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San Gregorio di Nissa

Trattato sulla Verginità

Par XIII - XVIII

 

XIII. L'inizio della cura di sé stessi è la rinunzia al matrimonio

Se è dunque nostra intenzione andarcene via di qui ed unirci a Cristo, è bene far cominciare questo distacco dall'ultimo stadio, così come coloro che sono lontani dai propri familiari, quando vogliono ritornare al loro punto di partenza, lasciano per primo l'ultimo posto nel quale sono arrivati. Il matrimonio è l'ultimo momento della separazione dal soggiorno nel paradiso: proprio perché rappresenta l'ultima tappa il nostro scritto suggerisce a coloro che ritornano a Cristo di considerarlo come la prima cosa da lasciare. Occorre quindi abbandonare le miserie terrene in cui fu posto l'uomo dopo il peccato e, successivamente, uscire dai rivestimenti della carne togliendoci le tuniche di pelle, vale a dire i pensieri carnali.

Abbandonata «ogni azione vergognosa fatta di nascosto», non dobbiamo più coprirci con il fico della vita amara, ma gettare via queste foglie caduche che ricoprono la vita, ritornare al cospetto del creatore, rifiutare l'inganno offerto dal gusto e dalla vista, e farci consigliare non più dal serpente velenoso ma dal comandamento di Dio. Questo c'ingiunge di toccare solo il bene e di rifiutare l'assaggio del male, giacché tutto il male che ci colpisce si origina proprio dal nostro desiderio di non ignorarlo. Per questo ai primi uomini creati fu vietato di conoscere assieme al bene il suo contrario ed ordinato di tenersi lontani dalla conoscenza del bene e del male e di cogliere il bene puro, non mescolato con il male. A mio avviso, ciò significa stare soltanto con Dio, gustare questa delizia all'infinito ed ininterrottamente e non mescolare al godimento del bene ciò che trascina verso il suo opposto. E se si deve parlare con franchezza, bisogna aggiungere che in tal modo ci si può forse allontanare da questo mondo sommerso dal male, e tornare di nuovo in paradiso, giunto nel quale Paolo udì e vide cose ineffabili e non contemplabili, di cui non è lecito parlare agli uomini.

Ma poiché il paradiso è la dimora dei vivi che non accoglie coloro che sono stati uccisi dal peccato, e noi d'altra parte siamo carnali, soggetti alla morte e «venduti al peccato», come potrà soggiornare nel luogo riservato ai vivi colui che soggiace alla signoria della morte? Quale mezzo o quale sotterfugio potrà mai trovare per sfuggire a questo potere? Basta a tale scopo il suggerimento del Vangelo. Sentiamo che il Signore dice a Nicodemo: «Chi è nato dalla carne è carne; chi è nato dallo spirito è spirito». Sappiamo che la carne è soggetta alla morte a causa del peccato, mentre lo spirito di Dio è incorruttibile, vivificatore ed immortale.

E' evidente che, come la nascita materiale comporta necessariamente anche la generazione della forza destinata a distruggere l'essere generato, così lo spirito infonde una forza vivificatrice in coloro che vengono generati tramite esso. Qual è il risultato di ciò che si è detto? Lasciata la vita carnale che è necessariamente seguita dalla morte, dobbiamo cercare quella vita che non porta come conseguenza la morte: e questa è la vita della verginità. La verità di ciò che dico potrà risultare più chiara da queste brevi considerazioni aggiuntive. Chi non sa che l'effetto della congiunzione tra i corpi è la formazione di corpi mortali, mentre coloro che si congiungono secondo un legame spirituale ricevono in luogo dei figli la vita e l'incorruttibilità? E' bene ricordare a tal proposito il detto dell'apostolo: «Con questa generazione si salva la gioiosa madre di tali figli»; così pure, il salmista gridò nei canti divini: «Colui che fa abitare nella sua casa una donna sterile, perché diventi una madre che si rallegra dei figli». Gioisce veramente la madre vergine che genera figli immortali tramite lo spirito: il profeta la chiama «sterile» grazie alla continenza.

XIV. La verginità è superiore al potere della morte

Tale vita deve essere dunque tenuta in più alta considerazione dalle persone assennate, in quanto è superiore alla signoria della morte. La procreazione fisica - nessuno se l'abbia a male per queste mie parole - è per gli uomini causa non di vita, ma di morte. La corruzione comincia infatti con la nascita; coloro che la fermano grazie alla verginità pongono in sé stessi un limite alla morte, impedendole di procedere oltre in loro: fungendo come da linea di demarcazione tra la morte e la vita, fermano l'avanzata della prima. La morte quindi, se non può oltrepassare la verginità ma cessa di avere effetto e si dissolve in essa, mostra chiaramente la superiorità di questa virtù: a ragione è chiamato incorruttibile il corpo che non si sottomette al servizio della vita corrotta e che non accetta di diventare strumento di una successione mortale. In un corpo siffatto s'interrompe la serie continua di corruzioni e di morti che ha dominato l'intervallo di tempo intercorso tra il primo uomo creato e la vita di chi resta vergine. Non era infatti possibile che la morte restasse inoperosa, quando la nascita umana riceveva impulso dal matrimonio; viaggiando assieme a tutte le generazioni precedenti ed accompagnando nella loro traversata coloro che nascevano continuamente, trovò nella verginità un limite alla sua azione, che è impossibile valicare. Come nel caso di Maria madre di Dio la morte che aveva regnato da Adamo fino a lei una volta raggiuntala urtò contro il frutto della verginità come contro una roccia e si consunse, così in ogni anima che grazie alla verginità va oltre la vita carnale si dissolve in un certo senso la forza della morte, che non ha dove mettere il suo pungolo. Il fuoco, se non gli vengono gettate la legna, le canne, l'erba o altri materiali combustibili, non è in grado di durare da sé; allo stesso modo, neanche la forza della morte si può esplicare, se il matrimonio non le sottopone la materia su cui agire e non le prepara - come se fossero dei condannati - le persone destinate a morire.

Se hai dei dubbi, presta attenzione ai nomi delle disgrazie che, come ho già detto all'inizio del mio trattato, il matrimonio porta agli uomini e rifletti sulle loro origini. Sarebbe forse possibile piangere sul fatto di rimanere vedovi od orfani o sulle disgrazie che toccano ai figli, se non ci fosse prima il matrimonio? Le tanto ricercate soddisfazioni, gioie e voluttà e tutto ciò che si vuole dal matrimonio trovano la loro conclusione in questi dolori. Come l'impugnatura della spada è liscia, facile a toccarsi, ben levigata, brillante e adatta ad essere stretta dal palmo della mano, mentre la parte rimanente è un ferro, uno strumento di morte pauroso a vedersi ed ancora più pauroso quando lo si esperimenta, così è anche il matrimonio: mentre dapprima offre alla sensazione tattile la levigatezza superficiale del piacere come se si trattasse di un'impugnatura adorna di un cesello ben eseguito, quando viene in mano a chi l'ha toccato porta strettamente legati a sé i dolori e diventa per gli uomini causa di pianti e di disgrazie.

E' proprio il matrimonio ad offrire spettacoli pietosi e lacrimevoli: si pensi ai figli che restano orfani in età prematura, che divengono preda dei potenti e che spesso, non rendendosi conto dei propri mali, sorridono di fronte alla sventura. Ed esiste una causa di vedovanza diversa dal matrimonio? Non è fuori luogo dire che il sottrarsi ad esso comporta l'esenzione da tutti questi funesti tributi. Quando infatti decade la condanna che fu stabilita all'inizio contro i trasgressori, cessano di esistere le sofferenze delle madri di cui parla la Scrittura ed il dolore non anticipa più la nascita degli uomini; ogni disgrazia prodotta dalla vita viene eliminata, e «dai volti scompaiono le lacrime», come dice il profeta: «il concepimento non avviene più nella trasgressione» e «la gravidanza non si verifica più nel peccato» né «è prodotta dal sangue e dal volere dell'uomo e della carne» ; al contrario, la generazione deriva soltanto da Dio. Ciò si verifica, quando si accoglie nella parte viva del proprio cuore lo spirito incorruttibile, e quando si generano «la sapienza, la giustizia, la santificazione e la redenzione». Ognuno può diventare madre di chi è tutte queste cose, così come dice il Signore in un passo del Vangelo: «Chi esegue la mia volontà è mio fratello, mia sorella e mia madre».

Quale posto ha la morte in tali gravidanze? Quando queste hanno luogo, l'elemento mortale è veramente inghiottito dalla vita, e la vita verginale, recando in sé i segni dei beni tenuti in riserva dalla speranza, sembra un'immagine della beatitudine futura. Se si esamina il mio ragionamento, si può riconoscere la verità di quello che dico: innanzitutto, chi muore per il peccato vive per Dio per il resto del tempo, non produce più frutti per la morte, pone fine per quanto sta in lui alla vita della carne ed attende il «realizzarsi della beata speranza e l'apparizione del grande Dio», senza creare con generazioni intermedie un intervallo tra sé e la sua venuta; in secondo luogo, anche nella vita presente trae profitto dall'eccellenza dei beni della resurrezione. Se la vita promessa dal Signore ai giusti dopo la resurrezione è uguale a quella degli angeli, e se la rinunzia al matrimonio è propria della natura angelica, egli riceve i beni promessi unendosi agli splendori dei santi ed imitando con la sua vita incontaminata la purezza delle essenze incorporee. Se la verginità procura tali beni ed altri simili, quale discorso potrà esprimere degnamente l'ammirazione per questa grazia? Quale altro bene dell'anima apparirà così grande e prezioso, e potrà mai uguagliare in un paragone la sublimità di tale dono?

XV. La vera verginità si vede in tutto ciò che si fa

Se abbiamo compreso l'eccellenza di questa grazia, dobbiamo renderci conto anche delle sue conseguenze: questa virtù non è così semplice come si potrebbe credere, né si ferma ai corpi, ma giunge dappertutto e grazie alla sua versatilità permea di sé tutte quelle che sono e vengono ritenute le perfezioni dell'anima. L'anima che grazie alla verginità si unisce al vero sposo non solo si tiene lontana dalle sozzure materiali ma, dopo avere dato avvio in tal modo alla propria purezza, si comporta in ogni circostanza in maniera simile e con uguale fiducia, nel timore di accogliere in sé la passione per l'adulterio nella misura in cui il suo cuore si mostra incline più del dovuto alla partecipazione al vizio. Per ritornare sull'argomento, ricorderò questo: l'anima che si unisce al Signore in modo da diventare assieme a Lui un unico spirito e che decide di amarlo con tutto il cuore e con tutte le forze facendo di quest'amore la norma costante della sua vita, non si dà più alla fornicazione per non diventare un tutt'uno con essa e non ammette in sé neppure gli altri vizi che sono di ostacolo alla salvezza, giacché la contaminazione è sempre la stessa, quali che siano i vizi: se è sporcata da uno di essi, l'anima non può più possedere la sua purezza immacolata.

Quanto io dico può essere illustrato con un esempio. L'acqua di uno stagno resta calma ed immobile se nessun turbamento proveniente dall'esterno agita la sua tranquillità; se però vi cade una pietra gettata da qualche parte, essa si muove tutta in cerchi concentrici, e si producono delle onde, determinate dallo scuotimento locale; mentre la pietra va a fondo a causa del suo peso, le onde si producono in cerchio attorno ad essa l'una dopo l'altra e vengono spinte verso le estremità dello specchio d'acqua dal movimento verificatosi al suo centro: in tal modo, tutta la superficie dello stagno si agita, risentendo di ciò che è avvenuto in profondità. Analogamente, basta il sopravvenire di una sola passione a scuotere la tranquillità assoluta dell'anima, che risente del danno subito da una sua parte. Dicono gli esperti in materia che le virtù non sono separate le une dalle altre e che non è possibile possedere in modo perfetto una virtù se non si possiedono le altre invece, nella persona in cui è presente una virtù entrano fatalmente al suo seguito anche le altre. Così pure, nel campo contrario un danno che colpisce una nostra parte si estende a tutta la vita virtuosa; è proprio vero, come dice l'apostolo, che il tutto si adegua alla parte: se un membro soffre, tutto il corpo soffre con esso, mentre se è glorificato tutto il corpo gioisce.

XVI. Tutte le occasioni di abbandono della virtù presentano un uguale pericolo

Infinite sono durante la nostra vita le deviazioni verso i peccati, ed in vari modi le Scritture alludono al loro gran numero. «Molti - vien detto - sono coloro che mi perseguitano e mi tormentano», «molti sono coloro che mi combattono dall'alto», e così via. Si può forse dire a buon diritto che molti sono gli adulteri che tendono insidie allo scopo di contaminare «questo matrimonio veramente prezioso e questo talamo immacolato»; e se è necessario enumerarli chiamandoli per nome, va ricordato che adultera è l'ira, adultera è l'avidità, adulteri sono l'invidia, il rancore, l'inimicizia, la denigrazione, l'odio, e che l'elenco fatto dall'apostolo di tutti i vizi «contrari al sano insegnamento»» è un'enumerazione di adulteri. Supponiamo che una donna bella e desiderabile venga concessa in sposa ad un re per queste sue qualità, e che degli uomini intemperanti la insidino per la sua bellezza. Costei, finché reagisce contro tutti coloro che si mostrano premurosi nei suoi riguardi per corromperla accusandoli di fronte al suo sposo legittimo, è onesta e pensa al suo sposo; in tal caso, gl'inganni degl'intemperanti non hanno alcuna presa su di lei. Se invece dà retta anche ad uno solo di coloro che l'insidiano, la sua castità nei riguardi degli altri non la esime dalla condanna: perché venga condannata, basta infatti che il talamo sia contaminato da un solo uomo. Così l'anima che vive per Dio non si lascia sedurre da nessuna delle cose che le vengono presentate come belle con l'inganno: se, vittima di una passione, accetta di contaminare il suo cuore, anche lei infrange il principio giuridico del matrimonio spirituale. Come dice la Scrittura, «nell'anima orditrice di mali non entra la sapienza»: ciò significa in realtà che il buono sposo non può entrare nell'anima che è dedita all'ira, che ama la denigrazione o che ospita in sé altri simili vizi.

Quale accorgimento potrà mai conciliare tra loro le cose che per natura sono estranee l'una all'altra e che non possono combinarsi insieme? Ascolta l'apostolo quando insegna che «non esiste nessun rapporto tra la luce e le tenebre» o «tra la giustizia e l'illegalità»: per dirla in breve, non esiste nessun rapporto tra tutto ciò che è il Signore quando è pensato e chiamato secondo le varie proprietà che si vedono in lui e tutte le proprietà contrarie che si possono pensare presenti nel vizio. Se è impossibile un rapporto tra le cose che per natura non si possono mescolare tra loro, l'anima prigioniera di un vizio è assolutamente estranea al bene e non gli consente di soggiornare in lei. Qual è dunque l'insegnamento che se ne può ricavare? La vergine casta ed assennata deve allontanarsi da ogni pensiero capace di toccare in qualsiasi modo la sua anima, e conservarsi pura per lo sposo che si è unito a lei secondo la legge, «rimanendo libera da macchie, grinze ed altre simili cose». Una sola è la strada diritta, veramente stretta e piena di triboli, che non ammette deviazioni né in un senso né in un altro: qualsiasi allontanamento da essa comporta un uguale pericolo di cadute.

XVII. E' imperfetto nei riguardi del bene chi è difettoso anche in una sola delle pratiche virtuose

Se le cose stanno così, bisogna correggere per quanto è possibile le abitudini più in voga: coloro che pur reagendo con vigore contro i piaceri più turpi ricercano il piacere per altre vie, come ad esempio negli onori e nel desiderio di comandare, si comportano pressappoco come il domestico che, desiderando la libertà, non cerca di liberarsi dalla servitù ma si limita a cambiare i suoi padroni, confondendo questo scambio con la libertà. Anche se non hanno gli stessi padroni, costoro sono tutti schiavi in uguale misura, finché c'è qualcuno che li domina e li comanda esercitando su di loro il suo potere. Vi sono poi altri che, dopo una lunga lotta contro i piaceri, diventano non si sa come facile preda della passione opposta: vivendo in modo scrupolosamente severo, si lasciano subito prendere dai dolori, dalle irritazioni, dai rancori, e da tutti gli altri vizi che sono opposti all'edonismo, e ben difficilmente riescono a liberarsene. Ciò avviene, quando il corso della vita è guidato non dalla norma della virtù, ma da qualche passione.

Eppure, come dice la Scrittura, il comandamento del Signore è così chiaro da illuminare anche gli occhi dei bambini: esso afferma che il bene consiste nel tenersi attaccati soltanto a Dio. E Dio non è né dolore né piacere né viltà né temerarietà né paura né ira né una di quelle passioni che dominano l'anima priva di disciplina, ma, come dice l'apostolo, è la sapienza stessa, la santificazione, la verità, la gioia, la pace e tutte le altre cose simili a queste. Chi è dominato dalle passioni contrarie come può unirsi a chi è tutto questo? O come non è assurdo che colui che cerca di non essere preda di una determinata passione scambi per virtù il suo opposto? Ciò avviene quando, per sfuggire al piacere, si diventa schiavi del dolore, quando per evitare la temerarietà e la sconsideratezza si mortifica l'anima con la viltà, e quando, nell'intento di non cadere prigionieri dell'ira, si rimane sbigottiti per la paura. Quale differenza comportano i vari modi in cui ci si allontana dalla virtù o, per meglio dire, si abbandona Dio, che è la virtù perfetta? Anche nel caso delle malattie del corpo, non si può dire che agiscono mali diversi quando si è distrutti da un difetto eccessivo o da una sovrabbondanza smisurata, giacché in entrambi i casi la mancanza di misura porta allo stesso sbocco. Chiunque si preoccupa di vivere secondo l'anima e cerca la salute, sta attento a rimanere nel punto di mezzo rappresentato dalla mancanza di passioni, senza mescolarsi od avere rapporti con i vizi contrari che da entrambe le parti affiancano la virtù. A dire tutto questo non sono io, ma è la stessa voce divina. Si può infatti ascoltare chiaramente l'insegnamento del Signore, là dove egli raccomanda ai suoi discepoli - simili ad agnelli che vivono in mezzo ai lupi - di non essere soltanto colombe, ma di avere nel loro carattere anche qualcosa del serpente. Ciò significa che non si deve coltivare fino all'eccesso quella semplicità che sembra lodevole agli uomini, giacché tale atteggiamento rassomiglierebbe alla più grande stoltezza; e che non si deve scambiare per una virtù priva dei contrari ed assolutamente pura quell'abilità e malizia che è lodata da molti: sulla base di quelli che sembrano i contrari, occorre formare un carattere in cui siano mescolati entrambi gli elementi, eliminando dall'uno la stoltezza e dall'altro la scaltrezza che si manifesta nella malvagità. In tal modo, entrambi gli opposti concorrono a formare un unico bel modo di agire, risultante dalla semplicità di mente e dalla perspicacia. «Diventate - dice il Signore - prudenti come i serpenti e semplici come le colombe».

XVIII. Tutte le facoltà dell'anima devono mirare alla virtù

Ciò che il Signore dice in questo passo deve rappresentare per tutti - ed in specie per coloro che si avvicinano a Dio tramite la verginità - un insegnamento da applicare per tutta la vita: si deve cioè cercare di non trascurare i contrari coltivando una sola virtù e di cogliere il bene ovunque si trovi, in modo da dare alla propria vita una sicurezza totale. Neanche il soldato ripara con la sua armatura certe parti del corpo per lasciare nude le rimanenti ed esporsi così ai pericoli. Quale vantaggio trarrebbe infatti da quest'armamento parziale, se ricevesse un colpo mortale in una sua parte esposta? E chi potrebbe chiamare bella una persona che in seguito ad una disgrazia è rimasta priva di una delle parti che concorrono a formarne la bellezza? La bruttura prodotta da tale mancanza guasta la bellezza della parte buona. E se, come dice un passo del Vangelo, è ridicolo colui che, intrapresa la costruzione di una torre, mette tutto il suo impegno nelle fondamenta ma poi non giunge alla fine, quale altro insegnamento si può trarre da questa parabola, se non che in ogni impresa di rilievo bisogna fare di tutto per giungere al suo termine compiendo l'opera di Dio con le varie costruzioni rappresentate dai comandamenti? Una sola pietra non basta a costruire tutta la torre, ed un solo comandamento non conduce l'anima perfetta alla proporzione ricercata: bisogna in ogni caso gettare le fondamenta per poi, come dice l'apostolo, «mettervi sopra la costruzione fatta d'oro e di pietre preziose». Così sono infatti chiamati i comandamenti messi in pratica, secondo il detto del profeta: «Ho amato i tuoi comandamenti più dell'oro e di molte pietre preziose». La ricerca della verginità deve dunque rappresentare il fondamento della vita virtuosa, ma su di questo vanno costruite tutte le opere della virtù. Anche ammettendo che il fondamento sia veramente prezioso e degno di Dio - ed in effetti lo è ed è creduto tale -, se tutta la rimanente condotta di vita non corrisponde a questa virtù e viene sporcata dal disordine dell'anima, allora è proprio il caso di parlare dell'«orecchino che sta nel naso della scrofa» o della «perla calpestata dai piedi dei porci». Questo andava detto su questi argomenti.

Chi non dà alcuna importanza al fatto che la sua vita manca di armonia per colpa degli elementi che dovrebbero invece accordarsi perfettamente tra loro, può arrivare a comprendere quest'insegnamento guardando la sua casa. A mio parere, il padrone di casa non ammette che nella propria abitazione i vari oggetti abbiano un aspetto sconveniente o brutto: si pensi ad un letto rivoltato, alla tavola piena di sudiciume, alle suppellettili preziose gettate in luoghi sporchi, ed alle suppellettili destinate ai servizi più umili che cadono invece sotto lo sguardo di chi entra; al contrario, egli dispone tutto in modo appropriato e secondo l'ordine conveniente, e, assegnato a ciascuna cosa il posto che le si addice, accoglie con fiducia gli ospiti, sicuro di non vergognarsi se la disposizione degli oggetti della sua casa cade sotto i loro occhi. Allo stesso modo penso che il padrone ed amministratore della nostra tenda - parlo dell'intelligenza - debba disporre bene tutto ciò che c'è in noi, usando in modo appropriato ed in vista del bene quelle facoltà dell'anima che il demiurgo ha fabbricato per noi in luogo degli strumenti e delle suppellettili. Nella speranza che il mio discorso non venga accusato di essere un'inutile chiacchiera, passando in rassegna i singoli casi spiegherò come, facendo uso di ciò che si ha, si possa regolare la propria vita secondo ciò che è conveniente.

Diciamo dunque che occorre tenere i desideri ben fermi nella parte più pura dell'anima: una volta che sono stati scelti e consacrati a Dio come un'offerta o una primizia dei propri beni, essi vanno custoditi in modo che restino intangibili e puri e non vengano sporcati dalle sozzure della vita. L'ira e l'odio devono vegliare come cani da guardia soltanto contro le resistenze opposte dal peccato, e fare uso della propria natura contro il ladro ed il nemico che s'introduce per guastare il tesoro divino e che viene a rubare, uccidere e mandare in rovina. Il coraggio e l'ardimento vanno tenuti in mano come un'arma per non farsi cogliere di sorpresa dagli spaventi che sopravvengono o dagli assalti degli empi. Alla speranza ed alla pazienza ci si deve appoggiare come se fossero dei bastoni, nei casi in cui le tentazioni producono stanchezza. Il bene rappresentato dal dolore - qualora capiti di averlo - va tenuto a portata di mano quando ci si pente dei peccati: non è mai tanto utile come nel compimento di questo servizio. La giustizia deve rappresentare la norma della rettitudine, indicando il modo di evitare il peccato in ogni parola ed in ogni opera e suggerendo come devono comportarsi le parti dell'anima e come si possa dare a ciascuna di esse ciò che è dovuto. Chi trasforma il desiderio di avere di più - presente nell'anima di ciascuno in modo veemente, anzi smisurato - nel desiderio conforme al volere di Dio, è definito beato per questa sua cupidigia, giacché usa la violenza là dove essa è encomiabile. Un tale uomo adopera inoltre la sapienza e la prudenza come consiglieri in ciò che è utile e come aiutanti quando si tratta di organizzare la propria vita, in modo da non essere mai danneggiato dall'ignoranza o dalla stoltezza, Se invece non adoperasse queste facoltà di cui si è parlato in modo conforme alla natura e giusto, ma introducesse nel loro uso dei cambiamenti contrari ad ogni norma, facendo volgere il desiderio verso le cose turpi, tenendo pronto l'odio per usarlo contro i congiunti, amando l'ingiustizia, mostrandosi violento nei riguardi dei genitori, manifestando la sua audacia in cose assurde, sperando in cose vane, impedendo alla prudenza ed alla saggezza di coabitare con lui, preferendo la compagnia della ghiottoneria e dell'intemperanza e comportandosi in modo analogo nel resto, allora si rivelerebbe singolare a tal punto che non sarebbe facile dare di questa sua stranezza una degna descrizione. Che cosa si direbbe infatti se uno, scambiando tra loro i vari pezzi dell'armatura, rivoltasse l'elmo in modo da nascondere il volto e far sporgere indietro il cimiero, tenesse i piedi nella corazza, adattasse al petto gli schinieri, mettesse a destra ciò che dovrebbe stare a sinistra e a sinistra l'armatura della parte destra ? Ciò che inevitabilmente toccherebbe in guerra ad un simile soldato è naturale che tocchi nella vita a chi confonde i propri pensieri ed inverte l'uso della facoltà dell'anima, In questo campo dobbiamo dunque cercare quell'armonia che la vera temperanza è in grado d'infondere nelle nostre anime. E se si dovesse considerare la più perfetta definizione della temperanza, si potrebbe forse dire a buon diritto che essa consiste nell'ordinato governo di tutti i movimenti dell'anima, esercitato dalla sapienza e dalla prudenza. Tale disposizione d'animo non ha bisogno né di fatiche né d'impegno per potere essere partecipe delle cose più alte e celesti, e grazie alla sua natura è in grado di raggiungere assai facilmente ciò che prima sembrava quasi irraggiungibile, in quanto possiede già in sé l'oggetto della ricerca avendo eliminato il suo contrario: chi è uscito dalla tenebra non può non trovarsi nella luce, e chi non è morto deve necessariamente vivere. Se quindi non s'indirizza la propria anima verso le cose vane, si resta interamente nella strada della verità: lo stare attenti ad evitare le deviazioni e la conoscenza di quest'arte rappresenta una guida scrupolosa nel retto cammino. Come gli schiavi affrancati, quando non servono più i loro proprietari e diventano padroni di sé stessi, concentrano le loro cure sulla propria persona, così, a mio avviso, anche l'anima libera dalla schiavitù e dagl'inganni del corpo giunge a conoscere l'attività naturale che le è propria: come anche l'apostolo ci ha insegnato, la libertà consiste nel «non essere prigionieri del giogo della schiavitù» e nel non essere tenuti nei ceppi del legame del matrimonio come dei transfughi o dei malfattori.

Il mio discorso ritorna allo stesso punto di partenza, giacché la libertà perfetta non consiste soltanto nella rinunzia al matrimonio (non si pensi che la verginità sia una cosa di così poco valore e così a buon mercato da infondere il convincimento che per realizzare tale ideale basta tenere un po' sotto controllo la carne); ma poiché «chiunque commette il peccato è schiavo del peccato», la deviazione verso il vizio, possibile in ogni cosa ed in ogni attività, rende schiavo in un certo senso l'uomo e lo macchia, producendo su di lui con i colpi del peccato dei lividi e delle bruciature: di conseguenza, chi tocca la grande meta rappresentata dalla verginità deve essere simile a se stesso in ogni circostanza e far mostra della propria purezza in tutta quanta la sua vita. Se si deve illustrare il mio discorso con un esempio preso dalle Scritture ispirate da Dio, a confermarne la verità basta la verità stessa, che in una parabola ed in un enigma del Vangelo c'insegna proprio questo. L'arte del pescatore separa i pesci buoni e commestibili da quelli cattivi e dannosi, per evitare che qualche pesce cattivo caduto nella rete impedisca di gustare quelli buoni; analogamente, il compito della temperanza consiste nello scegliere in ogni occupazione ciò che è puro ed utile e nello scartare ciò che è inutile, lasciandolo alla vita secolare e mondana che la parabola chiama metaforicamente mare. Anche il salmista la chiama così, suggerendo in uno dei suoi salmi il modo di rendere grazie: egli definisce questa nostra vita instabile, soggetta a passioni ed agitata, «acque che toccano l'anima, abissi marini e tempestosi»; in essa, ogni pensiero ribelle cade a fondo come una pietra, così come era avvenuto per gli Egiziani.

Solo chi è caro a Dio ed è in grado di contemplare la verità - queste persone sono chiamate dalla storia Israele - riesce ad attraversare questo mare come se fosse asciutto, senza venire minimamente toccato dalle onde amare e salate della vita. Così, sotto la guida della legge (Mosè ne era infatti l'emblema), anche Israele attraversò il mare senza bagnarsi diventando in tal modo un esempio, mentre gli Egiziani nel tentativo di attraversarlo insieme ad Israele vennero sommersi; entrambi subirono l'influenza della disposizione d'animo che era presente in loro: mentre gli uni poterono passare con facilità, gli altri andarono a fondo; in effetti, la virtù è una cosa leggera e tende a salire in alto. Tutti coloro che vivono uniformandosi ad essa volano come nuvole o «come colombe con i loro piccoli», secondo il detto di Isaia. Come dice uno dei profeti, il peccato è invece una cosa pesante, «seduta su un talento di piombo». Se qualcuno ritiene sforzata e non rispondente ai fatti tale interpretazione della storia sacra e non vuole ammettere che il prodigio dell'attraversamento del mare sia stato scritto per nostra utilità, ascolti le parole dell'apostolo: «A loro queste cose capitarono perché servissero da esempio, e furono scritte perché venissimo esortati».