Castità
Opere
dei Santi
Sant'Alfonso
Maria de'Liguori
Selva
di materie predicabili ed istruttive
PARTE
SECONDA
DELLE
ISTRUZIONI
ISTRUZ.
VIII.
Circa
la mortificazione, specialmente interna.
L'uomo
da Dio fu creato retto, sicché senza contrasto il
senso ubbidisse allo spirito e lo spirito a Dio: Deus
fecit hominem rectum3. Venne il peccato e scompose
questo bell'ordine; e quindi la vita dell'uomo cominciò
ad esser una continua guerra: Caro enim concupiscit
adversus spiritum, spiritus autem adversus carnem4.
Questi erano i lamenti dell'apostolo: Video autem aliam
legem in membris meis repugnantem legi mentis meae et captivantem
me in lege peccati5. Quindi nasce esservi due sorte
di vita per l'uomo: la vita degli angioli che attendono
a far la volontà di Dio, e la vita delle bestie che
attendono a soddisfare i sensi. Se l'uomo attende a fare
la divina volontà diventa angelo; e se attende a
soddisfare i sensi diventa bestia. Onde quel che disse il
Signore a Geremia: Constitui te hodie... ut evellas
et destruas... aedifices et plantes6, dobbiamo eseguire
ancor noi in noi stessi; dobbiamo piantar le virtù,
ma prima dobbiamo svellere l'erbe cattive. E perciò
bisogna che stiamo sempre colla zappetta della mortificazione
alla mano per recidere gli appetiti malvagi che nascono
e sempre ripullulano in noi dalle radici infette della concupiscenza;
altrimenti l'anima diventerà una boscaglia di vizj.
Bisogna in somma mondare il cuore se vogliamo aver luce
per conoscere il sommo bene ch'è Dio: Beati mundo
corde, quoniam ipsi Deum videbunt7. Onde disse poi
s. Agostino: Si Deum videre vis, prius cogita de corde
mundando8. Dimanda Isaia9: Quem docebit scientiam?...
ablactatos a lacte, avulsos ab uberibus. Iddio non
dona la scienza de' santi, ch'è il saper conoscerlo
ed amarlo, se non a coloro che sono slattati e staccati
dalle poppe del mondo: Animalis autem homo non percipit
ea quae sunt spiritus Dei10. Chi attende, come bruto,
a soddisfarsi de' piaceri sensuali non è capace neppur
d'intendere l'eccellenza de' beni spirituali.
Dice
s. Francesco di Sales che siccome il sale preserva la carne
dalla putredine, così la mortificazione preserva
l'uomo dal peccato. In quell'anima dove regna la mortificazione
regneranno ancora le altre virtù. Myrrha et gutta
et casia a vestimentis tuis11. Scrisse su questo passo
Guerrico abate: Si myrrha prima spirare coeperit, consequentur
et aliae species aromaticae12. E ciò appunto
disse la sacra sposa: Messui myrrham meam cum aromatibus
meis13. Tutta la nostra santità e salute stanno
nel seguire gli esempj di Gesù Cristo: Quos praescivit
et praedestinavit conformes fieri imaginis filii sui14.
Ma non potremo mai seguir Gesù Cristo, se non neghiamo
noi stessi ed abbracciamo col mortificarci quella croce
ch'egli ci dà a portare: Qui vult post me venire,
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abneget
semetipsum, et tollat crucem suam et sequatur me1.
La vita del nostro Redentore fu tutta piena di patimenti,
dolori e disprezzi; onde Isaia lo chiamò: Despectum
et novissimum virorum, virum dolorum2. Siccome la madre
prende la medicina amara per sanar l'infermo suo bambino
che allatta; così il nostro Redentore, dicea s. Caterina
da Siena, volle assumere tante pene per guarire noi poveri
infermi. Ma se Gesù Cristo tanto patì per
nostro amore, è giusto che noi patiamo per amor suo.
Bisogna dunque essere quali ci vuole s. Paolo: Semper
mortificationem Iesu in corpore nostro circumferentes, ut
et vita Iesu manifestetur in corporibus nostris3. Ed
allora ciò noi faremo, dice s. Anselmo in detto luogo,
quando ad eius imitationem assidue mortificamur. E specialmente
dobbiamo ciò eseguire noi sacerdoti, che continuamente
celebriamo i misteri della passione del Signore: Quia
passionis dominicae mysteria celebramus, debemus imitari
quod agimus, dice Ugone da s. Vittore.
I
mezzi principali per acquistar la santità sono l'orazione
e la mortificazione, figurate dalle sacre scritture nell'incenso
e nella mirra. Quae est ista quae ascendit per desertum
sicut virgula fumi ex aromatibus myrrhae et thuris4?
E soggiunge il testo: et universi pulveris pigmentarii;
per significare che l'orazione e la mortificazione vengono
poi seguite da tutte le virtù. Son necessarie dunque
per render un'anima santa l'orazione e la mortificazione;
ma bisogna che preceda la mortificazione all'orazione: Vadam
ad montem myrrhae et ad collem thuris5. Così
invita il Signore le anime a seguirlo prima al monte della
mirra e poi al colle dell'incenso. Dicea s. Francesco Borgia
che l'orazione è quella che introduce nel cuore il
divino amore; ma la mortificazione è quella poi che
all'amore apparecchia il luogo col toglierne la terra, che
altrimenti gl'impedirebbe l'entrata. Se uno va alla fonte
a prender acqua e vi porta un vaso pieno di terra, altro
non ne riporterà che loto; bisogna dunque che prima
ne tolga la terra e poi vi prenda l'acqua. L'orazione senza
mortificazione, diceva il p. Baldassare Alvarez, o è
illusione o poco ella dura. E s. Ignazio di Loiola dicea
che più s'unisce con Dio un'anima mortificata in
un quarto d'ora d'orazione che in più ore un'altra
immortificata. E perciò avendo il santo inteso una
volta lodare una persona esser di molta orazione, disse:
«È segno dunque che sarà di molta mortificazione».
Noi
abbiamo anima e corpo. La mortificazione esterna è
necessaria a mortificare gli appetiti disordinati del corpo,
l'interna a mortificare gli affetti disordinati dell'anima.
Tutto ciò sta compreso in quelle parole del nostro
Salvatore: Qui vult post me venire abneget semetipsum,
tollat crucem suam et sequatur me6. La mortificazione
esterna ci vien significata colle parole tollat crucem suam;
e questa anche è necessaria, come vedremo appresso:
ma la principale e più necessaria è l'interna,
abneget semetipsum Questa consiste nel sottomettere
alla ragione le passioni sregolate, come l'ambizione, l'ira
disordinata, la stima propria, l'attacco all'interesse o
al proprio giudizio o alla propria volontà: Duo sunt
crucis genera,
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dice
s. Agostino: unum corporale, aliud spirituale. Alterum
est sublimius, scilicet regere motus animi1. La mortificazione
esterna dunque resiste agli appetiti della carne, per soggettarla
allo spirito: l'interna agli affetti del cuore, per soggettarli
alla ragione e a Dio; che perciò è chiamata
questa dall'apostolo circumcisio cordis in spiritu2.
Le passioni per altro non sono cattive in sé, ma
indifferenti; anzi allorché sono ben regolate dalla
ragione, sono utili, poiché giovano alla conservazione
del proprio essere: ma quando alla ragione si oppongono,
son di ruina all'anima. Povera quell'anima ch'è lasciata
da Dio in mano de' suoi desiderj! Questo è il maggior
castigo con cui Dio la possa punire: Et dimisi eos secundum
desideria cordis eorum: ibunt in adinventionibus suis3.
Bisogna perciò pregar sempre il Signore come pregava
Salomone: Animae irreverenti et infrunitae ne tradas
me4. Dio mio, non mi abbandonate in mano delle mie
passioni.
La
nostra principale attenzione dunque dee consistere nel vincere
noi stessi: Vince te ipsum. S. Ignazio di Loiola par che
non sapesse insinuare agli altri documento più importante
di questo: questo era il soggetto usuale de' suoi sermoni
familiari, vincere l'amor proprio, rompere la propria volontà;
mentre dicea che di cento persone d'orazione più
di novanta riescono di propria testa. Egli stimava più
un atto di mortificazione della propria volontà che
più ore di orazione abbondante di consolazioni spirituali.
Ad un fratello che staccavasi dalla compagnia degli altri,
per liberarsi da qualche difetto, disse ch'egli avrebbe
più guadagnato con pochi atti di mortificazione in
tale occasione che se fosse stato per un anno in silenzio
in una grotta: Non est minimum, scrisse Tomaso da Kempis,
in minimis se ipsum relinquere. All'incontro scrisse s.
Pier Damiani che niente gioverà ad uno l'aver lasciato
tutto, se non lascia se stesso: Nihil prodest sine te
ipso caetera reliquisse. Onde dice s. Bernardo a chi
volesse lasciar tutto per darsi tutto a Dio: Qui relinquere
universa disponis, te quoque inter relinquenda numerare
memento5. Altrimenti, parla il santo, se non neghi te stesso,
non potrai esser mai seguace di Gesù Cristo: Sane,
nisi abnegaveris temetipsum, sequi Christum non potes6.
Il nostro Redentore exultavit ut gigas ad currendam viam7;
non può pertanto, soggiunse lo stesso s. Bernardo,
tenersi dietro a Gesù che corre chi vuol seguirlo
aggravato dal peso delle sue passioni ed affetti alla terra:
Exultavit ut gigas ad currendam viam, nec currentem
sequi potest oneratus.
Sopra
tutto bisogna attendere a vincer la passione dominante.
Taluni attendono a mortificarsi in molte cose, ma poco si
sforzano a superar quella passione alla quale sono più
inclinati; e questi non possono mai avanzarsi nella via
di Dio. Chi si lascia dominare da qualche passione disordinata
sta in gran pericolo di perdersi. All'incontro chi vince
la passione dominante facilmente vincerà tutte le
altre. Superato il nemico più forte, è facile
di superare gli altri che han minori forze. Il pregio e
merito
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della
vittoria ivi sta dove bisogna più valore, per esempio
taluno non sarà già avido di danari, ma sarà
troppo geloso della stima propria; all'incontro un altro
non sarà ambizioso di onori, ma sarà avido
di danari: se il primo non attende a mortificarsi quando
è vilipeso dagli altri, poco gli gioverà il
disprezzo delle ricchezze; e così ancora in quanto
al secondo, s'egli non attende a mortificarsi circa la cupidigia
de' danari, poco gli gioverà il disprezzo degli onori.
In somma dove la persona si fa più violenza per vincere
se stessa, ivi più merita e profitta. Tantum proficies,
dice s. Girolamo, quantum tibi vim intuleris. S.
Ignazio era di naturale collerico e sdegnoso, ma colla virtù
si rendé così mansueto che fu stimato poi
di natura placida. Similmente s. Francesco di Sales era
molto inclinato all'ira; ma colla violenza che si fece divenne
l'esempio della pazienza e della dolcezza, come si legge
nella sua vita in tanti incontri d'ingiurie d'infamazioni
che gli furono fatte. La mortificazione esterna senza l'interna
poco serve. Che serve, dice s. Girolamo, estenuarsi con
digiuni e poi esser pieno di superbia? astenersi dal vino
e poi ubbriacarsi di odio? Quid prodest tenuari abstinentia,
si animus superbia intumescit? quid vinum non bibere, et
odio inebriari1? Dice l'apostolo che bisogna spogliarsi
dell'uomo antico, cioè attaccato all'amor proprio
e vestirsi dell'uomo nuovo, cioè di Gesù Cristo,
il quale non mai compiacque se stesso: Etenim Christus
non sibi placuit2. Quindi s. Bernardo compativa il
cattivo stato di alcuni monaci che vestivano umilmente di
fuori, ma conservavano di dentro le loro passioni: Humilis
habitus non sanctae nativitatis est meritum, sed priscae
vetustatis operculum. Veterem hominem non exuerunt, sed
palliant. Questi tali, dicea, non si spogliano de'
vizj, ma li coprono con quei segni esterni di penitenza.
E così niente o poco giovano i digiuni, le vigilie,
i cilicj, le discipline a chi sta attaccato a se stesso
ed alle cose proprie. Chi vuol esser tutto di Dio, dice
s. Giovanni Climaco, bisogna che tolga l'attacco specialmente
a quattro cose: alle robe, agli onori, a' parenti e sopra
tutto alla propria volontà.
E
per prima bisogna togliere l'attacco alle robe e a' danari.
Dice s. Bernardo che le robe aggravano chi le possiede,
imbrattano chi le ama ed affliggono chi le perde: Possessa
onerant, amata inquinant, amissa cruciant3. Il sacerdote
dee ricordarsi che quando pose il primo piede nella Chiesa
si protestò di non volere altro bene che Dio, dicendo:
Dominus pars haereditatis meae... tu es qui restitues
haereditatem meam mihi4. Quel cherico dunque, dice
s. Pier Damiani, che prima ha eletto Dio per sua porzione
e poi attende a far danari fa una grande ingiuria al suo
creatore: Si igitur Deus portio eius est, non levem
creatori suo contumeliam videtur inferre qui aestuat pecuniam
cumulare. Sì, perché allora dà
a vedere che Dio non è un bene che basti a contentarlo.
Scrive s. Bernardo, ed è verità, che tra gli
avari non vi è avaro più avido d'un ecclesiastico
che sta attaccato alle robe: Quis, obsecro, avidius clericis
quaerit temporalia5? Quanti sacerdoti, se non fosse per
quella misera limosina, non direbbero mai messa! e volesse
Dio
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che
questi tali non la dicessero mai! Questi, come dice s. Agostino,
son di coloro che non cercano danari per servire a Dio,
ma servono a Dio per far danari. Che vituperio, scrive s.
Girolamo, è il vedere un sacerdote applicato a far
danari! Ignominia est sacerdotis studere divitiis.
Ma
lasciamo da parte l'ignominia e parliamo del gran pericolo
di perdersi in cui si mette un sacerdote intento ad accumular
danari e robe: Ingenti periculo, dice s. Ilario, sunt
sacerdotes qui occupantur in incrementis pecuniae1.
E ben ciò l'avvertì prima l'apostolo, dicendo
che questi tali, oltre l'esser molestati da molte sollecitudini
che ne impediscono il profitto spirituale, cadono poi in
tali tentazioni e desiderj che li inducono a perdersi: Qui
volunt divites fieri, incidunt in tentationem... et desideria
multa et nociva, quae mergunt homines in interitum et perditionem2.
Ed in quali eccessi, oh Dio, son precipitati alcuni sacerdoti
di furti, d'ingiustizie, di simonie e di sacrilegj, per
1a cupidigia di far danari! Dice s. Ambrogio: Qui aurum
redigit, gratiam prodigit. S. Paolo assomiglia l'avarizia
all'idolatria: Avarus, quod est idolorum servitus3.
E con ragione, perché l'avaro fa che 'l danaro diventi
il suo Dio, cioè il suo ultimo fine. Tolle pecuniarum
studium, et omnia mala sublata sunt, scrisse il Grisostomo4.
Togliamo dunque, se vogliamo Dio, l'attacco a' beni di questa
terra. Dicea s. Filippo Neri: «Chi vuole robe non
si farà mai santo». Le ricchezze di noi sacerdoti
non hanno da esser le robe, ma le virtù: queste ci
faranno grandi nel cielo ed insieme ci renderanno forti
su questa terra contra i nemici della nostra salute. Così
parla s. Prospero: Divitiae nostrae sunt pudicitia,
pietas, humilitas, mansuetudo; istae ambiendae sunt, quae
nos ornare possint pariter et munire5. Contentiamoci,
esorta l'apostolo, d'un poco di vitto che ci sostenti e
d'una semplice veste che ci cuopra: ed attendiamo a farci
santi, ch'è quello che solo importa: Habentes...
alimenta et quibus tegamur, his contenti simus6. A
che servono questi beni di terra, se un giorno abbiamo da
lasciarli e frattanto non contentano il nostro cuore? Attendiamo
ad acquistarci quei beni che verranno con noi a farci sempre
felici in paradiso: Nolite thesaurizare vobis thesauros
in terra, ubi aerugo et tinea demolitur... Thesaurizate
autem vobis thesauros in coelo7. Onde fu detto a' sacerdoti
nel concilio di Milano: Thesaurizate non thesauros in
terra, sed bonorum operum et animarum in coelis8. Questi
hanno da essere i tesori del sacerdote, le buone opere e
gli acquisti d'anime.
Quindi
la s. chiesa con tanto rigore e con censure proibisce agli
ecclesiastici la negoziazione, secondo quel che prescrisse
l'apostolo: Nemo militans Deo implicat se negotiis saecularibus,
ut ei placeat cui se probavit9. Il sacerdote si è
consacrato a Dio; dunque ad altri negozj non dee attendere
che agli affari della sua gloria. Il Signore non accetta
i sacrificj vacui, senza midolle. Diceva Davide: Holocausta
medullata offeram tibi10. I sacrificj che offerisce
a Dio (come sono la messa, gli uffizj e le altre opere di
pietà) un sacerdote occupato
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ne'
traffichi, dice s. Pier Damiani, son sacrifizj vacui, perché
ne toglie le midolle, cioè l'attenzione e la divozione,
e ne offerisce la sola pelle, la sola apparenza esterna:
Qui se per negotia saecularia fundit, holocausti sui
medullas subtrahit, et solam victimae pellem Deo adolere
contendit1. Che miseria è vedere un sacerdote
che può salvare anime e fare grandi opere di gloria
di Dio, occupato in far compre e vendite, negozj d'animali
o di grano, società, mutui con interesse! Magnis
addictus es, noli minimis occupari, scrisse Pietro Blessense.
Che altro è l'attendere a far negozj di terra, dice
s. Bernardo, se non attendere a far tele d'aragni? Fructus
illorum quid nisi araneorum telae2? Come il ragno si
sviscera per fare la sua tela, affin di prendere poi una
mosca; così oh Dio! talun sacerdote si sviscera,
perdendo il tempo e il frutto delle sue opere spirituali,
e perché? per acquistare un poco di terra. Fatica,
s'inquieta per niente, quando può possedere Dio,
ch'è il Signore del tutto. Cur nos affligimus,
esclama s. Bonaventura, circa nihil, cum possidere creatorem
omnium valeamus3?
Ma
dirà taluno: io fo le cose giuste; fo questi negozj,
ma senza scrupolo di coscienza. Rispondo: primieramente
agli ecclesiastici, come si è detto, è proibito
il far negozj benché giusti; onde se non peccano
contro la giustizia, almeno peccano contro il precetto della
chiesa. Inoltre risponde s. Bernardo: Rivus qua fluit
cavat terram, sic discursus temporalium conscientiam rodit4.
Siccome il ruscello per dove passa rode la terra, così
la cura de' negozj rode la coscienza, viene a dire, sempre
la fa mancare in qualche cosa. S'altro non fosse, dice s.
Gregorio, la turba dei pensieri terreni chiude l'orecchio
del cuore e non gli lascia sentire le voci divine: Aurem
cordis terrenarum cogitationum turba, dum perstrepit, claudit5.
In somma scrive s. Isidoro: Quanto se rerum studiis
occupant, tanto a caritate divina se separant. È
vero che alcuni son costretti dalla carità ad attendere
agli affari della casa propria, ma ciò non si ha
da permettere, dice s. Gregorio, se non in caso di pura
necessità: Saecularia negotia aliquando ex compassione
toleranda sunt, nunquam vero ex amore requirenda6.
Alcuni sacerdoti senza necessità si assumono il pensiero
della casa, anzi proibiscono a' parenti che vi s'intrichino;
ma se voleano attendere alla casa propria, perché
farsi ministri della casa di Dio?
È molto pericoloso ancora ai sacerdoti per l'anima,
il mettersi a servire nelle corti de' grandi. Dice Pietro
Blessense che siccome i santi si salvano per mezzo di molte
tribolazioni, così quei che si mettono nelle corti
per mezzo di molte tribolazioni si dannano: Per multas
tribulationes intrant iusti in regnum coelorum; hi autem
per multas tribulationes promerentur infernum7. È
di molto pericolo similmente al sacerdote l'esser curiale,
prendendo a difender le cause de' litiganti. Dice s. Ambrogio:
In foro Christus non reperitur8. Almeno, io dico,
che fondo mai di spirito può avere un sacerdote che
fa l'avvocato? Che officio,
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che
messa divota può dire, quando gli affari delle cause
gl'ingombrano tutta la mente e gl'impediscono di pensare
a Dio? Le cause che ha da difendere il sacerdote sono le
cause dei poveri peccatori, per liberarli colle prediche,
colle confessioni o almeno colle ammonizioni ed orazioni,
dalle mani del demonio e dalla morte eterna. Il sacerdote
non solo dee fuggire di assumersi le liti degli altri, ma
anche le liti proprie per quanto si può. Ogni lite
di beni temporali è un seminario d'inquietudini,
di rancori e di peccati. Perciò sta scritto nel vangelo:
Ei qui vult tecum iudicio contendere et tunicam tuam
tollere dimitte ei et pallium1. Questo già si
sa ch'è consiglio; ma almeno procuriamo di scansar
quelle liti che poco importano. Vincerai quella miseria
temporale, vincerai quel punto, ma farai una gran perdita
nello spirito e nella quiete: Perde aliquid, dice
s. Agostino, ut Deo vaces, non litibus. Perde nummos,
ut emas quietem2. Dicea s. Francesco di Sales3, che
il litigare e non impazzire, appena si concede a' santi;
onde il Grisostomo condannava ognuno che litigasse: Hinc
te condemno quod iudicio contendas4.
Che
diremo de' giuochi? Secondo i canoni è certo che
il giuocare a' giuochi di mera fortuna frequentemente e
per lungo tempo o pure in grossa somma, almeno quando v'è
scandalo degli altri, è peccato mortale. Degli altri
giuochi poi che si chiamano di spasso io non voglio entrare
qui a decidere se sieno per se stessi leciti o illeciti;
ma dico che tali divertimenti poco certamente convengono
ad un ministro di Dio, che, se vuol adempire il suo obbligo
in quanto a sé ed al prossimo, non ha certamente
tempo soverchio da spendere in giuocare. Io leggo che s.
Gio. Grisostomo dice: Diabolus est qui in artem ludos
digessit. Leggo che s. Ambrogio scrive: Non solum
profusos, sed omnes iocos declinandos arbitror5. Dice
nello stesso luogo esser ben lecito il sollievo, ma non
quel sollievo che scompone il buon ordine della vita o che
non conviene allo stato; quindi dice: Licet interdum
honesta ioca sint, tamen ab ecclesiastica abhorrent regula.
Per
secondo, il sacerdote dee toglier l'attacco agli onori mondani.
Dice Pietro Blessense che l'ambizione degli onori è
la ruina delle anime: Animarum subversio est ambitio.
Poiché l'ambizione sconvolge tutto l'ordine della
buona vita e della carità verso Dio. L'ambizione
è, dice lo stesso autore6, una scimia della carità,
ma tutta all'opposto: la carità tutto patisce, ma
per li beni eterni; l'ambizione omnia patitur, sed pro
caducis. La carità è tutta benigna co'
poveri; l'ambizione benigna est sed divitibus.
La carità tutto soffre per dar gusto a Dio; l'ambizione
omnia suffert pro vanitate. La carità crede e spera
tutto ciò che appartiene alla gloria eterna, l'ambizione
omnia credit, omnia sperat, sed quae sunt ad gloriam
huius vitae. Gli ambiziosi oh quante spine di timori,
di rimproveri, di negative e d'oltraggi han da soffrire
per ottenere quella dignità, quell'officio! In
honorum cupiditate quantae spinae! dice s. Agostino7.
E finalmente che acquistano, se non un
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154 -
poco
di fumo, che posseduto non sazia e tra breve colla morte
sparisce? Vidi impium superexaltatum et elevatum sicut
cedros Libani; transivi, et ecce non erat1. Oltreché
dice la scrittura che l'onore a chi lo prende diventa vitupero:
Stultorum exaltatio ignominia2. E quanto più
l'onore è grande, dice s. Bernardo, tanto più
l'indegno che se l'ha procurato ne resta vituperato dagli
altri: Eo deformior, quo illustrior. Perché
quanto è maggior l'onore, tanto più l'indegno
che lo pretende fa conoscere la sua indegnità: Claras
suas maculas reddit3.
Si
aggiunga il gran pericolo della salute eterna che portano
seco gli officj onorevoli. Il p. Vincenzo Carafa visitando
un suo amico infermo a cui era stato conferito un officio
di molto lucro ma di gran pericolo, quegli lo pregò
ad impetrargli da Dio la sanità; ma esso rispose:
«No, amico, tolga Dio ch'io tradisca l'amor che vi
porto; questa è grazia che il Signore vi fa, perché
vi vuol salvo, in mandarvi la morte or che vi trovate in
buono stato, il che forse non sarebbe appresso per l'officio
in cui v'intrichereste». E così l'amico se
ne morì e morì tutto consolato. E specialmente
dee temersi di quegli officj che importano cura d'anime.
Dicea s. Agostino che molti l'invidiavano per essere vescovo,
quando egli se ne affliggea per lo pericolo in cui la dignità
lo metteva: Invident nos; ibi nos felices putant ubi
periclitamur4. S. Giovan Grisostomo, quando fu fatto
vescovo, fu sorpreso da tal timore, come egli poi disse,
che sentiva dividersi quasi l'anima dal corpo, poiché
molto dubitava della salvazione d'un pastore d'anime, dicendo:
Miror an fieri possit ut aliquis ex rectoribus salvus
fiat. Or se i santi, forzati contro lor voglia ad esser
prelati, tremano per ragion del conto che ne han da rendere
a Dio, come non tremerà chi per ambizione s'ingerisce
ad aver cura d'anime? Mensura honoris, scrisse
s. Ambrogio, mensura debet esse gestantis, alioquin
oneris fit ruinae, ubi actoris infirmitas est5. Un
uomo debole che si addossa un gran peso, in vece di portarlo
resterà da quello oppresso. Dice s. Anselmo che chi
desidera di aver gli onori ecclesiastici o per fas o per
nefas, costui non li riceve, ma li rapisce: Qui honores
ecclesiasticos accipere cupit, non sumit, sed rapinam facit6.
Lo stesso scrisse s. Bernardo: Vineis dominicis se ingerentes,
fures sunt, non cultores7. Giusta quel che disse già
Dio per Osea8: Ipsi regnaverunt et non ex me. E quindi poi
ne nasce, come dicea s. Leone9, che la chiesa governata
da tali ministri ambiziosi non vien servita e decorata,
ma vilipesa e sporcata: Corpus ecclesiae ambientium
contentione foedatur. Osserviamo dunque il bel documento
di Gesù Cristo: Recumbe in novissimo loco10.
Chi siede in terra non ha paura di cadere. Siamo cenere.
Cineri expedit, dice l'angelico, ne in alto
sit, ne disperdatur a vento11. Beato quel sacerdote
che può dire: Elegi abiectus esse in domo Dei
mei magis quam habitare in tabernaculis peccatorum12!
Per
terzo, bisogna togliere l'attacco a' parenti: Si quis...
non odit patrem suum et matrem... non potest meus esse discipulus,
dice Gesù
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155 -
Cristo1.
Ma come dobbiamo odiare i parenti? Dobbiamo sconoscerli,
dice un dotto autore, in tutto ciò in cui si oppongono
al nostro profitto spirituale:. Si prohibeant ne vitam
secundum ecclesiasticae disciplinae normam instituamus,
si negotiis saecularibus nos implicent, tunc eos, tanquam
adversarios, odisse et fugere tenemur2. E prima lo
disse s. Gregorio: Quos adversarios in via Dei patimur,
odiendo et fugiendo nesciamus3. Scrisse Pietro Blessense:
Non eligitur sacerdos, nisi qui dixerit patri suo et
matri suae: nescio vos4. S. Ambrogio scrisse che chi
desidera servire a Dio dee negarsi a' suoi: Suis se
abneget, qui servire Deo gestit5. Debbono onorarsi
i genitori, ma prima dee ubbidirsi a Dio: Honorandus
est pater, sed obediendum est Deo, dice s. Agostino6.
Il voler usare una gran pietà verso de' suoi, lasciando
di ubbidire a Dio, dice s. Girolamo che non è pietà,
ma empietà: Grandis in suos pietas, impietas
in Deum est7. Il nostro Redentore si protestò
ch'egli era venuto in terra a separarci da' nostri parenti:
Veni... separare hominem adversus patrem suum etc.8.
E perché? perché, disse, negli affari dello
spirito i nostri parenti sono i nostri maggiori nemici:
Inimici hominis domestici eius9. Quindi ci avverte s. Basilio
a fuggir come tentazione del demonio la cura delle robe
de' nostri parenti. Che miseria! vedere un sacerdote che
potrebbe salvare molte anime, tutto occupato a fare i negozj
della casa ed attendere alla massaria, alla greggia delle
pecore e simili! Come? esclama s. Girolamo, un sacerdote
ha da lasciare il servizio del padre celeste, per compiacere
il padre terreno? Propter patrem militiam patris deseram10?
Dice il santo che quando si tratta di andare a servire Dio
il figlio dee calpestare anche il padre se bisogna: Quid
facies in paterna domo, delicate miles? ubi vallum? ubi
fossa? Licet in limine pater iacet, per calcatum perge patrem,
siccis oculis ad vexillum crucis avola. Solum pietatis genus
est in hac re esse crudelem11.
Narra
s. Agostino12, che s. Antonio abate ricevendo lettere da'
suoi, le buttava al fuoco dicendo: Comburo vos, ne comburar
a vobis. Dice s. Gregorio che dee staccarsi da' parenti
chi vuole unirsi con Dio: Extra cognatos quisque debet fieri,
si vult parenti omnium iungi13. Altrimenti, dice Pietro
Blessense, l'amore del sangue presto ci priverà dell'amore
di Dio: Carnalis amor extra Dei amorem cito te capiet14.
Difficilmente si trova Gesù Cristo tra' parenti.
Quomodo te, bone Iesu, diceva s. Bonaventura, inter
meos cognatos inveniam, qui inter tuos minime es inventus15?
Allorché la divina Madre ritrovò Gesù
nel tempio e gli disse: Fili, quid fecisti nobis sic?
Rispose il Redentore: Quid est quod me quaerebatis?
nesciebatis quia in his quae Patris mei sunt oportet me
esse16? Così dee rispondere il sacerdote a'
parenti, allorché vogliono imporgli la cura della
casa: io son sacerdote, non posso attendere che alle cose
di Dio; a voi che siete secolari, a voi tocca attendere
alle cose del secolo. Ciò appunto volle significare
il Signore a quel
-
156 -
giovine
chiamato da lui alla sua sequela, allorché, cercando
quegli licenza per andare a seppellire il padre, gli disse:
Dimitte mortuos sepelire mortuos suos1.
Sovra
tutto bisogna toglier l'attacco alla propria volontà.
Dicea s. Filippo Neri che la santità consiste in
quattro dita di fronte, cioè in mortificare la propria
volontà. Scrisse Blosio che fa cosa più cara
a Dio chi mortifica la sua volontà che se restituisse
la vita a' morti: Acceptius Deo obsequium praestat homo
mortificans suam voluntatem quam si mortuos ad vitam revocaret.
Quindi molti sacerdoti, parrochi ed anche vescovi che menavano
vita esemplare, applicati ben anche alla salute delle anime,
non contenti di tutto ciò, han procurato di entrare
in qualche religione per vivere sotto l'ubbidienza d'altri,
credendo, come in fatti è, non potersi offerire a
Dio sacrificio più gradito della propria volontà.
Non tutti sono chiamati allo stato religioso, ma chi vuol
camminare per la via della perfezione bisogna che almeno
sottoponga la sua volontà all'ubbidienza (oltre l'ubbidienza
dovuta al suo prelato) d'un padre spirituale, che lo diriga
in tutti gli esercizj di spirito ed anche negli affari temporali
di maggior peso che riguardano il profitto dell'anima. Quello
che si fa di propria volontà niente o poco giova.
In die ieiunii... invenitur voluntas vestra2. Onde
s. Bernardo poi scrisse: Grande malum propria voluntas,
qua fit ut bona tua tibi bona sint. Il maggior nemico
che abbiamo è la propria volontà: Cesset
propria voluntas, et infernus non erit; dicea lo stesso
s. Bernardo3. L'inferno è pieno di proprie volontà.
De' nostri peccati chi mai, se non la nostra volontà
propria, è stata la causa? Confessa di se stesso
piangendo s. Agostino che quando stava in peccato era spinto
dalla grazia a lasciarlo, ma egli resistea legato non da
altra catena che della propria volontà: Ligatus non
ferro alieno, sed mea ferrea voluntate. Dicea s. Bernardo
che la propria volontà è così contraria
a Dio che lo distruggerebbe, se Dio potesse esser distrutto:
Quantum in seipsa est, Deum perimit propria voluntas4.
Chi si fa discepolo di se stesso, scrive lo stesso santo,
si fa discepolo d'uno stolto: Qui se sibi magistrum constituit,
stulto se discipulum subdit.
Bisogna
intendere che tutto il nostro bene sta nell'unirci alla
divina volontà: Et vita in voluntate eius5.
Ma Iddio, ordinariamente parlando, questa sua volontà
non ce la fa sapere che per mezzo de' nostri superiori,
cioè de' prelati o direttori: Qui vos audit me
audit, egli dice6. E poi soggiunge: Et qui vos spernit
me spernit. Onde dicesi nella scrittura essere una specie
d'idolatria il non acquetarsi all'ubbidienza de' superiori:
Quasi scelus idololatriae nolle acquiescere7. All'incontro
ci assicura s. Bernardo che in quello che ci dice il padre
spirituale, purché non sia peccato certo, dobbiamo
stare così sicuri come ce lo dicesse lo stesso Dio.
Beato chi potesse dire in morte ciò che dicea l'abate
Giovanni: Nunquam meam feci voluntatem; nec quemquam
docui quod prius non feci! Onde scrisse poi Cassiano,
il quale ciò narra, che colla mortificazione della
propria volontà
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si
distruggono tutti i vizj: Mortificatione voluntatum
marcescunt vitia universa1. E prima lo disse il Savio:
Vir obediens loquitur victorias2. Ed in altro luogo.
Melior est... obedientia quam victimae3. Poiché
chi sacrifica a Dio le limosine, i digiuni, le penitenze,
gli sacrifica parte; ma chi dà la sua volontà,
soggiogandola all'ubbidienza, gli dona tutto quel che può;
onde può dire poi a Dio: Signore, avendovi data la
mia volontà, non ho più che darvi. E perciò
scrisse s. Lorenzo Giustiniani che chi sacrifica a Dio la
volontà propria otterrà da Dio quanto dimanda:
Qui se Deo tradidit, voluntatem propriam immolando,
omne quod poposcerit consequetur. E Dio stesso promette
a chi gli rinunzia la propria volontà di sollevarlo
dalla terra e farlo uomo celeste: Si averteris... facere
voluntatem tuam... sustollam te super altitudinem terrae4.
I
mezzi poi per vincer se stesso in tutte le passioni disordinate
sono questi: per 1. l'orazione; chi prega ottiene tutto.
Oratio, cum sit una, omnia potest, disse s. Bonaventura.
E prima lo disse Gesù Cristo: Quodcumque volueritis,
petetis, et fiet vobis5. Per 2. il farsi violenza con
volontà risoluta; volontà risoluta vince tutto.
Per 3. l'esame sopra quella passione che c'infesta, con
imporci qualche penitenza, sempre che ci difettiamo. Per
4. il reprimere i molti desiderj. Dicea s. Francesco Saverio:
«Io voglio poche cose, e quelle che voglio le voglio
debolmente». Per 5. il mortificarsi nelle cose piccole
ed anche nelle cose lecite, perché così ci
avvezzeremo a vincer le grandi: col privarci per esempio
di dir quella facezia, di toglierci quella curiosità,
di cogliere quel fiore, di aprir subito quella lettera,
di prenderci quell'impegno, con farne un sacrificio a Dio,
senza curarsi che vi si resti con poco onore. Qual frutto
ci troviamo di tante soddisfazioni prese e di tanti impegni
superati? Se in tali occasioni ci fossimo mortificati, quanti
meriti ora ci troveremmo acquistati appresso Dio? Per l'avvenire
attendiamo a guadagnarci qualche cosa per l'eternità.
Pensiamo che ci andiamo accostando alla morte. Quanto più
ci mortificheremo, meno patiremo nel purgatorio ed acquisteremo
in paradiso maggior gloria, e questa sarà eterna.
Su questa terra ci stiamo di passaggio; presto saremo all'eternità.
Concludo con s. Filippo Neri: «Pazzo chi non si fa
santo!»
3 Eccle. 7. 30.
4
Gal. 5. 17.
5
Rom. 7. 23.
6
Ier. 1. 10.
7
Matth. 5. 8.
8
Serm. 2. in Ascens.
9
28. 9.
10
1. Cor. 2. 14.
11
Psalm. 54. 9.
12
Serm. 1. de annunt.
13
Cant. 5. 1.
14
Rom. 8. 29.
1 Matth. 16. 24.
2
53. 3.
3
2. Cor. 4. 10.
4
Cant. 3. 6.
5
Cant. 4. 6.
6
Matth. 16. 24.
1 Serm. 20. de sanctis.
2
Rom. 2. 29.
3
Ps. 80. 13.
4
Eccli. 23. 6.
5
Declam. c. 1.
6
Decl. c. 14
7
Ps. 18. 6.
1 Ad Celantiam.
2
Rom. 15. 3.
3
Epist. 103.
4
Ps. 15. 5.
5
Ad past. in syn.
1 In ps. 158.
2
1. Tim. 6. 9.
3
Ephes. 5. 5.
4
Hom. 17. in 1. ad Tim. c. 6.
5
De vita cont. c. 13.
6
1. Tim. 6. 8.
7
Matth. 6. 19. et 20.
8
Part. 3.
9
2. Tim. 2. 4.
10
Ps 65. 15.
1 Apol. c. 12.
2
L. 1. de cons. c. 6.
3
Stim. p. 9. c. 2.
4
L. 4. de cons. c. 6.
5
Mor. l. 23. c. 12.
6
Past. 2. c. 7.
7
Epist. 14.
8
De virgin. c. 8.
1 Matth. 5. 40.
2
Serm 24. de verb. apost.
3
Epist. 30.
4
Hom. 16. in 1. Cor. c. 6.
5
L. 1. offic. c. 23.
6
Ep. 14.
7 In ps. 102
1 Ps. 36. 35. et 36.
2
Prov. 3. 35.
3
Cassiod. l. 12. ep. 12.
4
Serm. 63. de verb. Dom.
5
L. de. viduis.
6
In cler.
7
Serm. 28. in Cant.
8
8. 4.
9
Epist. 1.
10
Luc. 14. 10.
11
L. 1. c. 1. de reg. princ.
12
Ps. 83. 11.
1 Luc. 14. 26.
2
Abelly, Sac. christ. p. 4. c. 6.
3
Hom. 37. in ev.
4
Ep. 123.
5
De fuga saec. c. 2.
6
De verb. Dom. serm. c. 2.
7
Epist. 15.
8
Matth. 10 35.
9
Ib. 36.
10
Epist. ad Heliod.
11
Loco cit.
12
Serm. 40. ad fratr. erem.
13
Mor. l. 7. c. 14.
14
Epist. 134.
15
Spec. p. 1. c. 23.
16
Luc. 2 49.
1 Matth. 8. 22.
2
Isa. 58. 3.
3
Serm. 3. de resurr.
4
De dil. Deo c. 16.
5
Ps. 29. 6.
6
Luc. 10. 16.
7
1. Reg. 15. 23.
1 L. 5. de inst. l. 4. c. 43.
2
Prov. 21. 28.
3
1. Reg. 15. 22.
4
Isa. 58. 13. et 14.
5
Io. 15. 17.