Castità
Opere
dei Santi
Sant'Alfonso
Maria de'Liguori
Sermoni
compendiati
SERMONE
XLIX.
PER
LA DOMENICA XX. DOPO PENTECOSTE
Della
passione dominante.
Incipiebat
enim mori... Domine descende, priusquam moriatur filius
meus. (Ioan. 4. 47. et 49.)
Le
passioni per se stesse non sono male né dannose:
quando elle sono regolate secondo la ragione e la prudenza
non recano già danno, ma profitto all'anima. Quando
all'incontro son disordinate, cagionano rovine irreparabili
a chi le siegue; poiché la passione, allorché
prende possesso del cuore, oscura la verità e non
fa più vedere quel che è buono e quel che
è male. Perciò l'Ecclesiastico pregava Dio
a liberarlo da un animo appassionato: Animae irreverenti
et infrunitae ne tradas me4. Guardiamoci dunque da
farci dominare da qualche passione iniqua. Nel corrente
vangelo
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si
narra, che un certo Regolo avendo un figlio che stava in
prossimo pericolo di morte (incipiebat enim mori), e sapendo
che Gesù Cristo era venuto in Galilea, andò
a ritrovarlo, lo pregò che venisse a guarirlo: Descende,
priusquam moriatur filius meus. Lo stesso ben può
dirsi di chi comincia a farsi dominare da qualche passione:
egli incipit mori, sta vicino a morire colla morte dell'anima,
che è molto più da temersi, che quella del
corpo; onde se vuole restar vivo, dee pregare il Signore
che presto lo liberi da quella passione: Domine, descende
priusquam moriatur anima mea; altrimenti resterà
miseramente perduto. Or questo è quello che oggi
voglio dimostrarvi, il gran pericolo in cui sta di dannarsi
colui che si fa dominare da qualche maligna passione.
Scrisse
Salomone: Solummodo hoc inveni quod fecerit Deus hominem
rectum, et ipse se infinitis miscuerit quaestionibus1.
Iddio creò l'uomo retto, cioè giusto in quanto
all'anima, ma egli dando orecchio al serpente, si espose
a' combattimenti, e restò vinto da quello; e ribellandosi
a Dio le passioni si ribellarono contro lui stesso; e queste
poi sono quelle di cui parla s. Paolo, che formano una continua
guerra fra la carne e lo spirito: Caro enim concupiscit
adversus spiritum, spiritus autem adversus carnem2.
Ciò però non ostante ben può l'uomo
coll'aiuto della divina grazia resistere, e non lasciarsi
dominare dalle passioni; anzi può egli dominarle
e soggiogarle alla ragione, come il Signore disse a Caino:
Sed sub te erit appetitus eius, et tu dominaberis illius3.
Siano grandi quanto si vogliono gl'insulti della carne e
del demonio per farci traviare dalla via di Dio, disse Gesù
Cristo: Ecce enim regnum Dei intra vos est4. Dentro di noi
egli ha costituito un regno ove la volontà è
la regina che dee dominare sopra tutti i sensi e le passioni.
E qual più bel pregio ed onore può avere un
uomo, che l'essere padrone delle sue passioni?
Questa
è propriamente la mortificazione interna, tanto raccomandata
da' maestri di spirito, Regere motus animi, e qui consiste
la salute dell'anima. La sanità del corpo consiste
nel temperamento degli umori; quando uno di loro eccede
l'ordine, causa la morte. All'incontro la sanità
dell'anima consiste nel buon regolamento delle passioni
per mezzo della ragione; ma quando la passione domina la
ragione, prima rende l'anima sua schiava e poi la uccide.
Molti
mettono tutto lo studio nella composizione esterna, in comparire
modesti e rispettosi, ma conservano poi nel cuore affetti
malvagi contro la giustizia, la carità, l'umiltà
o la castità. A costoro sta apparecchiato il castigo
che il Salvatore minacciò agli scribi e farisei,
i quali stavano attenti a tener netti i bicchieri ed i piatti,
e dentro loro nudrivano pensieri ingiusti ed immondi: Vae
vobis, scribae et pharisaei hypocritae, quia mundatis quod
de foris est calicis et paropsidis; intus autem pleni estis
rapina et immunditia5. Dice il profeta reale, che tutta
la gloria di un'anima, che è vera figlia di Dio,
sta di dentro nella buona volontà: Omnis gloria
eius filiae regis ab intus6. Onde che mai serve,
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scrive
s. Girolamo, astenersi da' cibi, e poi tener l'animo pieno
di superbia? O astenersi dal vino, e poi stare ubbriaco
d'iracondia? Quid prodest tenuari abstinentia, si animus
superbia intumescit? Quid vinum non bibere, et odio inebriari?
Costoro non si spogliano de' vizj, ma li ricoprono
col manto della divozione. Bisogna dunque che l'uomo si
spogli di tutte le passioni malvage, altrimenti non sarà
egli re de' suoi affetti, ma loro schiavo, ed in esso regnerà
il peccato, contro di quel che ci esorta l'apostolo: Non
ergo regnet peccatum in vestro mortali corpore, ut obediatis
concupiscentiis eius1. L'uomo allora solamente è
re di se stesso, scrive s. Tommaso, quando regola colla
ragione il corpo ed i suoi affetti carnali: Rex est homo
per rationem, quia per eam regit totum corpus et affectus
eius2. Ma quando serve a' suoi vizj, dice s. Geronimo: Perdit
honorem regni, quando anima vitiis servit3. Perde l'onore
e diventa schiavo del suo peccato, secondo disse s. Giovanni:
Qui facit peccatum servus est peccati4.
Ci
ammonisce s. Giacomo che noi dobbiamo servirci del corpo
e de' suoi appetiti, come ci serviamo de' cavalli: ai cavalli
poniamo il freno in bocca, e così li meniamo dove
vogliamo: Equis fraena in ora mittimus ad consentiendum
nobis, et omne corpus illorum circumferimus5. E così
quando in noi sentiamo qualche passione che ci spinge a
soddisfarla, è necessario frenarla col freno della
ragione; altrimenti se vogliamo fare ciò che dimanda,
ella ci farà diventare simili alle bestie, che non
vanno ove le guida la ragione, ma ove le spinge il lor brutale
appetito: Homo cum in honore esset, comparatus est iumentis
insipientibus, et similis factus est illis6. È
peggio, dice s. Giovanni Grisostomo, l'essere assomigliato
ai giumenti, che nascere giumento: Peius est comparari,
quam nasci iumentum, nam naturaliter non habere rationem
tolerabile est. Il non aver ragione per propria natura,
dice il santo, non è cosa che disdica; ma il nascere
uomo dotato di ragione, e poi vivere da bestia, seguendo
gli appetiti della carne, senza far conto della ragione,
è cosa intollerabile, poiché è operare
peggio che da bestia. Che direste voi, se mai vedeste un
uomo che per suo genio abitasse nelle stalle coi cavalli,
si cibasse di orzo e paglia, e dormisse sopra del letame
come essi dormono? Peggio fa davanti a Dio chi si fa portare
dove lo strascina la passione.
Così
viveano i gentili, che tenendo ottenebrata la mente senza
distinguere il bene dal male, andavano dove il senso li
trasportava: Non ambuletis, esclama s. Paolo, sicut
et gentes ambulant in vanitate sensus sui, tenebris obscuratum
habentes intellectum7. E perciò si erano lasciati
in mano de' loro vizj, dell'impudicizia e dell'avarizia,
ubbidendo alla cieca a ciò che essi lor comandavano:
Qui desperantes, semetipsos tradiderunt impudicitiae,
in operationem immunditiae omnis, in avaritiam8. A
questo miserabile stato si riducono ancora quei cristiani,
che disprezzando la ragione e Dio, fanno quel che loro detta
la passione; e Dio poi in pena
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del
lor peccato gli abbandona, come abbandonò i gentili
in mano de' loro malvagi desiderj: Propter quod tradidit
illos Deus in desideria cordis eorum1. Castigo più
grande d'ogni castigo.
Scrive
s. Agostino, che vi sono due città che possono in
noi edificarsi, una dall'amore di Dio, l'altra dall'amor
proprio: Coelestem (civitatem) aedificat amor
dei usque ad contemptum sui, terrestrem aedificat amor sui
usque ad contemptum Dei2. Sicché se in noi regna
l'amor di Dio, disprezzeremo noi stessi; se regna l'amor
proprio, disprezzeremo Dio. Ma qui sta la vittoria, a cui
seguirà la corona della gloria beata, nel vincere
noi stessi. Questo era quel gran documento, che sempre inculcava
s. Francesco Saverio ai suoi discepoli: Vince teipsum, vince
teipsum. Tutti i pensieri e sensi dell'uomo, dice la scrittura,
sono inclinati al male sin dalla sua puerizia: Sensus enim,
et cogitatio humani cordis in malum prona sunt ab adolescentia
sua3. Onde bisogna che in tutta la nostra vita attendiamo
a combattere e vincere le male inclinazioni che in noi continuamente
nascono, come nascono le erbe cattive negli orti. Dirà
taluno: ma come posso io liberarmi dalle passioni cattive,
e fare che in me non nascano? Ti risponde per me s. Gregorio:
Aliud est has bestias aspicere, aliud intra cordis caveam
tenere4. Altro è, dice il santo, mirar fuori di noi
queste bestie, così chiama il santo le male passioni,
altro è ricettarle nel nostro cuore: sempreché
elle stan fuori di noi, non possono farci danno; ma quando
noi lor diam luogo nel cuore, elle ci divorano.
Tutte
le passioni maligne nascono dall'amor proprio: questo è
il principal nemico che ci combatte, e questo abbiamo da
vincere col negare a noi stessi, siccome insegna Gesù
Cristo a coloro che vogliono seguirlo: Qui vult venire post
me, abneget semetipsum5. Scrive Tommaso da Kempis: Non intrat
in te amor Dei, nisi exulet amor tui. Se non discacciamo
dal cuore l'amore proprio, non può entrarvi l'amor
di Dio. Dicea la b. Angela da Foligno, che ella temea più
dell'amor proprio, che del demonio, perché l'amor
proprio ha più forza del demonio a farci cadere.
Lo stesso dicea s. Maria Maddalena de' Pazzi, come si legge
nella sua vita: Il maggior traditore che abbiamo è
l'amor proprio, il quale fa come Giuda, in baciarci ci tradisce;
chi vince lui vince tutto; chi non lo vince è perduto.
Soggiungea poi la santa: Chi non può ucciderlo in
un colpo, gli dia il veleno. E volea dire che non potendo
noi distruggerlo affatto, perché questo maledetto
nemico, come dice s. Francesco di Sales, non muore se non
dopo la nostra morte, almeno procuriamo d'indebolirlo quanto
si può; poiché quando è forte, esso
uccide noi. Questa è la mercede, scrive s. Basilio,
che rende l'amor proprio a chi lo siegue, la morte: Stipendium
amoris proprii mors est, initium omnis mali6. L'amor
proprio non cerca quello che è giusto ed onesto,
ma solo quello che piace al senso; perciò disse Gesù
Cristo: Qui amat animam suam, cioè il senso o sia
la propria volontà, perdet eam7. Chi dunque ama veramente
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se
stesso e vuol salvarsi, deve negare al senso tutto ciò
che gli domanda vietato da Dio; altrimenti perderà
Dio e se stesso.
Due
poi sono le passioni principali che più regnano in
noi, la concupiscibile e l'irascibile, cioè l'amore
e l'odio. Ho detto principali, perché ognuna di loro
porta seco il corteggio di altre passioni viziose, quando
ella è viziosa. La concupiscibile porta seco la temerità,
l'ambizione, l'ingordigia, l'avarizia, la gelosia, lo scandalo.
L'irascibile porta seco la vendetta, l'ingiustizia, la maldicenza,
l'invidia. Consiglia s. Agostino che nella guerra che abbiamo
colle passioni, non dobbiamo pretendere di abbatterle tutte
insieme in un solo conflitto: Calca iacentem, dice il
santo, conflige cum resistente1. Bisogna calpestare
la passione che abbiamo gittata a terra, sì che ella
non abbia più forza di combatterci; e poi dobbiamo
passare ad abbattere l'altra passione che resiste.
Ma
soprattutto dobbiamo indagare qual è in noi la passione
dominante. Chi la vince vince tutto; chi si fa vincere da
quella sarà perduto. Iddio ordinò a Saulle
che avesse distrutti tutti gli amaleciti con tutti i loro
animali e robe; ma Saulle distrusse le cose più vili,
e perdonò al re Agag la vita, e conservò le
cose più preziose: Et pepercit Saul, et populus,
Agag... et universis, quae pulcra erant etc., quidquid vero
vile fuit demoliti sunt2. Saulle poi fu in ciò
imitato dagli scribi e farisei, ai quali disse nostro Signore:
Vae vobis, scribae et pharisaei hypocritae; qui decimatis
mentham et anetum et cyminum et reliquistis quae graviora
sunt legis, iudicium et misericordiam et fidem3. Erano
attenti a render le decime cose più vili, e poi trascuravano
le cose più principali della legge, come la giustizia,
la carità col prossimo e la fede in Dio. Così
fanno alcuni, si astengono da certi difetti di minor conto,
ma si lasciano dominare dalla passione che in essi prevale;
ma se non danno la morte a questa non otterranno mai la
vittoria della salute. Il re di Siria ordinò ai suoi
capitani che avessero atteso ad uccidere solamente il re,
senza badare agli altri: Ne pugnetis contra minimum,
vel contra maximum, nisi contra solum regem4. E così
avvenne, uccisero Acabbo il re, ed ottennero la vittoria.
Lo
stesso avviene in noi; se non uccidiamo il re, cioè
la passione dominante, non mai potremo ottener la salute.
La passione quando domina l'uomo, la prima cosa che fa l'accieca
e non gli fa vedere il suo pericolo. Ma come può
evitare di non cadere in qualche precipizio un cieco che
si fa guidare da un cieco, qual è la passione che
non siegue la ragione, ma solo il senso ed il piacere? Caecus
autem si caeco ducatum praestet, ambo in foveam cadunt5.
Dice s. Gregorio, che questa è l'arte del demonio
di accendere sempre vieppiù la passione che ci predomina,
e così fa cadere molti in orribili eccessi. Erode
per la passione di regnare giunse a spargere il sangue di
tanti bambini innocenti. Arrigo VIII. per l'affetto verso
una donna, si cagionò tanti mali spirituali, tolse
la vita a più degnissime persone, e finalmente perdette
anche la fede. Ma che maraviglia,
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se
chi è dominato dalla passione, più non ci
vede! E perciò non fa più conto di niente,
non di correzioni, non di scomuniche, e neppure della stessa
sua dannazione; attende solo a sfogar la sua passione e
dice: vengane quel che si voglia, basta che mi soddisfi.
E siccome una virtù eminente porta seco altre virtù,
così un vizio eminente porta altri vizj: In catena
iniquitatis foederata sunt vitia, dice s. Lorenzo Giustiniani.
È
necessario dunque, allorché vediamo che qualche passione
comincia in noi a regnare, subito abbatterla, prima che
prenda forza, come scrive s. Agostino: Ne cupiditas
robur accipiat, cum parvula est, allide illam1. Lo
stesso scrisse s. Efrem: Nisi citius passiones sustuleris,
ulcus efficiunt2. La piaga quando non si serra, presto
diventa ulcera insanabile. Per provare ciò coll'esempio,
un certo monaco antico, come riferisce s. Doroteo3, comandò
ad un suo discepolo che svellesse da terra un piccolo cipresso:
ubbidì quegli e subito lo svelse: gl'impose poi che
svellesse un altro più grandetto, ma per quello vi
bisognò più fatica: poi che svellesse un altro
che tenea le radici profonde, ma il discepolo non poté
sradicarlo; onde dopo ciò gli disse: così,
figlio mio, sono le nostre passioni, quando han poste le
radici nel cuore non potremo più estirparle. Uditori
miei, abbiate sempre avanti gli occhi questa massima, che
o l'anima si ha da mettere sotto i piedi la carne, o la
carne si metterà sotto i piedi l'anima.
Bella
è la regola insegnata da Cassiano su questa materia.
Procuriamo, dice, che le nostre passioni mutino oggetto,
e così elle da viziose diverranno sante. Colui è
inclinato a sdegnarsi contro tutti coloro che non lo rispettano;
muti egli oggetto, rivolga questo suo sdegno in odiare il
peccato, che può fargli più danno che tutti
i demonj dell'inferno. Quell'altro è inclinato ad
amare le persone che hanno qualche bella parte; rivolga
il suo amore verso Dio, che ha tutte le belle parti per
farsi amare. Ma il miglior rimedio contro le passioni è
la preghiera, il raccomandarsi a Dio affinché ce
ne liberi. E quando la passione più ci molesta bisogna
accrescere le preghiere. Allora poco giovano le ragioni
e nostre riflessioni, perché la passione oscura tutto;
anzi allora, quanto più si riflette, più sembra
dilettevole quell'oggetto che la passione ci rappresenta;
onde non v'è altro riparo che ricorrere a Gesù
Cristo ed a Maria ss. pregandoli con lagrime e sospiri:
Domine, salva nos, perimus. Ne permittas me separari
a te. Sub tuum praesidium confugimus, sancta Dei genitrix.
Deh via solleviamoci dalla terra, anime create per amare
Dio, lasciamo di tenere occupati i nostri pensieri ed affetti
nelle cose vili di questo mondo, lasciamo di amare il fango,
il fumo, ed il letame, ed impieghiamoci con tutte le nostre
forze ad amare il sommo, l'infinito bene, l'amabilissimo
nostro Dio, il quale ci ha creati per sé e ci aspetta
in cielo per renderci beati e farci godere la stessa gloria
che egli gode in eterno.
4 Eccl. 23. 6
1
Eccl. 7. 30.
2
Gal. 5. 17.
3
Gen. 4. 7.
4
Luc. 17. 21.
5
Matth. 23. 25.
6
Psal. 44. 14.
1
Rom. 6. 12.
2
In Ioan. 4.
3
In Thren. 2. 7.
4
Ioan. 8. 34.
5
Iac. 3. 3.
6
Psal. 48. 13.
7
Ephes. 4. 17. et 18.
8
Ib. vers. 19.
1
Rom. 1. 24.
2
S. Aug. lib. 14. de Civ. c. 28.
3
Gen. 8. 21.
4
Mor. l. 6. c. 16.
5
Matth. 16. 24.
6
Apud Lyreum l. 2.
7
Ioan. 12. 25.
1
In c. 8. Rom.
2
1. Reg. 15. 9.
3
Matth. 23. 23.
4
Par. 18. 30.
5
Matth. 15. 14.
1
In psal. 136.
2
De perfect.
3
Serm. 11.