli gusto
li mutavano, exiandio che fossero superiori. Quando si ritrovava
con gli uguali, o erano di quelli co' quali già si
era accordato, e così non aveva difficoltà
in parlare di cose sante; o s' erano altri, egli pigliava
sicurtà d' introdurre ragionamenti di qualche divota
materia; e come tutti erano buoni religiosi... seguitavano
in quei discorsi con ogni prontezza.» CEPARI, Vita,
parte 2, cap. 18.
50
«Suo costume ordinario era... alzare spesse volte
gli occhi al cielo... E di qui nacque il descriverlo che
que' di fuori facevano, dicendo «quel Padre, che guarda
sempre in cielo, e sempre parla di Dio.» BARTOLI,
Vita, lib. 4, § 28.