Castità
Opere
dei Santi
San
Gregorio di Nissa
Trattato
sulla Verginità
Par
I -VI
Lettera
che anticipa quanto viene esposto in seguito, consistente
in un'esortazione alla vita virtuosa
Lo scopo del trattato è d'infondere in coloro che
lo leggeranno il desiderio della vita virtuosa. Poiché,
come dice il divino apostolo, la vita secolare è
soggetta a molte distrazioni, il nostro scritto non può
fare a meno di raccomandare la vita basata sulla verginità
come porta d'ingresso ad una condotta più saggia:
per coloro che si trovano impigliati nella vita comune non
è facile, in effetti, attendere con la necessaria
serenità di spirito alla vita più divina,
mentre coloro che si sono totalmente staccati dal turbine
della vita secolare hanno maggiori possibilità di
dedicarsi ininterrottamente alle più alte occupazioni.
L'esortazione non riesce da sola a persuadere, e con il
semplice discorso non è facile indurre o spronare
qualcuno a fare qualcosa di utile, se prima non si fa vedere
la nobiltà dello scopo a cui si esorta l'ascoltatore;
per questa ragione, il nostro discorso partendo dall'encomio
della verginità termina con l'esortazione. E poiché
la bellezza di una determinata cosa è in un certo
senso posta maggiormente in risalto dal raffronto con il
suo contrario, abbiamo dovuto ricordare anche gli aspetti
sgradevoli della vita secolare. Quindi, seguendo il metodo
migliore, abbiamo dato uno schizzo della vita spirituale,
e fatto vedere come colui che è assorbito dai pensieri
del mondo non possa raggiungerla. I desideri corporei sono
sopiti in coloro che hanno rinunziato al mondo; di conseguenza,
abbiamo cercato di dare un contorno preciso a quello che
deve essere il vero oggetto dei nostri desideri: proprio
in vista di quest'oggetto abbiamo ricevuto dal creatore
della nostra natura la facoltà di desiderare. Una
volta che l'avremo rivelato nei limiti delle nostre possibilità,
potremo anche pensare al modo di conseguire questo bene.
La vera verginità, quella che purifica da tutte le
sozzure prodotte dai peccati, si rivela dunque adatta a
tale intento, di modo che tutta la parte centrale del nostro
discorso, anche se dà l'impressione di trattare altri
argomenti, mira in realtà al suo encomio. Per non
dilungarsi troppo, il trattato ha preferito sorvolare sulle
regole particolari proprie di tale tipo di vita, praticate
da coloro che perseguono questo nobile ideale: introducendo
le sue esortazioni con consigli più generali, esso
abbraccia in un certo senso anche le questioni singole,
in modo da non tralasciare quanto è necessario e
da evitare una lunghezza eccessiva. Data l'abitudine che
tutti hanno di dedicarsi più volentieri a quell'occupazione
da cui vedono altri acquistare fama, non abbiamo potuto
non ricordare i santi che sono divenuti illustri con il
celibato. Ma poiché gli esempi riportati nella narrazione
non valgono a realizzare la virtù quanto la viva
voce ed i buoni esempi viventi, abbiamo dovuto ricordare
verso la fine del trattato il nostro piissimo vescovo e
padre come il solo che è capace di educare a tale
norma di vita. Non ne abbiamo ricordato il nome; mediante
certe allusioni, il trattato fa però capire che è
proprio lui la persona di cui si parla. In tal modo, coloro
che in futuro lo leggeranno non solo non giudicheranno inutile
il consiglio che esorta i giovani a frequentare la compagnia
di un uomo morto, ma, pensando soltanto a come deve essere
il maestro di tale vita, saranno anche in grado di scegliersi
come guide coloro che la grazia divina avrà mostrato
degni di sovrintendere ad una condotta di vita conforme
alla virtù: o troveranno la persona che cercano,
o sapranno bene come bisogna essere.
La
successione degli argomenti è la seguente:
1. La verginità è superiore ad ogni encomio.
2. La verginità rappresenta la perfezione propria
della natura divina ed incorporea.
3. Ricordo degli aspetti spiacevoli della vita matrimoniale;
si fa anche notare che l'autore del trattato non è
celibe.
4. Tutte le assurdità della vita si originano dal
matrimonio; come deve essere colui che si è veramente
staccato dalla vita secolare.
5. L'assenza di passioni nell'anima è più
importante della purezza del corpo.
6. Elia e Giovanni seguirono la severa regola di questo
tipo di vita.
7. Il matrimonio non va annoverato tra le cose condannabili.
8. Chi ha l'anima molto divisa difficilmente riesce a raggiungere
lo scopo più alto.
9. E' in genere difficile cambiare le proprie abitudini.
10. Qual è l'oggetto che si deve desiderare veramente.
11. Come si può giungere a pensare alla vera bellezza.
12. Chi si è purificato è in grado di contemplare
in se stesso la bellezza divina; della causa del male.
13. L'inizio della cura di se stessi è la rinunzia
al matrimonio.
14. La verginità è superiore al potere della
morte.
15. La vera verginità si vede in tutto ciò
che si fa.
16. Tutte le occasioni di abbandono della virtù presentano
un uguale pericolo.
17. E' imperfetto nei riguardi del bene chi è difettoso
anche in una sola delle pratiche virtuose.
18. Tutte le facoltà dell'anima devono mirare alla
virtù.
19. Ricordo di Maria sorella di Aronne, come colei che inaugurò
questo tipo di vita perfetta.
20. E' impossibile essere schiavi dei piaceri corporei e
nello stesso tempo cogliere i frutti della gioia divina.
21. Colui che ha scelto una severa disciplina di vita deve
estraniarsi da ogni tipo di piacere corporeo.
22. Non bisogna praticare la continenza al di là
del necessario; alla perfezione dell'anima si oppone sia
la carnosità del corpo che la mortificazione priva
di misura.
23. Colui che desidera apprendere la severa regola di questo
tipo di vita deve farsi istruire da chi ha realizzato tale
perfezione.
I.
La verginità è superiore ad ogni encomio
Il
tipo nobile di verginità, onorato da tutti coloro
che fanno consistere la bellezza nella purezza, si trova
soltanto in chi è benevolmente assistito dalla grazia
divina nella sua. lotta per la realizzazione di questo bel
desiderio, e riceve quindi una lode adeguata dall'aggettivo
che l'accompagna. Il termine «incorruttibile»,
che molti usano abitualmente per caratterizzare la verginità,
è infatti indice della sua purezza. Grazie a tale
termine equivalente è possibile comprendere la superiorità
ed il pregio di questa grazia, giacché tra i tanti
modi in cui la virtù si realizza, solo essa è
stata onorata con l'appellativo «incorruttibile».
Se poi bisogna glorificare con elogi questo grande dono
di Dio, a garantire la sua fama basta il divino apostolo,
che sotto poche parole ha nascosto tutti i più alti
encomi, chiamando santa ed irreprensibile colei che se ne
è adornata. Se la nobile verginità si realizza
quando si diventa irreprensibili e santi (a ragione questi
appellativi si applicano in primo luogo al Dio incorruttibile),
quale lode della verginità è più grande
di quella che, servendosi proprio di tali aggettivi, la
mostra nell'atto di deificare in un certo senso coloro che
sono partecipi dei suoi puri misteri fino al punto di godere
della gloria dell'unico Dio veramente santo ed irreprensibile
e d'imparentarsi con lui grazie alla purezza ed all'incorruttibilità?
Coloro che dilungano le lodi in discorsi particolareggiati
nell'intento di aggiungere qualcosa al carattere meraviglioso
della verginità non si accorgono a mio giudizio di
nuocere allo scopo che perseguono e di rendere sospetta
la lode con le loro esaltazioni esagerate. Le cose splendide
della natura, quali il cielo, il sole o le altre meraviglie
dell'universo, possiedono in se stesse il loro carattere
meraviglioso e non hanno bisogno dell'apologia dei discorsi;
soltanto alle occupazioni più umili il discorso fa
da sostegno ed aggiunge una parvenza di grandezza, rievocando
le lodi. Per questo motivo si nutrono spesso dei sospetti
nei confronti delle meraviglie approntate dai discorsi,
come se si trattasse di cose sofisticate dagli uomini. L'unica
lode appropriata che si può fare della verginità
consiste nel mostrare come questa virtù sia superiore
agli elogi e nel provare la propria ammirazione per la purezza
più con il proprio modo di vivere che con le parole.
Chi per ambizione la prende come argomento dei suoi encomi,
se è convinto che è possibile magnificare
con discorsi umani una grazia così grande, sembra
vedere nella goccia prodotta dai suoi sudori un'aggiunta
considerevole al mare infinito: o sopravvaluta la sue possibilità
o non conosce ciò che loda.
II.
La verginità rappresenta la perfezione propria alla
natura divina ed incorporea
Ci
occorre una grande intelligenza per comprendere la sublimità
di questa grazia, che è pensabile nel Padre incorruttibile;
ma la cosa più straordinaria è che la verginità
si trova nel Padre che pure ha un figlio che ha generato
senza essere soggetto a passioni. Parimenti la si rivede
nel Dio unigenito dispensatore d'incorruttibilità,
nel momento in cui risplende nella sua generazione pura
e scevra da passioni. Altro fatto ugualmente straordinario
è rappresentato dal Figlio, quando si pensa che è
nato dalla verginità. Allo stesso modo si può
contemplare questo stato nella purezza incorruttibile propria
della natura dello Spirito Santo: quando si parla di purezza
e d'incorruttibilità, con questi due termini si allude
proprio alla verginità. Essa si accompagna anche
alle nature ultramondane; grazie alla mancanza di passioni,
è presente nelle potenze superiori, senza mai separarsi
dalle nature divine e senza mai attaccarsi a quelle opposte.
Tutti gli esseri che o per natura o per libera scelta si
rivolgono alla virtù si vantano della purezza e dell'incorruttibilità;
e tutti gli esseri a cui è stata assegnata una collocazione
opposta sono quello che sono e vengono chiamati così
come vengono chiamati proprio perché hanno perso
la purezza. Quale discorso sarà dunque così
potente da eguagliare una grazia così grande? O come
non bisogna temere di nuocere con delle lodi ricercate allo
splendore di una cosa così sublime, rendendo la sua
gloria inferiore all'idea che se ne erano fatta gli ascoltatori?
Poiché
è impossibile elevare il discorso all'altezza dell'argomento,
è meglio lasciare da parte ogni encomio della verginità
e, nei limiti del possibile, ricordare sempre questa grazia
divina parlando del bene che, pur essendo una proprietà
ed un privilegio della natura incorporea, è stato
elargito dall'amore di Dio a coloro che hanno ottenuto la
vita per mezzo della carne e del sangue: è proprio
quest'amore di Dio che, offrendo la partecipazione alla
purezza come una mano soccorritrice, corregge la natura
umana abbattuta dagli atteggiamenti passionali e la guida
alla contemplazione delle cose superiori. A mio parere,
nostro Signore Gesù Cristo, la fonte dell'incorruttibilità,
è venuto al mondo senza aver bisogno dell'atto coniugale
per mostrare, con il carattere della sua incarnazione, il
grande mistero dovuto al fatto che la presenza e la venuta
di Dio nel mondo possono trovare degna accoglienza solo
in quella purezza che non si può realizzare in misura
adeguata se non ci si estranea totalmente dalle passioni
della carne. Quello che si verificò fisicamente in
Maria immacolata quando la pienezza della divinità
risplendette in Cristo attraverso la verginità, si
ripete anche in ogni anima che resta vergine seguendo la
ragione, anche se il Signore non è più presente
materialmente. Dice infatti l'apostolo: «Non conosciamo
più Cristo secondo la carne»; pur tuttavia,
come ricorda un luogo del Vangelo, Egli si stabilisce spiritualmente
nell'anima vergine e conduce con sé anche il Padre.
Poiché
dunque la verginità è così potente
da rimanere nei cieli presso il Padre degli spiriti, da
danzare assieme alle potenze ultramondane e da inserirsi
nello stesso tempo anche nell'economia della salvezza umana
facendo scendere Dio con sé fino a renderlo partecipe
della vita degli uomini, elevando l'uomo al desiderio delle
cose celesti, divenendo come il legame di parentela tra
l'uomo e Dio e rendendo concordi, grazie alla sua mediazione,
le cose che per natura sono distanti tra loro, quale discorso
risulterà mai capace di elevarsi alla sublimità
di questa meraviglia? Giacché però sarebbe
del tutto fuori luogo dare l'impressione di essere come
muti o insensibili e scegliere una di queste due alternative,
o far mostra di non riconoscere la bellezza della verginità
o apparire apatici ed inamovibili nei confronti della percezione
delle cose belle, abbiamo pensato di dover dire poche cose
su di essa per mostrare la nostra assoluta obbedienza verso
chi ci ha ordinato di parlare su quest'argomento. Nessuno
però cerchi in noi discorsi enfatici: non avendo
dimestichezza con questo modo di parlare, non potremmo farli
neanche di proposito. E se anche fossimo capaci di fare
dell'enfasi, non preferiremmo acquistarci fama presso poche
persone piuttosto che essere utili a tutti. Penso che l'uomo
assennato tra tutti i mezzi espressivi debba ricercare non
quelli che lo rendono più ammirato rispetto alla
massa, ma quelli con cui può giovare sia a se stesso
che agli altri.
III.
Ricordo degli aspetti spiacevoli della vita matrimoniale;
si fa anche notare che l'autore del trattato non è
celibe
Potessi
trarre anch'io qualche profitto da tale pratica di vita!
Con quanto maggiore entusiasmo mi sarei sobbarcato a questa
fatica se, come dice la Scrittura, mi fossi impegnato nel
mio discorso «animato dalla speranza di godere anch'io
dei frutti dell'aratro e della trebbiatura»! Ora invece
la conoscenza della bellezza della verginità è
per me in un certo senso vana ed inutile, così come
lo sono «i prodotti della terra per il bue che munito
di museruola rivolta il terreno dell'aia» o come lo
è per l'assetato l'acqua che scorre giù da
un precipizio quando non può essere raggiunta. Beati
coloro che possono scegliere liberamente le cose migliori
e che non ne vengono tenuti lontani dopo essere stati catturati
dalla vita comune! Noi siamo invece separati come da un
abisso dalla gloria della verginità, alla quale non
può giungere chi ha cominciato ad imprimere le sue
orme sul cammino della vita secolare. Per questo noi non
siamo che degli spettatori delle altrui bellezze e dei testimoni
dell'altrui beatitudine: anche se ci siamo fatti una bella
idea della verginità, la nostra sorte è simile
a quella dei cuochi e dei servi, che fanno gustare ad altri
la lussuosa tavola dei ricchi senza poter prendere nulla
di ciò che è stato preparato. Come saremmo
stati felici se le cose non fossero andate così e
se non avessimo conosciuto il bello in seguito ad un tardo
pentimento! Sono invece veramente invidiabili e si trovano
in uno stato che non conosce preghiere e desideri coloro
che non si sono preclusa la possibilità di godere
di questi beni. Come si crucciano e si addolorano per la
loro condizione coloro che raffrontano il lusso della ricchezza
con la propria povertà, così noi, quanto più
riconosciamo la ricchezza della verginità, tanto
più commiseriamo l'altro tipo di vita, e avendo in
mente le cose migliori arriviamo a comprendere di quali
e quanti beni esso sia privo. Non parlo soltanto dei beni
che la vita futura riserva a chi è vissuto secondo
la virtù, ma anche di quelli che offre la vita presente.
Se si esaminasse con cura la differenza tra la nostra vita
secolare e la verginità, si vedrebbe che tra le due
vite esiste pressappoco lo stesso divario che c'è
tra le cose terrene e quelle celesti; chi osserverà
più da vicino i fatti potrà rendersi conto
della verità delle mie parole.
Da
dove si deve cominciare, per dipingere questa vita difficile
con le tinte tragiche che le si addicono? O come si possono
portare sotto gli occhi i suoi mali comuni, che tutti conoscono
per diretta esperienza e che tuttavia la natura riesce a
nascondere non so come a coloro che pure li conoscono, data
la propensione degli uomini ad ignorare i frangenti in cui
si trovano? Vuoi che cominciamo dagli aspetti più
seducenti? La prima cosa che si cerca nel matrimonio è
il raggiungimento di una piacevole vita in comune. Ammettiamo
che questa si realizzi, e presentiamo pure un matrimonio
felice sotto tutti i punti di vista: diamo per scontate
la stirpe illustre, la ricchezza sufficiente, l'età
coincidente, la bellezza fiorente, quella grande attrazione
che si può supporre presente in ciascuno dei due
più che nell'altro, e quella piacevole emulazione
grazie alla quale ciascuno dei due vuol superare se stesso
nelle manifestazioni amorose. Aggiungiamo pure la fama,
la potenza, la pompa, e tutto ciò che preferisci.
Considera però i dolori che necessariamente si accompagnano
ai beni che abbiamo enumerato e che li consumano lentamente.
Non mi riferisco all'invidia di cui sono oggetto le persone
illustri, né al fatto che il sembrare di essere fortunati
nella vita attira le insidie degli uomini, e neppure al
fatto che chiunque non gode di un bene in misura uguale
è naturalmente portato ad invidiare chi sta meglio
di lui, anche se per questi motivi la vita di chi sembra
essere felice è insidiata dai sospetti e procura
più dolori che piaceri. Tralascio tutto ciò:
ammettiamo pure che l'invidia non prenda di mira costoro,
anche se è ben difficile trovare una persona a cui
tocchino contemporaneamente questi due privilegi, quello
di essere più felice degli altri e quello di non
essere oggetto d'invidia. Se vuoi, supponiamo priva di tutti
questi mali la loro vita. Vediamo piuttosto se può
essere felice chi si trova in una simile situazione fortunata.
Tu
mi chiederai: «Quale sarà mai allora questo
dolore, se neanche l'invidia tocca le persone felici?».
Io dico che è proprio l'assoluta felicità
della loro vita a fare da esca al dolore. Finché
sono uomini - esseri mortali e caduchi - e guardano le tombe
dei loro antenati, non possono separarsi dai dolori, tanto
questi sono uniti alla loro vita: basta che abbiano un solo
barlume di ragione. L'attesa continua della morte, che non
è riconoscibile con dei segni precisi e che data
l'incertezza del futuro terrorizza come se fosse sempre
imminente, guasta la felicità del momento e turba
ogni gioia con la paura di ciò che si aspetta. Fosse
possibile sapere prima della prova quello che hanno subito
coloro che sono stati provati! Se infatti ci si potesse
introdurre in questo tipo di vita con qualche sotterfugio
per rendersi conto della situazione, quanti correrebbero
spontaneamente ad abbracciare la verginità, abbandonando
il matrimonio! Come si starebbe attenti a non lasciarsi
prendere dalle trappole che non offrono scampo! Il dolore
che esse procurano non lo si può immaginare con esattezza,
se non si cade prigionieri delle loro reti. Se fosse possibile
guardare senza rischio, si vedrebbe la gran confusione prodotta
dalle contrarietà, il riso mescolato alle lacrime,
il dolore unito alla gioia, l'attesa della morte che è
presente in tutti gli avvenimenti e che tocca ogni cosa
piacevole. Quando lo sposo vede il viso amato, subito s'insinua
in lui anche la paura della separazione; e se sente la dolcissima
voce della sposa, pensa al momento in cui non la sentirà
più; e quando la contemplazione della bellezza lo
fa gioire, allora soprattutto teme l'arrivo del dolore;
se poi pensa ai pregi della giovinezza e a tutto ciò
a cui ambiscono gli stolti, come lo sguardo che risplende
sotto le ciglia, le sopracciglia che si stendono sopra gli
occhi, la guancia dal sorriso dolce e delicato, le labbra
fiorenti grazie al loro rosso naturale, i capelli folti,
fermati da fili d'oro e risplendenti sul capo grazie alle
trecce variegate, e tutti questi splendori caduchi, proprio
allora, purché abbia un minimo d'intelligenza, comprende
nel suo intimo che questa bellezza è destinata a
dileguarsi, a dissolversi ed a svanire nel nulla: le sue
attuali sembianze si tramutano in ossa fetide e ripugnanti,
senza lasciare tracce, ricordi o resti della presente fioritura.
Se
penserà a queste cose e ad altre simili, potrà
forse vivere felice? Potrà essere sicuro che i beni
che gli sono a portata di mano gli rimarranno sempre? Da
quanto si è detto risulta invece chiaro che, come
dopo un sogno ingannevole, si troverà nell'imbarazzo,
non nutrirà più fiducia nella vita e considererà
quelli che sembrano beni come cose a lui estranee: se ha
un minimo di capacità di osservazione, capirà
perfettamente che nessuna di quelle cose che nella vita
ci appaiono come beni si rivela nella sua reale natura,
giacché la vita stessa, servendosi di sembianze ingannevoli,
ci mostra le cose diverse da quello che in realtà
sono, inganna con vane illusioni chi crede ciecamente in
lei, si nasconde sotto mentite spoglie ed infine, dopo varie
vicissitudini, si rivela improvvisamente diversa dalle speranze
umane, che s'introducono con l'inganno nella mente degli
stolti. Chi tien conto di tutto questo quale valore potrà
più dare ai piaceri della vita? Quando potrà
veramente godere, o gioire di quei beni che sembrano essere
a sua disposizione? Sconvolto dalla paura di eventuali cambiamenti,
non rimarrà invece sempre insensibile al godimento
dei beni di cui può disporre?
Tralascio
i segni, i sogni e simili altre sciocchezze, cose tutte
che una consuetudine insensata rende oggetto di una superstiziosa
osservanza e che vengono interpretate nel senso peggiore.
Il momento del parto sorprende però la sposa; si
pensa allora non alla nascita del figlio, ma alla presenza
della morte, giacché il parto fa temere il decesso
della madre incinta. Molte volte gli sposi non sono stati
ingannati da questi foschi presagi: prima di celebrare il
genetliaco, prima di potere assaporare qualcuno dei beni
in cui avevano sperato, subito vedono la loro gioia tramutarsi
in pianto. Ribollono ancora per l'incanto amoroso, sono
ancora all'acme dei loro desideri, ancora non hanno potuto
gustare i maggiori piaceri della vita, quando, come in un
sogno, si trovano separati all'improvviso da tutti i beni
che avevano a portata di mano. E che cosa accade successivamente?
La camera nuziale è saccheggiata dai familiari come
da dei nemici: non è essa, ma la morte a menar vanto,
grazie alla tomba. In tale circostanza si levano invocazioni
inutili, si battono invano le mani; si ricorda la vita precedente,
si maledicono coloro che hanno consigliato le nozze, si
rimproverano gli amici che non le hanno proibite; s'incolpano
i genitori, vivi o morti che siano; ci si adira contro la
vita umana, si accusa tutta la natura, la stessa provvidenza
divina diventa oggetto di molti rimproveri e accuse; si
combatte contro se stessi, si è in guerra con chi
cerca di consigliare; non si indietreggia di fronte alle
cose più strane, siano esse parole o fatti. Spesso,
quando il dolore trabocca e la ragione viene inghiottita
dalla disperazione in un modo che desta sorpresa, la tragedia
ha un epilogo ancora più amaro, giacché neanche
il coniuge che è rimasto riesce a sopravvivere alla
disgrazia.
Ma
questo non si verifica. Facciamo l'ipotesi migliore, supponendo
che la sposa sia scampata ai pericoli del parto e che alla
coppia sia nato un figlio, l'immagine stessa della bellezza
dei genitori. E allora? I motivi del cruccio sono forse
per questo diminuiti, o non si sono piuttosto accresciuti?
I coniugi continuano ad avere le preoccupazioni di prima,
ed in più hanno quelle per il figlio, nel timore
che durante la crescita accada qualcosa di spiacevole, che
si verifichi qualche disgrazia, o che qualche evento non
desiderato sia foriero di malattie, di lesioni o di pericoli.
Queste sono le preoccupazioni comuni ad entrambi gli sposi;
ma chi potrebbe enumerare quelle che affliggono in particolare
la sposa? Tralasciamo pure quelle banali e note a tutti,
come il peso della gravidanza, il pericolo del parto, la
fatica dell'allevamento, il fatto che un frammento del suo
cuore se ne va con il figlio generato e che, se ha molti
figli, la sua anima si divide in tante parti quanti sono
i figli che ha avuto, di modo che essa sente nelle proprie
viscere ciò che accade a ciascuno di loro. Ma perché
parlare di tutte queste cose, universalmente note? Poiché
però, come dice il divino oracolo, la sposa «non
è padrona di se stessa»» ma «va
da colui che in virtù del matrimonio è il
suo padrone», anche se si separa per poco tempo dal
marito, è come se fosse separata dalla propria testa:
non sopporta la solitudine, ma considera anche una breve
lontananza dello sposo come un'esercitazione alla vedovanza.
La paura le fa subito dimenticare le speranze più
belle. Per questo, piena di turbamento e di spavento, rimane
con l'occhio fisso sull'ingresso di casa, mentre le sue
orecchie ascoltano tutte le chiacchiere che si dicono intorno;
il suo cuore è come frustato dalla paura, e prima
ancora che giunga qualche notizia, il solo rumore sentito
dinanzi alla porta, vero o supposto che sia, le scuote improvvisamente
l'animo come se fosse un annunciatore di mali. Le notizie
che vengono da fuori potrebbero forse essere buone, e non
rappresentare un motivo di timore; eppure, lo svenimento
precede l'annunzio e fa volgere la mente dai pensieri belli
a quelli contrari. Questa è la vita delle persone
felici. E' veramente una bella vita! Non è certo
paragonabile alla libertà assicurata dalla verginità.
Eppure
il nostro discorso, mentre procedeva, ha tralasciato molte
cose ancora più tristi. Spesso la sposa, ancora giovane
nel corpo, ancora brillante dello splendore delle nozze,
e forse ancora in preda al rossore che la sorprende all'arrivo
dello sposo e alla vergogna che le fa abbassare lo sguardo,
proprio quando i desideri si fanno più ardenti anche
se il pudore impedisce loro di manifestarsi, rimane improvvisamente
vedova, disgraziata e sola, attirando su di sé tutti
gli appellativi più brutti: la disgrazia sopravvenuta
tinge di nero improvvisamente e veste a lutto colei che
fino a quel momento risplendeva, che aveva le vesti bianche
e che era da tutti ammirata, rovinando la grazia che è
propria delle giovani spose. La tenebra si sostituisce allo
splendore del talamo, mentre le donne pagate per lamentarsi
prolungano i suoi pianti; chi cerca di consolarla nel suo
dolore finisce con l'essere odiato; lei stessa prova disgusto
per i cibi, mentre il suo corpo si consuma, il suo animo
si abbatte ed il desiderio di morire si fa sentire spesso
fino alla morte. E anche se il tempo riesce a mitigare la
disgrazia, ne subentra una nuova, ci siano o no i figli.
Se ci sono, essi sono dei veri e propri orfani, e per questo
sono degni di commiserazione e rinnovano con la loro presenza
il dolore; se non ci sono, il ricordo dello scomparso svanisce
completamente ed il lutto diventa inconsolabile.
Tralascio
gli altri mali propri della vedovanza. Chi potrebbe infatti
enumerarli uno per uno? Mi riferisco ai nemici, ai familiari,
a coloro che infieriscono sulla disgrazia, a coloro che
gioiscono della solitudine della sposa e che con occhio
cattivo assistono alla rovina della casa provandone piacere,
ai servi che disprezzano ed a tutti quegli altri mali che
si possono vedere in misura rilevante quando si verificano
tali luttuosi eventi: per questo molte vedove, non sopportando
la cattiveria dei derisori, quasi per allontanare coloro
che le addolorano approfittando dei loro mali, si vedono
costrette a sottoporsi per una seconda volta ad una prova
analoga. Molte invece ricordando ciò che è
accaduto preferiscono sopportare qualsiasi cosa pur di non
incorrere nuovamente in una disgrazia simile. Se vuoi renderti
conto dei dolori della vita secolare, ascolta ciò
che dicono le donne che l'hanno conosciuta per averne fatto
esperienza: senti come esaltano la vita di chi ha scelto
fin dall'inizio lo stato verginale senza averne compreso
la bellezza in seguito ad una disgrazia. La verginità
è in effetti immune da tutti questi mali: non piange
gli orfani, non si lamenta della vedovanza; sta sempre insieme
allo sposo incorruttibile; sempre mena vanto dei frutti
della pietà; vede la casa - che è veramente
sua - sempre adorna dei frutti più belli, giacché
il suo padrone vi è sempre presente e sempre vi abita;
nel suo caso, la morte determina non la separazione dalla
persona amata, ma l'unione con lei, giacché, come
dice l'apostolo, «quando l'anima se ne va, proprio
allora viene a trovarsi insieme a Cristo».
Ma
giacché abbiamo esaminato sia pure parzialmente i
mali delle persone felici, sarebbe ora di passare in rassegna
nella nostra trattazione anche gli altri tipi di vita, nei
quali si fissano stabilmente la povertà, le disgrazie
ed i rimanenti mali propri dell'inferma natura umana, quali
le mutilazioni, le malattie e tutti gl'inconvenienti analoghi
che toccano in sorte agli uomini durante la vita: chi vive
da solo o riesce ad evitare queste prove o sopporta più
facilmente le disgrazie, giacché può agevolmente
concentrare su di sé il proprio pensiero, senza permettere
che venga trascinato altrove. Chi invece ha i propri pensieri
divisi tra la moglie e i figli, spesso non ha neppure il
tempo di piangere sui propri mali, giacché le preoccupazioni
per i suoi cari gli rimbombano nel cuore. Forse è
superfluo soffermare il nostro discorso su fatti scontati:
se ai supposti beni appaiono congiunti tanti travagli e
dispiaceri, che cosa si dovrebbe immaginare a proposito
dei loro contrari? Probabilmente, ogni descrizione che tentasse
di porre sotto gli occhi la vita di queste altre persone
rimarrebbe inferiore alla realtà. Pur tuttavia, è
forse possibile mostrare succintamente i molti dolori della
loro vita, giacché essi, avendo avuto in sorte una
vita opposta a quella di coloro che sembrano felici, provano
dei dolori che si originano da cause opposte. Se infatti
la vita delle persone felici è sconvolta dall'attesa
o anche dalla venuta della morte, per gli altri la disgrazia
è invece rappresentata dal ritardo del suo arrivo;
anche se la loro vita è diametralmente opposta, lo
scoraggiamento giunge per entrambi ad un uguale sbocco.
Molteplici
e vari sono i modi in cui il matrimonio dispensa i mali:
i figli, nascano o no, vivano o muoiano, sono sempre causa
di dolori. Mentre uno ha molti figli senza avere sufficienti
mezzi di sostentamento, un altro, non avendo un successore
che possa ereditare la grande fortuna per la quale si è
tanto affaticato, ritiene un bene ciò che per gli
altri è una disgrazia; ognuno vorrebbe avere ciò
per cui vede infelice l'altro. Ad uno muore il figlio prediletto,
ad un altro continua a vivere il figlio libertino; entrambi
sono degni di commiserazione: l'uno piange per la morte
del figlio, l'altro per la sua vita. Lascio da parte i lutti
e le disgrazie a cui portano le gelosie e le lotte prodotte
da fatti veri o da semplici sospetti. Chi potrebbe enumerarle
con esattezza? Se vuoi renderti conto di come la vita umana
sia piena di tali mali, non hai bisogno di rifarti alle
narrazioni antiche, che hanno fornito ai poeti gli argomenti
per i loro drammi: data l'esagerazione delle loro assurdità,
sono ritenuti miti quelle storie in cui i figli vengono
uccisi e divorati, gli uomini uccisi, le madri ed i fratelli
trucidati, in cui si verificano accoppiamenti contrari ad
ogni legge ed in cui la natura è sconvolta in ogni
modo; i narratori di queste storie antiche cominciano il
loro racconto proprio dalle nozze per terminare con tali
disgrazie. Lascia stare tutto questo, e guarda piuttosto
le tragedie che si svolgono sullo scenario della vita presente
e che il matrimonio dispensa agli uomini. Va' al tribunale,
e prendi visione delle leggi matrimoniali: imparerai lì
certi segreti irrivelabili del matrimonio. Come, sentendo
spiegare ai medici le varie malattie, sei in grado di renderti
conto del miserando stato del corpo umano ed impari i tipi
e la quantità di malattie di cui è ricettacolo,
così, una volta imbattutoti nelle leggi e conosciuti
i vari tipi di matrimoni illegittimi puniti da esse, potrai
imparare tante cose sul conto del matrimonio. Il medico
non cura le malattie immaginarie, così come la legge
non punisce i mali inesistenti.
IV. Tutte le assurdità della vita si originano
dal matri monio;
come
deve essere colui che si è veramente staccato dalla
vita secolare
Ma perché mai dovremmo sottoporre ad una critica
meschina l'assurdità di questa vita, pur limitando
l'enumerazione dei suoi mali agli adulteri, ai divorzi ed
agli agguati? Quando ragiono in modo più alto e più
vero, ho l'impressione che tutti i mali visibili nei vari
fatti e nelle varie occupazioni non comincino a danneggiare
l'esistenza umana prima che ci si sottometta alle necessità
di questo tipo di vita. Chi con l'occhio puro della propria
anima considera i suoi inganni, chi si eleva al di sopra
di ciò che si cerca in essa, chi, come dice l'apostolo,
disprezza tutte le cose come se fossero dei rifiuti maleodoranti
e chi, rinunziando al matrimonio, si distacca in un certo
senso da essa, non ha più nulla a che vedere con
i mali propri dell'uomo quali l'avidità, l'invidia,
l'ira, l'odio, il desiderio della vana reputazione e tutte
le altre cose di questo genere. Mancando di tutto ciò,
essendo totalmente libero e conducendo una vita pacifica,
non ha ragione di contendere per possedere di più,
o di suscitare contro di sé l'invidia del prossimo:
non tocca nessuna di quelle cose sulle quali si appunta
l'invidia durante la vita. Elevata la propria anima al di
sopra di tutto il mondo, egli considera la virtù
come l'unico bene prezioso, e conduce un'esistenza pacifica,
priva di dolori e di lotte. Il possesso della virtù,
anche se tutti gli uomini ne fossero partecipi ciascuno
secondo le proprie possibilità, rimane infatti sempre
pieno per coloro che lo desiderano, e non è paragonabile
al possesso dei beni terreni: nel caso di questi ultimi,
coloro che li dividono in tante parti aggiungono ad una
ciò che tolgono all'altra, e la ricchezza di uno
implica l'impoverimento di chi vuole esserne anche lui partecipe.
Proprio perché non ci si vuole impoverire nascono
tra gli uomini le lotte per il possesso di una quota maggiore
di beni. L'avidità dell'altro bene non è invece
causa d'invidia, e chi se ne è presa una parte maggiore
non reca alcun danno a chi desidera averne una parte uguale:
al contrario, ciascuno può soddisfare questo suo
buon desiderio in proporzione alle sue capacità.
La ricchezza della virtù non viene consumata da coloro
che vi hanno attinto per primi.
Colui
che prende come modello questo tipo di vita e che accumula
in sé come un tesoro quella virtù che nessun
limite umano potrà mai circoscrivere, farà
mai piegare la sua anima verso le cose basse e degne di
essere calpestate? Proverà forse ammirazione per
le ricchezze terrene, per la potenza umana o per qualcun'altra
delle cose che la stoltezza spinge a cercare? Chi nutre
ancora dei bassi sentimenti verso queste cose se ne stia
lontano dal coro delle persone virtuose e non abbia nulla
a che vedere con il nostro discorso; chi invece nutre pensieri
più alti e cammina assieme a Dio nelle regioni superiori,
resta totalmente al di sopra di tali bassezze, non essendo
sottoposto allo stimolo che spinge sempre verso tali errori:
mi riferisco al matrimonio. Il volere essere superiori agli
altri - quella brutta malattia che è l'orgoglio e
che sarebbe giusto chiamare seme o radice di tutte le spine
dei peccati - ha infatti nel matrimonio il suo primo inizio
ed il suo primo movente.
Non
accade quasi mai che la persona avida non addossi sui figli
la colpa della sua malattia, o che il vanaglorioso e l'ambizioso
non attribuisca la causa del suo male alla stirpe, per non
sembrare inferiore ai suoi antenati e per farsi ritenere
grande dai suoi successori, lasciando delle storie che lo
ricordino; analogamente, dipendono dalla stessa causa anche
le rimanenti malattie dell'anima, quali l'invidia, il rancore,
l'odio ed altre simili. Esse si accompagnano tutte a chi
si appassiona per questo genere di vita; chi invece ne resta
fuori, osservando le malattie umane da lontano, come da
un osservatorio elevato, compiange la cecità di chi
è schiavo di tali vanità e di chi dà
grande importanza al benessere corporeo. Quando infatti
vede che un uomo è tenuto in considerazione per qualcosa
che è proprio di questa vita e che si vanta della
propria dignità, ricchezza o potenza, deride la stoltezza
di chi s'inorgoglisce per queste cose e misura la durata
massima della vita umana secondo il vaticinio pronunziato
dal salmista. Paragonando all'eternità infinita quest'intervallo
brevissimo, commisera la vanità di chi si esalta
per cose così meschine, basse e caduche. Che cosa
è mai degno delle lodi di questo mondo? Forse l'onore,
ricercato da molti? Ma aggiunge esso qualcosa a coloro che
ne godono? L'uomo mortale resta mortale, venga onorato o
no. Oppure l'essere proprietari di molti iugeri di terra?
Ma, a parte il fatto che lo stolto ritiene suo ciò
che non lo è, a quale sbocco buono questa proprietà
conduce i proprietari? A quanto sembra, per colpa della
grande avidità s'ignora che la terra e ciò
che la occupa appartengono in realtà al Signore.
Dio è infatti il re di tutta la terra, mentre quella
passione che è la cupidigia dà agli uomini
il falso nome di «signori» su cose che non sono
di loro proprietà. Come dice il saggio ecclesiaste,
«la terra resta» a servire per l'eternità
tutte le generazioni, nutrendo in periodi successivi coloro
che vi si trovano. Gli uomini invece, pur non essendo padroni
neanche di se stessi, pur entrando nella vita quando neanche
lo sanno, secondo il volere di chi ve li conduce, pur separandosene
quando non lo vogliono, spinti dalla loro grande vanità
pensano di essere i padroni della terra: eppure, mentre
questa rimane sempre lì dove si trova, essi nascono
e muoiono a seconda dei periodi.
Colui
che considera tutto questo e che quindi disprezza ciò
che gli uomini tengono in gran conto, che ama soltanto la
vita divina e che sa che «ogni carne è erba
ed ogni gloria umana è come il fiore dell'erba»,
quando mai riterrà degna di considerazione l'erba
che oggi c'è e che domani non ci sarà più?
Chi osserva le cose divine sa bene che le cose umane non
solo non sono stabili, ma non resisterebbero neanche se
tutto il mondo se ne stesse quieto per sempre. Egli disprezza
quindi la vita presente come una cosa a lui estranea e caduca:
come dice il Salvatore, il cielo e la terra passeranno e
tutto è necessariamente soggetto alla trasformazione.
Finché si trova sotto la tenda, come dice l'apostolo
mostrando la caducità delle cose terrene, si lamenta
della lunghezza dell'esilio sotto il peso della vita presente:
così fece anche il salmista, quando parlò
nelle sue odi divine. Vivono infatti veramente nelle tenebre
coloro che soggiornano come stranieri in questa vita sotto
le tende: per questo il profeta, lamentandosi della lunghezza
dell'esilio, dice: «Ohimè, com'è lungo
il mio esilio!». Egli fa risalire alla tenebra la
colpa del suo abbattimento [dai sapienti abbiamo appreso
che in ebraico «tenebra» si dice «chedar»].
Non è forse vero che gli uomini, come se fossero
vittime di una cecità dovuta alla notte, non riescono
a riconoscere bene l'inganno e non sanno che tutte le cose
che sono ritenute pregevoli nella vita e tutte quelle a
cui si attribuisce un valore contrario sono tali soltanto
nell'opinione degli stolti? In se stesse esse non significano
proprio nulla: né l'oscurità dei natali, né
la nobiltà della stirpe, né la fama, né
la celebrità, né le narrazioni antiche, né
l'orgoglio per i beni presenti, né il dominio su
altri, né l'essere sottomessi riveste una qualche
importanza. Le ricchezze, il lusso, la povertà, l'indigenza,
tutte le cose spiacevoli della vita sembrano avere un gran
peso agl'incolti, che le valutano con il criterio del piacere.
A chi nutre pensieri più elevati tutto sembra invece
dello stesso valore e nulla più prezioso di altre
cose: il corso della vita si compie similmente attraverso
circostanze contrarie, ed in entrambe le situazioni c'è
un'uguale possibilità di vivere bene o di vivere
male; come dice l'apostolo, si può vivere bene o
male «sia con le armi di offesa che con quelle di
difesa, sia con la fama che con il disonore». Chi
è puro di mente e considera la verità trascendente
percorre il suo cammino in modo giusto, trascorrendo il
periodo di tempo che gli è stato assegnato dalla
nascita alla morte senza farsi indebolire dai piaceri e
senza farsi abbattere dalle avversità: secondo l'abitudine
dei viandanti, bada a ciò che gli sta dinanzi e tiene
poco conto di ciò che gli si presenta via via. I
viandanti sono soliti infatti dirigersi verso la meta del
loro viaggio sempre allo stesso modo, sia che attraversino
prati e boschi, sia che debbano superare luoghi più
deserti e più aspri: non si lasciano trattenere dai
piaceri, né trovano un ostacolo nei dolori. Analogamente,
l'uomo virtuoso si dirige verso la meta prefissata senza
voltarsi indietro: non si mette a guardare nessuna delle
cose che gli si presentano durante il cammino, ma attraversa
la vita contemplando soltanto il cielo ed indirizzando la
sua nave verso la meta superiore come un bravo pilota.
Chi
invece nutre dei pensieri più volgari, chi guarda
in giù ed abbassa la sua anima verso i piaceri corporei
così come fanno le bestie con il pascolo, chi vive
solo per il ventre e per ciò che viene dopo di esso
allontanandosi dalla vita di Dio ed estraniandosi dai patti
del messaggio divino, chi non concepisce altro bene al di
fuori del piacere corporeo, proprio costui, assieme a tutti
coloro che gli somigliano, è colui che, come dice
la Scrittura, cammina nella tenebra e scopre i mali di questa
vita: questi sono rappresentati dall'avidità, dalla
sfrenatezza delle passioni, dalla mancanza di misura nel
godimento dei piaceri, dal desiderio di comando, dalla vanagloria
e dalla schiera di tutte le altre passioni che albergano
nell'uomo. In un certo senso i vizi sono attaccati l'uno
all'altro, e nell'uomo in cui se ne trova uno entrano anche
i rimanenti come se vi fossero attirati da un'ineluttabile
forza naturale. Lo stesso accadde nelle catene: se si tira
un'estremità, neanche i rimanenti anelli possono
star fermi, e l'anello che si trova all'altro capo della
catena si muove assieme al primo, giacché il movimento
si propaga attraverso tutti gli anelli contigui. Allo stesso
modo le passioni umane sono intrecciate per natura l'una
all'altra, e se una di esse prende il sopravvento, anche
il resto della serie entra nell'anima. Se è proprio
necessario descriverti questa catena di mali, supponi che
una persona, vittima di un determinato piacere, venga sopraffatta
dalla passione per la vanagloria: alla vanagloria segue
il desiderio di avere di più, giacché non
si può diventare insaziabili, se la vanagloria non
guida verso quest'altra passione. Il desiderio di superare
e di eccellere accende quindi o l'ira verso chi gode di
uguali onori, o l'arroganza verso l'inferiore o l'invidia
verso il superiore, e l'invidia è seguita dall'ipocrisia;
all'ipocrisia segue l'asprezza, e a quest'ultima la misantropia.
La conclusione di tutto questo è la condanna che
porta alla Geenna, alla tenebra e al fuoco. Vedi la catena
dei mali, e come tutti sono allacciati ad uno solo, la passione
accesa dal piacere?
Una
volta che tali vizi sono entrati l'uno dopo l'altro nella
vita umana, vediamo che esiste un unico modo per liberarsene,
suggerito dalle Scritture ispirate da Dio: la separazione
da una simile vita, che tiene legata a sé la serie
di questi vizi incurabili. Chi ama trattenersi a Sodoma
non può infatti sfuggire alla pioggia di fuoco, e
chi prima esce da Sodoma e poi si rivolta a guardare la
sua distruzione non può non tramutarsi in una colonna
di sale; parimenti, non può liberarsi dalla schiavitù
dell'Egitto chi non lascia l'Egitto - parlo di questa vita
sommersa dai vizi - e chi non attraversa non il Mar Rosso,
ma il mare nero e tenebroso della vita. Se, come dice il
Signore, la verità non ci libera e persistiamo nella
schiavitù del vizio, come potrà ritrovarsi
nella verità colui che va in cerca della menzogna
e che si rivolta negli errori della vita? Come potrà
sfuggire a questa schiavitù colui che sottomette
la propria vita alle necessità naturali? Il nostro
discorso su quest'argomento potrà risultare più
chiaro con un esempio. Come un fiume reso più violento
dalla piena invernale, quando trascina nella corrente conformemente
alla propria natura i legni, le pietre e tutto ciò
che gli si presenta, è insidioso e pericoloso solo
per chi gli si trova vicino, mentre sembra scorrere tranquillo
a chi sta attento a starsene lontano, così solo colui
che si epone al turbine della vita la deve sopportare ed
è vittima dei vizi che lo colpiscono: la natura,
gonfia dei mali della vita, seguendo il suo corso non può
non attaccarli a coloro che vi camminano. Chi invece, come
dice la Scrittura, abbandona questo torrente e l'acqua instabile,
resta completamente al di fuori «della portata dei
denti della vita» (così si esprime il testo
dell'ode): come un passero, sfuggito alla trappola con le
ali della virtù.
Poiché,
sempre per restare nel paragone da noi fatto del torrente,
la vita umana trabocca di ogni genere di travagli e di asprezze,
e nel suo corso si riversa sempre lungo il pendio naturale;
poiché quindi nulla di ciò che si cerca in
essa rimane fermo ad aspettare l'appagamento di chi desidera,
e tutto ciò in cui ci s'imbatte in un attimo si avvicina
e corre via dopo averci toccato; poiché ciò
che ci viene sempre dinanzi sfugge alla nostra percezione
data la rapidità del suo passaggio, mentre lo sguardo
resta frastornato dalla corrente che gli si presenta; per
tutte queste ragioni sarebbe utile tenersi lontani da questa
corrente, onde evitare di farci sommergere da ciò
che è instabile e di trascurare ciò che resta
fisso. Com'è possibile che chi si è affezionato
ad una delle cose di questa vita continui ad avere fino
alla fine ciò che desidera? Quale delle cose che
vengono più ricercate rimane sempre la stessa? Quale
rigoglio di giovinezza? Quale felice possesso di forza e
di bellezza? Quale ricchezza? Quale gloria? Quale signoria?
Non è forse vero che tutte queste cose dopo una breve
fioritura si dileguano e si risolvono nei loro contrari?
Chi è vissuto sempre nella giovinezza? A chi la forza
è durata fino alla fine? E per quanto riguarda il
fiore della bellezza, la natura non l'ha fatto forse più
effimero dei fiori che appaiono in primavera? Questi ultimi
germogliano quando giunge la loro stagione, e dopo essersi
appassiti per un breve periodo sono di nuovo rigogliosi;
quindi scompaiono, per poi rifiorire e mostrare anche l'anno
successivo la bellezza di oggi. Nel caso invece della fioritura
umana, la natura la spegne dopo averla mostrata una sola
volta nella primavera della giovinezza, distruggendola nell'inverno
della vecchiaia. Allo stesso modo tutte le altre cose, dopo
avere ingannato per un breve tempo i sensi corporei, scorrono
via e vengono avvolte dall'oblio.
Poiché
tali vicissitudini prodotte da ineluttabili leggi naturali
addolorano profondamente chi si è affezionato al
mondo, una sola è la via per sfuggire a questi mali:
non attaccare la propria anima a nessuna delle cose che
sono soggette a cambiamenti, e staccarsi il più possibile
da ogni commercio con la vita passionale e carnale; per
meglio dire, ci si deve liberare da ogni affezione per il
proprio corpo, per non andare soggetti alle vicissitudini
della carne vivendo secondo la carne. Questo significa vivere
soltanto con l'anima ed imitare per quanto è possibile
il tipo di vita delle potenze incorporee, che non prendono
né moglie né marito: la loro unica attività,
la loro unica preoccupazione, la loro unica perfezione consiste
nel contemplare il padre dell'incorruttibilità e
nell'abbellire il proprio aspetto prendendo come modello
la bellezza dell'archetipo, che imitano nella misura a loro
consentita.
Conformandoci
al pensiero della Scrittura, possiamo quindi affermare che
la verginità è stata data all'uomo come una
collaboratrice ed un aiuto per mettere in pratica questo
modo di vedere e soddisfare questo alto desiderio. E come
nelle altre occupazioni le varie arti sono state concepite
perché ciascuno degli scopi perseguiti potesse essere
raggiunto, così, a mio avviso, la pratica della verginità
è un'arte ed una facoltà della vita più
divina, che insegna a coloro che vivono ancora nel corpo
a rendersi simili alla natura incorporea.
V.
L'assenza di passioni nell'anima è più importante
della purezza del corpo
In
questo tipo di vita si deve fare di tutto perché
la parte più alta dell'anima non venga avvilita dalla
rivolta dei piaceri, e perché il nostro pensiero,
invece di spaziare nelle regioni superiori e di guardare
in alto, non venga trascinato in giù verso le passioni
della carne e del sangue. Come può infatti esso contemplare
con occhi liberi la luce intelligibile che gli è
affine se resta inchiodato in basso ai piaceri carnali e
se indulge ai desideri propri delle passioni umane, mostrando
una propensione per la materia che è il frutto di
un preconcetto cattivo e privo di disciplina? Come gli occhi
dei porci che la natura fa volgere in basso ignorano le
meraviglie celesti, così l'anima che è attirata
dal corpo non è più in grado di contemplare
il cielo e le bellezze superiori perché si volge
verso la parte più bassa e bestiale della natura.
L'anima libera e sciolta, per poter contemplare nel migliore
dei modi il piacere divino e beato, non deve volgersi verso
nessuna delle cose terrene e non gustare nessuno di quelli
che l'opinione propria della vita comune spaccia per piaceri;
al contrario, essa trasferisce il suo impulso amoroso dalle
cose materiali alla contemplazione intelligibile ed immateriale
delle bellezze. La verginità del corpo è stata
concepita proprio perché potesse realizzarsi tale
disposizione d'animo: la sua funzione precipua è
quella di far dimenticare all'anima i movimenti passionali
della natura e d'impedire ai bassi bisogni della carne di
trovarsi in uno stato di necessità. Una volta liberatasi
da questi, l'anima non correrà più il rischio
di abbandonare e d'ignorare - abituandosi a poco a poco
alle cose che sembrano permesse da una legge naturale -
quel piacere divino e genuino che solo la purezza dell'elemento
razionale che ci guida può perseguire.
VI.
Elia e Giovanni seguirono la severa regola di questo tipo
di vita
Mi
sembra quindi che il grande profeta Elia e colui che visse
successivamente «nello spirito e nella potenza di
Elia», «il più grande dei nati dalle
donne», abbiano insegnato con l'esempio della loro
vita soprattutto una cosa, se si vuol prescindere da tutte
le altre alle quali la loro storia allude velatamente: chi
si sofferma nella contemplazione dell'invisibile deve separarsi
dalla concatenazione dei fatti che è propria della
vita umana, per non lasciarsi confondere e non errare nel
suo giudizio sul vero bene, abituandosi agl'inganni prodotti
dalle sensazioni. Entrambi infatti fin dalla loro giovinezza
si estraniarono dalla vita umana e si collocarono per così
dire al di fuori della natura, sia perché disprezzarono
i cibi e le bevande più abituali e più in
voga sia perché si misero a vivere nel deserto: poterono
così conservare il loro udito al riparo dai rumori
e la loro vista al riparo da ogni divagazione, mentre il
loro gusto rimase semplice e non sofisticato, giacché
entrambi soddisfacevano i propri bisogni con ciò
che si presentava loro. Riuscirono in tal modo a realizzare
un'effettiva tranquillità e serenità che non
conosceva disturbi esterni ed elevarsi a quell'alto livello
di grazia divina che la Scrittura ricorda a proposito di
entrambi. Elia, divenuto una specie di amministratore dei
beni divini, era padrone di chiudere ai peccatori e di aprire
ai penitenti a sua discrezione i doni del cielo; per quanto
riguarda Giovanni, il divino racconto non parla di nessuna
di queste meraviglie, ma «chi guarda le cose in segreto»
ha testimoniato che in lui la grazia era presente più
che in qualsiasi altro profeta. Ciò avvenne forse
perché essi dall'inizio alla fine consacrarono al
Signore i loro desideri, che seppero mantenere puri e scevri
da ogni affezione materiale, e non indulsero né all'amore
per i figli, né alle preoccupazioni per la moglie
né ad altri pensieri umani; giacché non ritenevano
di doversi preoccupare del necessario nutrimento quotidiano
e si mostravano superiori alla dignità data dalle
vesti, soddisfacevano i propri bisogni con improvvisazioni,
ricorrendo a ciò che trovavano: l'uno si riparava
con pelli di capra, l'altro con pelo di cammello; a mio
parere, non sarebbero giunti a tanta grandezza se si fossero
fatti rammollire dal matrimonio, abituandosi ai piaceri
corporei. Tutto questo, come dice l'apostolo, non è
stato scritto senza scopo, ma perché venissimo spronati
a regolare la nostra vita secondo la loro. Qual è
dunque l'insegnamento che possiamo ricavarne? Chi vuole
unirsi a Dio imitando i santi non deve soffermare il proprio
pensiero su nessuna occupazione materiale, giacché
se lo lascia disperdere in varie direzioni non è
più in grado di dirigere verso Dio la propria mente
ed i propri desideri.
Penso
di poter spiegare quest'insegnamento più chiaramente
con un esempio. Supponiamo che dell'acqua sgorgata da una
sorgente si disperda a caso in vari rivoli. Finché
scorre così, essa non si rivela adatta a soddisfare
nessun bisogno dell'agricoltura, giacché la sua dispersione
in molti rigagnoli fa sì che ciascuno di questi sia
povero, poco efficiente, lento e senza forza. Se invece
questi rivoli confusi fossero riuniti insieme e ciò
che era disperso in molte direzioni venisse raccolto in
modo da formare un unico corso, quest'acqua resa abbondante
e vigorosa potrebbe essere usata per molti scopi utili.
Allo stesso modo mi sembra che si comporti l'intelligenza
umana: se si diffonde dappertutto, disperdendosi nel suo
corso in ciò che piace sempre agli organi sensoriali,
non possiede una forza sufficiente per dirigersi verso il
vero bene; se invece venisse richiamata indietro, e riunita
e tenuta insieme senza potersi più disperdere, in
modo da muoversi secondo l'energia che le è propria
e che la natura le ha dato, nulla più le impedirebbe
di elevarsi e di toccare le verità degli esseri.
Come l'acqua stretta in un condotto viene spinta spesso
verso l'alto da una pressione proveniente dal basso senza
potersi disperdere, benché il suo movimento naturale
la porti ad andare piuttosto verso il basso, così
anche la mente umana, quando è serrata da ogni parte
dalla continenza come da uno stretto condotto, è
portata dal suo movimento naturale verso il desiderio delle
realtà più alte e non può più
disperdersi. Ciò che è in perenne movimento
e che ha ricevuto dal creatore tale proprietà naturale
non può mai stare fermo, e non avendo più
la possibilità di muoversi verso le cose vane non
può non dirigersi tutto verso la verità: le
vie che portano alla futilità gli sono sbarrate da
ogni parte. Analogamente, vediamo anche che nei crocicchi
i viandanti non si sbagliano sulla giusta via da percorrere
quando evitano di andare vagando per altre strade che hanno
in precedenza imparato. Come colui che viaggia riesce a
mantenersi sul giusto cammino se si tiene lontano dai sentieri
che lo fanno smarrire, così il nostro pensiero può
riconoscere le verità degli esseri se abbandona ogni
vanità. Il ricordo di questi grandi profeti sembra
dunque insegnarci proprio a non farci prendere prigionieri
dalle cose che vengono ricercate nel mondo. Il matrimonio
è proprio una di queste: piuttosto, esso è
l'inizio e la radice della ricerca della vanità.