Castità
Opere
dei Santi
San
Giovanni Crisostomo
La
Verginità
Par
LXIV - LXXXIV
LXIV.
Ciò che soffriamo per Cristo, anche se è fastidioso,
è fonte di piacere
Quando
senti parlare di pianto, non nutrire dei cupi sospetti:
queste lacrime procurano un piacere che neanche il riso
di questo mondo riesce a procurare. Se non ci credi, ascolta
le parole di Luca: "Frustati, gli apostoli si ritirarono
dal cospetto del sinedrio pieni di gioia". Eppure,
non è questa la natura della frusta: di solito, essa
non procura né piacere né gioia, ma dolore
e sofferenza. Ma se la natura della frusta non riesce a
procurare gioia, la fede in Cristo è invece così
forte, che domina la natura delle cose. Se è vero
che le fruste producono piacere a causa di Cristo, perché
ti meravigli, quando le lacrime producono lo stesso effetto,
sempre a causa di Cristo? Per questo Egli chiama "giogo
soave e carico leggero" quella che prima aveva chiamato
"strada stretta e piena di tormenti". Per sua
natura, la cosa è dolorosa ma diventa leggera grazie
alla scelta compiuta da chi realizza la virtù ed
alla buona speranza. Per questo è possibile vedere
che chi ha scelto la strada stretta e piena di tormenti
in luogo di quella larga e pianeggiante vi cammina con maggiore
impegno, non perché non venga tormentato, ma perché
è superiore ai tormenti e non ne risente, com'è
invece naturale che risentano gli altri. Anche la vita verginale
ha i suoi tormenti; ma quando li paragoniamo a quelli del
matrimonio, non possiamo più dare loro questo appellativo.
LXV.
Tutte le fatiche richieste dalla verginità non equivalgono
ai soli dolori del parto, conseguenza del matrimonio
Dimmi:
la vergine, in tutta la sua vita, sopporta forse quello
che si può dire ogni anno deve sopportare la donna
sposata, vittima dei dolori e dei gemiti causati dal parto?
Così forte è la tirannia di questo dolore,
che anche la Scrittura divina, quando vuole alludere alla
prigionia, alla fame, alla pestilenza ed ai mali più
insopportabili, chiama tutto questo "dolori del parto".
Anche Dio li ha imposti alla donna come un castigo ed una
maledizione: non parlo della generazione pura e semplice,
ma della generazione in queste condizioni, di quella cioè
accompagnata da fatiche e da dolori. "Nei dolori -
è detto infatti - genererai i tuoi figli". La
vergine, invece, si trova al di sopra di questi dolori e
di questa maledizione. Chi ha abolito la maledizione della
legge, assieme ad essa ha abolito anche quest'altra maledizione.
LXVI. E' più piacevole camminare che lasciarsi portare
in giro dai muli
1.
"Ma è piacevole farsi portare in giro dai muli
per la piazza". Si tratta soltanto di un lusso inutile,
privo di qualsiasi piacere. Come la tenebra non è
migliore della luce, come l'essere rinchiusi non è
preferibile all'essere liberi, come l'aver bisogno di molte
cose non si può anteporre al non aver bisogno di
niente, così non si trova meglio neanche colei che
non usa i propri piedi. Tralascio tutti i fastidi che quest'abitudine
costringe a sopportare. Questa donna non può uscire
da casa quando vuole, ma spesso è costretta a rimanervi,
anche se una ragione seria la spinge ad andar fuori: si
trova nello stesso stato dei mendicanti che, avendo i piedi
mutilati, non hanno modo di spostarsi. Se per caso il marito
tiene impegnati i muli, ecco affacciarsi i meschini egoismi,
le liti, i lunghi silenzi; se invece è lei ad agire
così senza pensare alle conseguenze, finisce con
il rivolgere la propria rabbia contro se stessa per aver
trascurato il marito, e con l'essere continuamente rosa
dal rimorso prodotto dalla sua insolenza. Come sarebbe stato
meglio per lei se avesse usato i piedi - per questo Dio
ce li ha fatti - evitando tutti questi fastidi, piuttosto
che esporsi agl'inevitabili effetti di così forti
crucci ed egoismi per amore della comodità! Non sono
però solo questi i motivi che la trattengono in casa:
accade la stessa cosa se i muli hanno male ai piedi - si
tratti di uno solo di essi o di tutti e due. Anche quando
vengono condotti al pascolo - e questo capita ogni anno
e per più giorni - è costretta a rimanere
a casa come una prigioniera: non può uscire neanche
se la chiama fuori un bisogno impellente.
2.
Chi poi dicesse che in tal modo essa evita gl'incontri con
la folla e non è costretta a subire gli sguardi di
ogni suo conoscente e ad arrossire, mostra d'ignorare totalmente
ciò che difende la natura femminile e ciò
che invece la ricopre di vergogna. A queste due cose sono
estranee sia il mostrarsi che il nascondersi, giacché
il secondo effetto è prodotto dalla sfacciataggine
interiore che non è in grado di tenere a freno l'anima,
mentre il primo è prodotto dalla saggezza e dal pudore.
Per questo molte donne che pure non conoscono la prigionia
di cui si è parlato e che camminano in piazza in
mezzo alla folla non solo non si attirano il biasimo dei
detrattori, ma grazie alla loro saggezza finiscono con l'avere
molti ammiratori: attraverso il loro aspetto, il loro incedere,
le loro vesti poco ricercate, fanno trapelare il raggio
risplendente della loro compostezza interiore. Al contrario,
non poche di quelle che se ne stanno sedute in casa si fanno
una cattiva fama. La donna che rimane chiusa, più
di quella che appare in pubblico, può infatti mostrarsi
a chi vuole vederla in tutta la sua sfacciataggine e sfrontatezza.
LXVII.
E' fastidioso avere molte serve
"Ma
forse il gran numero di ancelle fa piacere". Questo
è il piacere peggiore, giacché comporta un
numero di preoccupazioni uguale a quello delle serve: quando
una di loro si ammala e muore, l'agitazione e lo scoraggiamento
sono inevitabili. Ma forse sono sopportabili questi inconvenienti
ed altri ancora, come ad esempio il darsi ogni giorno da
fare per reprimere la pigrizia, eliminare le frodi, far
cessare ogni forma d'inciviltà, correggere tutti
gli altri vizi. Ma la cosa più brutta - suole capitare
specialmente nel caso in cui le serve sono molte - si verifica
quando nella loro schiera se ne trova una bella. E' inevitabile
che questo si verifichi quando se ne ha un gran numero,
giacché i ricchi vogliono che le ancelle di loro
proprietà siano non solo numerose, ma anche belle.
Quando una di loro risplende tra le altre, sia che catturi
il padrone con un incantesimo, sia che non riesca a produrre
nulla in più di un’ammirazione nei propri riguardi,
la padrona si addolora ugualmente, vedendosi superata, se
non sul piano dell'amore, per lo meno su quello della bellezza
fisica e dell'ammirazione. Quando le cose che nel matrimonio
sembrano splendide ed invidiabili comportano tanti tormenti,
che cosa si può dire a proposito di quelle dolorose?
LXVIII.
Della tranquillità offerta dalla verginità
1.
La vergine, al contrario, non sopporta nulla di tutto ciò.
La sua modesta casa non conosce agitazione, ogni grido è
bandito da essa: come in un porto calmo il silenzio domina
su tutto ciò che vi si trova dentro. Un'altra tranquillità,
superiore allo stesso silenzio, permea poi la sua anima,
giacché essa non ha a che fare con nessuna cosa umana,
ma discorre continuamente con Dio e tiene sempre fisso il
suo sguardo su di Lui. Chi potrebbe misurare questo piacere?
Quale discorso sarebbe mai in grado di esprimere la gioia
dell'anima che si trova in questo stato? Nessuno. Coloro
che gioiscono del Signore sono i soli a conoscere la grandezza
di tale gioia e a rendersi conto di come essa superi di
gran lunga ogni possibile raffronto.
2.
"Ma la vista di una gran quantità d'argento
procura sempre un gran piacere agli occhi". Quant'è
meglio invece guardare il cielo e raccogliere da esso un
piacere molto più grande! Come l'oro è molto
più risplendente e luccicante dello stagno e del
piombo, così lo è il cielo rispetto all'oro,
all'argento e ad ogni altra materia. E mentre la contemplazione
del cielo non causa preoccupazioni, l'altra contemplazione
è legata a molte ansie, che guastano sempre i nostri
desideri. Non vuoi guardare il cielo? Almeno, potresti guardare
l'argento esposto in piazza. Come dice il beato Paolo, "vi
parlo per farvi vergognare", giacché vi mostrate
così sensibili all'amore per le ricchezze. Non so
che cosa dire. A tal proposito, mi prende un grande imbarazzo:
non riesco a capire come mai quasi tutto il genere umano
non consideri fonte di piacere la possibilità di
un godimento facile e rilassato, e provi al contrario piacere
soprattutto nelle preoccupazioni, nelle tensioni e nelle
inquietudini.
3.
Come mai l'argento esposto in piazza non li rallegra come
quello che si trova in casa? Eppure il primo è più
risplendente e lascia l'anima libera da ogni inquietudine.
"Perché - si risponde - il primo non è
mio, mentre il secondo lo è". Ciò che
produce il piacere è dunque la cupidigia, non la
natura dell'argento: se così fosse, anche l'argento
esposto in piazza dovrebbe procurare un piacere simile.
Se poi tu volessi richiamarti all'uso, allora ti farei notare
che il vetro è molto migliore: potrebbero dirtelo
gli stessi ricchi, che fanno fabbricare per lo più
i loro bicchieri con quest'altro materiale. Se poi il loro
orgoglio li costringe a far fare anche dei bicchieri d'argento,
fanno prima mettere dentro il vetro, e poi fanno rivestire
d'argento la parte esterna, mostrando in tal modo che, quando
si beve, il vetro è più gradevole e più
adatto, mentre l'argento serve solo all'orgoglio ed alla
millanteria. E che cosa significa la frase "Mio e non
mio"? Se l'esamino bene, vedo che si tratta solo di
semplici parole.
4.
Molti durante la loro vita non riescono ad impedire che
l'argento sfugga loro di mano. Chi riesce a conservarlo
fino alla fine, al momento della morte non ne è più
padrone, lo voglia o no. Si può constatare che non
solo nel caso dell'argento e dell'oro, ma anche nel caso
dei bagni, dei giardini e di tutto ciò che riguarda
la casa l'idea del "mio e non mio" non è
che una semplice parola. Mentre tutti possono usare gli
oggetti preziosi, i loro presenti proprietari hanno in più
di chi non li possiede soltanto le preoccupazioni che essi
producono. Gli uni si limitano a goderseli; gli altri, pur
preoccupandosi tanto, raccolgono gli stessi frutti che i
primi raccolgono senza darsi alcuna pena.
LXIX. Le mense sontuose sono fonti di molti disturbi
1.
Chi poi ammira il gran lusso della tavola, di cui sono prova
la moltitudine delle carni tagliate, i vini troppo dispendiosi,
i manicaretti ricercati, le arti dei camerieri, dei pasticcieri
e dei cuochi, e la folla dei parassiti e dei convitati,
sappia che i ricchi, in tali circostanze, non stanno meglio
dei loro cuochi. Come infatti questi ultimi hanno paura
dei loro padroni, così essi hanno paura degl'invitati,
nel timore che qualcuno di essi critichi le cose che sono
state preparate per loro con tanta fatica e tante spese.
In questo i padroni sono uguali ai servi; sotto un altro
punto di vista, però, i servi si trovano avvantaggiati
rispetto a loro: i padroni devono infatti temere non solo
i critici, ma anche gl'invidiosi. Da tali banchetti nascono
spesso delle invidie che cessano solo dopo aver fatto correre
i pericoli più gravi. "Ma il potersi cibare
spesso di molte cose è piacevole". Per carità!
2.
Quale piacere possiamo mai provare, quando da questi lussi
spuntano il mal di testa, le dilatazioni del ventre, le
depressioni psichiche, i capogiri, le vertigini, gli annebbiamenti
della vista ed altri disturbi ancora più strani?
Sarebbe augurabile che i danni prodotti da queste sregolatezze
si fermassero ai disturbi di un solo giorno. Invece, proprio
da tali mense si originano per lo più le malattie
più incurabili: la gotta, la tisi, l'epilessia, la
paralisi, le convulsioni, assediano il corpo fino all'ultimo
respiro. Potremmo indicare un piacere capace di controbilanciare
questi mali? E quale regime austero non saremmo disposti
a seguire, pur di liberarci da essi?
LXX. La semplicità è più utile e più
piacevole del lusso
1.
La semplicità, invece, è ben diversa: estranea
a tutti questi inconvenienti, produce solo salute e benessere.
Che essa è preferibile al lusso, lo puoi constatare
tu stesso: innanzitutto, resti sano e non sei disturbato
da quelle malattie, ciascuna delle quali basta da sola a
spegnere e a distruggere le fondamenta di ogni piacere;
in secondo luogo, puoi gustare meglio gli stessi cibi. Come
mai? Perché il piacere è prodotto dal desiderio,
e a sua volta il desiderio è prodotto non dalla sazietà
e dalla pienezza, ma dal bisogno e dall'indigenza. Queste
due cose non si trovano mai nei banchetti dei ricchi, mentre
compaiono sempre nei pasti dei poveri: meglio di qualsiasi
cameriere e cuoco, fanno gocciolare in abbondanza il miele
sui cibi messi sulla tavola. I ricchi mangiano senza aver
fame, bevono senza aver sete, e si mettono a dormire prima
che sopravvenga un forte bisogno di sonno. I poveri, invece,
prima devono aver bisogno di tutte le varie cose, e solo
successivamente le possono gustare: è proprio questo,
più di ogni altra cosa, ad accrescere il piacere.
2.
Perché mai, dimmi, Salomone chiama dolce il sonno
del servo, dicendo: "Dolce è il sonno per il
servo, sia che mangi molto sia che mangi poco"? Forse
perché il suo letto è molle? Ma per lo più
dormono su di un pavimento o su di un pagliericcio. Forse
per la libertà di cui godono? Ma non possono disporre
neanche di un istante. Forse per la loro vita facile? Non
c'è un momento in cui non siano battuti dalle pene
e dalle miserie. Che cosa rende allora dolce il loro sonno?
Le fatiche, ed il poter prendere sonno solo dopo averne
sentito il bisogno. I ricchi invece, se la notte non li
sorprende immersi nell'ubriachezza, sono condannati a rimanere
sempre svegli, e a rivoltarsi e ad agitarsi sui loro molli
letti.
LXXI.
I1 lusso guasta anche l'anima
Si
potrebbe fare anche un'altra descrizione dei fastidi, dei
danni e dell'indecenza del lusso, enumerando le malattie
che imprime sull'anima, di gran lunga più numerose
e pericolose di quelle corporee. Esso, in effetti, rende
molli, deboli, insolenti, millantatori, lascivi, violenti,
intemperanti, irascibili, crudeli, ignobili, cupidi, servili,
inetti in quasi tutte le cose utili e necessarie; tutti
gli effetti opposti sono invece prodotti dalla frugalità.
Ma ora dobbiamo passare ad un altro argomento: fatta questa
semplice aggiunta, ritorniamo alle parole dell'apostolo.
Se le cose che sembrano invidiabili sono così piene
di mali e fanno cadere sull'anima e sul corpo una così
fitta pioggia di malattie, come possiamo parlare delle cose
dolorose? Mi riferisco alla paura dei magistrati, ai movimenti
popolari, alle insidie dei delatori e degl'invidiosi, mali
tutti che assediano soprattutto i ricchi e che anche le
donne sono destinate a sperimentare in maggior misura, data
la loro incapacità di sopportare virilmente le relative
vicissitudini.
LXXII. I1 lusso, oltre a causare gli altri mali
di cui si è parlato, rende intollerabili le vicissitudini
della vita
Ma
perché parlare delle donne? Anche gli uomini diventano
infatti infelice preda di tali vicissitudini. Chi vive nella
semplicità non teme i cambiamenti; chi invece si
consuma nella vita molle e dissoluta, se per caso o per
fatalità piomba nell'indigenza, muore prima ancora
di poter sopportare tale cambiamento, non essendovi né
abituato né preparato. Per questo il beato Paolo
dice "Costoro soffriranno i tormenti della carne; io
cerco di risparmiarvi", ed aggiunge subito dopo "Il
tempo che resta è breve".
LXXIII. I1 momento presente non si addice al matrimonio
1.
"Ma cos'ha a che fare tutto questo con il matrimonio?"
qualcuno potrebbe forse chiedere. Ha molto a che fare. Se
infatti il matrimonio è richiuso nella vita presente,
mentre in quella futura gli uomini "nè sposano
nè vengono sposati"; se il tempo presente volge
al termine e la resurrezione è alle porte, questo
non è il momento dei matrimoni e dei beni materiali,
ma dell'indigenza e di tutta quella rimanente saggezza che
ci può giovare nell'al di là. La vergine,
finché resta a casa con la madre, si dà molto
pensiero dei suoi giuochi infantili; una volta messo lo
scrigno nella sua stanza, tiene con sè la chiave
che racchiude tutti i giocattoli che vi sono riposti, e
ne può disporre pienamente: si preoccupa di custodire
quei piccoli e stupidi oggetti nella stessa misura in cui
i sovrintendenti delle grandi case si preoccupano di amministrarle.
Quando però si fidanza ed il momento delle nozze
la costringe a lasciare la casa paterna, allora, staccatasi
da quei vili ed umili balocchi, non può non pensare
al governo della casa, al gran numero dei beni e degli schiavi,
alla cura del marito, ed a tutte le altre incombenze più
gravi ancora di queste, che pure sono numerose. Così
dobbiamo fare anche noi: quando siamo condotti alla vita
perfetta, degna degli uomini adulti, dobbiamo lasciare tutte
le cose di questa terra - veri e propri giocattoli infantili
- e pensare al cielo, ed allo splendore e alla gloria della
vita celeste.
2.
In effetti, siamo uniti ad uno sposo che esige di essere
amato da noi a tal punto, che non dobbiamo esitare a separarci
per amor suo non solo dalle cose di questa terra, piccola
e di scarso valore, ma anche dalla vita stessa, qualora
fosse necessario. Poiché dunque dobbiamo passare
all'altra vita, stacchiamoci dai pensieri meschini. Se dovessimo
lasciare una povera casa per trasferirci in una reggia,
non penseremmo agli oggetti d’argilla, ai mobili, ed alle
altre povere suppellettili domestiche. Neanche ora dobbiamo
quindi preoccuparci delle cose terrene; il momento presente
ci chiama ormai in cielo, come dice Paolo scrivendo ai Romani:
"La salvezza è adesso più vicina di quanto
non lo fosse nel momento in cui ricevemmo la fede: la notte
è avanzata, il giorno è prossimo". Altrove
dice: "Il tempo che ci resta qui è breve: chi
ha la moglie si comporti come se non l'avesse ".
3.
Perché dunque dovrebbero aver bisogno del matrimonio
coloro che non ne usufruiranno più e che si troveranno
nelle stesse condizioni di chi non è sposato? E perché
dovrebbero pensare alle ricchezze, ai beni, alle cose della
vita materiale, se il loro io è ormai fuori stagione
ed inopportuno? Se chi è in procinto di presentarsi
ad un tribunale terreno per rendere conto dei suoi misfatti,
quando il giorno fatidico si avvicina non pensa più
non solo alla moglie ma neppure a mangiare ed a bere e concentra
il proprio pensiero unicamente sulla propria difesa, a maggior
ragione noi, quando siamo sul punto di presentarci non ad
un tribunale terreno, ma alla tribuna celeste per rendere
conto delle nostre parole, delle nostre azioni e dei nostri
pensieri, dobbiamo staccarci da tutte le gioie e da tutti
i dolori relativi alle cose presenti e preoccuparci solo
di quel terribile giorno. "Chi viene da me - dice il
Signore - ma non è capace di odiare il padre, la
madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e la propria
anima, non può essere mio discepolo. E non può
essere mio discepolo neanche chi non carica su di sè
la propria croce e non mi segue".
4.
E tu continui a perdere il tuo tempo desiderando tua moglie
e pensando alle risa, alla dissolutezza ed al lusso? "Il
Signore è vicino". Tu ti preoccupi e ti assilli
per le ricchezze? "Il regno dei cieli è prossimo".
Tu badi alla casa, al lusso ed agli altri piaceri? "Passa
l'aspetto di questo mondo". Perché allora ti
tormenti per le cose di quaggiù che non rimangono
ma si consumano, e trascuri invece quelle che restano e
sono durature? Non ci saranno più nè matrimoni,
nè parti, nè piaceri, nè accoppiamenti,
nè ricchezze abbondanti, nè cure dei beni
materiali, nè nutrimenti, nè vesti, nè
coltivazioni, nè viaggi per mare, nè arti,
nè costruzioni, nè città, nè
case: ci saranno invece un’altra condizione ed un altro
modo di vivere. Tutte le cose di quaggiù scompariranno
tra breve. Questo significa la frase: "Passa l'aspetto
di questo mondo". Perché dunque mostriamo tanto
zelo nel preoccuparci di cose da cui spesso ci separiamo
prima di sera, come se dovessimo rimanere quaggiù
per tutta l’eternità? Perché scegliamo questa
vita penosa, mentre Cristo ci chiama a una vita tranquilla?
"Voglio - dice infatti l'apostolo - che non abbiate
preoccupazioni. Chi non è sposato pensa alle cose
del Signore".
LXXIV. Come mai Paolo, pur volendoci liberi da ansie, ci
comanda di preoccuparci
1.
Come puoi allora volerci liberi da ansie, se poi ci getti
in un’altra preoccupazione? Perché questa non è
una vera preoccupazione, così come il provare tormenti
per amore di Cristo non è un vero tormento: non perché
la natura delle cose cambi, ma perché la volontà
di chi sopporta con gioia questi dolori riesce a dominare
anche la natura. E' giusto dire che prova ansie chi si preoccupa
di cose di cui non potrà godere a lungo, e spesso
neanche per poco tempo; ma è anche del tutto logico
mettere nella schiera di coloro che se ne restano tranquilli
chi dalle proprie preoccupazioni raccoglie dei frutti maggiori.
Ma a parte questo, la differenza tra la prima e la seconda
preoccupazione è così grande, che la seconda,
paragonata alla prima, non può più essere
ritenuta tale: tanto più leggera e sopportabile è
rispetto all’altra. Tutto questo l'abbiamo dimostrato nel
nostro discorso precedente. "L'uomo celibe si preoccupa
delle cose del Signore, l’uomo sposato di quelle del mondo";
ma quest’ultimo passa, mentre il Signore resta.
2.
Non basta forse questo a dimostrare il valore della verginità?
La differenza che c’è tra Dio ed il mondo corrisponde
alla superiorità della seconda preoccupazione rispetto
alla prima. Come puoi dunque permettere il matrimonio, se
esso c'inchioda alle preoccupazioni e ci allontana dalle
cose dello spirito? "Per questo - risponde l’apostolo
- ho detto "chi ha la moglie si comporti come se non
l'avesse"; chi è già legato o sta per
legarsi renda più lento questo legame in un altro
modo". Giacchè non puoi romperlo una volta che
te ne sei cinto, rendilo almeno più sopportabile.
Se vogliamo, possiamo eliminare tutte le cose superflue
ed evitare di aggiungere alle preoccupazioni insite nella
natura del matrimonio altre maggiori, prodotte dalla nostra
indolenza.
LXXV. Com’è possibile non avere la moglie
pur avendola
1.
Chi poi volesse sapere con maggiore chiarezza che cosa significa
la frase "Non avere la moglie pur avendola", pensi
allo stato in cui si trovano i "crocifissi" che
non l’hanno. Qual à la loro condizione? Non sono
costretti a comprare un gran numero di ancelle, di oggetti
d'oro e di collane, case splendide e grandi, e tante misure
di terreno: lasciate tutte queste cose, si preoccupano di
un’unica veste e del nutrimento. Si può giungere
a praticare questa filosofia anche se si ha una moglie.
Le parole dette prima "Non negatevi l’uno all’altro"
riguardano solo l'unione carnale: in questo caso specifico
l'apostolo prescrive che l’uno deve seguire l'altro, e non
lascia nessuno dei due sposi padrone di sè; ma quando
si tratta della pratica della filosofia riguardante le vesti,
il modo di vita e tutte le altre cose, i coniugi non sono
più soggetti l’uno all'altro. I mariti possono, anche
se le mogli non vogliono, eliminare ogni lusso e scacciare
la folla delle preoccupazioni che li sommerge; ed analogamente
le mogli, da parte loro, se non vogliono non possono essere
costrette a truccarsi, ad essere vanagloriose ed a preoccuparsi
delle cose superflue. E' giusto che sia così. Il
desiderio carnale è infatti naturale: per questo
è degno di molta commiserazione, e per questo nessuno
dei due sposi può negarsi all’altro contro la sua
volontà. Al contrario, il desiderio del lusso, della
servitù superflua, delle preoccupazioni inutili non
proviene dalla natura, ma nasce dall’indolenza e dalla grande
tracotanza. Per questo l’apostolo non costringe le persone
sposate ad essere soggette l'una all'altra in tali casi,
come avviene invece nell'altro.
2.
Non abbiamo la moglie pur avendola quando non diamo ascolto
ai pensieri superflui delle donne, dettati dalla loro leziosità
e dalla loro mollezza, e quando ci limitiamo ad accogliere
solo quella preoccupazione aggiuntiva che riguarda l'anima
della donna che ci è stata affidata e che ha scelto
una vita basata sulla saggezza e la semplicità. Che
intende dire proprio questo, l’apostolo lo mostra nelle
parole seguenti: "Chi piange si comporti come chi non
piange, chi gioisce dei beni come chi non gioisce".
Chi non gioisce non si preoccupa dei beni, e chi non piange
non sopporta a malincuore la povertà nè respinge
la frugalità. Questo significa "non avere la
moglie pur avendola", questo significa fare uso del
mondo senza abusarne.
3.
"Chi è sposato si preoccupa delle cose del mondo".
Se dunque in entrambi i casi ci sono le preoccupazioni -
nel primo però sono vane ed inutili, anzi dolorose,
giacchè, come dice l’apostolo, "costoro soffriranno
i tormenti nella carne", mentre nel secondo producono
dei beni ineffabili - perchè non scegliamo questo
secondo tipo di ansie, che non solo ci procurano così
belle e numerose ricompense, ma sono anche meno forti delle
altre? A che cosa pensa la donna non sposata? Forse alle
ricchezze, ai servi, agli amministratori, ai terreni ed
al resto? Deve forse sorvegliare i cuochi, i tessitori e
la rimanente servitù? Per carità! Non pensa
a nulla di tutto ciò ma soltanto ad edificare la
propria anima e ad adornare il suo santo tempio non con
trecce, ori o perle, non con cosmetici e belletti, non con
altre cose fastidiose e misere, ma con la santità
di corpo e di spirito.
4.
"La donna sposata - dice Paolo - si preoccupa invece
di piacere al marito". Sagace com’è, non si
mette ad esaminare i particolari, e non ricorda le sofferenze
fisiche e psichiche a cui vanno incontro le mogli per piacere
ai mariti - il loro corpo è torturato, imbellettato
e tormentato con altre punizioni, mentre la loro anima è
riempita di bassezze, adulazioni, ipocrisie, meschinità
e pensieri superflui ed inutili. Alludendo a tutto ciò
con una sola parola, lascia riflettere sull'argomento la
coscienza degli ascoltatori; e dopo aver mostrato in tal
modo l'eccellenza della verginità ed averla sollevata
fimo al cielo, passa di nuovo a parlare della liceità
del matrimonio, sempre nel timore che qualcuno scambi la
verginità per un precetto. Non si contenta quindi
delle esortazioni fatte in precedenza: dopo aver detto "Non
ho un ordine del Signore" e "La vergine se si
sposa non pecca", aggiunge qui "Non perché
voglia gettare su di voi un laccio".
LXXVI.
Il "laccio" non è rappresentato dalla verginità,
ma dalla nostra mancanza di entusiasmo
1.
A tal proposito, ci si potrebbe chiedere a buon diritto
come mai l'apostolo dica qui "Non perché voglia
gettare su di voi un laccio": eppure, in precedenza
aveva chiamato la verginità "liberazione dai
legami", aveva detto che ci consigliava per il nostro
bene per evitarci tormenti e preoccupazioni e per risparmiarci,
ed aveva in tal modo mostrato che questa pratica era leggera
e sopportabile. Di che cosa si tratta? A dire il vero egli
ha chiamato "laccio" non la verginità -
non sia mai! - ma la scelta di questo bene compiuta sotto
la spinta della violenza e della costrizione. In effetti,
le cose stanno proprio così. Tutto ciò che
si accetta sotto la spinta della violenza e contro la propria
volontà, anche se è molto leggero, diventa
la cosa più insopportabile e soffoca la nostra anima
più di un laccio. Per questo Paolo ha detto "Non
perché voglia gettare su di voi un laccio".
Queste parole significano: vi ho enumerato e mostrato tutti
i beni della verginità; pur tuttavia, dopo aver fatto
questo, lascio a voi la scelta e non voglio condurvi alla
virtù contro la vostra volontà. Vi ho dato
questi consigli non perché volessi tormentarvi, ma
perché la vostra bella assiduità non venisse
distrutta dalle occupazioni materiali.
2.
Osserva anche qui la sagacia di Paolo: alla preghiera aggiunge
di nuovo l'esortazione, e attraverso la concessione fa trapelare
il consiglio. Le sue parole "Non vi costringo ma vi
esorto", e le altre che ha aggiunto "A causa del
decoro e dell’assiduità", mostrano il carattere
meraviglioso della verginità, ed i grandi vantaggi
che da essa si ricavano nella vita conforme ai voleri di
Dio. La donna non può essere assidua se è
prigioniera di preoccupazioni materiali e se si lascia trascinare
da ogni parte, perché in tal caso il suo impegno
ed il suo tempo libero si disperdono in più direzioni:
verso il marito, verso la cura della casa e verso tutte
le cose che il matrimonio è solito trascinare con
sè.
LXXVII.
La donna che si affanna per le cose materiali non può
essere vergine
Che
cosa dice dunque Paolo quando scaccia dal coro delle vergini
quella vergine che - non sia mai! - ha varie occupazioni
ed è alle prese con i problemi materiali? Per essere
vergini non basta infatti non sposarsi: occorre anche la
purezza dell'anima, e per purezza io intendo non solo la
lontananza dai desideri cattivi e turpi, dai belletti e
dalle occupazioni, ma anche l'assenza di pensieri relativi
a cose materiali. Se ciò non si verifica, di quale
utilità può essere la purezza fisica? Come
non c’è nulla di più vergognoso di un soldato
che getta le armi e passa il suo tempo nelle bettole, cosi
non c’è nulla di più indecoroso delle vergini
prigioniere di preoccupazioni materiali. Anche le cinque
vergini avevano le lampade, ed avevano praticato la verginità,
ma non ne avevano ricavato alcun frutto: le porte si chiusero,
ed esse rimasero fuori e perirono. La verginità è
bella proprio perché elimina ogni motivo di preoccupazioni
superflue e perché permette di consacrare tutto il
tempo libero alle opere gradite a Dio: se questo non si
verifica, diventa di gran lunga peggiore del matrimonio,
giacchè ricopre di spine l’anima e soffoca tutti
i semi puri e celesti,
LXXVIII.
Perché Paolo non condanna aspramente colui che pensa
di comportarsi in modo sconveniente nei riguardi della figlia
vergine
1.
"Chi - dice Paolo - pensa di comportarsi in modo non
conveniente nei riguardi della figlia vergine se lascia
passare l’età giusta per il matrimonio, faccia pure
ciò che vuole, se così deve essere; non pecca:
ci si sposi pure". Perché dici "faccia
pure ciò che vuole"? Perché non correggi
quest'opinione sbagliata, ma autorizzi il matrimonio? Perché
non hai detto "Se pensa di comportarsi in modo sconveniente
nei riguardi della figlia vergine è un povero ed
un infelice, giacchè ritiene biasimevole una cosa
degna di ammirazione"? Perché - risponderebbe
Paolo - si tratta di anime di uomini molto deboli, che ancora
si trascinano per terra: non è possibile fare accostare
subito al discorso sulla verginità le anime che si
trovano in questo stato. Chi infatti è attaccato
in modo così passionale alle cose del mondo ed ammira
la vita presente a tal punto da ritenere vergognoso, nonostante
tali esortazioni, ciò che invece è degno dei
cieli e vicino al tipo di vita degli angeli, come potrebbe
tollerare un consiglio in tal senso? E perché ci
si deve meravigliare del fatto che Paolo si comporta così
a proposito di una cosa consentita, quando adotta lo stesso
atteggiamento nei confronti di cose proibite e contrarie
alla legge?
2.
Faccio un esempio: la scrupolosa osservanza dell’alimentazione,
in base alla quale alcuni cibi si possono accettare, mentre
altri vanno respinti, era una debolezza giudaica. Pur tuttavia,
c’era tra i Romani chi ne era ancora vittima. Eppure, Paolo
non solo non rimprovera severamente costoro, ma fa di più:
lasciati andare i peccatori, critica chi vuole reprimere
questa pratica, dicendo: "Perché giudichi il
tuo fratello?". Non si comporta però così
quando scrive ai Colossesi: con molta libertà li
rimprovera e li istruisce, dicendo "Che nessuno vi
giudichi in base ai cibi ed alle bevande". Ed aggiunge:
"Se siete morti in Cristo per quanto riguarda gli elementi
del mondo, perché decretate ancora, come se foste
ancora vivi nel mondo: non prendere, non gustare, non toccare?
Tutto ciò è destinato a distruggersi con l'uso".
3.
Perché dunque si comporta così? Perché
i Colossesi erano già forti, mentre i Romani avevano
bisogno di molta comprensione. Egli aspettava che la fede
si rafforzasse nelle loro anime: temeva che, se fosse andato
a strappare il loglio prima del momento giusto, anche le
piante del retto insegnamento sarebbero state estirpate
dalla radice. Per questo non li riprende aspramente, anche
se non li lascia andare senza avvertirli: li rimprovera,
ma in modo velato e nascosto, nel momento in cui critica
altri. Le parole "Il fatto che stia in piedi o cada,
riguarda il suo Signore " sembrano infatti chiudere
la bocca ai detrattori, ma in realtà mordono l'anima
dell’interessato, giacchè mostrano che così
si comportano non le persone sicure che stanno bene in piedi,
ma quelle che ancora vacillano, che non sanno stare dritte
e che rischiano di cadere.
4.
Anche nel nostro caso Paolo osserva la stessa regola a causa
della grande debolezza di colui che si vergogna della verginità.
Non gli si rivolge apertamente, ma lodando chi sa conservare
vergine la propria figlia gli assesta un forte colpo. Che
cosa dice? "Chi resta saldo nel suo cuore ". Queste
parole sono state dette per porre in risalto il contrasto
con colui che si lascia portare in giro con troppa facilità
ed a caso, e che non sa camminare con passo sicuro nè
rimanere fermo coraggiosamente. Osserva quindi come Paolo,
accortosi che le sue parole riescono a far presa sull’anima
dell’interlocutore, cerchi di temperarle adducendo un motivo
che non merita biasimo. Dopo aver detto "Chi resta
saldo nel suo cuore", aggiunge "non essendo sottoposto
a costrizioni ed avendo piena libertà". Eppure,
sarebbe stato più logico dire: "Chi resta saldo
e non considera la verità una vergogna". Ma
queste parole sarebbero state troppo forti. Per questo ne
usa al loro posto altre, cercando di consolare l’interlocutore
e dandogli la possibilità di ricorrere a quest'altro
motivo. Impedire la verginità quando si è
sotto costrizione non è così grave come impedirla
per un senso di vergogna: la prima eventualità dipende
da un'anima debole e misera, la seconda da un’anima depravata,
che non è in grado di giudicare rettamente la natura
delle cose.
5.
Ma non era ancora giusto il momento di usare parole troppo
severe, che pure sarebbero state giuste, giacchè
neanche quando si è sottoposti ad una costrizione
è lecito frapporre ostacoli alla figlia che ha deciso
di rimanere vergine: occorre, al contrario, opporsi nobilmente
a tutto ciò che mira ad annullare questo bell’impulso.
Ascolta ciò che dice a tal proposito Cristo: "Chi
ama il padre e la madre più di me non è degno
di me". Quando facciamo una cosa gradita a Dio, chi
ci vuole ostacolare va considerato un nemico, sia egli il
padre, la madre o chiunque altro. Ma Paolo, che doveva ancora
sostenere il peso dell’imperfezione degli ascoltatori, ha
scritto le parole: "Chi resta saldo senza essere sottoposto
a costrizioni". Non si è però fermato
ad esse, anche se le frasi "senza essere sottoposto
a costrizioni" ed "avendo piena libertà"
significano la stessa cosa. Allungando il discorso ed abbondando
nelle concessioni, cerca di consolare le anime semplici
e mediocri; per di più, aggiunge un’altra condizione:
"Chi giura nel suo cuore". Non è infatti
sufficiente essere soltanto liberi, nè si è
pienamente responsabili solo grazie a questa libertà:
la buona azione si verifica quando si decide e si giudica.
Quindi, per fugare il rispetto che la sua grande condiscendenza
annulli la differenza tra i due stati, egli la ricorda di
nuovo, anche se timidamente: Di conseguenza, chi fa sposare
la figlia agisce bene, e chi non la fa sposare agisce ancora
meglio. Qui, sempre per lo stesso motivo, non indica la
misura di questo è meglio; ma se vuoi rendertene
conto, ascolta le parole di Cristo: "Non sposano nè
vengono sposati, ma sono come gli angeli in cielo".
Vedi qual è la differenza, e come la verginità,
quand’è vera, eleva l'essere mortale?
LXXIX.
I seguaci di Elia non differivano in nulla dagli angeli;
fu la verginità a renderli tali
1.
In che cosa, dimmi, differivamo dagli angeli Elia, Eliseo
e Giovanni, questi sinceri amanti della verginità?
In nulla, a parte il fatto di essere legati alla natura
mortale. Se però si esaminano bene gli altri aspetti,
si vede che non erano affatto inferiori a loro; e quello
che sembra uno svantaggio, torna a loro grande lode. Considera
infatti quanto coraggio e quanta saggezza abbia richiesto
loro - che pure vivevano sulla terra ed erano soggetti alle
necessità della natura mortale - il raggiungimento
della virtù angelica. Che fu proprio la verginità
a renderli tali, risulta evidente dalla loro vita: se avessero
avuto moglie e figli non avrebbero potuto abitare con tanta
facilità nel deserto, nè disprezzare le loro
case e le altre comodità della vita. Staccati da
tutti questi legami, vivevamo sulla terra come se si trovassero
in cielo. Non avevano bisogno di muri, di tetti, di letti,
di tavole, e di nessun’altra di queste cose: il loro tetto
era il cielo, il loro letto la terra, la loro tavola il
deserto.
2.
La sterilità del deserto, che agli altri uomini sembra
causa di fame, per questi santi era fonte di una grande
abbondanza: non avevano bisogno nè di viti, nè
di torchi, nè di campi coltivati, nè di campi
mietuti. Abbondanti e dolci bevande erano fornite dalle
fonti, dai fiumi e dagli stagni; per quanto riguardava poi
la tavola, al primo di loro un angelo ne apparecchiò
una meravigliosa, straordinaria e più sontuosa di
quelle a cui sono abituati gli uomini: "Un unico pane
- è detto - è sufficiente per una carestia
di quaranta giorni. Il secondo fu spesso nutrito, mentre
operava dei miracoli, dalla grazia dello spirito, che non
nutrì solo lui, ma anche altri tramite lui. E Giovanni,
che era più di un profeta ed il più grande
degli uomini nati da una donna, non aveva neppure e bisogno
di un nutrimento umano: non il grano, o il vino, o l’olio,
ma le cavallette ed il miele selvatico conservavano la vita
del suo corpo. Vedi la forza della verginità? Essa
ha messo in condizione di comportarsi come se non avessero
più il corpo, come se avessero già raggiunto
il cielo, come se fossero già immortali, degli uomini
che erano ancora legati al sangue ed alla carne, che camminavano
ancora per terra, e che erano ancora soggetti alle necessità
della natura mortale.
LXXX. In che cosa consistono il decoro e assiduità
1.
Tutto era superfluo per loro: non solo le cose veramente
superflue quali il lusso, le ricchezze, la potenza, la gloria
e tutta la schiera delle chimere, ma anche le cose che sembrano
necessarie, quali le case, le città e le arti. In
questo consiste l'essere "decorosi ed assidui",
in questo consiste la virtù della verginità.
Sono certo cose ammirevoli e degne di molte corone l'avere
la meglio sulla furia dei desideri ed il saper frenare l'anima
impazzita; ma la verginità diventa veramente ammirevole
quando le si accompagna una vita di questo tipo, perché
da sola essa è debole e non basta a salvare chi la
possiede. Lo potrebbero testimoniare le donne che, pur praticando
ancor oggi la verginità, sono così lontane
da Elia, Eliseo e Giovanni quanto lo è la terra dal
cielo.
2.
Come, se si eliminano il decoro e l’assiduità, si
recidono anche i nervi della verginità, allo stesso
modo, se la si possiede insieme alla migliore condotta di
vita, si possiedono anche la radice e la fonte dei beni.
Come la terra grassa e feconda nutre la radice, così
la migliore condotta di vita nutre i frutti della verginità:
per meglio dire, la vita "crocifissa" è
la radice ed il frutto della verginità. Fu essa infatti
ad ungere per la corsa meravigliosa quelle persone generose,
recidendo tutti i loro legami e mettendole in condizione
di volare verso il cielo con piedi agili e leggeri, come
se fossero degli esseri alati. Se non si deve pensare nè
alla moglie nè ai figli, la povertà è
molto facile; essa avvicina al cielo e libera non solo dalle
paure, dalle preoccupazioni e dai pericoli, ma anche da
tutte le altre difficoltà
LXXXI.
Della grande bellezza della povertà
1.
Chi non ha nulla disprezza tutto come se possedesse tutto,
ed ostenta una grande sicurezza nei confronti dei magistrati,
dei principi ed anche di colui che è cinto di un
diadema. Chi disprezza le ricchezze, proseguendo per la
sua strada, giunge facilmente a disprezzare anche la morte.
Elevatosi al di sopra di queste cose, parla a tutti con
grande sicurezza, senza aver paura di nessuno e senza tremare.
Chi invece si occupa delle ricchezze, è schiavo non
solo di esse, ma anche della gloria, degli onori, della
vita presente ed in una parola di tutte le cose materiali.
Per questo Paolo chiama l'amore per le ricchezze "radice
di tutti i mali". La verginità è pero
in grado di essiccare questa radice e di piantarne in noi
un’altra - la migliore - che fa germogliare tutti i beni:
la libertà, la sicurezza, il coraggio, lo zelo ardente,
il caldo amore per le cose celesti, il disprezzo per tutte
le cose terrene. Così si realizzano "il decoro
e assiduità".
LXXXII. Critiche mosse a coloro che affermano che chi pratica
la verginità si augura di poter andare nel seno di
Abramo
1.
Ma qual è il sapiente discorso che fanno molti? "Il
patriarca Abramo - si dice - aveva moglie, figli, beni,
greggi e mandrie; ciò nonostante, sia Giovanni battista
che Giovanni evangelista - che erano entrambi vergini -,
sia Paolo che Pietro - che rifulgevano per la loro continenza
- si auguravano di poter andare nel suo seno". Ma chi
ti ha detto questo, o mio caro? Quale profeta? Quale evangelista?
"Cristo in persona - mi si risponde -. Vista infatti
la grande fede del centurione, Cristo disse: "E molti
verranno dall'oriente e dall'occidente, e si sdraieranno
con Abramo, Isacco e Giacobbe". Anche Lazzaro è
visto dal ricco nell'atto di godere assieme a lui".
Ma cos’ha a che fare tutto questo con Paolo, Pietro e Giovanni?
Paolo e Giovanni non erano Lazzaro, nè "i molti
che verranno dall'oriente e dall’occidente" rappresentano
il coro degli apostoli. Il vostro discorso è quindi
superfluo e vano.
2.
Se invece vuoi conoscere esattamente i premi degli apostoli,
ascolta le parole di chi li assegna: "Quando il figlio
dell'uomo siederà sul trono della sua gloria, anche
voi che mi avete seguito sederete su dodici troni, per giudicare
le dodici tribù d’Israele". Qui non si parla
affatto nè di Abramo, nè di suo figlio, nè
del figlio di suo figlio, nè del seno che li accoglierà,
ma di una dignità molto più grande: essi sederanno
a giudicare i loro discendenti. La differenza non risulta
solo da questo, ma anche dal fatto che molti otterranno
ciò che ha ottenuto Abramo: "molti - dice il
Signore - verranno dall’oriente e dall'occidente e si sederanno
con Abramo, Isacco e Giacobbe"; nessuno invece prenderà
posto sui troni, con la sola eccezione del coro dei santi
apostoli.
3.
Dimmi: pensate ancora ai greggi, alle mandrie, ai matrimoni
ed ai figli? Perché non dovremmo - mi si risponderebbe
- se molti di coloro che sono rimasti vergini, dopo avere
tanto faticato, si augurano di giungere lì?".
Ed io ricorderò una cosa ancora più importante:
molti di coloro che sono rimasti vergini non giungeranno
nè nel seno di Abramo nè in una sede inferiore,
ma nella Geenna, come stanno a dimostrare le vergini chiuse
fuori della camera nuziale. Ma allora la verginità
non è uguale, o addirittura inferiore al matrimonio?
Il tuo esempio la rende inferiore. Questo solo infatti rimane
da sospettare in base al vostro discorso, se è vero
che Abramo, che pure era sposato, ora riposa e gode, mentre
chi è rimasto vergine si trova nella Geenna. Ma le
cose non stanno affatto così: la verginità
non solo non è peggiore, ma è di gran lunga
migliore del matrimonio. Come mai? Perché non fu
il matrimonio a rendere cosi virtuoso Abramo, ne la verginità
a perdere quelle sciagurate vergini: le virtù dell'anima
fecero rifulgere il patriarca, mentre la vita viziosa consegnò
al fuoco le vergini. Abramo infatti, pur vivendo nel matrimonio,
si preoccupava di realizzare i pregi propri della verginità,
vale a dure il decoro e l’assiduità.
4.
Le vergini invece, pur avendo scelto la verginità,
caddero nel vortice della vita e nelle preoccupazioni proprie
del matrimonio. "Che cosa ci può dunque impedire
- mi si obietta - di salvare l’assiduità anche ora,
rimanendo sposati ed avendo i figli, i beni e tutte le altre
cose?". Innanzi tutto, nessuno è ora come Abramo,
e non gli si avvicina neanche un po'. Egli infatti pur essendo
ricco, disprezzava i beni più dei poveri, e pur avendo
una moglie sapeva dominare i piaceri più delle persone
vergini; mentre quest'ultime sono ogni giorno bruciate dal
desiderio, egli spense la fiamma e non si legò a
nessuna affezione: non solo lasciò la concubina,
ma la scacciò anche dalla sua casa, per eliminare
ogni motivo di rissa e di discordia. Ora non sarebbe facile
trovare qualcosa di simile.
LXXXIII.
A noi non viene proposto lo stesso metro di virtù
che era stato proposto agli uomini del Vecchio Testamento
1.
Ma a parte questo, ripeto ciò che avevo detto al
principio: non ci è richiesto lo stesso metro di
virtù che veniva richiesto ai patriarchi. Ora infatti
non si può essere perfetti se non si vende tutto
e se non si rinunzia a tutto - non solo ai beni ed alla
casa, ma anche alla propria anima; in quei tempi, invece,
non si conoscevano ancora esempi di una moralità
così severa. "E allora? - mi si chiede -. Adesso
conduciamo una vita più severa di quella del patriarca?".
Lo dovremmo e ci è stato ordinato, ma non la conduciamo,
e per questo siamo molto inferiori a quel giusto: che a
noi vengano richieste prove più difficili, è
evidente a tutti. Per questo la Scrittura non esprime la
sua ammirazione per Noè in modo assoluto, ma con
un’aggiunta limitativa. Dice infatti: "Noè,
che era giusto e perfetto nella sua generazione, piaceva
a Dio". Non dice semplicemente "perfetto",
ma aggiunge "in quel periodo": molti sono i tipi
di perfezione che si determinano a seconda delle differenti
epoche, e con il passare del tempo ciò che prima
era perfetto diventa imperfetto.
2.
Faccio un esempio: allora la perfezione consisteva nel vivere
secondo la legge. "Chi mette in pratica le prescrizioni
- è detto - vivrà in esse". Cristo però,
una volta giunto tra noi, ha mostrato che questa perfezione
era in realtà imperfetta. Dice infatti: "Se
la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei
farisei, non entrerete nel regno dei cieli". Allora
soltanto l'omicidio era ritenuto un misfatto; adesso, l’ira
e le offese possono da sole mandare nella Geenna. Allora
era punito solo l'adulterio; ora, neanche lo sguardo cupido
gettato su di una donna resta impunito. Allora era considerato
proveniente dal Maligno solo lo spergiuro; adesso, è
considerato tale anche il giuramento. "Ciò che
si aggiunge - dice il Signore - proviene dal Maligno".
Allora, agli uomini era richiesto solo di riamare chi li
amava; adesso, questa cosa così importante ed ammirevole
appare così imperfetta, che noi, anche dopo averla
realizzata, non possediamo nulla in più dei pubblicani.
LXXXIV. E' giusto che per gli stessi atti virtuosi a noi
ed agli uomini dell'Antico Testamento non venga accordata
la stessa ricompensa
1.
Perché mai dunque per gli stessi atti virtuosi non
viene accordata a noi ed agli uomini dell'Antico Testamento
la stessa ricompensa, e perché noi, se vogliamo ottenere
lo stesso trattamento che è riservato loro, dobbiamo
dar prova di una virtù più grande? Perché
ora si riversa su di noi in abbondanza la grazia dello spirito,
e perché grande è il dono rappresentato dalla
venuta di Cristo, che da bambini che eravamo ci ha resi
uomini perfetti. Quando i nostri figli arrivano all’adolescenza,
noi pretendiamo da loro degli atti virtuosi molto più
impegnativi: una volta che sono divenuti adulti, non ammiriamo
più allo stesso modo gli atti che lodavamo all'epoca
della loro prima infanzia, ma ingiungiamo loro di dar prova
di altre virtù, d'importanza ben maggiore. Allo stesso
modo, Dio ai primi tempi non pretese dei grandi atti virtuosi
dalla natura umana, perché era ancora bambina Dopo
avere fatto ascoltare agli uomini i profeti e gli apostoli
ed aver concesso loro la grazia dello spirito, Egli accrebbe
però l'importanza delle azioni virtuose da compiere:
era giusto, giacchè assegnò anche dei premi
maggiori e delle ricompense molto più fulgide A chi
realizza queste virtù non sono infatti riservate
la terra e le cose della terra, ma il cielo ed i beni che
superano ogni capacità di comprensione.
2.
Non è dunque assurdo, dopo che si è divenuti
uomini, continuare a rimanere piccoli come prima? Allora
la natura umana era lacerata nel suo intimo e vittima di
una guerra implacabile. Spiegando questa situazione, Paolo
così parlò: "Vedo nelle mie membra un’altra
legge che combatte contro la legge della mia mente e che
mi cattura con la legge del peccato che si trova nelle mie
membra". Ma ora le cose non stanno più così.
"Ciò che era impossibile alla legge perché
era debole a causa della carne, Dio l’ha reso possibile
mandando a causa del peccato il proprio figlio rivestito
di una carne simile a quella del peccato e condannando il
peccato della carne". Ringraziando Dio di questo, Paolo
disse: "O me misero, chi mi libererà da questo
corpo di morte? Rendo grazie a Dio tramite Gesù Cristo".
3.
La punizione che ci tocca è quindi giusta: pur essendo
liberi, non vogliamo correre come le persone legate; ma
neanche se corressimo come loro potremmo sfuggire alla punizione.
Chi infatti gode di una pace più sicura deve innalzare
dei trofei molto più grandi e splendenti di quelli
che può innalzare chi è tanto oppresso dalla
guerra. Se ci volgiamo verso le ricchezze, il lusso, le
donne e la cura degli affari, quando mai potremo diventare
uomini, quando mai potremo vivere secondo lo spirito, quando
mai potremo pensare alle cose del Signore? Forse quando
ce ne andremo via di qui? Allora però non sarà
più il momento delle fatiche e delle gare, ma delle
corone e dei castighi. Allora anche la vergine se non avrà
l'olio nella sua lampada, non potrà farselo dare
dalle altre vergini, e dovrà rimanere fuori; e chi
si presenterà con indosso un vestito sudicio, non
potrà uscire per cambiarlo, ma sarà gettato
nel fuoco della Geenna: anche se invocherà Abramo,
non otterrà nulla. Quando il giorno del giudizio
è giunto, quando la tribuna è pronta, quando
il giudice è già seduto, quando il fiume di
fiamme già scorre ed ha luogo l’esame delle nostre
azioni, non ci è più consentito di deporre
i nostri peccati, ma siamo, volenti o nolenti, trascinati
al castigo che essi meritano. Nessuno potrà più
intercedere per noi, neanche chi possiede la stessa sicurezza
di quei grandi e straordinari uomini di allora, neanche
un Noè, un Giobbe o un Daniele, neanche chi prega
per i propri figli e le proprie figlie: sarà tutto
inutile.
4.
I peccatori dovranno essere puniti in eterno, così
come i virtuosi dovranno essere onorati in eterno. Che non
ci sarà fine nè per i premi nè per
i castighi l'ha mostrato Cristo, là dove ha detto
che sia la vita che la punizione saranno eterne. Quando
accoglierà quelli alla sua destra e condannerà
quelli alla sua sinistra, Egli aggiungerà: "Questi
ultimi andranno al castigo eterno, mentre i giusti andranno
alla vita eterna". Dobbiamo quindi sforzarci mentre
siamo ancora qui: chi ha la moglie si comporti come se non
l'avesse , e chi non l'ha veramente pratichi assieme alla
verginità tutte le altre virtù; solo così
non avremo modo di lamentarci inutilmente dopo la nostra
dipartita da qui.