Castità
Opere
dei Santi
San
Gregorio di Nissa
Trattato
sulla Verginità
Par
XIX - XXIII
XIX.
Ricordo di Maria sorella di Aronne, come colei che inaugurò
questo tipo di vita perfetta
A
questo ci fa pensare anche la profetessa Maria, quando subito
dopo avere attraversato il mare prese in mano il tamburino
asciutto e risonante, mettendosi in testa al coro delle
donne: è forse probabile che il racconto voglia alludere
tramite il tamburino alla verginità praticata da
questa prima Maria, nella quale a mio avviso è prefigurata
Maria madre di Dio. Come il tamburino emette molti suoni
se elimina da sé tutta l'umidità e diventa
completamente asciutto, così la verginità
diventa splendente e famosa perché non accoglie durante
la vita l'umore che dà origine alla vita stessa.
Se il tamburino preso in mano da Maria è un cadavere
e la verginità è la morte del corpo, non è
forse del tutto inverosimile pensare che la profetessa fosse
vergine. Noi avanziamo quest'ipotesi non in seguito ad una
chiara dimostrazione, ma in virtù di semplici congetture
e supposizioni, dovute al fatto che la profetessa Maria
guidò il coro delle vergini, anche se molti esperti
hanno fatto vedere chiaramente che essa era vergine perché
la storia sacra non ricorda mai il suo matrimonio e la sua
procreazione: in effetti, se avesse avuto un marito, avrebbe
dovuto essere nominata e riconosciuta non in base a suo
fratello Aronne ma in base a suo marito, giacché
il capo di una donna è considerato non il fratello,
ma il marito. Se la grazia della verginità sembrava
preziosa anche a coloro che onoravano la procreazione come
una benedizione e che la consideravano una cosa legittima,
a maggior ragione noi, che ascoltiamo i divini oracoli non
secondo la carne ma secondo lo spirito, dobbiamo abbracciare
una tale pratica. Gli oracoli divini ci hanno svelato quale
bene rappresentino la gravidanza ed il parto spirituali
e quale tipo di fecondità fosse praticato dai santi
di Dio. Il profeta Isaia ed il divino apostolo lo spiegano
molto chiaramente. Il primo dice: «Per effetto del
timore che abbiamo di te, o Signore, abbiamo concepito nel
nostro ventre, partorito e generato»; il secondo si
vanta di essere divenuto il più fecondo di tutti
gli uomini, e di avere reso gravide intere città
e popoli, in quanto con i suoi parti non solo condusse alla
luce e formò nel Signore i Corinzi ed i Galati ,
ma fece il giro di tutta la terra abitata, da Gerusalemme
fino all'Illiria, riempiendola dei propri figli generati
in Cristo tramite il vangelo. Così anche nel vangelo
è considerato beato il ventre della santa vergine
che servì all'immacolata generazione: il parto non
cancellò la verginità, e la verginità
da parte sua non ostacolò tale gravidanza. Come dice
Isaia, là dove si produce lo spirito della salvezza
i voleri della carne diventano del tutto impotenti.
XX. E' impossibile essere schiavi dei piaceri corporei e
nello stesso tempo cogliere i frutti della gioia divina
Anche l'apostolo dice che ciascuno di noi è un uomo
doppio: mentre il primo uomo è visibile dal di fuori
ed è portato per natura a corrompersi, il secondo
può essere invece pensato nel segreto del cuore ed
ammettere in sé il rinnovamento. Se questo discorso
è veritiero (e lo è, giacché è
la verità stessa a parlare in esso), non è
fuori luogo pensare ad un duplice matrimonio, adatto e corrispondente
a ciascuno dei due uomini che sono in noi: chi osa dire
che la verginità del corpo aiuta e difende il matrimonio
spirituale, non dice forse cose tanto inverosimili.
Come
non è possibile praticare nello stesso tempo due
arti servendosi delle mani - si pensi ad esempio a chi vuole
dedicarsi contemporaneamente all'agricoltura ed alla navigazione,
all'arte del fabbro ed a quella delle costruzioni; come
chi vuole esercitarne bene una deve abbandonare l'altra,
così anche noi, quando ci troviamo di fronte a due
matrimoni che si realizzano l'uno tramite la carne l'altro
tramite lo spirito, se vogliamo dedicarci ad uno di essi,
dobbiamo necessariamente separarci dall'altro. L'occhio
non può vedere due cose insieme a meno di non fissare
gli oggetti visibili particolari uno alla volta; la lingua
non può parlare due idiomi diversi nello stesso tempo
pronunziando contemporaneamente parole ebraiche e greche;
e l'udito non può ascoltare insieme un racconto di
fatti avvenuti ed un insegnamento. I diversi suoni, se sono
sentiti l'uno dopo l'altro, fanno capire a chi ascolta un
determinato pensiero, ma se rimbombano nell'orecchio mescolandosi
tutti insieme, producono nella mente di chi ascolta una
confusione in cui non si distingue più nulla, giacché
i significati delle varie parole si mischiano gli uni con
gli altri.
Analogamente,
anche la nostra facoltà concupiscibile non è
in grado di assecondare i piaceri corporei e di contrarre
nello stesso tempo un matrimonio spirituale. Con attività
simili non si possono raggiungere entrambi gli scopi: del
matrimonio spirituale sono garanti la temperanza, la morte
del corpo ed il disprezzo di tutto ciò che ubbidisce
alla carne, mentre del congiungimento fisico sono garanti
tutte le cose contrarie alle prime. Poiché dunque,
se ci sono due padroni da scegliere, non ci si può
sottomettere contemporaneamente ad entrambi («nessuno
può infatti servire due padroni» ), chi è
saggio sceglie il padrone che gli è più utile;
allo stesso modo, poiché non possiamo contrarre tutti
e due i matrimoni che ci sono di fronte ( «il celibe
pensa alle cose del Signore, l'uomo sposato a quelle del
mondo»), è proprio dei saggi non sbagliarsi
nella scelta di quello che conviene di più e non
ignorare la strada che conduce ad esso, e che si può
imparare soltanto se si ricorda il seguente paragone.
Come
nel matrimonio fisico chi non intende essere respinto si
preoccupa molto del benessere del corpo, del trucco più
adeguato, dell'abbondanza della ricchezza e delle onte di
cui potrebbero essere causa la sua vita e la sua stirpe
(solo così può ottenere ciò che gli
sta a cuore), allo stesso modo chi contrae il matrimonio
spirituale innanzitutto si mostra giovane e separato da
ogni tipo di vecchiaia grazie al rinnovamento subito dalla
sua mente, e quindi fa vedere di essere ricco di quelle
cose che rendono ambita la ricchezza: non si gloria delle
ricchezze terrene, ma è fiero dei tesori celesti.
Per quanto riguarda la nobiltà della stirpe, cerca
di avere non quella che è presente anche in persone
di poco valore per una coincidenza fortuita, ma quella che
è prodotta dalla fatica o dall'impegno presenti nelle
sue virtù, e di cui possono vantarsi i figli della
luce e di Dio e coloro che sono chiamati «i nobili
dell'oriente» grazie alle loro azioni luminose. Coltiva
inoltre la forza e la salute non esercitando il corpo ed
ingrassando la carne, ma al contrario rendendo perfetta
la forza dello spirito nella debolezza del corpo. Sa anche
che i doni di questo matrimonio vengono presi non dalle
ricchezze corruttibili, ma dalla ricchezza della sua anima.
Vuoi imparare i nomi di questi doni? Ascolta Paolo, il bel
paraninfo, quando spiega di che cosa sono ricchi coloro
che danno prova di sé in ogni circostanza. Dopo avere
parlato di molti altri doni importanti, dice: «Anche
nella purezza». Inoltre, tutte le cose che sono annoverate
tra i frutti dello spirito rappresentano anche i doni di
questo matrimonio. Chi è disposto ad ascoltare Salomone
e ad accettare la vera sapienza come inquilina e compagna
della propria vita (a proposito di lei Salomone dice «Innamoratene,
e ti custodirà; onorala, perché ti protegga»),
si prepara a celebrare la festa in compagnia di coloro che
gioiscono di tale matrimonio: si mostra degno del suo desiderio
indossando una veste pura, in modo da non essere respinto
per non avere il vestito adatto , nonostante la sua pretesa
di prendere parte alla festa. E' chiaro che il mio discorso,
per quanto riguarda l'impegno messo in questo tipo di matrimonio,
si riferisce ugualmente sia agli uomini che alle donne.
Poiché, come dice l'apostolo, «non ci sono
né maschi né femmine, ma Cristo è tutto
in tutti», l'amante della sapienza può affermare
a buon diritto di possedere in sé l'oggetto del suo
desiderio, che è la vera sapienza; e l'anima che
resta attaccata allo sposo incorruttibile possiede l'amore
per la vera sapienza, che è Dio. Ciò che abbiamo
detto è valso a spiegare in misura conveniente in
che cosa consiste il matrimonio spirituale e a che cosa
mira l'amore puro e celeste.
XXI.
Colui che ha scelto una severa disciplina di vita deve estraniarsi
da ogni tipo di piacere corporeo
Poiché
è risultato impossibile avvicinarsi alla purezza
di Dio se prima non si diventa puri, è necessario
frapporre tra noi ed i piaceri un grande e robusto muro
divisorio, in modo che la loro vicinanza non contamini la
purezza del cuore. Il muro sicuro è rappresentato
dal rimanere completamente estranei a tutto ciò che
si compie sotto la spinta delle passioni. Il piacere, che
come c'insegnano gli esperti è unico all'origine,
dividendosi in più rigagnoli come l'acqua che sgorga
da un'unica fonte, penetra in coloro che lo amano attraverso
i singoli organi sensoriali. Chi viene sconfitto dal piacere
che subentra attraverso una delle sensazioni ne rimane ferito
nel cuore, così come insegna la parola del Signore,
secondo la quale chi ha soddisfatto il desiderio dei suoi
occhi riceve un danno nel cuore. Penso che il Signore, in
questo passo, abbia voluto alludere a tutti gli organi sensoriali
pur parlando di uno solo di essi: di conseguenza noi, seguendo
le sue parole, faremmo bene ad aggiungere che pecca in cuor
suo anche chi ode o tocca desiderando e chi sottomette al
servizio del piacere le sue facoltà.
Perché
ciò non avvenga, dobbiamo adottare nella nostra vita
continente questa norma: da una parte, non bisogna mai accostare
l'anima a ciò in cui è nascosta l'esca del
piacere, dall'altra, occorre essere molto guardinghi soprattutto
nei confronti del piacere prodotto dal gusto, giacché
questo sembra più a portata di mano ed è come
la madre di ogni piacere proibito. In effetti, i piaceri
derivanti dai cibi e dalle bevande, crescendo sotto l'effetto
della sregolatezza nel mangiare, producono fatalmente nel
corpo dei mali non voluti, mentre la sazietà genera
negli uomini le passioni corrispondenti. Perché dunque
il corpo resti il più tranquillo possibile e non
venga turbato da nessuna delle passioni prodotte dalla sazietà,
bisogna fare attenzione ad adottare come norma della condotta
di vita temperante e come regola del gusto non il piacere
ma l'utilità che si ricava da ciascuna cosa. E se
spesso all'utilità si trova mescolato il piacere
(il bisogno sa rendere gradite molte cose, addolcendo con
la forza del desiderio tutto ciò che si trova utile),
non bisogna respingere la prima, solo perché è
seguita dal secondo: basta non cercare il piacere prima
di tutto il resto, e, scegliendo l'utile in tutte le cose,
non tener conto di ciò che può riuscire gradito
ai sensi.
Vediamo
che anche i contadini sanno separare a regola d'arte la
pula mischiata con il grano, in modo che di ciascuna di
queste due cose venga fatto l'uso più appropriato:
mentre il grano è destinato alla vita umana, la pula
è destinata ad essere bruciata e a servire da nutrimento
alle bestie. Anche chi realizza la continenza separa il
piacere dall'utilità così come si fa con il
grano e la pula: come dice l'apostolo, egli getta il piacere
agli esseri irrazionali destinati ad essere bruciati, mentre
sa trarre profitto dall'utilità secondo i propri
bisogni, rendendo grazie a Dio.
XXII.
Non bisogna praticare la continenza al di là del
necessario;
alla perfezione dell'anima si oppone sia la carnosità
del corpo che la mortificazione priva di misura
Ma
poiché molti con la loro eccessiva severità
cadono in un altro tipo di sregolatezza senza accorgersi
di perseguire uno scopo opposto, allontanano in un altro
modo la propria anima dalle cose più alte e divine
abbassandola verso i pensieri e le occupazioni meschine,
e costringono la mente a preoccuparsi del corpo, di modo
che essa non è più in grado di spaziare liberamente
nelle regioni superiori e di guardare in alto, ma si piega
verso le fatiche e le angustie della carne, è opportuno
pensare anche a quest'eventualità e guardarsi in
uguale misura da entrambe le sregolatezze, senza seppellire
la mente sotto la mole corporea e senza esaurirla e mortificarla
portandola all'indebolimento e tenendola occupata con le
fatiche fisiche: occorre ricordare il saggio comandamento
che vieta la deviazione sia verso destra che verso sinistra.
Ho ascoltato un medico mentre spiegava la propria arte.
Il nostro corpo si compone di quattro elementi non omogenei
ma opposti tra loro, il caldo e il freddo, l'umido ed il
secco. Il caldo non può mescolarsi con il freddo,
così come è assurda la commistione tra l'umido
ed il secco; ciò nonostante, questi quattro elementi
possono collegarsi con i loro contrari grazie alle proprietà
delle coppie intermedie. Illustrando con una certa sottigliezza
queste leggi naturali, spiegò ciò che voleva
dire: ciascuno di questi elementi, pur essendo diametralmente
opposto al suo contrario, si collega ad esso in modo naturale
grazie alle qualità affini degli elementi che gli
sono vicini. Poiché infatti il freddo ed il caldo
si trovano in uguale misura nell'umido e nel secco, ed analogamente
l'umido ed il secco si trovano nel caldo e nel freddo, le
stesse qualità che appaiono in uguale misura nei
contrari rendono possibile l'incontro tra gli opposti. Ma
perché dovrei spiegare dettagliatamente come questi
elementi, contrari tra loro per natura, sono divisi gli
uni dagli altri e pur tuttavia si uniscono tra loro mescolandosi
in virtù delle qualità affini? Abbiamo fatto
questo discorso perché chi considera sotto questo
punto di vista la natura del corpo consiglia di pensare
il più possibile all'equilibrio delle varie qualità:
la salute infatti c'è quando nessuno degli elementi
che si trova in noi è dominato da un altro.
Se
c'è del vero nel nostro discorso, per salvaguardare
la nostra salute dobbiamo dunque preoccuparci di tale disposizione:
dobbiamo cercare di non introdurre alcun eccesso o difetto
prodotto da sregolatezze nel nostro modo di vivere in nessuna
delle parti di cui siamo composti, ed imitare per quanto
è possibile il conduttore del cocchio. Questi, se
guida dei puledri che non vanno d'accordo, non mette fretta
con la frusta al più veloce né trattiene con
le redini il più lento né abbandona ai suoi
impulsi disordinati senza frenarlo quello che si rivolta
e fa il difficile, ma dirige quest'ultimo, trattiene il
primo e tocca con la frusta il secondo fino a produrre in
tutti e tre quell'accordo che è necessario alla corsa.
Allo stesso modo anche la nostra mente, che tiene le redini
del corpo, non pensa di aggiungere cose infiammabili al
caldo che è già eccessivo durante la giovinezza,
né, quando il corpo è raffreddato da qualche
passione o dall'età, accresce ciò che produce
il freddo o il languore. Per quanto riguarda le altre qualità
si comporta in modo simile, ascoltando la Scrittura: «Affinché
l'abbondanza non sia eccessiva e la povertà non manchi
di nulla». Eliminati entrambi gli eccessi, si preoccupa
di aggiungere ciò che manca e si guarda in uguale
misura da ciò che in entrambi i casi rende il corpo
inutilizzabile: non rende con l'eccessivo benessere la sua
carne scomposta e ribelle, né, sottoponendola ad
eccessive sofferenze, fa sì che si ammali, s'indebolisca
e non sia più in grado di rendere i necessari servizi.
Questo è il fine precipuo della continenza: essa
mira non alla sofferenza del corpo, ma alla scioltezza delle
funzioni dell'anima.
XXIII.
Colui che desidera apprendere la severa regola di questo
tipo di vita deve farsi istruire da chi ha realizzato tale
perfezione
Chi
vuole imparare con esattezza questi singoli punti - come
deve vivere colui che ha deciso di praticare tale filosofia,
da che cosa bisogna guardarsi, in quali pratiche ci si deve
esercitare, la misura della continenza, il modo di comportarsi,
e tutta la condotta adatta a tale scopo - ha a disposizione
degl'insegnamenti scritti capaci d'istruirlo in proposito;
ma ancora più efficace dell'insegnamento della parola
è l'esortazione proveniente dalle opere. La cosa
non presenta difficoltà, giacché per trovare
l'educatore non occorre intraprendere un lungo cammino o
una lunga navigazione: come dice l'apostolo, «vicina
è la tua parola». La grazia viene dal focolare:
qui si trova il laboratorio della virtù, in cui questo
tipo di vita si purifica e progredisce fino alla massima
scrupolosità. Molte sono qui le possibilità,
sia per chi tace sia per chi parla, di apprendere dalle
opere stesse questa celeste condotta di vita: ogni discorso
considerato senza le opere anche se è molto adorno
assomiglia ad un'immagine senza vita, che ha solo una sembianza
fiorente dovuta alle tinte e ai colori; «chi invece
agisce ed insegna», come dice un passo del vangelo,
è veramente un uomo vivo, bello, attivo e dinamico.
Tale
persona deve dunque frequentare colui che intende abbracciare
la verginità secondo questo criterio selettivo. Come
infatti chi desidera imparare la lingua di un popolo non
può fare da maestro a se stesso, ma deve farsi istruire
dagli esperti e riesce a parlare la stessa lingua degli
stranieri solo se si abitua lentamente ad ascoltarla, così
a mio avviso non si può imparare la severità
di questo tipo di vita - che non procede secondo il corso
della natura, ma se ne estranea data la novità del
regime - se non ci si lascia guidare da chi è riuscito
a realizzarla. Per quanto riguarda tutte le altre occupazioni
della nostra vita, il principiante, se impara dai maestri
la scienza delle varie cose a cui ambisce, può riuscire
meglio che se cercasse di affrontare l'impresa da solo:
non si tratta di occupazioni facili, nelle quali il giudizio
su ciò che è utile è rimesso necessariamente
a noi stessi, se anche l'avere il coraggio di fare esperienza
di ciò che s'ignora comporta dei pericoli. Gli uomini
scoprirono per mezzo di esperimenti la scienza medica prima
ignorata, svelandola a poco a poco con le loro osservazioni:
in tal modo, l'utile ed il dannoso poterono essere riconosciuti
con le testimonianze fornite dalle prove, e vennero a far
parte della dottrina di quest'arte, mentre ciò che
era stato visto dai primi osservatori divenne come un messaggio
per il futuro. Chi pratica ora quest'arte non ha bisogno
di compiere esperimenti sulla propria persona per conoscere
l'efficacia delle medicine e sapere se sono dannose o rappresentano
dei rimedi, ma riesce in essa perché ha imparato
da altri ciò che conosce. Allo stesso modo, anche
a proposito dell'arte che cura l'anima - parlo della filosofia,
dalla quale impariamo a curare tutte le passioni che toccano
l'anima - non è necessario cercare di apprenderne
la scienza con congetture e supposizioni, ma basta sfruttare
le grandi possibilità di apprendimento offerte da
chi ha saputo realizzare questa disposizione d'animo dopo
una lunga e ricca esperienza. Per lo più, anzi in
ogni frangente, la giovinezza è una cattiva consigliera:
non è facile trovare una persona che abbia raggiunto
una cosa degna di essere ambita senza avere associato al
suo impegno la vecchiaia. Quanto più importante delle
altre occupazioni è lo scopo per noi che lo perseguiamo,
tanto più dobbiamo pensare alla sicurezza. Negli
altri casi la giovinezza, quando non sa amministrare con
criterio, danneggia i beni, facendo perdere o la fama a
cui il mondo dà valore o la dignità; nel caso
invece di questo grande ed alto desiderio ciò che
corre pericolo non è rappresentato né dalle
ricchezze, né dalla gloria mondana e caduca, né
da qualcun'altra delle cose che ci vengono dall'esterno
e che le persone assennate non tengono in gran conto, vengano
esse amministrate a loro grado o altrimenti: la sconsideratezza
tocca proprio l'anima, ed il pericolo che tale danno comporta
consiste non nell'essere danneggiati in cose il cui recupero
può forse apparire possibile, ma nella perdizione
e nel vedere punita la propria anima. Chi ha consumato i
beni paterni non dispera di poter ritornare eventualmente
al primitivo benessere con qualche accorgimento, finché
vive; ma chi abbandona questo tipo di vita perde ogni speranza
di diventare migliore.
Poiché
dunque quasi tutti abbracciano la verginità quando
sono ancora giovani ed immaturi di mente, la loro prima
preoccupazione, nel momento in cui imboccano questa strada,
deve essere quella di cercare una buona guida ed un buon
maestro: solo così potranno evitare che la loro inesperienza
li porti a battere sentieri impraticabili e li faccia vagare,
allontanandoli dal retto cammino. «Due valgono più
di uno», dice l'Ecclesiaste. Chi è solo, è
facilmente vinto dal nemico che tende imboscate sulle strade
di Dio; ed è vero il detto «Guai a chi sta
solo quando cade», perché non ha chi lo fa
rialzare. Alcuni sono giunti a desiderare questa nobile
vita seguendo un buon impulso: convinti però di aver
toccato la perfezione nel momento stesso in cui hanno fatto
la loro scelta, si sono lasciati ingannare dalla loro debolezza
mentale, scambiando per bene ciò per cui propendeva
la loro mente. Fra questi vanno annoverati coloro che la
sapienza chiama pigri, che ricoprono di spine le loro strade,
che ritengono un danno dell'anima lo zelo posto nell'esecuzione
dei comandamenti di Dio, che cancellano le esortazioni apostoliche
e che non mangiano il proprio pane come sarebbe giusto,
ma aspettano quello altrui, facendo della pigrizia l'arte
della loro vita. Da questi provengono i sognatori, che ritengono
gl'inganni dei sogni più credibili degl'insegnamenti
evangelici e che chiamano rivelazioni le semplici immaginazioni;
«da questi provengono anche coloro che s'introducono
nelle case» e gli altri che scambiano per virtù
il loro modo di vivere appartato e selvaggio, che non rispettano
il comandamento dell'amore e che non conoscono i frutti
della magnanimità e dell'umiltà.
Chi
potrebbe passare in rassegna tutti questi peccati, nei quali
si cade perché non si vuole entrare nella schiera
di coloro che godono di una buona reputazione presso Dio?
Tra tali peccatori riconosciamo quelli che sopportano la
fame fino alla morte come se «Dio si compiacesse di
tali sacrifici», e coloro che si allontanano in una
direzione diametralmente opposta e che, praticando il celibato
solo formalmente, non fanno differire in nulla la propria
vita da quella secolare: non solo concedono al ventre ogni
piacere, ma coabitano apertamente con le donne e chiamano
tale vita in comune «fratellanza», ricoprendo
con questo nobile nome le loro malvagie intenzioni recondite.
Per colpa loro gli estranei offendono tanto questa pratica
alta e pura.
I
giovani farebbero dunque bene a non tracciarsi da sé
la strada propria di questo tipo di vita. Non mancano nella
nostra vita esempi di uomini buoni: specie ora, più
che in altri tempi, la nobiltà fiorisce e soggiorna
insieme a noi, dopo avere raggiunto la somma eccellenza
in seguito a graduali progressi. Chi cammina sulle sue tracce
può divenirne partecipe, e chi segue da vicino l'odore
di quest'unguento può riempirsi del profumo di Cristo.
Se si accende una fiaccola, la fiamma si propaga a tutte
le lucerne vicine: la prima luce non diminuisce, pur distribuendosi
in uguale misura tra le lucerne che s'illuminano perché
ne sono partecipi. Allo stesso modo, la nobiltà di
questa vita si trasmette da colui che l'ha saputa realizzare
ai suoi vicini: è vero il detto profetico, secondo
il quale «chi vive con un uomo santo, irreprensibile
ed eletto diventa come lui».
Se
cerchi dei segni di riconoscimento che non ti facciano sbagliare
a proposito di questo bell'esempio, la descrizione è
facile. Se vedi un uomo vivere tra la morte e la vita e
trascegliere da entrambi ciò che è utile alla
più alta filosofia (dato il suo zelo nell'esecuzione
dei comandamenti, egli non accetta l'inattività della
morte, ma d'altra parte, essendosi estraniato dai desideri
mondani, non cammina neppure del tutto sul terreno della
vita: se si considera ciò che rende onorata la vita
della carne, resta più immobile dei cadaveri, mentre
è veramente vivo, attivo e forte nelle opere virtuose,
che fanno riconoscere coloro che vivono con lo spirito);
se vedi un uomo simile, tieni presente la sua norma di condotta:
Dio ce lo ha proposto come modello per la nostra vita. Egli
deve rappresentare il tuo punto di riferimento nella vita
divina, così come lo sono per i piloti gli astri
che risplendono sempre. Imita la sua vecchiaia e la sua
giovinezza, o piuttosto imita la vecchiaia presente nella
sua pubertà e la giovinezza presente nella sua vecchiaia.
Anche se la sua età volge verso la vecchiaia, il
tempo non ha indebolito la forza e la capacità di
agire della sua anima, mentre la giovinezza non fa più
sentire i suoi effetti in quelle cose in cui in genere si
riconosce la sua attività: c'è in lui una
mescolanza meravigliosa dei contrari propri di entrambe
le età, o piuttosto uno scambio di proprietà,
giacché nella sua vecchiaia la forza che tende al
bene è ancora giovane, mentre nella sua pubertà
resta inattivo quell'aspetto della giovinezza che si mostra
incline al male. Se poi vuoi indagare sugli amori della
sua età, imita la veemenza e l'ardore del suo amore
divino per la sapienza, che è cresciuto insieme a
lui fin dall'infanzia e che è durato fino alla sua
vecchiaia. Se non riesci a guardarlo, così come accade
a coloro i cui occhi soffrono alla vista del sole, guarda
il coro dei santi schierato sotto di lui: la loro vita risplende
perché imita quella degli anziani, e tra di loro
ce ne sono molti che, pur essendo ancor giovani di età,
sono diventati canuti grazie alla purezza della loro continenza.
Con la loro ragione essi sono andati oltre la vecchiaia,
e con i loro costumi oltre il tempo, ed hanno dimostrato
di possedere un amore per la sapienza più forte e
violento dei piaceri corporei, non perché abbiano
una natura diversa (in tutti gli uomini «la carne
desidera contro lo spirito»), ma perché hanno
saputo ascoltare colui che ha detto: «La saggezza
è il legno della vita per coloro che le si tengono
attaccati». Su questo legno hanno attraversato i flutti
della giovinezza come su di una zattera, e sono approdati
nel porto della volontà di Dio; adesso la loro anima
se ne sta tranquilla, nel bel tempo e nella bonaccia. Sono
beati per avere avuto una buona navigazione: essendosi tenuti
stretti per quanto stava in loro alla buona speranza come
ad un'ancora sicura, rimangono imperturbabili, lontani dalle
onde della confusione, e mostrano a coloro che li seguono
lo splendore della loro vita, simile ai fuochi che brillano
su di un alto faro. Abbiamo l'uomo a cui possiamo guardare,
per attraversare con sicurezza i flutti delle tentazioni.
Perché
ti preoccupi, se alcuni sono rimasti sconfitti nel perseguire
tale intento, e rinunci quindi a quest'impresa, come se
fosse impossibile? Guarda chi è riuscito, ed affronta
con fiducia la buona navigazione, lasciandoti guidare dal
soffio dello Spirito Santo: hai come pilota Cristo, che
sta al timone della temperanza. «Coloro che scendono
in mare con le navi e che trafficano su vaste distese d'acqua»
non vedono nei naufragi capitati ad altri un ostacolo alla
realizzazione delle loro speranze: si mettono di fronte
agli occhi la buona speranza, e cercano di arrivare alla
fine della loro impresa. Non è del tutto assurdo
da una parte il condannare una mancanza in questo severo
regime di vita, e dall'altra il mostrarsi propensi a preferire
tutta una vita trascorsa nei peccati fino alla vecchiaia?
Se è brutto avvicinarsi una sola volta al peccato,
e se per questo pensi che sia più prudente non perseguire
lo scopo più alto, quanto non è più
condannabile la pratica di vita che si basa sul peccato
e che fa quindi rimanere del tutto privi della vita più
pura? Tu che vivi, come fai ad ascoltare il crocifisso?
Tu che prosperi nel peccato, come fai ad ascoltare «colui
che è morto al peccato» ? Tu che non «ti
sei crocifisso nei riguardi del mondo» e che non accetti
la morte della carne, come fai ad ascoltare colui che comanda
«di venirgli dietro», e che porta la croce sul
suo corpo, come un trofeo preso al nemico? Come puoi ubbidire
a Paolo, che t'invita «a presentare il tuo corpo come
un sacrificio vivente, gradito a Dio», tu che «ti
adatti a questo secolo, che non ti trasformi rinnovando
la tua mente» e che «non cammini in questa nuova
vita» ma segui ancora la logica della vita del vecchio
uomo? Come puoi essere sacerdote di Dio, anche se sei stato
unto proprio per offrire a Dio un dono che non dev'essere
né estraneo a te, né il frutto di una sostituzione
con le cose esteriori che ti sei trascinate dietro, ma un'offerta
veramente tua, rappresentata dal tuo uomo interiore, che
deve essere perfetto, irreprensibile e scevro da ogni macchia
e biasimo, così come prescrive la legge a proposito
dell'agnello ? Come puoi offrire questi doni a Dio, tu che
non ascolti la legge che proibisce all'impuro di essere
sacerdote ? E se desideri che Dio ti appaia, perché
non ascolti Mosè, quando raccomanda al popolo di
astenersi dalle relazioni coniugali, perché possa
accogliere la manifestazione di Dio? Se queste cose e le
loro conseguenze ti sembrano di poco conto - parlo del crocifiggersi
assieme a Cristo, dell'offrirsi in sacrificio a Dio, del
diventare sacerdote dell'Altissimo, dell'essere ritenuto
degno della grande manifestazione di Dio - che cosa di più
alto potremo pensare per te? Dall'essere crocifisso assieme
a Cristo derivano il vivere, l'essere glorificato, ed il
regnare assieme a Lui; e dall'offrirsi in sacrificio a Dio
deriva il trasferimento dalla natura e dignità umana
a quella angelica. Di questo parla Daniele, là dove
dice: «Gli erano vicine migliaia di migliaia».
Chi poi si dedica al vero sacerdozio e si accompagna al
gran sacerdote «rimane anch'egli in modo assoluto
sacerdote per l'eternità, e la morte non gl'impedisce
di rimanere tale per sempre». La conseguenza dell'essere
ritenuto degno di vedere Dio altro non è che l'essere
ritenuto degno di vedere Dio: in effetti, il coronamento
di ogni speranza, la realizzazione di ogni desiderio, il
fine ed il compendio della benedizione di Dio, di ogni promessa
e dei beni ineffabili che crediamo superiori alla sensazione
ed alla conoscenza, è proprio ciò che Mosè
e molti re e profeti desiderarono ardentemente vedere. Di
questa vista sono ritenuti degni solo i puri di cuore, che
sono veramente e vengono chiamati beati proprio perché
vedranno Dio. Vogliamo che anche tu diventi uno di loro,
facendoti crocifiggere assieme a Cristo, offrendoti a Dio
come puro sacerdote, diventando un puro sacrificio nell'assoluta
purezza, preparandoti mediante la purezza all'avvento di
Dio; così, avendo il cuore puro, anche tu potrai
vedere Dio secondo la promessa del Dio e salvatore nostro
Gesù Cristo, al quale appartengono la gloria e la
potenza nei secoli dei secoli. Così sia.