Castità
Opere
dei Santi
San
Gregorio di Nissa
Trattato
sulla Verginità
Par
VII - XII
VII.
Il matrimonio non va annoverato tra le cose condannabili
Nessuno
pensi con questo che noi intendiamo disconoscere la funzione
del matrimonio: non ignoriamo che esso non è privo
della benedizione di Dio. Poiché però ha un
difensore sufficiente nella comune natura umana che infonde
un'inclinazione naturale verso tale genere di cose in tutti
coloro che sono venuti alla luce tramite l'atto coniugale,
mentre la verginità va contro la natura, sarebbe
superfluo scrivere una diligente esortazione al matrimonio
mettendo in evidenza il piacere, il suo difensore contro
cui difficilmente si combatte, a meno che non ci obbligassero
a fare un discorso simile coloro che sfigurano gl'insegnamenti
della Chiesa e che l'apostolo chiama «marchiati nella
propria coscienza»: queste persone, lasciata la strada
dello spirito per l'insegnamento dei demoni, imprimono nei
loro cuori come delle piaghe e delle bruciature, provando
ribrezzo per le creature di Dio come se fossero cose nefande
e chiamandole incoraggiamento ai mali, causa dei mali e
così via. «Ma perché devo giudicare
chi sta fuori?», dice colui che ha parlato sinora.
Essi si trovano veramente fuori del palazzo della dottrina
misterica: «alloggiano» non «nel riparo
di Dio» ma nella mandria del maligno, «prigionieri
del suo volere» come dice l'apostolo; per questo non
comprendono che, se ogni virtù si trova nel mezzo,
la deviazione verso gli estremi opposti è un male:
solo chi riesce a trovare sempre un punto intermedio tra
il rilassamento e la tensione riesce a distinguere la verità
dal vizio.
Il
mio discorso diverrà forse più chiaro se lo
spiegherò con degli esempi concreti. La viltà
e la temerarietà sono ritenuti due mali opposti,
l'una per difetto di sicurezza, l'altra per eccesso, e comprendono
al centro il coraggio. Analogamente, l'uomo pio non è
né ateo né superstizioso: in questi due casi
è un'uguale empietà non credere in nessun
dio o credere in molti dèi. Vuoi capire meglio questa
dottrina con altri esempi? Chi evita la parsimonia e la
prodigalità, proprio rifiutando i vizi contrari riesce
a realizzare la libertà morale: la libertà
consiste infatti proprio nel non restare indifferenti di
fronte alle spese smodate ed inutili e nel non mostrarsi
gretti nei confronti dei bisogni. Così anche a proposito
di tutte le altre cose - per non esaminarle una per una
- la ragione riconosce la virtù nel punto di mezzo
tra i contrari. Anche la temperanza è un punto di
mezzo, e mostra chiaramente le deviazioni verso i vizi opposti:
chi non è più forte d'animo, divenendo facile
preda della passione edonistica ed allontanandosi quindi
dalla strada della vita pura e temperante, scivola verso
«le passioni dell'ignominia»; chi invece va
al di là della parte praticabile della temperanza
e supera il punto intermedio rappresentato dalla virtù,
viene trascinato in basso dall'«insegnamento dei demoni»
come in un precipizio, «marchiando» la propria
coscienza, come dice l'apostolo. Nel momento in cui definisce
il matrimonio una cosa abominevole, gl'insulti che lancia
contro di esso lo marchiano: se, come dice un passo del
Vangelo, l'albero è cattivo, anche il frutto sarà
del tutto degno dell'albero. Se l'uomo è il germoglio
ed il frutto della pianta del matrimonio, le offese recate
a quest'ultimo ricadono tutte su chi le fa.
Costoro,
bollati nella coscienza e ricoperti di lividi dall'assurdità
della loro dottrina, possono essere confutati con questi
argomenti. Noi invece diciamo questo a proposito del matrimonio:
anche se la ricerca ed il desiderio delle cose divine devono
stare al primo posto, colui che sa fare un uso temperante
e misurato del matrimonio non deve disprezzare i servizi
che esso può rendere. Così si comportò
il patriarca Isacco: non nel fiore della giovinezza, affinché
il matrimonio non diventasse un veicolo di passione, ma
quando essa si era già consumata, accettò
di vivere con Rebecca perché il suo seme fosse benedetto
da Dio; assolti i suoi obblighi nei confronti del matrimonio
fino al primo parto, tornò a dedicarsi interamente
alle cose invisibili chiudendo i sensi corporei; a questo
mi sembra che voglia alludere la storia sacra, quando parla
della pesantezza degli occhi del patriarca.
VIII.
Chi ha l'anima molto divisa difficilmente riesce a raggiungere
lo scopo più alto
Ma
ammettiamo pure che l'opinione di quelli che sono versati
su quest'argomento sia quella giusta; quanto a noi, continuiamo
il nostro discorso. Di che cosa parlavamo? Se è possibile,
dobbiamo fare in modo da non allontanarci dal desiderio
più divino e da non evitare il matrimonio. Nessun
ragionamento può cancellare l'economia naturale e
calunniare ciò che è prezioso come se fosse
una cosa abominevole. Ricorrendo all'esempio che abbiamo
su riportato dell'acqua e della fonte, vediamo che un contadino
che vuole far venire dell'acqua su di un terreno per irrigarlo,
se nel frattempo ha bisogno di una piccola quantità,
ne fa scorrere soltanto una quantità proporzionata
al bisogno impellente, che poi fa tornare di nuovo in modo
appropriato nel suo corso principale; se invece facesse
scorrere l'acqua senza criterio e parsimonia, questa, abbandonata
la via maestra, correrebbe il rischio di disperdersi tutta
per vie oblique nei canali scavati. Allo stesso modo, poiché
nella vita gli uomini devono succedersi gli uni agli altri,
chi in tale congiuntura si comporta in modo da lasciare
il primo posto alle cose spirituali e da soddisfare in misura
moderata e contenuta i suoi desideri «perché
il tempo stringe», è veramente il saggio coltivatore,
«colui che coltiva se stesso nella sapienza»,
come dice il precetto dell'apostolo: egli non pensa in modo
meschino al pagamento dei suoi tristi debiti, ma sceglie
d'accordo con la congiunta la purezza per attendere di più
alla preghiera, nel timore di diventare, per colpa della
passione, tutto carne e sangue, «in cui non rimane
lo spirito di Dio». Chi invece è così
debole da non potersi opporre virilmente al corso della
natura, farebbe meglio a tenersi lontano dal matrimonio
piuttosto che cimentarsi in una lotta superiore alle sue
forze. C'è infatti il pericolo che, ingannato dal
piacere che prova, egli consideri come unico bene quello
che si ottiene tramite la carne con la passione, e che,
allontanato dalla mente ogni desiderio dei beni incorporei,
diventi interamente carnale, e persegua in tutti i modi
questo piacere, sì da rendersi «amico più
del piacere che di Dio». Poiché a causa della
debolezza della natura non tutti possono trovare la giusta
misura in queste cose e chi oltrepassa la misura corre il
rischio d'imprigionarsi «nel fango profondo»,
come dice il salmista, sarebbe meglio per lui trascorrere
la vita senza fare tali esperienze, così come consiglia
il nostro discorso, in modo da evitare che le passioni assalgano
la sua anima sotto il pretesto della liceità.
IX.
E' in genere difficile cambiare le proprie abitudini
Generalmente,
contro l'abitudine non si può combattere: essa possiede
in effetti una grande forza capace di attirare a sé
l'anima umana e di presentarle una sembianza di bellezza
alla quale l'anima stessa finisce con l'affezionarsi ed
assuefarsi; nulla è per natura così repellente
da non essere ritenuto desiderabile e preferibile in seguito
all'assuefazione. La verità di ciò che dico
è dimostrata dalla vita umana: fra tanti popoli,
nessuno esercita le stesse occupazioni; al contrario, le
cose belle ed onorate sono diverse da popolo a popolo, in
quanto in ciascun popolo è proprio l'abitudine a
fare di una cosa l'oggetto di un'occupazione e di un desiderio.
Non solo presso i popoli si può constatare questa
mutata disposizione nei confronti delle stesse occupazioni
che sono da alcuni ammirate, e da altri vilipese: anche
in una stessa città ed in una stessa famiglia si
possono osservare grandi differenze tra i singoli componenti,
dovute all'abitudine. I fratelli nati da un unico parto
si differenziano per lo più nella vita per le loro
occupazioni; ciò non deve destare meraviglia, giacché
la stessa cosa non è giudicata allo stesso modo da
tutti gli uomini: ciascuno fa dipendere i propri giudizi
dalla propria disposizione d'animo determinata dalle abitudini.
Per non parlare di cose troppo lontane dall'argomento del
mio discorso, dirò che conosciamo molte persone che
sembrano particolarmente amanti della temperanza nella loro
prima giovinezza e che poi cominciano a condurre una vita
corrotta quando si convincono che il godimento dei piaceri
è legittimo e consentito. Per restare nel paragone
da noi fatto del corso d'acqua, una volta che hanno provato
i piaceri fanno volgere verso di essi tutta la loro facoltà
concupiscibile: spostato l'impulso della loro intelligenza
dalle cose più divine a quelle più vili e
materiali, lasciano aperto un grande varco alle passioni,
sulle quali si riversano tutti i loro desideri, mentre ogni
spinta verso l'alto si esaurisce e s'inaridisce.
Per
questo pensiamo che le persone più deboli facciano
bene a rifugiarsi nella verginità come in una cittadella
sicura, senza attirare su di sé le tentazioni scendendo
nell'ingranaggio della vita e senza cadere prigionieri di
coloro che, servendosi delle passioni carnali, «combattono
la legge della nostra intelligenza»: in tal modo,
si metteranno a pensare non ai confini dei terreni o alla
perdita delle ricchezze o a qualcun'altra delle cose che
vengono cercate in questa vita, ma a quella speranza che
viene prima di tutto il resto. Chi rivolge il proprio pensiero
a questo mondo, chi si preoccupa delle cose di quaggiù,
chi passa il proprio tempo a piacere agli uomini, non può
obbedire al primo e più grande comandamento del Signore,
che prescrive di amare Dio con tutto il cuore e con tutta
la forza. Come può infatti costui amare Dio con tutto
il cuore, se divide il proprio cuore tra Dio ed il mondo,
sottraendogli in un certo senso e lasciando consumare dalle
passioni umane l'amore che solo a Lui è dovuto? «L'uomo
non sposato si preoccupa infatti delle cose del Signore,
l'uomo sposato di quelle del mondo». Se la battaglia
contro i piaceri sembra dura, ci si faccia coraggio; va
ricordato a tal proposito che l'abitudine non è di
piccolo aiuto nel produrre mediante la perseveranza un nuovo
piacere anche in quelli che sembrano i frangenti più
difficili: si tratta del piacere più bello e più
puro, di cui può degnamente cingersi l'uomo assennato,
piuttosto che immeschinirsi nelle cose vili e perdere quei
beni che sono veramente i più grandi e che «superano
ogni intelligenza».
X.
Qual è l'oggetto che si deve desiderare veramente
Quale
discorso potrebbe mai descrivere il danno rappresentato
dalla perdita della vera bellezza? A quali straordinari
pensieri si dovrebbe far ricorso? Come si potrebbe far vedere
e delineare ciò che è ineffabile per qualsiasi
discorso ed incomprensibile per qualsiasi pensiero? Se l'occhio
della mente si purificasse al punto da poter vedere in qualche
modo ciò che il Signore annunzia nelle beatitudini,
si giungerebbe a disconoscere ogni voce umana, come assolutamente
incapace di presentare quest'oggetto di pensiero. Se invece
ci si trova ancora in mezzo alle passioni materiali e se
la disposizione passionale chiude come una cispa la facoltà
visiva dell'anima, neanche in questo caso la potenza del
discorso può servire; per chi è insensibile,
è indifferente che il discorso diminuisca o esalti
le meraviglie, così come nel caso del raggio solare
colui che fin dalla nascita non è in grado di vedere
la luce ritiene ozioso ed inutile qualsiasi discorso che
tenti di spiegarla: non è possibile far brillare
attraverso l'udito lo splendore del raggio. Analogamente,
anche per quanto riguarda la luce intelligibile e vera,
ciascuno ha bisogno dei propri occhi per poter contemplare
questa bellezza: chi l'ha vista per effetto di una grazia
ed ispirazione divina conserva nell'intimo della propria
coscienza uno stupore inesprimibile; chi invece non l'ha
vista, non può neppure rendersi conto del danno rappresentato
da questa privazione. Come gli si potrebbe infatti presentare
il bene che gli è sfuggito? Come gli si potrebbe
porre sotto gli occhi l'inesprimibile? Non conosciamo parole
capaci di esprimere questa bellezza, e fra gli esseri non
esiste nessun esempio che possa dare un'idea di ciò
che si cerca; parimenti impossibile è mostrarlo con
un paragone. Chi potrebbe paragonare il sole ad una piccola
scintilla o mettere una piccola goccia di fronte all'immensità
degli abissi marini? Il rapporto che c'è tra la piccola
goccia e gli abissi o tra la piccola scintilla e la grande
luce del sole esiste anche tra tutte le cose che gli uomini
ammirano come belle e quella bellezza che si contempla attorno
al primo bene ed a ciò che è al di là
di ogni bene.
Quale
accorgimento potrebbe mostrare la gravità della perdita
a chi la subisce? Mi sembra che il grande David abbia fatto
capire bene quest'impossibilità: quando una volta
il suo pensiero venne sollevato dalla potenza dello spirito
ed egli, uscito come fuori di sé, vide nell'estasi
beata quella bellezza straordinaria ed inconcepibile; quando,
abbandonati i velami della carne e raggiunta con il solo
pensiero la contemplazione delle realtà incorporee
ed intelligibili, fu in grado di vedere quello che un uomo
riesce a vedere; quando provò il desiderio di dire
qualcosa che fosse degno della visione, allora profferì
quella frase che tutti cantano: «Ogni uomo è
un mentitore». Secondo me, essa significa che ogni
uomo che voglia affidare alla voce la spiegazione di quella
luce ineffabile è veramente un mentitore, non per
odio della verità, ma per l'inefficacia del suo racconto.
Ad ammirare, a percepire e a rendere note tutte le bellezze
sensibili presenti nella nostra vita, appaiano esse con
i loro bei colori o nella materia inanimata o nei corpi
animati, basta la forza delle nostre facoltà sensitive:
grazie alla descrizione fatta dalle parole, tale bellezza
è riprodotta nel discorso come in un'immagine. Ma
se il modello sfugge al pensiero, come può il discorso
farlo vedere, non trovando alcun mezzo per descriverlo?
Non può ricorrere a nessun colore, a nessuna forma,
a nessuna grandezza, a nessuna simmetria di parti, e per
dirla in breve a nessuna di queste vuote parole. Ciò
che è assolutamente privo di forma e di aspetto e
che si trova lontano, al di fuori di ogni quantità
e di ciò che si contempla nei corpi e che ricade
nel dominio dei sensi come può essere conosciuto
tramite ciò che si percepisce soltanto con le sensazioni?
Non bisogna però ripudiare questo desiderio solo
perché il suo soddisfacimento sembra superiore alla
nostra comprensione: al contrario, quanto più il
nostro discorso mostra la grandezza dell'oggetto ambito,
tanto più dobbiamo elevare il pensiero ed innalzarlo
fino alla sublimità di ciò che cerchiamo,
in modo da non essere esclusi del tutto dalla partecipazione
al bene. Data la sua eccessiva altezza ed ineffabilità,
è assai facile scivolare al di fuori della sua contemplazione,
senza avere modo di appoggiare il pensiero a qualcuna delle
cose conosciute.
XI.
Come si può giungere a concepire la vera bellezza.
A
causa di questa nostra insufficienza dobbiamo in qualche
modo guidare il nostro pensiero verso l'invisibile servendoci
di ciò che è conosciuto alle sensazioni. Potremmo
arrivare a concepirlo nel modo seguente. Coloro che considerano
le cose in maniera superficiale e prescindendo dall'intelligenza,
quando vedono presentarsi un uomo o un qualsiasi altro oggetto,
si danno pensiero solo di ciò che vedono: la sola
vista della mole del corpo basta a far credere loro di conoscere
l'uomo in modo completo. Chi invece guarda con l'anima ed
ha imparato a non affidare ai soli occhi l'osservazione
delle cose, non si ferma alle apparenze né considera
come non esistente ciò che non vede, ma pensa alla
natura dell'anima dell'uomo ed esamina sia nel loro insieme
che singolarmente le qualità che appaiono nel suo
corpo; con il suo ragionamento le separa le une dalle altre
e considera quindi il modo in cui esse concorrono e contribuiscono
insieme alla formazione del soggetto. Lo stesso accade nella
ricerca del bello: chi è meno intelligente, alla
vista di una cosa che ha un'apparenza di bellezza è
portato dalla propria natura a pensare che sia bello ciò
che attira le sensazioni tramite il piacere, e non si preoccupa
d'altro; chi ha invece l'occhio dell'anima più puro
ed è in grado di guardare le realtà più
alte, lascia andare la materia che si trova sotto l'idea
del bello e si serve di ciò che vede come di un punto
di partenza per giungere alla contemplazione della bellezza
intelligibile, partecipando della quale ogni altra cosa
diventa ed è chiamata bella.
Poiché
quasi tutti gli uomini viventi nutrono dei pensieri così
grossolani, a mio parere riesce loro difficile pensare alla
natura del bello assoluto separando con un taglio netto,
mediante il loro ragionamento, la materia dalla bellezza
che contemplano. Se poi si vuole esaminare con attenzione
la causa delle supposizioni errate e perverse, non credo
di poterne trovare una diversa dal fatto che «le facoltà
sensoriali della nostra anima non sono ben esercitate nel
riconoscimento del bello e del brutto». Per questo
gli uomini si allontanano dalla ricerca del vero bene: alcuni
scivolano verso l'amore carnale, altri rivolgono i loro
desideri verso le ricchezze inanimate ed immateriali, altri
fanno consistere il bello negli onori, nella fama e nella
potenza, altri si stupiscono di fronte alle arti ed alle
scienze; altri infine, più abietti di costoro adottano
la gola ed il ventre come criteri per giudicare il bene.
Se, lasciati i pensieri materiali e le affezioni per le
apparenze, cercassero la natura semplice, immateriale e
senza forma del bello, non commetterebbero errori nella
scelta delle cose desiderabili né si lascerebbero
fuorviare da quest'inganno fino al punto da non giungere
a disprezzare tali cose considerando il carattere effimero
dei loro piaceri.
Questa
dovrebbe essere dunque per noi la strada che conduce alla
scoperta del bello: lasciate da parte come vili ed effimere
le cose che attirano i desideri degli uomini in quanto sono
ritenute belle e di conseguenza anche degne di essere ambite
ed accettate, non dobbiamo disperdere in nessuna di esse
la nostra facoltà concupiscibile, né tenerla
chiusa in noi e costringerla a restare inerte ed immobile;
al contrario, una volta che l'abbiamo purificata dall'affezione
per le cose meschine, dobbiamo condurla là dove non
giungono le sensazioni. In tal modo essa non ammirerà
più né la bellezza del cielo né gli
splendori degli astri né alcun'altra delle cose che
sembrano belle, ma si lascerà guidare dalla bellezza
che si contempla in esse fino al desiderio di quella bellezza
«la cui gloria è celebrata dai cieli e la cui
conoscenza è annunziata dal firmamento e da ogni
creatura». Così l'anima, salendo in alto e
lasciando dietro di sé in quanto inferiore all'oggetto
cercato tutto ciò che è percepibile, può
giungere a concepire «quella sublimità che
si eleva al di sopra dei cieli».
Ma
chi si preoccupa delle cose meschine, come può raggiungere
quelle più alte? Come si può volare verso
il cielo se non si è muniti delle ali celesti e se
non ci si solleva verso le regioni superiori con l'aiuto
di una condotta di vita più elevata? Chi sta così
al di fuori dei misteri evangelici da ignorare che esiste
per l'anima umana un solo veicolo capace di farla viaggiare
verso i cieli, il rendersi simili nell'aspetto alla colomba
che scese giù, e le cui ali furono desiderate anche
dal profeta David? In questo modo enigmatico la Scrittura
è solita alludere alla potenza dello Spirito, o perché
quest'uccello non ha bile, o perché è nemico
dei cattivi odori, come dicono coloro che l'hanno osservato.
Chi dunque abbandona ogni amarezza ed ogni lezzo carnale
e si eleva al di sopra di tutte le cose meschine e basse;
chi, per meglio dire, s'innalza al disopra di tutto il mondo
grazie all'ala di cui si è parlato, è in grado
di trovare l'unico oggetto degno di desiderio e di diventare
anch'egli bello una volta che si è avvicinato al
bello: divenuto risplendente e luminoso in questa bellezza,
continuerà a rimanere partecipe della vera luce.
Dicono gli esperti che gli splendori che spesso appaiono
di notte nell'aria e che alcuni chiamano stelle cadenti
altro non sono che dell'aria che si riversa nelle regioni
eteree sotto la spinta di certi venti: secondo loro, quest'impulso
igneo si imprime nel cielo allorché il vento s'infiamma
nell'etere. Come l'aria che si trova attorno alla terra
sollevata dalla forza del vento diventa luminosa, giacché
è trasformata dalla purezza dell'etere, così
anche la mente umana, abbandonata questa vita sudicia e
squallida, diventa pura e luminosa grazie alla potenza dello
spirito, si unisce alla purezza vera e sublime, risplende
in un certo senso in essa, si riempie di raggi e diventa
luce secondo la promessa del Signore che annunziò
che i giusti sarebbero stati splendenti come il sole. Vediamo
che ciò si verifica anche sulla terra in presenza
di uno specchio d'acqua o di altra superficie capace di
risplendere per la sua levigatezza. Una superficie di tal
genere, quando riceve il raggio solare, produce e fa uscire
da sé un altro raggio; non potrebbe farlo, se la
sua purezza ed il suo splendore fossero offuscati dalla
sporcizia. Se noi ci eleviamo lasciando la tenebra terrestre
e ci avviciniamo alla vera luce di Cristo, possiamo diventare
luminosi in queste regioni superiori; e se «la vera
luce che risplende anche nelle tenebre» giunge anche
a noi, anche noi siamo luce, come dice il Signore ai suoi
discepoli in un passo del Vangelo; c'è solo il rischio
che la sporcizia prodotta dal vizio, crescendo nel cuore,
indebolisca la grazia della nostra luce.
Mediante
questi esempi il nostro discorso ci ha forse messo in grado
piano piano di pensare a come trasformarci in ciò
che è superiore a noi; abbiamo mostrato che non si
può unire l'anima al Dio incorruttibile se essa non
diventa il più possibile pura mediante l'incorruttibilità
in modo da comprendere il simile con il simile, se non si
offre come uno specchio riflettente alla purezza di Dio
e se non forma la propria bellezza partecipando della bellezza
originaria e riflettendola. Chi è capace di abbandonare
tutte le cose umane, siano esse i corpi, le ricchezze, le
occupazioni che si riferiscono alla scienza o alle arti
o tutto ciò che i costumi e le leggi ritengono buono
(il giudizio sul bello erra infatti proprio quando si adotta
come criterio la sensazione), prova amore e desiderio solo
nei confronti di quell'oggetto che non ha ricevuto da altri
la propria bellezza e che è bello non in rapporto
ad un'altra cosa ma di per sé, grazie a sé
ed in sé, in quanto è costantemente bello:
esso non diventa bello in un certo momento per non esserlo
più in un altro, ma rimane sempre nello stesso stato,
al di sopra qualsiasi aggiunta ed accrescimento, senza essere
oggetto ad alcun cambiamento ed alterazione.
Oso
dunque dire che a colui che ha purificato «da ogni
specie di vizio» tutte le facoltà della propria
anima si rivela l'oggetto che è bello unicamente
grazie alla sua natura e che è la causa di ogni bellezza
e di ogni bene. Come l'occhio liberato dalla cispa vede
splendere ciò che si trova nell'aria, così
l'anima, grazie alla purezza, possiede la facoltà
di pensare quella luce: la vera verginità e la ricerca
dell'incorruttibilità perseguono lo scopo della visione
di Dio, che è resa possibile proprio da esse. Nessuno
ha la mente così cieca, da non capire da sé
che l'oggetto che è bello, buono e puro in modo vero,
originario unico è il Dio di tutte le cose.
XII. Chi si è purificato è in grado
di contemplare in se stesso la bellezza divina; della causa
del male
Ma
forse nessuno ignora tutto questo; piuttosto, è naturale
che alcuni cerchino di sapere se è possibile trovare
una sorta di metodo e di via capace di condurci a questa
meta. I libri divini sono pieni di tali istruzioni, e molti
santi rendono visibile la loro vita, che serve come da faro
a coloro che camminano secondo il volere di Dio. Ma ciascuno
può attingere in abbondanza da entrambi i Testamenti
le relative norme della Scrittura ispirata da Dio: molto
si può prendere senza limitazione sia dai profeti
e la legge sia dalle tradizioni evangeliche ed apostoliche;
le riflessioni che potremmo fare seguendo le parole divine
sono invece le seguenti.
L'uomo,
quest'essere vivente provvisto di ragione e di pensiero,
opera ad imitazione della natura divina e pura (nella cosmogonia
è scritto a proposito di lui che «Dio lo fece
a sua immagine»); quest'essere vivente, quest'uomo,
non ricevette dunque alla sua nascita, come parte della
propria natura e della propria essenza, la proprietà
di essere soggetto alle passioni ed alla morte. Non sarebbe
infatti stato possibile salvaguardare il principio dell'immagine,
se la bellezza rappresentante l'immagine fosse risultata
contraria al suo modello. Solo dopo la sua prima formazione
furono introdotte nell'uomo le passioni. Questo avvenne
nel modo seguente. Come si è detto, l'uomo era l'immagine
e l'imitazione della potenza che su tutto regna, e per tale
ragione, nella libertà delle sue scelte, era simile
al padrone di tutte le cose; non era schiavo di nessuna
necessità esterna, e poteva disporre di sé
come voleva secondo il proprio giudizio, giacché
aveva la facoltà di scegliere ciò che gli
piaceva. Fu lui ad attirare volontariamente su di sé,
fuorviato da un inganno, la disgrazia in cui ora si trova
il genere umano: da sé scopri il male, senza averlo
visto prodotto da Dio. «Non fu infatti Dio a creare
la morte», ma fu l'uomo a divenire in un certo senso
il creatore e l'artefice del male. La luce solare può
essere percepita da tutti coloro che sono provvisti della
facoltà visiva. Chi vuole può, chiudendo gli
occhi, rimanere estraneo a questa percezione; in tal caso
però non è il sole a ritirarsi altrove ed
a produrre quindi la tenebra, ma è l'uomo a separare
il proprio occhio dal raggio chiudendo le palpebre.
Poiché
la facoltà visiva non può funzionare a causa
della chiusura degli occhi, è fatale che l'inattività
della vista metta in azione la tenebra, che l'uomo fa insorgere
deliberatamente tramite la cecità. Così pure,
chi si costruisce una casa senza lasciare aperta nessuna
via capace di far entrare la luce nell'interno, deve necessariamente
vivere nella tenebra, in quanto ha chiuso di proposito l'ingresso
ai raggi solari. Allo stesso modo il primo uomo nato dalla
terra, o piuttosto colui che fece nascere il male nel genere
umano, trovava il bello ed il buono a portata di mano in
qualsiasi punto del suo ambiente naturale e ne poteva disporre
come voleva; tuttavia, agendo contro se stesso, introdusse
volontariamente delle novità contrarie alla natura
e così, rifiutando la virtù, venne a provare
il male di sua libera scelta. Il male, considerato al di
fuori della libera scelta ed in se stesso, non esiste nella
natura: «ogni creatura di Dio è bella e non
va disprezzata» e «tutte le cose che Dio ha
fatto sono fin troppo belle». Ma quando l'ingranaggio
del male s'introdusse nel modo sopra descritto nella vita
dell'uomo corrompendola, e quando in seguito al riversarsi
nell'uomo di un'enorme quantità di vizi originatisi
da un piccolo pretesto, anche la bellezza della sua anima
- simile a Dio ed imitazione della bellezza originaria -
venne annerita come un ferro dalla ruggine del vizio, l'uomo
in quelle circostanze non seppe più conservare la
grazia dell'immagine che gli era propria e che era conforme
alla natura, ed assunse l'aspetto turpe caratteristico del
peccato. Per questo l'uomo, «questa cosa grande e
preziosa» - così lo chiama la Scrittura - abbandonò
la propria dignità: come chi scivola e cade nel sudiciume
diventa irriconoscibile anche alle persone con cui ha familiarità
perché tutta la sua figura è sporca di fango,
così anche l'uomo, caduto nel sudiciume del peccato,
perse l'immagine del Dio incorruttibile ed assunse con il
peccato un'immagine soggetta a corruzione e fangosa. La
parola divina suggerisce di toglierla lavandola con l'acqua
pura della retta condotta di vita, in modo che «una
volta eliminato l'involucro» di terra, possa apparire
di nuovo la bellezza dell'anima. La deposizione di ciò
che è contrario all'uomo consiste nel ritorno a ciò
che gli è proprio e secondo natura: in quest'intento
egli non può riuscire, se non ritorna ad essere quello
che era all'inizio, quando fu creato. La somiglianza a Dio
non è infatti opera nostra né una realizzazione
delle facoltà umane, ma dipende dalla generosità
di Dio, che la donò alla natura umana fin dalla sua
prima nascita.
L'uomo
deve preoccuparsi solo di togliere la sporcizia che il vizio
ha accumulato in lui e di far risplendere la bellezza della
sua anima, prima velata. Penso che nel Vangelo il Signore
insegni proprio questo quando dice a coloro che sono in
grado di ascoltare «la sapienza comunicata nel mistero»:
«il regno di Dio è dentro di voi». La
sua parola mostra, a mio parere, come il bene concesso da
Dio non sia separato dalla nostra natura né sia situato
lontano da coloro che intendono cercarlo, ma si trovi in
ciascuno di noi: esso è ignorato e nascosto quando
«viene soffocato dagli affanni e dai piaceri della
vita», ma può essere ritrovato quando diventa
l'oggetto dei nostri pensieri, Se devo rendere più
credibile con altri argomenti ciò che ho detto, ricorderò
che a mio avviso il Signore vuole farci pensare proprio
a questo quando parla della ricerca della dracma perduta:
pur essendo tutte presenti, di nessuna utilità possono
essere le rimanenti virtù - chiamate dracme dal Vangelo
- se quella sola dracma manca nell'anima rimasta vedova.
Per questo il Signore, alludendo forse alla ragione «che
illumina gli oggetti nascosti», ci ordina di «accendere
innanzitutto la lampada» e di cercare quindi la dracma
perduta «nella nostra casa», vale a dire in
noi stessi. Con la dracma cercata Egli vuole alludere proprio
all'immagine del re, che non è persa del tutto, ma
è solo nascosta nello sterco. Per sterco bisogna
intendere, a mio parere, la sporcizia prodotta dalla carne:
una volta che questa è stata spazzata via ed eliminata
da una retta condotta di vita, l'oggetto cercato riappare;
allora, l'anima che l'ha ritrovato ha ragione di rallegrarsi
e di rendere i vicini partecipi della sua gioia. In effetti,
quando la grande immagine del re impressa fin dal principio
sulla nostra dracma «da colui che ha formato i nostri
cuori ad uno ad uno» vien scoperta ed ha modo di risplendere,
allora tutte le facoltà presenti nell'anima - chiamate
«vicini» - si voltano sotto l'effetto di quella
gioia ed esultanza divina, e rimangono fisse nella contemplazione
dell'ineffabile bellezza dell'oggetto trovato. «Rallegratevi
con me - dice il Signore - perché ho ritrovato la
dracma che avevo perso». Le facoltà dell'anima
«vicine», vale a dire presenti in lei -quella
razionale, quella concupiscibile, quella che regola il dolore
e l'ira e tutte le altre di cui si può pensare dotata
l'anima - piene di gioia per la scoperta della dracma divina
a buon diritto possono essere ritenute amiche: è
naturale che tutte si rallegrino nel Signore, quando contemplano
il bello ed il buono ed agiscono per glorificare Dio, senza
essere più le armi del peccato.
Se
il ritrovamento di ciò che si cercava significa il
ritorno alla condizione primitiva dell'immagine divina che
ora è nascosta dalla sporcizia della carne, noi dobbiamo
diventare quello che il primo uomo creato fu all'inizio
della sua vita. Com'era dunque? Non aveva vestiti fatti
con pelli morte, poteva guardare con tutta sicurezza il
volto di Dio, non giudicava il bello mediante il gusto e
la vista, «gioiva solo nel Signore», e a tale
scopo - questo fa capire la divina Scrittura - si serviva
dell'aiuto che gli era stato dato, giacché non conobbe
la sua donna prima della cacciata dal paradiso e prima che
essa fosse condannata alla pena del parto per il peccato
che aveva commesso lasciandosi ingannare.
Possiamo
ritornare alla primitiva beatitudine ripercorrendo in senso
inverso quello stesso cammino che ci portò fuori
del paradiso, quando ne venimmo scacciati insieme al nostro
progenitore. Di quale cammino si tratta? Allora il piacere,
prodotto dall'inganno, diede inizio alla caduta. Alla passione
accesa dal piacere seguirono quindi la vergogna, la paura,
il non avere più il coraggio di stare al cospetto
del Creatore, ed il nascondersi tra le foglie nell'ombra;
dopo di che, essi si ricoprirono di pelli morte. Così
furono mandati esuli in questa regione malsana ed aspra,
nella quale il matrimonio fu concepito come un mezzo di
consolazione di fronte alla morte