Castità
Opere
dei Santi
Sant'Alfonso
Maria de'Liguori
Sermoni
compendiati
SERMONE
XLII.
PER
LA DOMENICA XIII. DOPO PENTECOSTE
Del
fuggire i mali compagni.
Occurrerunt
ei decem viri leprosi... Dum irent, mundati sunt. (Luc.
17. 12. et 14.)
Si
narra nell'odierno vangelo che dieci lebbrosi di un certo
castello s'incontrarono con Gesù Cristo e lo pregarono
a sanarli dalla lebbra che pativano. Il Signore disse loro
che andassero a presentarsi a' sacerdoti del
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tempio;
ma poi prima che essi giungessero a' sacerdoti, per la via
si trovarono guariti. Or si dimanda, perché il nostro
Salvatore, potendo guarirli subito, volle che prima si partissero
da quel luogo, e poi mentre essi andavano gli sanò?
Un certo autore, Antonio Ulissiponense, dice che Gesù
Cristo prevedendo che se li avesse guariti subito, essi
restando in quel luogo, e seguendo a conversare cogli altri
lebbrosi, da' quali avean contratta la lebbra, sarebbero
facilmente ricaduti nello stesso male; perciò prima
volle che si partissero da quel luogo, e poi li guarì.
Che che sia di questa ragione, veniamo al senso morale che
da quella possiamo dedurne. La lebbra è simile al
peccato; siccome la lebbra è un male che si attacca,
così i mali costumi dei malvagi infettano gli altri
che seco si accompagnano. Ond'è che quei lebbrosi
i quali vogliono guarirsi, non si guariranno mai se non
si separano da' mali compagni, secondo il comune proverbio:
Chi pratica co' rognosi diventa rognoso. E questa è
la predica d'oggi, che per viver bene bisogna fuggire i
mali compagni.
Dice
lo Spirito santo: Amicus stultorum similis efficietur1.
I cristiani, i quali vivono in disgrazia di Dio, sono tutti
pazzi, che meriterebbero, come diceva il p.m. d'Avila, di
esser chiusi nella carcere de' pazzi. E qual maggior pazzia,
che credere l'inferno e vivere in peccato? Ma chi attacca
amicizia con questi pazzi diventerà tra breve simile
ad essi. Potrà egli ascoltare tutte le prediche de'
sacri oratori, che sempre sarà vizioso, giusta il
celebre detto: Magis movent exempla, quam verba.
Onde poi disse il profeta regale: Cum sancto sanctus
eris, et cum perverso perverteris2. Scrive s. Agostino
che la famigliarità co' viziosi è come un
uncino che ci tira a comunicare negli stessi vizj. Fuggiamo
i mali amici, diceva il santo, ne a consortio ad vitii communionem
trahamur. Per tanto dice s. Tommaso essere un gran mezzo
per salvarci il sapere chi abbiam da fuggire: Firma
tutela salutis est, scire quem fugiamus.
Fiat
via illorum tenebrae et lubricum: et angelus Domini persequens
eos3.
Ogni uomo che vive cammina fra le tenebre e per una via
sdrucciolosa; or se poi vi è un angelo cattivo, cioè
un mal compagno, che è peggiore di ogni demonio,
che lo perseguita e lo spinge ai precipizj, come potrà
evitare la morte? Dicea Platone: Talis eris, qualis
conversatio quam sequeris. E s. Giovanni Grisostomo
disse che se vogliamo conoscere di quali costumi sia un
uomo, osserviamo con quali amici pratica, poiché
l'amicizia o ritrova simili gli amici, o simili li rende:
Vis nosse hominem, attende quorum familiaritate assuescat;
amicitia aut pares invenit aut pares facit. E ciò
per due ragioni: per prima, perché quegli per piacere
all'amico cercherà d'imitarlo; per 2. perché,
come dice Seneca, la natura inclina a fare quel che vede
fare. E prima di tutti ciò lo disse la scrittura:
Commixti sunt inter gentes, et didicerunt opera eorum4.
Siccome infetta, scrive s. Basilio, l'aria che esce dai
luoghi pestilenti, così dalla conversazione dei mali
compagni, quasi senza avvedercene si contraggono i vizj:
Quemadmodum in pestilentibus locis sensim
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attractus
aer latentem corporibus morbum iniicit, sic itidem in prava
conversatione maxima a nobis mala hauriuntur, etiamsi statim
incommodum non sentiatur1. Dice s. Bernardo che s.
Pietro, praticando coi nemici di Gesù Cristo, negò
Gesù Cristo: Exsistens cum passionis dominicae
ministris Dominum negavit.
Ma
come mai, dice s. Ambrogio, i mali compagni possono darti
odore di castità, quando essi puzzano d'impudicizia?
Come possono ingerirti la divozione alle cose sante, quando
essi la fuggono? Come possono comunicarti la verecondia
nelle cose di offesa di Dio, se essi la ributtano? Quid
tibi demonstrent castitatem quam non habent? Devotionem,
quam non sequuntur? Verecundiam, quam proiiciunt? Scrive
di se stesso s. Agostino2 che nel tempo quando se la faceva
con cattivi, i quali si vantavano della loro malvagità,
si sentiva spingere a peccare senza verecondia; ed indi
gloriavasi del mal che facea, per non comparire di esser
meno di loro: Pudebat me esse pudentem. Quindi
avverte Isaia: Pollutum nolite tangere3. Non toccare
chi sta imbrattato, perché resterai anche tu imbrattato.
Chi tocca la pece, dice l'Ecclesiastico, resterà
senza meno imbrattato da quella: e chi pratica coi superbi
si vestirà di superbia: e lo stesso corre per gli
altri vizj: Qui tetigerit picem inquinabitur ab ea;
et qui communicaverit superbo induet superbiam4.
Dunque
che abbiamo da fare? Risponde il Savio, che non solo dobbiamo
fuggire i vizj di questi scostumati, ma anche guardarci
di mettere il piede nelle vie, per le quali essi camminano:
Prohibe pedem tuum a semitis eorum5. Viene a dire, dobbiamo
fuggire la loro conversazione, i loro discorsi, i loro conviti
e tutti i loro allettamenti e donativi, coi quali cercheranno
di adescarci, affin di prenderci nella loro rete, come avverte
Salomone nello stesso luogo: Fili mi, si te lactaverunt
peccatores, ne acquiescas eis6. Non cade l'uccello nella
rete senza la civetta, di cui servonsi i cacciatori per
prendere gli uccelli: Nunquid cadet avis in laqueum
terrae absque aucupe7? Dei mali amici si serve il demonio
come di civette, per prendere tante anime nel laccio del
peccato, secondo parla Geremia: Venatione ceperunt me
quasi avem inimici mei gratis8. Dice gratis;
dimanderai ad un malvagio di questi: perché hai fatto
cadere in peccato quel povero giovane? Risponderà:
per nulla, volea vedere che facesse come fo io. Questa è
l'arte del demonio, dice s. Efrem; egli quando ha presa
qualche anima nella sua rete, la costituisce rete o sia
civetta, richiamo per ingannare le altre: Cum primum
capta fuerit anima, ad alias decipiendas fit quasi laqueus.
Perciò
bisogna fuggire come la peste la famigliarità con
questi scorpioni d'inferno. Ho detto fuggir la famigliarità,
il che importa non affratellarsi cogli uomini viziosi, mangiando
o spesso conversando con essi, poiché, come parla
l'apostolo, il non trattarli affatto è impossibile:
Alioquin debueratis de hoc mundo exisse9. Ma ben
è possibile il non averci famigliarità: Nunc
autem scripsi vobis, non commisceri... cum eiusmodi
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nec
cibum sumere1. Ho detto, con questi scorpioni, così
li chiama Ezechiele: Subversores sunt tecum, et cum
scorpionibus habitas2. Ti fideresti tu di abitare in
mezzo agli scorpioni? E così bisogna che fuggi gli
amici scandalosi che coi loro mali esempi e parole ti avvelenano
l'anima: Inimici hominis domestici eius3. Gli amici
quando son cattivi, quando sono più famigliari e
stretti, diventano gli inimici più perniciosi per
l'anima. Dice l'Ecclesiastico: Quis miserebitur incantatori
a serpente percusso, et omnibus qui appropriant bestiis.
Et sic qui comitatur cum viro iniquo4. Chi mai avrà
compassione di chi vuol trattare con serpenti e con bestie
feroci, se poi da quelle viene offeso? E tal è chi
si accompagna con un vizioso, se per lo scandalo di esso
resta contaminato e perduto, né Dio né gli
uomini ne avranno compassione; mentre già ne è
stato avvisato che se ne guardasse.
Un
compagno scandaloso basta a corrompere tutti coloro che
ci trattano da amici: Nescitis, scrive san Paolo, quia
modicum fermentum totam massam corrumpit5? Spiega s.
Tommaso: Uno peccato scandali tota societas inquinatur.
Uno di questi scandalosi con una massima perversa può
infettare tutti i suoi compagni. Costoro sono quei falsi
profeti, dai quali ci avverte Gesù Cristo a guardarci:
Attendite a falsis prophetis6. I profeti falsi non solo
ingannano colle false profezie, ma anche colle massime o
siano dottrine false, le quali fanno più danno; poiché,
come dice Seneca, lasciano nell'animo certi semi iniqui
che inducono al male: Semina in animo relinquunt, quae
inducunt ad malum. È troppo vero, come dimostra
la sperienza, che il parlare scandaloso, secondo scrive
s. Paolo, corrompe i costumi degli altri che sentono: Corrumpunt
mores bonos colloquia prava7. Un qualche giovane ricuserà
di fare un peccato per timore di Dio; ma verrà un
demonio incarnato, un mal compagno, e gli dirà, come
disse il serpente ad Eva: Nequaquam moriemini8. Che paura
hai? Tanti lo fanno, sei giovine, Dio compatisce la gioventù.
Gli sentirai poi dire, come sta scritto nella Sapienza9:
Venite nobiscum... relinquamus ubique signa laetitiae.
Vieni con noi, spassiamoci, stiamo allegramente: O nimis
iniqua amicitia! dice s. Agostino, cum dicitur, eamus, faciamus;
pudet non esse impudentem. Andiamo, facciamo ec., quelli
poi che l'odono parlar così si vergognano di non
seguitarlo e non essere sfacciati come lui.
Specialmente
bisogna che stiamo attenti quando sta accesa in noi qualche
passione, a vedere con chi ci consigliamo; allora la stessa
passione ci fa inclinare a prender consiglio da chi verisimilmente
darà il consiglio più piacevole alla passione
che abbiamo. Ma da questi mali consiglieri, che non parlano
secondo Dio, dobbiamo guardarci più che da ogni nemico,
perché la passione unita colla mala consulta, possono
farci precipitare in eccessi orrendi. Quando poi sarà
in noi sedata la passione, conosceremo l'errore commesso
e l'inganno fattoci dal falso amico; ma non potremo allora
più rimediare al danno avvenuto. All'incontro il
buon consiglio
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di
un amico che parla secondo la verità e la mansuetudine
cristiana ci fa evitare ogni disordine e ci rimetterà
in calma.
Pertanto
ci avverte il Signore: Discede ab iniquo et deficient
mala abs te1. Fuggi, separati da' mali compagni e lascerai
di commettere peccati: Nec tibi placeat malorum via;
fuge ab ea etc.2. Fuggi anche le vie che fanno questi
cattivi amici, acciocché eviti anche d'incontrarti
con essi: Ne derelinquas amicum antiquum, novus enim
non erit similis illi3. Non lasciare il tuo amico antico,
quale è Dio, che ti ha amato prima che tu fossi al
mondo: In caritate perpetua dilexi te4. Gli amici
nuovi non ti amano, ma ti odiano più d'ogni nemico,
perché non cercano il tuo bene come lo cerca Dio,
ma cercano i loro gusti, e di avere la soddisfazione di
aver compagni nel male e vederti perduto, come perduti sono
essi. Ma dirai: ho ripugnanza di separarmi da un tale amico
che mi ha voluto bene; mi pare un'ingratitudine. Che bene?
Che ingratitudine? Iddio solo è quegli che ti vuole
bene, perché vuole la tua salute eterna; quell'altro
amico vuole la tua ruina eterna: vuole che tu lo seguiti,
e non gl'importa niente che tu ti danni. Non è già
ingratitudine lasciar l'amico che ti conduce a perdere,
è ingratitudine il lasciar Dio che ti ha creato,
che è morto per te sulla croce, e che ti vuol salvo.
E
perciò fuggi la conversazione di questi mali amici:
Sepi aurem tuam spinis et linguam nequam noli audire5.
Fuggi anche di stare a sentir parlare tali amici, perché
anche le loro parole possono ruinarti; e quando senti che
parlano malamente, armati di spine, e riprendili, affinché
non solamente si vedano rampognati, ma ancora si emendino:
Ut non solum repellantur, dice s. Agostino, sed etiam
compungantur. Udite un esempio di spavento, e vedete
il danno che fanno i mali amici. Narra il p. Sabatino nella
sua Luce Evangelica, che due amici di questa fatta, trovandosi
un giorno insieme, uno di essi fece un peccato per compiacere
l'amico; ma diviso che fu da lui, morì di subito.
L'altro amico che niente sapea della sua morte, mentre stava
dormendo, vide in sogno l'amico, e secondo il solito corse
per abbracciarlo; ma questi si fece vedere tutto cinto di
fuoco, e cominciò a bestemmiarlo, rimproverandolo
che per sua causa si era dannato; e così egli si
svegliò, e dalla disgrazia di colui si ravvide e
mutò vita. Ma frattanto quell'infelice si dannò,
ed alla sua dannazione non vi è né vi sarà
più rimedio per tutta l'eternità.
1 Prov. 13. 20.
2
Psal. 17. 27.
3
Psal. 34. 6.
4
Psal. 105. 35.
1
Hom. 9. ex var. Quod Deus etc.
2
Lib. 2. confess. cap. 9.
3
Isa. 52. 11.
4
Eccl. 13. 1.
5
Prov. 1. 15.
6
Prov. 1. 10.
7
Amos 3. 5.
8
Thren. 3. 52.
9
1. Cor. 5. 10.
1
Ib. v. 11.
2
Ezech. 2. 6.
3
Matth. 10. 36.
4
Eccl. 12. 13.
5
1. Cor. 5. 6.
6
Matth. 7. 15.
7
1. Cor. 15. 33.
8
Gen. 3. 4.
9
2. 6. et 9.
1
Eccl. 7. 2.
2
Prov. 4. 14. et 15.
3
Eccl. 9. 14.
4
Ier. 31. 3.
5
Eccl. 28. 28.