Castità
Opere
dei Santi
Sant'Alfonso
Maria de'Liguori
La
vera sposa di Gesù Cristo
CAPO
VIII
Introduzione
Della
mortificazione esterna de' sensi.
1.
Non v'è rimedio: noi poveri figli di Adamo abbiamo
da stare in una continua guerra sino alla morte. Caro
enim concupiscit adversus spiritum, spiritus autem adversus
carnem (Gal. V, 17): La carne ambisce quel che non
vuole lo spirito, e lo spirito ambisce quel che dispiace
alla carne. Ma se è proprio de' bruti l'attendere
a soddisfare i sensi, e degli angeli l'attendere a far la
divina volontà, con ragione dice un dotto autore
che se noi attendiamo a fare la volontà di Dio, diventeremo
angeli; ma se attendiamo a contentare i sensi, diventeremo
bruti. O l'anima si ha da mettere sotto i piedi il corpo,
o il corpo si metterà sotto i piedi l'anima. Dobbiamo
pertanto noi trattare il nostro corpo come un cavaliere
tratta un cavallo furioso, tenendolo sempre colla briglia
tirata, acciocché non lo precipiti; o pure come il
medico tratta l'infermo, a cui impone ciò che rifiuta,
cioè i rimedi, e nega i cibi e le bevande nocive
che domanda. Certamente che quel medico il quale non curasse
di far prendere all'infermo le medicine, perché sono
amare, e gli concedesse ciò che gli nuoce, perché
gli piace, sarebbe egli un crudele; e questa è la
gran crudeltà che usano i sensuali coll'anime loro,
mentre per non far patire qualche poco il corpo nella presente
vita, mettono a gran pericolo le loro anime e i loro corpi
ancora, di farli patire tormenti assai maggiori per una
eternità. Ista caritas, dice S. Bernardo,
destruit caritatem; talis misericordia crudelitate plena
est; quia ita corpori servitur ut anima iuguletur (In
Apol. ad Guiliel.):1 Questa falsa
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carità
distrugge la vera carità, che noi dobbiamo usare
verso noi stessi: una tal compassione verso il corpo è
piena di crudeltà, poiché si serve al corpo
in modo che si dà morte all'anima. Quindi parlando
il medesimo santo a quegli uomini carnali che deridono i
servi di Dio, i quali mortificano la loro carne, dice: Simus
nos crudeles, interim non parcendo, et vos parcendo crudeliores
(S. Bern., Serm. 10, in Psal. Qui hab.):2 Ci contentiamo
noi d'esser crudeli col nostro corpo, affliggendolo colle
penitenze, ma molto più crudeli siete voi, contentandolo
in questa vita, poiché nell'altra lo condannerete
insieme coll'anima a molto più patire in eterno.
Saggiamente perciò quel buon solitario, come riferisce
il P. Rodriguez, il quale molto maceravasi colle penitenze,
interrogato perché tanto affliggesse il suo corpo,
rispose: Vexo eum qui oexat me:3 Tormento quel
nemico che tormenta me e mi vuol dar morte. Così
parimente rispose l'abbate Mosè a chi lo riprendea
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delle
tante sue asprezze: Quiescant passiones, quiescam et
ego:4 Quando finirà la mia carne di molestarmi,
allora finirò io di mortificarla.
2.
Dunque, se vogliamo salvarci e dar gusto a Dio, bisogna
mutar palato: bisogna che ci piacciano quelle cose che ricusa
la carne, e ci dispiacciano quelle che la carne domanda.
Così appunto disse un giorno il Signore a S. Francesco
d'Assisi: Se desideri me, piglia le cose amare per dolci
e le dolci per amare.5 Né serve a dire, come dicono
taluni, che la perfezione non consiste in affliggere il
corpo, ma in mortificare la volontà. Risponde a costoro
il P. Pinamonti così: Neppure il frutto d'una vigna
consiste già nell'avere una siepe di spine, ma con
tutto ciò la siepe e quella che custodisce il frutto,
e senza quelle spine il frutto mancherebbe, secondo dice
l'Ecclesiastico (XXXVI, 27): Ubi non est sepes, diripietur
possessio: dove non v'è siepe, il territorio
andrà in rovina.6
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S.
Luigi Gonzaga, quantunque fosse di poca sanità, era
così avido di macerare il suo corpo, che altro non
cercava che mortificazioni e penitenze: e a chi gli disse
una volta che non consisteva in quelle la santità,
ma nell'annegazione de' propri voleri, saggiamente rispose
colle parole del Vangelo: Haec oportet facere et illa
non omittere (Matth. XXIII, 23).7 Volendo dire che
quantunque è necessario mortificare la propria volontà,
nondimeno ancora è necessario mortificare il corpo,
per tenerlo a freno e ubbidiente alla ragione. Perciò
dicea l'Apostolo: Castigo corpus meum et in servitutem
redigo (I Cor. IX, 27). Quando il corpo non è
mortificato, difficilmente sarà ubbidiente alla legge.
Quindi dicea S. Giovanni della Croce, parlando di taluni
che poco amano le penitenze e si fan poi maestri di spirito
agli altri, e disprezzano e sconsigliano le mortificazioni
esterne: Chiunque si vedesse insegnar dottrina di remissione
circa la mortificazione della carne, non gli si dia fede,
benché la confermasse co' miracoli.8
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3. Sono gran nemici della nostra eterna salute il mondo
e 'l demonio, ma il peggior nemico ch'abbiamo, è
il nostro corpo, perch'è nemico che sta dentro la
casa. Dice S. Bernardo: Magis nocet domesticus hostis
(De Anima, cap. XV).9 Una piazza assediata non ha peggiori
nemici di coloro che tiene di dentro, poiché da essi
è più difficile di guardarsi che dagli altri
che stanno di fuori. Dicea pertanto il B. Giuseppe Calasanzio:
Non bisogna far più conto del corpo, che d'uno straccio
di cucina.10 Ed in fatti così han praticato i santi
con se stessi. Siccome gli uomini del mondo non studiano
altro che di soddisfare i loro corpi co' piaceri sensuali,
così all'incontro le anime amanti di Dio non istudiano
altro che di mortificare, sempre che possono, la loro carne.
S. Pietro d'Alcantara diceva al corpo suo: Corpo mio, quietati,
io in questa vita non voglio darti alcun riposo, altro da
me non avrai che tormenti: quando poi saremo in paradiso,
ivi riposerai con quel riposo che non ha più fine.11
Lo stesso praticò S. Maria Maddalena de' Pazzi, dicendo
nell'ultimo della sua vita, di non ricordarsi di aversi
preso mai alcun piacere, se non solamente in Dio.12 Leggiamo
pure le Vite de' santi, e vediamo ivi le penitenze ch'essi
han fatte, e vergogniamoci poi d'esser noi
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così
delicati e riserbati nell'affliggere la nostra carne. Leggesi
nelle Vite de' Padri antichi (Lib. I, in Vita S. Euphras.)
che vi era un monastero numeroso di monache, le quali non
gustavano né frutti né vino: alcune non prendeano
cibo che da una sera all'altra: alcun'altre non si cibavano
se non dopo due o tre giorni di rigorosa astinenza: tutte
poi vestivano di cilizio, e sopra il cilizio dormivano.13
Io non pretendo ciò dalle religiose d'oggidì;
ma che gran cosa è, che una monaca almeno facciasi
la disciplina più volte la settimana? che porti qualche
catenella sulle carni fino ad ora di pranzo? che nel verno
in qualche giorno della settimana, e nelle novene di sua
divozione, non si accosti al fuoco? e si astenga da' frutti
e da' dolci? e che nel sabbato faccia il digiuno in pane
ed acqua, o almeno si contenti d'una sola vivanda in ossequio
della Madre di Dio?
4.
Ma dirà taluna: Io sono inferma, e perciò
il direttore mi proibisce tutte le penitenze. - Bene, ubbidite:
ma almeno abbracciate con pace tutte le molestie delle vostre
infermità, e gl'incomodi che apportano le stagioni
di caldo e di freddo. E se non potete mortificare il vostro
corpo con penitenze positive, almeno astenetevi da qualche
piacere lecito. S. Francesco Borgia, andando a caccia co'
falconi, in atto che l'uccello stava per investire la preda,
bassava gli occhi, e si privava di quella veduta.14 S. Luigi
Gonzaga privavasi ancora di mirare gli spettacoli
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245 -
più
curiosi delle feste in cui si trovava.15 Queste e simili
mortificazioni, perché non potete farle ancor voi?
Il corpo, quando gli son negati i gusti leciti, non avrà
ardire di cercare gl'illeciti; all'incontro coloro che voglion
pigliarsi tutte le soddisfazioni lecite, presto caderanno
in prendersi alcun piacere che non è lecito. Oltreché
diceva il gran Servo di Dio il P. Vincenzo Carafa della
Compagnia di Gesù, che 'l Signore ci ha donate le
delizie di questa terra non solo acciocché ne godiamo,
ma a fine ancora che noi avessimo onde essergli grati, donandogli
i suoi medesimi doni, col privarcene, per dimostrargli il
nostro amore.16 È vero che certi piaceri innocenti
par che aiutino la nostra debolezza umana e ci rendano più
atti agli esercizi spirituali; ma bisogna star persuaso
che i piaceri sensuali, per sé parlando, sono veleni
dell'anima, poiché l'attaccano alle creature; ond'è
che questi piaceri si han da prendere, come si prendono
i veleni. Anche i veleni talvolta giovano alla sanità
del corpo, quando son ben preparati
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e
molto moderati; ma sempre son rimedi composti da' veleni,
e perciò si han da prendere con molta cautela e moderazione,
e senza attacco, ma solo per necessità, affine di
poter servire meglio Dio.
5.
Inoltre bisogna che stiamo attenti a non fare che, per liberarci
dalle infermità del corpo, abbiamo a tenere inferma
l'anima, la quale sarà sempre inferma, quando ella
non tiene mortificata la carne. Dicea S. Bernardo: Compatior
infirmitatibus corporum, sed amplius metuenda infirmitas
animarum (Epist. 321):17 Compatisco le infermità
de' corpi, ma più compatisco le infermità
delle anime, che sono assai più pericolose e da temersi.
Oh quante volte alcuna infermità del corpo ci serve
per pretesto a prenderci qualche libertà che non
sarebbe necessaria! Scrive S. Teresa, avvertendo in ciò
le sue monache: Lasciamo il coro un giorno perché
ci duole la testa; l'altro perché ci è doluta;
altri tre poi perché non ci dolga (Camm. di perfect.
cap. 10).18 Onde la santa poi nel capo seguente così
avvertiva le sue figlie: Siete venute non ad accarezzarvi,
ma
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a
morire per Gesù Cristo.19 Se non ci risolviamo d'inghiottire
il mancamento di sanità, non faremo mai niente. Che
importa che muoiamo? Quante volte ci ha burlato questo corpo?
e noi non ci burleremo alcuna volta di lui?20 Diceva ancora
il B. Giuseppe Calasanzio: Guai a quel religioso che ama
più la sanità che la santità!21 S.
Bernardo stimava esser cosa indecente a' religiosi infermi
il prender medicine di valore; dicea bastare ad essi i decotti
dell'erbe.22 Io non pretendo ciò dalle monache, ma
dico che difficilmente può esser molto spirituale
una monaca che continuamente cerca medici e rimedi, e non
si contenta talvolta neppure di quel che dice il medico
ordinario, e perciò tiene inquieto tutto il monastero.
Dice Salviano: Homines Christo dediti infrmi sunt et
volunt esse; si fortes fuerint, sancti esse vix possunt:23
Le persone dedicate all'amore di Gesù Cristo, specialmente
le religiose sante, per lo più stanno inferme di
corpo - leggete le Vite di S. Teresa, di S. Rosa, di S.
Maria Maddalena de' Pazzi e simili - e tali vogliono essere,
altrimenti dice Salviano, difficilmente possono farsi sante.
La Ven. Beatrice dell'Incarnazione, prima figlia spirituale
di S. Teresa, stando piena d'infermità e di dolori,
dicea che non avrebbe cambiato il suo stato colla principessa
più felice di questa terra; e con tutto che tanto
patisse, non si lagnava mai; onde le disse per ischerzo
un'altra religiosa: «Sorella mia, voi mi sembrate
uno di quei poveri che si muoiono di fame, ma più
tosto vogliono patir la loro fame che
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248 -
avere
il rossore di manifestare la loro povertà».24
Quindi ricaviamone che se noi non possiamo fare molte mortificazioni
corporali, per cagione della debole nostra sanità,
almeno abbracciamoci quelle infermità che c'invia
il Signore. Queste abbracciate con pazienza, forse meglio
che le penitenze volontarie, ci condurranno alla perfezione
dello spirito. Dicea santa Sincletica: Siccome per le medicine
si cura l'infermità del corpo, così per l'infermità
del corpo si curano i vizi dell'anima (In Vit. Patr. lib.
3, c. 36).25
6.
Oh quanti beni apportano allo spirito le mortificazioni
del corpo! - Elle ci distaccano da' gusti del senso che
feriscono e spesso danno anche morte all'anima. Vulnera
caritatis, diceva Origene, non faciunt sentire vulnera carnis
(In Cant. c. 3).26 Di più le mortificazioni
ci fanno soddisfare in questa
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249 -
vita
le pene de' nostri peccati. A chi ha offeso Dio, sebbene
è perdonata la colpa, resta nondimeno il dover soddisfare
la pena temporale; e chi non la soddisfa in questa vita,
l'ha da pagare nell'altra al purgatorio. Ma ivi le pene
saranno immensamente più grandi. In tribulatione
maxima erunt, nisi poenitentiam... egerint (Apoc. II,
22): Quei che non avranno fatta penitenza de' loro peccati,
patiranno tormenti massimi nell'altro mondo. Narra S. Antonino
che ad un infermo fu proposto dall'angelo se volea star
nel purgatorio per tre giorni o pure in letto per due anni
con quell'infermità che pativa. L'infermo elesse
i tre giorni di purgatorio; ma essendovi stato appena un'ora,
si lagnava coll'angelo che in vece di tre giorni avesse
fatto passare più anni. L'angelo gli rispose: «Che
dici? Il tuo corpo ancora è caldo sul letto dove
sei morto, e tu parli di anni?»27 Per tanto se voi
volete patire con pace, figuratevi
-
250 -
di
dover vivere quindici o venti altri anni, e dite: Questo
è il mio purgatorio; non l'ha da vincere il corpo,
ma lo spirito.
7.
Inoltre le mortificazioni sollevano l'anima a Dio. Dicea
S. Francesco di Sales che non potrà mai l'anima sollevarsi
a Dio, se la carne non è mortificata e depressa.28
E S. Teresa diceva su questo punto diverse belle sentenze:
Il pensare che Dio ammetta alla sua familiarità gente
comoda, è sproposito.29 Regalo ed orazione non si
compatiscono insieme.30 Anime che da vero amano Dio non
possono dimandar riposo.31
8.
Inoltre le mortificazioni ci acquistano una gran gloria
in cielo. Dicea l'Apostolo: Se i lottatori si astengono
da tutte le cose che possono diminuire le loro forze, e
così impedire la vittoria d'una corona misera temporale,
quanto più noi dobbiam mortificarci per acquistare
una corona immensa ed eterna? Illi quidem ut corruptibilem
coronam accipiant, nos autem incorruptam (I Cor. IX,
25). Vide S. Giovanni tutt'i beati colle palme nelle mani:
Et palmae in manibus eorum (Apoc. VII, 9). Con ciò
dobbiamo intendere che, per salvarci, tutti abbiamo da esser
martiri, o di ferro per mezzo de' tiranni o di mortificazione
per mezzo di noi stessi. Ma bisogna intendere insieme che
quanto soffriamo quaggiù, tutto è niente a
confronto della gloria eterna che ci aspetta in paradiso:
Non sunt condignae passiones huius temporis ad futuram
gloriam, quae revelabitur in nobis (Rom. VIII, 18).
Queste brevi e poche mortificazioni in somma ci frutteranno
un'eterna e piena felicità:
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251 -
Momentaneum
et leve tribulationis nostrae... aeternum gloriae pondus
operatur in nobis
(II Cor. IV, 17).
9.
Ravviviamo dunque la fede. Poco ci abbiamo da stare su questa
terra. La casa nostra è l'eternità, dove più
goderà chi più si sarà mortificato
in vita. Dice S. Pietro che i beati sono le pietre vive,
delle quali è composta la celeste Gerusalemme;32
ma queste pietre prima debbon lavorarsi sulla terra collo
scarpello della mortificazione, come canta la santa Chiesa:
Scalpri
salubris ictibus
Et
tunsione plurima,
Fabri
polita malleo
Hanc
saxa molem construunt.33
Figuriamoci
pertanto che ogni atto di mortificazione è una scarpellata
o sia un lavoro di paradiso. Questo pensiero ci renderà
dolce ogni pena ed ogni fatica. Chi sapesse che acquista
tanto territorio quanto in un giorno giunge a camminarne,
quanto gli riuscirebbe dolce e desiderabile la fatica di
quel cammino? Narrasi nel Prato Spirituale che un certo
monaco voleva mutar la sua cella per averne un'altra più
vicina all'acqua. Ma andando una volta a prender l'acqua
dalla cella antica, intese che uno da dietro gli contava
i passi; si voltò, e vide un giovanetto che gli disse:
«Io sono l'angelo che numero i tuoi passi, acciocché
niuno di loro resti senza premio». Sentendo ciò
il monaco non pensò più a mutar la cella,
ma forse desiderò che fosse più lontana, per
poter più meritare.34
-
252 -
10. Ma non solo nell'altra vita, anche in questa godono
pace e contenti le religiose mortificate. E che maggior
contento può avere un'anima amante di Dio, che, mortificandosi,
saper che dà gusto a Dio? La stessa privazione de'
gusti del senso, la stessa pena ad un'anima amante è
delizia: delizia non già del senso, ma dello spirito.
L'amore non sa stare ozioso. Chi ama Dio non sa vivere senza
dargli continuamente contrassegni del suo affetto. E non
può l'anima dare a Dio maggior contrassegno d'amarlo,
che con privarsi de' piaceri temporali ed offerirgli le
sue pene. Eh che un'anima innamorata di Gesù Cristo
non patisce no nel mortificarsi! Chi ama non fatica, dice
S. Agostino: Qui amat, non laborat (In manual).35
«E chi poi sarà, dice S. Teresa, che, vedendo
Gesù Cristo coverto di piaghe ed afflitto da persecuzioni,
non le abbracci e desideri?»36 Perciò dice
S. Paolo ch'egli non volea altra gloria e delizia che di
abbracciarsi colla croce di Gesù Cristo: Mihi
autem absit gloriari, nisi in cruce Domini nostri Iesu Christi
(Gal. VI, 14). Questo è il contrassegno, dicea,
per distinguere coloro che amano o non amano Gesù
Cristo: Qui autem sunt Christi, carnem suam crucifixerunt
cum vitiis et concupiscentiis (Gal. V, 24): Quei che
sono del mondo, attendono
-
253 -
a
soddisfar la loro carne; ma quei che sono di Gesù
Cristo, attendono a macerarla e crocifiggerla.
Concludiamo
per voi, sorella benedetta. Pensate che la vostra morte
si accosta, e poco sinora avete acquistato per lo paradiso.
Procurate dunque almeno da oggi avanti di mortificarvi quanto
potete, almeno privandovi di quelle soddisfazioni che vi
cerca l'amor proprio. E non lasciate passarne alcuna occasione
che ne abbiate, come vi avvisa lo Spirito Santo: Particula
boni doni non te praetereat (Eccli. XIV, 14). Pensate
che quella occasione di mortificarvi è un dono che
vi fa Dio per potervi acquistare più merito nell'altra
vita; e pensate che quello che potete far oggi, non lo potete
far domani, perché il tempo che scorre non più
ritorna.
11.
Voglio qui in fine mettervi avanti gli occhi, per animarvi
alla penitenza, quello che vide S. Giovanni Climaco in quel
monastero di monaci, chiamato carcere de' penitenti, appunto
secondo egli poi lo descrisse (In Scala Parad. Gradus)37:
«Vidi, dice il santo, alcuni di essi starsene tutta
la notte fermi in piedi all'aria scoperta, combattendo col
sonno. Vidi altri tener gli occhi fissi in cielo, e chiedere
piangendo a Dio pietà; altri ligati colle mani dietro
le spalle, starsene col capo chino, come indegni di alzare
gli occhi in cielo. Altri starsene sulla cenere, col capo
tra le ginocchia, e percuotendo la terra colla fronte. Altri
inondare il pavimento colle lagrime. Altri starsene ai raggi
cocenti del sole. Altri bruciare di sete, contentandosi
d'un solo sorso d'acqua per non morire. Altri prendere un
boccone di pane, e poi gettarlo via, dicendo che non merita
cibi d'uomini chi ha fatte opere di bestia. Altri colle
guance solcate dalle continue lagrime. Altri cogli occhi
scarnati e riconcentrati dentro. Altri battersi talmente
il petto, che sputavano sangue. Tutti poi vidi colle facce
sì pallide e maciate che parevano cadaveri».38
Finalmente
-
254 -
conchiude
il santo dicendo ch'egli stimava più felici quei
penitenti che dopo esser caduti si maceravano con tante
penitenze, che gli altri che si ritrovavano senza cadute,
ma senza
-
255 -
penitenza.39
Ma che dovrà dirsi poi di quei peccatori che si trovano
caduti e senza penitenza?
Preghiera.
Sposo
mio, aiutatemi e datemi forza, ch'io da ogg'innanzi voglio
servirvi d'altro modo che non ho fatto per lo passato. Per
lo passato ho atteso a soddisfare i miei sensi e l'amor
proprio, senza curarmi del vostro disgusto; ma per l'avvenire
voglio attendere solamente a contentar voi, che ben meritate
tutto il mio amore. Voi per amor mio vi avete eletta una
vita tutta piena di affanni e di pene: voi niente avete
sparambiato per tirarmi ad amarvi, ed io avrò da
seguire a vivere così ingrata, come sono stata per
tanti anni? No, Gesù mio, non ha da esser così:
basta quanto v'ho offeso.
Perdonatemi
voi, e perdonatemi tutto; mentr'io di quante amarezze vi
ho date colla mia vita così sconcertata, ne ho pena
e me ne pento con tutto il cuore. Ora con tutto il cuore
io v'amo, e voglio far quanto posso per compiacervi in tutto,
senza riserva. Fatemi sapere quel che volete da me per mezzo
del mio direttore, che tutto ora propongo e spero di farlo
colla grazia vostra.
Amato
mio Redentore, riempite voi la mia memoria di santi pensieri,
acciocch'io mi ricordi sempre de' dolori che voi, mio Dio,
avete sofferti per me; e riempite la mia volontà
di santi affetti, acciocch'ella non attenda ad altro che
a darvi gusto, ed altro non voglia se non quello che volete
voi, senz'avere altra libertà che per esser tutta
vostra. Fate, Signore, ch'io v'ami e v'ami assai, perché
se v'amerò, tutte le pene mi saran dolci e care.
Vergine
santa e madre mia, Maria, aiutatemi voi a dar gusto a Dio
in questa vita che mi resta: in voi tutta confido.
1 «Ecce enim parcitas putatur avaritia,
sobrietates austeritas creditur, silentium tristitia reputatur.
E contra remissio discretio dicitur; effusio, liberalitas;
loquacitas, affabilitas; cachinnatio, iucunditas; nollities
vestimentorum et equorum fastus, honestas; lectorum superfluus
cultus, munditia. Cumque haec alterutrum impendimus, caritas
appellatur. Ista caritas destruit caritatem, haec discretio
discretionem confundit. Talis misericordia crudelitate plena
est, qua videlicet ita corpori servitur, ut anima iuguletur.
Quae enim caritas est, carnem diligere, et spiritum negligere?
quaeve discretio totum dare corpori, et animae nihil? qualis
vero misericordia, ancillam reficere, et dominam interficere?...
Bona misericordia, misereri animae tuae; nec potest non
mereri misericordiam, qua fit ut placeas Deo. Alias autem
non est misericordia, sicut iam dixi, sed crudelitas; non
est caritas, sed iniquitas; non discretio, sed confusio,
sterilem quae non parit pascere, id est inutilis carnis
concupiscentiis inservire; et viduae nil boni facere, animae
videlicet excolendis virtutibus nullam operam dare. Quae
utique, licet Sponso interim sit viduata caelesti, sensus
tamen de Spiritu Sancto concipere et parere non desinit
immortales.» S. BERNARDUS, Apologia ad Guillelmum,
cap. 8, nn. 16 et 17. ML 182-908,909.
2
«Quomodo dicunt nobis carnales homines:
Crudelis est vita vestra, non parcitis carni vestrae? Simus
nos crudeles interim non parcendo: at vos plane parcendo
crudeliores. Siquidem etiam nunc caro nostra requiescit
in spe; videritis vos ipsi quid ignominiae interim vestra
sustineat, quid miseriae eam maneat in aeternum.»
S. BERNARDUS, In Psalmum «Qui habitat», sermo
10, n. 3. ML 183-223.
3
RODERICIUS, Exercitium perfectionis, pars 2, tract. 1, cap.
4, n. 6.- «Eum (Macarium Alexandrinum) aliquando subierunt
cogitatione vanae gloriae, quae eum e cella eiiciebant,
et suggerebant ut honesto consilio et iusta de causa Romam
pergeret, pro beneficio eorum qui aegrotabant; valde enim
in eum operabatur gratia adversus spiritus. Postquam autem
longo tempore non obediit, valde agitabatur. Cadens vero
in limine cellae, foras pedes emisit, et dicit: «Trahite
et vellite, o daemones, si potestis. Ego enim non abeo meis
pedibus,» iurans fore ut iaceat usque ad vesperam,
et nisi eum excutiant, non esse auditurum. Cum autem diu
procubuisset, surrexit; cum nox autem adventasset, ei rursus
exhibuere negotium. Et cum duorum modiorum sportam inplesset
arena, et imposuisset humeris, pervadebat totam solitudinem.
Huic occurrit Theosebius Cosmetor, genere Antiochenus, et
ei dicit: «Quid portas, abba? Cede mihi onus, et ne
vexeris.» Ille autem dixit: «Vexo eum qui me
vexat; nam cum sim remmissus et ignavus, suggerit mihi peregrinationes.»Cum
autem diu promovisset, ingressus est cellam contrito corpore.»
PALLADIUS, Historia Lausiaca, cap. 19-20. MG 34-1062; ML
73-1118.
4
Mosè, da famigerato principe di ladroni
diventato insigne monaco, fu fatto segno dai demonii ad
ogni sorta di molestie, specialmente a continue tentazioni
contro la castità. Di queste non riuscì a
liberarsi con nessuna industria, neppure coll' astenersi
per anni dal sonno. Una notte, il demonio lo percosse in
modo, che fu trovato mezzo morto. Quindi: «Ammo toto
aegrotavit, ut vix corpus eius et anima convaluerit. Tunc
dicit illi magnus Christi sacerdos isidorus: «Cessa
deinceps, frater Moyses, contendere cum daemonibus, et ne
sic eis insultaveris: est enim modus quoque fortitudinis
in exercitatione.» Is autem illi dicit: «Non
cessabo cum eis pugnare, donec mihi cessaverit phantasia
somniorum.» Tunc ei dicit Christi servus Isidorus
presbyter: «In nomine Domini nostri Iesu Christi,
ab hoc temporis articulo, cessabunt turpia tua somnia: bono
deinceps et fidenti animo communica sacramentis. Ne enim
gloriareris, ut qui tua exercitatione vicisses affectione,
ideo vehementer in te suam exercuit potestatem, ad tuam
utilitatem, ne incideres in animi elationem.» His
auditis reversus est in cellam, quiete deinceps attendens
moderato instituto exercitationis. Post duos autem vel tres
menses rogatus a beato Isidoro.... numquid amplius ei molestiam
exhibuisset spiritus, respondit: «Ab illa hora qua
mihi precatus est Christi servus, nihil mihi accidit eiusmodi.»
Dignatus est autem hic sanctus gratia adversus daemones,
adeo ut sicut nos muscas hieme contemniumus, ita, atque
adeo amplius, hic magnus Moyses contemneret daemones.»
PALLADIUS, Historia Lausiaca, cap. 22. MG 34-1069, 1070;
ML 73-1121, 1122.
5
«Or standosi egli così ritirato
nei luoghi solitari, e con continue orazioni e sospiri dimandando
grazia a Gesù Cristo che lo indirizzasse per il vero
cammino, sentì una voce da un Crocifisso, che gli
disse: «Francesco, tutto ciò che tu hai fin
qui vanamente amato e desiderato, ora è necessario
che aborrisci e disprezzi, se vuoi sapere la mia volontà.
Il che se tu farai, sentirai di nuovo gusto e dolcezza in
quel che prima ti pareva amaro e insopportabile, e quello
in che tu prima ti dilettavi, or ti sarà di noia.»
MARCO DA LISBONA, Croniche del P. S. Francesco, parte I,
lib. 1, cap. 2.
6
«Potrete comprendere agevolmente quanto
mai a proposito sia disprezzata anche la penitenza esteriore
da certe persone troppo delicate, che si fingono la divozione
a loro capriccio, con dire che la perfezione non consiste
nella penitenza, ma nella carità. Questo è
verissimo; ma anche il frutto di una vigna non consiste
nella sua siepe, giacchè le viti, e non le spine,
producono l' uva; ma intanto la siepe custodisce questo
medesimo frutto, e senza le sue spine, saranno vane tutte
l' altre fatiche: Ubi non est sepes, diripietur possessio.
(Eccli. XXXVI).» Gio. P. PINAMONTI, S. I., La Religiosa
in solitudine, Lezione per il terzo giorno, Mezzi per acquistar
lo spirito di penitenza. Opere, Parma, 1710, pag. 155, col.
2.
7
«Erat tam cupidus male habendi corporis,
tantoque longius quam vires ferrent ab eo se studio provehi
patiebatur, ut, nisi moderatores frenum ei iniecissent,
aliquot sibi de vita nnos dempturus brevi fuisse videatur....
Dictitantibus vero perfectionem sanctitatis in interiore
animi virtute consistere, et voluntati potius vim adhibendam
esse quam corpori, respondebat: «Haec oportet facere,
et illa non omittere.» CEPARIUS, Vita, lib. 2, cap.
8, nn. 194, 196: inter Acta Sanctorum Bollandiana, Addenda
ad diem 21 iunii, post diem 24.
8
«Avendo egli udito da un religioso,
per nome il P. F. Giovanni di Sant' Anna, arrivato da un
altro convento, che un certo superiore, per attendere alla
salute de' secolari, era molto indulgente co' predicatori
e confessori, e facilitava nelle uscite di casa e nel maneggio
degli stranieri negozi: investito un giorno da uno spirito
veemente, e con estro in lui pochissime volte osservato,
gli disse: «Miri il mio P. F. Giovanni, se in qualche
tempo alcuno, ancorchè fosse superiore, gli persuadesse
qualche dottrina di larghezza, quand' anche con miracoli
gliela confermasse, non gli creda, e molto meno la metta
in pratica; ma piuttosto abbracci la penitenza e lo staccamento
da tutte le cose, e non cerchi Cristo fuori della croce:
poichè ci ha egli chiamati agli Scalzi della Vergine
per seguirlo sopra di essa nell' annegazione di tutte le
cose e di noi medesimi, e non a procurare i nostri agi e
piaceri. Badi adunque a non dimenticarsi di questo punto,
e a predicarlo quando gli scaderà, siccome cosa che
tanto importa.» MARCO DI SAM FRANCESCO, Vita, lib.
2, cap. 4: Opere, del Santo, III, Venezia, 1747, pag. 157.
9
Meditationes piissimae de cognitione humanae
condicionis, cap. 13, n. 35. ML 184-504.- Vedi sopra, cap.
7, num. 2, nota 5, pag. 140.
10
Questa sentenza, quantunque, per altro conforme
al modo di parlare e di agire di S. Giuseppe Calasanzio,
è di S. MARIA MADDALENA DE' PAZZI. «Non bisogna
far più conto del suo corpo, che d' uno straccio
di cucina.» Detti e sentenze, § 5, n. 28. PUCCINI,
Vita, Venezia, 1671, pag. 302. E così faceva la santa
nell' esercizio non solo della mortificazione, ma anche
della carità verso il prossimo nelle fatiche corporali,
secondo la regola 8, tra le venti che le diede Nostro Signore:
«Sii sitibonda come il cervo dell' acque, giorno e
notte, cioè d' esercitare per ogni tempo la carità
dei membri miei, facendo stima della debolezza e stanchezza
del corpo tuo, quanto della terra che è calpestata.»
PUCCINI, Vita, Venezia, 1671, cap. 85; Firenze, 1611, parte
1, cap. 10.
11
«Neque his cruciatibus corpus suum
affligere remisit, aut aliquando foveri sodalium etiam precibus
concessit, quibus subinde respondebat: «Fratres, iam
cum corpore meo conveni, quod dum in hoc mundo vixero, pati
non cessabit: at cum in caelum pervenero, aeternam ei requiem
permittam.» LAURENTIUS A S. PAULO, Vita, lib. 4: inter
Acta Sanctorum Bollandiana, die 19 octobris, n. 236.
12
«Essendo poi agli ultimi giorni di
sua vita, disse con serena faccia che ringraziava Dio di
non aver mai saputo che cosa fosse azione contro la castità,
nè si ricordava d' aver preso giammai gusto se non
in Dio benedetto.» PUCCINI, Vita, parte 1, cap. 63;
Firenze, 1611, pag. 87.
13
«Erat autem monasterium mulierum...
habens architria (cellulas?) centum triginta, de quibus
magnas et mirabiles virtutes homines praedicabant. In illo
namque monasterio nemo gustabat vinum, nulla illarum pomum
edere, aut uvas, aut ficus, aut aliquid huiusmodi bonorum,
quae terrena nascuntur ubertate, gustabat. Quaedam autem
earum a vespera usque ad aliam vesperam ieiunium protrahebat;
aliae vero post biduum edebant, aliae vero post triduum.
Nulla earum pedes suos abluebat; aliquantae vero audientes
de balneo loqui.... magnam abominationem se audire iudicabant...
Unaquaeque vero earum stratum in terra habebat, cilicium
parvulum unius cubiti latitudinis, et longitudinis trium,
et paululum in ipsis requiescebat. Erant autem ianitrix,
per quam responsa omnia flebant, matura; multaeque sanitates
ibi fiebant.» De vitis Patrum, lib. 1, Vita Sanctae
Euphrasiae, auctore incerto, cap. 6. ML 73-626, 627.
14
«.... Mi dava Iddio spirito e virtù
per mortificarmi, e negare a' miei occhi il maggior diletto
che aver potessero in quella ricreazione. Perochè
molte volte, nell' atto del far la presa il falcone, e ammazzare
la garza, io abbassava gli occhi, e negava loro la presa
di quel diletto, che si gran fatica m' era costato il procacciariomi,
fin talora cercandone tutto un giorno.» Tutto il fin
qui recitato ebbe il confessore e compagno del santo P.
Francesco da lui medesimo.» BARTOLI, Vita, lib. 1,
cap. 3. Ribadeneira, o il suo interprete, non sembra aver
solto nel segno, mentre dice- Vita, cap. 2, n. 16, inter
Acta Sanctorum Bollandiana, die 10 octobris-: «Praedam...
unguibus saepius eripere et manu mittere solitus quam longo
diei spatio quaesiisset, ut vincere sese ipse animique sensum
iam tum assuesceret.» Il Santo mortificava se stesso,
non il falcone.
15
«Una volta fu dal marchese suo padre condotto a Milano
a veder la mostra che si faceva della cavalleria di quello
stato, alla quale il marchese per lo grado che aveva, insieme
con tant' altri signori doveva trovarsi presente. Or essendovi
concorso un infinito popolo per vederla, perchè è
cosa di bellissima vista, Luigi non avendo potuto sfuggire
di andarvi... trovò un altro rimedio; e fu che non
volle in conto veruno stare ne' primi luoghi... e... per
quanto potè, s' ingegnò di tenere sempre gli
occhi chiusi, o volti in altra parte.» CEPARI, Vita,
parte 1, cap. 6.
16
«Diceva che Iddio, dandoci tutto il
mondo, e quanto in esso è, per uso necessario del
vivere, e di vantaggio ancora per delizie da dilettarci,
non solamente l' ha fatto per usar co' suoi un atto di sua
liberalità e magnificenza, offerendoci in dono un
modo intero di beni, ma perchè noi avessimo onde
esser grati e liberali con lui, donandogli il suo medesimo
dono: e anco perchè l' amor nostro verso lui avesse
con che mostrarsi puro e senza niuno interesse, mentre potendo
noi possedere Dio e le cose create, non solo non vogliamo
lasciar lui per queste, ma in segno di non pregiare altro
che lui, d' ogni altra cosa, che non è lui, volontariamente
ci spogliamo, ricchi solo della sua grazia, contenti del
suo amore, e di non altro beati che della speranza di viver
seco in eterno.» BARTOLI, Vita, lib. 2, cap. 13.
17
«Ceterum unum quidem a me petit venerabilis
abbas vester, quod mihi minime bonum videtur. Credo autem
quod et ego spiritum Dei habeam, et consilium Dei in hoc.
Scio quidem quod in regione habitatis infirma, et multis
aliqui ex vobis laborant infirmitatibus. Sed mementote eius
qui dixerit: Libenter gloriabor in infirmitatibus meis,
ut inhabitet in me virtus Christi; et: Cum infirmor, tum
fortior sum (II Cor. XII, 9, 10). Compatior utique, et multum
ego compatior infirmitati corporum: sed timenda multo magis,
ampliusque cavenda infirmitas animarum. Propterea minime
competit religioni vestrae medicinas quaerere corporales,
sed nec expedit saluti. Nam de vilibus quidem herbis, et
quae pauperes deceant, interdum aliquid sumere, tolerabile
est, et hoc aliquando solet fieri. At vero species emere,
quaerere medicos, accipere potiones, religioni indecens
est, et contrarium puritati, maximeque Ordinis nostri nec
honestati congruit nec puritati. Haec enim omnia gentes
inquirunt. Scimus autem quia qui in carne vivunt, Deo placere
non possunt (Rom. VIII, 8). Spiritualia proinde spiritualibus
comparanda (I Cor. II,!£), et quaerenda potio humilitatis,
et clamandum in toto corde: Sana animam meam, Domine, quia
peccavi tibi (Ps. XL, 5). Huic sanitati, fratres dilectissimi,
operam date; hanc sectamini, hanc servate, quia vana salus
hominum.» S. BERNARDUS, Epistola 345, ad Fratres de
Sancto Anastasio (cioè alle Tre Fontane, nelle vicinanze
di Roma, luogo, come si sa, dalla diligenza dei Trappisti
reso meno insalubre sol mezzo secolo fa), n. 2. ML 182-550,
551.
18
«No guardan unas cosas muy bajas de
la Regia, como el silencio, que no nos ha de hacer mal,
y no nos ha venido la imaginacion, de que nos duele la cabeza,
cuando dejamos de ir al coro, que tampoco nos mata: un dia
porque nos doliò, y otro porque nos ha dolido, y
otros tres porque no nos duela.» S. TERESA, Camino
de perfecciòn, cap. 10: nell' autografo dell' Escuriale.
Obras III, 54, not. 1.
19
«Deterninaos, hermanas, que venis a
morir por Cristo y no a regalaros por Cristo.» S.
TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 10. Obras, III,
53.
20
«Si no nos determinamos a tragar de
una vez la muerte y la falta de salud, munca haremos nada.
Procurad de no temerla y dejaros toda en Dios, venga lo
que viniere. ¿ Què va en que muramos? De cuantas
veces nos ha burlado el cuerpo, ¿ no burlariamos
alguna dèi?» S. TERESA, Camino de perfecciòn,
cap. 11. Obras, III, 56, 57.
21
«Vae religioso cui cordi magis est
sanitas quam sanctitas.» V. TALENTI, delle Scuole
Pie, Vita, lib. 7, cap. 9, III, n. 17.
22
Vedi sopra, nota 17.
23
«Quaeris igitur.... qua ratione infirmi
sint sancti viri. Respondeo breviter quia ideo sancti viri
infirmiores se esse faciunt, quia si fortes fuerint, sancti
esse vix possunt. Opinor enim omnes omnino homines cibis
ac poculis fortes esse; infirmos autem abstinentia, ariditate,
ieiuniis. Non ergo mirum est quod infirmi sunt qui usum
earum rerum respuent per quas alii fortes fiunt. Et est
ratio cur respuant, dicente Paulo apostolo de se ipso: Castigo
(corpus meum, et servitute subiicio, ne forte cum aliis
praedicaverim, ipse reprobus efficiar. (I. Cor. IX, 27)...
Haec ergo ratio est qua homines Christo dediti et infirmi
sunt et volunt esse.» S. SALVIANUS, De Gubermatione
Dei, lib. 1, n. 3. ML 53-34.
24
«Desear trabajos almas que tienen oraciòn,
es muy ordinario, estando sin ellos; mas, estando en los
mesmos trabajos, alegrarse de padecerlos, no es de muchas.
Y ansi, ya que estaba tan apretada, que durò poco,
y con dolores muy excesivos, y una postema que le diò
dentro de la garganta, que no la dejaba tragar, estabam
alli algunas de las hermanas, y dijo a la priora- como la
debia consolar, y animar a llevar tanto mal- que nenguna
pena tenia, ni se trocaria por nenguna de las hermanas que
estaban muy buenas... No parecia que vivia ni tractaba con
las criaturas, segun se le daba poco de todo; que de cualquiera
manera que fuersen laas cosas, las llevaba con una paz,
que siempre la vian estar en un ser. Tanto, que le dijo
una vez una hermana, que parecia de unas personas que hay
muy honradas, que aunque mueran de hambre, lo quierem màs
que no que lo sientan los de fuera; porque no podian creer
que ella dejaba de sentir algunas cosas, aunque tampoco
se le parecia.» S. TERESA, Las Fundaciones, cap. 12,
Obras, V, 96, 97.
25
«Dixit iterum (sancta Syncletica):
«Si infirmitas molesta nobis fuerit, non contristemur,
tamquam qui pro infirmitate et vulnere corporis non possimus
stare ad orandum aut psallendum ad vocem. Haec autem omnia
nobis pro destruendo corporis desiderio necessaria sunt,
quoniam ieiunia et labores propter turpes delectationes
nobis constituta sunt. Si igitur aegritudo ista retundit,
superfua de his observandis ratio est. Sicut enim magno
et forti medicamine aegritudo, ita aegritudine corporis
vitia reciduntur. Et haec est magna virtus, quando in infirmitatibus
tolerantia fuerit, et gratiarum actio mittitur ad Deum.»
De vitis Patrum, lib. 5, auctore graeco incerto, interprete
Pelagio, libell. 7, n. 17. ML 73-896.
26
Di Origene, sulla Cantica, abbiamo tre libri
con un Prologo (MG 13-62 et seq.), due omilie (MG 13-37
et seq.) e frammenti (MG 13-197 et seq.; MG 17-254 et seq.).
Non vi si trova la sentenza qui riferita da S. Alfonso.
Solo nel Prologo (MG 13-72) mostra come, a chi ama assai,
il patire assai pare poco: «Propter istud caritatis
vel amoris bonum, sancti nec in tribulatione angustiantur,
nec aporiati exaporiantur, nec deiecti pereunt, sed quod
in praesenti est momentaneum et leve tribulationis eorum
supra modum aeternum gloriae pondus operatur illis. Non
enim omnibus, sed Paulo, et his qui ei similes sunt, praesens
haec et momentanea ac levis dicitur tribulatio: quia perfectam
caritatem Dei in Christo Iesu per Spiritum Sanctum habent
in corde suo diffusam... Nihil... est quod non toleret qui
perfecte diligit. Plura autem quando non toleramus, certum
quod ob hoc quia caritatem, quae omnia tolerat, non habemus....
In luctamine quoque eo quod est nobis adversus diabolum,
quod frequenter cadimus, non dubium est quia ob hoc fiat
quod non est in nobis caritas illa quae numquam cadit.»
Ed aggiunge esser questa ardente carità l' argomento
della Cantica. - Nel suo Commentario in Epist. ad Rom.,
lib. 6, n. 1, MG 14-1056, parla più espressamente
Origene dell' efficacia della mortificazione, unita colla
memoria della Passione di Nostro Signore: «Quomodo
ergo possibile est ut peccatum in carne nostra non regnet?
Si faciamus illud quod idem Apostolus dicit: Mortificate
membra vestra, quae sunt supra terram (Coloss. III, 5),
et si sermper mortem Christi in corpore nostro circumferamus
(II Cor. IV, 10). Certum namque est, quia ubi mors Christi
circumfertur, non potest regnare peccatum. Est enim tanta
vis crucis Christi, ut si ante oculos ponatur et in mente
fideliter retineatur, ita ut in ipsam mortem Christi intents
oculus mentis aspiciat, nulla concupiscentia, nulla libido,
nullus furor, nulla superare possit invidia; sed continuo
ad eius praesentiam totus ille quem supra enumeravimus peccati
et carnis fugatur exercitus.»
27
«Legitur in libro de Septem donis quod,
cum quidam scelerate viveret, visitatus a Domino ut ad se
rediret, incurrit gravem infirmitatem et diutinam.... Attaediatus...
rogabat frequenter Dominum, ut de carcere corporis educeret
eum... Angelus... ex parte Dei dedit sibi optionem eligendi...
adhuc per duos annos illam infirmitatem tolerare... aut
tunc moriendo per tres dies in purgatorio permanere... Elegit
potius morari in purgatorio per triduum... Inde ad horam
ab exitu suo de hoc mundo, apparuit ei in purgatorio angelus....:
«Ego sum angelus Domini qui dedi tibi optionem....»
Cui ille: «Nequaquam vales esse angelus Dei, quia
ille mentiri non potest... Ego iam mansi in his maximis
poenis per plurimos annos.» Angelus vero ad eum: «Tu
hic non fuisti nisi per horam, ita quod adhuc habes hic
manere quod restat.» At ille: «Roga Dominum
meum... ut redicat ad vitam priorem, et ego nedum per duos
annos, sed quantum placuerit ei, paratus sum tolerare infirmitatem
illam.» Quod et obtinuit; unde... patientissime et
laetanter omnem dolorem tolerabat, expertus poenas purgatorii.»
S. ANTONIUS, Summa Theologica, pars 4, titulus 14, §
4 (in fine).
28
«Son sentiment ètait que la mortification sans
l' oraison ètait un corps sans âme sans corps.
Il ne voulait pas que ces deux choses fussent sèparèes..
Il les comparait aux deux bassinets de la balance, dont
l' un s' abaisse quand l' autre s' èléve.
Pour élever l' esprit par l' oraison, il faut abattre
le corps par la mortification; autrement la chair dèprimera
l' esprit et l' empêchera de s' élever à
Dieu». CAMUS, Esprit de S. François de Sales,
ed. Collet, partie 13, ch. 6.
29
«Puese creer que (Dios) admite a su
amistad estrecha gente regalada y sin trabajos, es disparate.»
S. TERESA, Camino de perfecciòn, cap. 18. Obras,
III, 83.
30
«Regalo y oraciòn no se compadece.» Camino
de perfecciòn, cap. 4. Obras, III, 26.
31
«¡ Oh, caridad de los que verdaderamente
aman este Señor y conocen su condiciòn! ¡Què
poco descanso podràn tener, si ven que son un poquito
de parte para que un alma sola se aproveche y ame màs
a Dios, u para darle algùn consuelo, y para quitarila
de algùn peligro! ¡Què mal descansarà
con este descanso particular suyo!» Las Fundaciones,
cap. 5. Obras, V. 39.
32
Et ipsi tamquam lapides vivi superaedificamini,
domus spiritualis. I Petr. II, 5.
33
Hymnus Caelestis urbs Ierusalem in Dedicatione
Ecclesiae, ad utrasque Vesperas et ad Matutinum.
34
«Senex quidam sedebat in eremo qui
longe habebat aquam a cella sua, per duodecim millia; ubi
dum semel iret haurire aquam, defecit, et dixit: «Quid
necesse est ut hunc laborem patiar? Venio, et habito circa
aquam hanc.» Et cum hoc dixisset, conversus vidit
quamdam sequentem se et numerantem vestigia sua. Interrogavit
autem eum, dicens: «Quis es tu?» Et ille dixit:
«Angelus Domini sum, et missus sum numerare vestigia
tua, et dare tibi mercedem.» Quod cum audisset senex,
forti animo factus promptior, et adhuc longius posuit cellam
suam ab aqua illa.» De vitiis Patrum, lib. 5, auctore
graeeco incerto, interprete Pelagio, libell. 7, n. 31. ML
73-900, 901.- Nel Prato spirituale, propriamente detto,
cioè nelle edizioni che danno il solo testo di Giovanni
Mosco (De vitis Patrum lib. 10, auctore Ioanne Moscho) questo
fatto manca.
35
«Non ergo recusetur labor, si adest
amor: nostis enim quoniam qui amat non laborat.» S.
AUGUSTINUS, In Ioannis Evangelium, tract. 48, n. 1. ML 35-1741.-
Queste parole non si ritrovano nel Manuale, il quale è
stato attribuito a S. Agostino, solo perchè contiene
non poche sentenze di lui. L' autore, nella Praefatio, ML
40-951, confessa di non essere nè aver voluto essere
altro che un compilatore: «Huic opusculo ad laudem
eius (Dei) operam dedi ut ex elegantioribus dictis sanctorum
Patrum breve et manuale verbum de Deo meo mecum semper haberem,
ex cuius lectionis igne, quoties tepesco, in eius accendar
amorem.»
36
«Si estàis con trabajos, u triste,
miralde camino del Huerto... U miralde atado a la Coluna...
U miralde cargado con la Cruz.... Si es ansì, Señor,
que todo lo quereis pasar por mi, ¿ què es
esto que yo paso por Vos? ¿De què me quejo?
que ya he verglienza de que os he visto tal, que quiero
pasar, Señor, todos los trabajos que me vinieren,
y tenerlos por gran biem por imitaros en algo. Juntos andemos,
Señor; por donde puerdes tengo de ir; por donde pasardes,
tengo de pasar. Tomà, hijas, de aquella cruz: no
se os dè nada de que os tropellen los judios, porque
El no vaya con tanto trabajo; no hagàis caso de lo
que os dijeren: haceos sorta a las mormuraciones; tropezando
cayendo con vuestro Esposo, no os apartèis de la
cruz ni la dejèis. Mirà mucho el cansancio
con que va, y las ventajas que hace su trabajo a los que
vos padecèis. Por grandes que los queràis
pintar, y por mucho que los queràis sentir, saldrèis
consolada de ellos, porque verèis son cosa de buria
comparados a los del Señor.» S. TERESA Camino
de perfecciòn, cap. 26. Obras, III, 121, 122.
37
«Cum intellexissem ego imbecillis homo
esse quamdam raram et inusitatam abiectissimamque vivendi
rationem quorumdam, qui in privato et separato quodam loco,
quem carcerem dicunt, degunt; subiecto tamen illi alteri
quod supra laudavi siderum sideri coenobio, et adhuc ibi
morarer, rogavi sanctum illum praeside, uti mihi liceret
sedem illam coram inspicere.» S. IO. CLIMACUS, Scala
paradisi, gradus 5. MG 88-763, 766.
38
«Cum ergo ad locum illum poenitentium,
imo vero ad regionem lugentium- carcerem, inquam - venissem,
vidi revera... facta... et verba quae Deo quodammodo possint
vim inferre... Vidi quosdam ex innocentibus illis reis totas
noctes ad usque mane sub dio immotis pedibus stantes, et
miserabiliter cum somno et natura luctantes, vique huius
pene fractos, dum nullam sibi penitus quietem indulgerent,
imo seipsos graviter adhuc obiurgarent... Alios caelum intuentes,
et illinc opem cum lamentabili voce gemituque implorantes.
Alios item qui in precibus perseverabant, manus post terga,
sceleratorum ritu, revincti, vultus alto maerore confusos
humi defigebant, ut qui se indignos iudicarent qui caelum
respicerent, nihil ausos loqui caelum respicerent, nihil
ausos loqui, nec ullam vocem mittere, nec precari, Deumve
prae cogitationum turba et conscientiae trepidatione et
ignominia appellare.... sed solam animam ratione confusam
mentemque Deo, pleni tenebris et subtili quasi desperatione
affecti, repraesentantes. Sedebant alii humi in pavimento
super cinerem et saccum, genibusque vultum tegebant, frontibus
humum ferientes: alii assidue pectus tundebant, animae suae
statum primum vitamque praeteritam- quam cum virtute traduxerant-
revocantes. Ex his ergo alii pavimentum lacrimis inundabant,
alii lacrimarum fonte destituti se ipsos diverberabant.
Alii tamquam in funere animas suas lamentabantur... Alii
intus.. rugiebant et spiritu fremebant, sed interim strepitum
lamentorum reprimebant, quamvis... repente in apertos clamores
eruperint. Spectavi ego ibi quosdam eo corporis habitu ac
si... alto maerore defixi ad... aeternum silentium redacti
essent.... ad omnia vitae officia velut stupentes et exsensos:
ceterum animo ad extremum humilitatis gradum demissos, et
igne maestitiae lacrimas eliquantes. Spectavi alios qui
capitibus in terram promissis meditabundi sedebant, cervicesque
assidue motabant, et ex imo pectore.... ritu leonum rugiebant
et ingemiscebant.... Videre erat in illis linguas ardentes
et pro ritu canum ex ore promissas. Alii in gravi solis
aestu se cruciabant; alii frigore se torquebant; alii cum
modicum quid aquae libassent, desierunt, tantum ut ne siti
enecarentur; alii cum panem gustassent dumtaxat, illum rursus
procul ab se reliciebant, se indignos dictitantes qui cibum
humanum sumerent, qui bestiarum opera exercuissent... erat
videre in illis genua, quae ex assidua geniculationum consuetudine
callum obduxerant: oculos exesos et depiles, altosque in
sinus capitis recedentes: genas habebant saucias, et ardore
ferventium lacrimarum adustas: vultusque pallentes et enaciatas
facies, nihil a mortuis, si conferres, differentes; pectora
plagarum ictibus liventia, et e crebris pugnorum verberibus
cruenta, sanguinis ex pectore reiecta sputa... Nihil ad
horum patientiam obsessorum a daemonibus vexatio; nihil
mortuorum luctus; nihil in exsilio degentium calamitas;
nihil supplicium perricidarum; nihil revera illorum poenae
et inflicta tormenta, ad voluntariam horum castigationem
et carnificinam. Rogo, fratres, nolite putare me vobis fabulas
narrare.» Id. op., gradus 5. MG 88-766, 767, 771.-
«Haec ego cum apud illos spectassem et audissem, parum
abfuit quin meam negligentiam cum illorum patientia et afflictione
comparando, desperarem. Nam qualis non erat ipsius loci
aspectus et habitatio! Tota domus obscura et tenebricosa,
tota olens et fetens, tota sordida et squalida. Carcer enim
et damnatorum ergastulum non immerito appellata est. Adeo
ut solius loci contemplatio spectatorem ad poenitentiam
et luctum incitaret.» Ibid., col. 774.
39
«Cum ergo in illo carcere ad tricesimum
usque diem moratus essem.... ad inclytum illud coenobium
et magnum praesulem reversus sum. Qui me intuitus, cum alium
prorsus a priore et velut attonitum avocatumque a sensibus
videret, facile rationem causamque stuporis... assecutus:
«Quid est, inquit, pater Ioannes? Vidistine eximie
laboramtium certamina?» «Et vidi, inquam, pater,
et demiratus, beatiores praedicavi eos qui lapsi sunt, et
suas culpas ita defleverunt, iis qui non peccarunt et seipsos
non deplorant. Per lapsum enim ad vitam nulli amplius periculo
subiectam resurrexerunt.» «Ita est,» inquit
praesul.» Ibid. col. 775, 778.