Castità
Opere
dei Santi
San
Giovanni Crisostomo
La
Verginità
Par
I - XXI
I.
La verginità praticata dagli eretici non comporta
ricompense.
1. I Giudei non riconoscono la bellezza della verginità:
non c'è da meravigliarsene, giacché non hanno
rispettato neppure Cristo, nato da una vergine. I Greci,
invece, l'ammirano e la venerano, ma solo la Chiesa di Dio
la imita con zelo. Quanto alle vergini degli eretici, io
non le chiamerei vergini, soprattutto perché non
sono pure: non vengono riservate ad un unico sposo, così
come vuole il beato apostolo che prepara le nozze di Cristo
là dove dice: "Vi ho destinati ad un unico uomo,
per presentarvi a Cristo come una vergine pura". Queste
parole, anche se si riferiscono a tutta la Chiesa nella
sua pienezza, riguardano purtuttavia anche le vergini. Le
donne che non amano un unico marito e se ne sposano un secondo,
come possono essere caste?
2.
Innanzitutto, in base a questo ragionamento, non sono vergini.
In secondo luogo, si astengono dal matrimonio perché
lo disprezzano. Avendo stabilito in linea di principio che
esso è una cosa cattiva, si privano fin dal primo
momento dei premi della verginità. Vuole la giustizia
che coloro che non commettono azioni delittuose restino
solo esenti da pene, senza per questo essere premiati, come
si può vedere non solo nelle prescrizioni delle nostre
leggi, ma anche in quelle delle leggi pagane. La legge dice:
"Chi uccide venga mandato a morte", ma non aggiunge
"chi non uccide venga onorato". "Il ladro
venga punito": ma non è prescritto che chi non
danneggia le cose altrui riceva un dono. Così pure,
le leggi che condannano a morte l'adultero non ritengono
degno di un'onorificenza colui che non rovina il matrimonio
altrui. In questo hanno perfettamente ragione, giacché
la lode e l'ammirazione devono andare a chi realizza il
bene, non a chi non commette il male: per questi ultimi,
un premio sufficiente è rappresentato dal non subire
alcuna punizione.
3.
Per questo anche nostro Signore ha minacciato la Geenna
a chi si adira contro il proprio fratello a capriccio e
senza motivo e lo chiama sciocco. Purtuttavia, non ha promesso
il regno dei cieli a coloro che non si adirano senza ragione
e che non muovono dei rimproveri: dicendo "Amate i
vostri nemici", Egli ha preteso qualcosa di più
importante e di più grande. Nell'intento di mostrare
come il non adirarsi con i propri fratelli sia una cosa
infima, di poco conto ed indegna di una qualsiasi ricompensa,
ha detto che neanche l'amore per loro - che pure vale già
molto di più dell'altro atteggiamento - è
sufficiente per essere ritenuti degni di un premio. E come
potrebbe esserlo, se comportandoci così non abbiamo
nulla in più dei pagani? Per poter chiedere un premio,
occorre fare in aggiunta un'altra cosa molto più
importante. "Non ritenerti degno di una corona - dice
il Signore - solo perché non ti condanno alla Geenna
perché non hai rimproverato e non ti sei adirato.
Io non mi limito a pretendere questa piccola misura di bontà:
anche se dici che non solo non biasimi tuo fratello ma lo
ami, resti ancora in basso e stai in compagnia dei pubblicani.
Se invece vuoi essere perfetto e diventare degno dei cieli,
non fermarti a questo ma sali più in alto, e pensa
ad una cosa che oltrepassa la natura stessa: si tratta dell'amore
per i nemici..
4.
Una volta ammessa l'assoluta verità di queste parole,
cessino gli eretici di mortificarsi senza ragione: tanto,
non riceveranno alcuna ricompensa. Non è che il Signore
sia ingiusto - lungi da me quest'idea! Al contrario, sono
essi a comportarsi da stolti e da malvagi. Come mai? Abbiamo
mostrato che nessun premio tocca a chi si limita a non compiere
azioni cattive. Gli eretici evitano il matrimonio, perché
lo ritengono una cosa cattiva. Come potranno dunque richiedere
un premio, per essersi tenuti lontani da una cosa cattiva?
Come noi non riteniamo degno di una ricompensa chi non è
stato adultero, così essi dovrebbero comportarsi
verso chi non si sposa. Chi in quel giorno li giudicherà
dirà loro: "Io non ho riservato gli onori a
chi si è limitato soltanto a non commettere azioni
cattive - questo è per me troppo poco - ma conduco
all’eredità dei cieli che non invecchia mai coloro
che hanno percorso tutta quanta la strada della virtù".
Come mai allora voi, che ritenete il matrimonio una cosa
impura ed abominevole, solo perché lo evitate pretendete
i premi riservati a chi compie delle buone azioni?
5.
Per questo Cristo mette alla sua destra le pecore, le benedice
e le conduce nel regno dei cieli: esse non si sono limitate
a non rubare le cose altrui, ma hanno distribuito agli altri
i loro averi. Parimenti, Egli accoglie colui al quale erano
stati affidati cinque talenti non perché non ha fatto
diminuire quanto gli era stato dato, ma perché l'ha
accresciuto, ed ha restituito in misura doppia il danaro
depositato. Quando cesserete dunque di correre a vuoto,
di stancarvi senza ragione, di dare pugni a caso e di percuotere
l'aria? E se si trattasse solo di un capriccio! Dopo avere
tanto faticato ed avere atteso una ricompensa maggiore delle
fatiche sopportate, non è un piccolo castigo vedersi
messi, al momento della premiazione, tra coloro che rimangono
senza premio.
II.
Gli eretici vengono puniti perché praticano la verginità.
1.
Ma ciò che essi devono temere non consiste solo in
questo, e le loro pene non si limitano alla mancanza di
ricompensa: altre molto più gravi li attendono, quali
il fuoco inestinguibile, i vermi che non muoiono, la tenebra
esterna, i tormenti, i gemiti. Ci occorrerebbero infinite
lingue e la potenza degli angeli per ringraziare in modo
degno Dio della sua sollecitudine nei nostri riguardi. Ma
neanche in tali condizioni questo sarebbe possibile. E come
potrebbe esserlo? Noi e gli eretici dobbiamo compiere un
uguale sforzo per realizzare la verginità: anzi,
può darsi che le loro fatiche siano molto più
aspre delle nostre. Il frutto degli sforzi non è
però lo stesso: per loro sono riservate le catene,
le lacrime, i gemiti e le punizioni eterne; per noi, la
condizione degli angeli, le luci risplendenti, e l'intimità
con lo sposo, che è come la somma di tutti i beni.
2.
Come mai allora gli stessi sforzi portano a ricompense contrarie?
Ciò accade perché essi hanno scelto la verginità
per violare la legge di Dio, mentre noi la pratichiamo per
osservare i suoi voleri. Che Dio vuole che tutti gli uomini
si astengano dal matrimonio, lo testimonia colui che fa
parlare Cristo in se stesso: "Voglio - egli dice -
che tutti gli uomini siano come me", vale a dire continenti.
Purtuttavia il Signore, volendoci risparmiare e sapendo
bene che "lo spirito è pronto, ma la carne è
debole" non ha fatto della continenza un precetto obbligatorio,
ma ha concesso alla nostra anima la facoltà di sceglierla.
Se si trattasse di un comandamento e di una legge, chi la
pratica non godrebbe di un’onorificenza, ma si sentirebbe
dire "Avete fatto ciò che dovevate fare",
ed i peccatori non otterrebbero il perdono, ma sarebbero
soggetti alla punizione assegnata ai trasgressori. Con le
parole "Chi è in grado di comprendere comprenda",
il Signore non ha condannato chi non è capace di
praticare la verginità, ma ha voluto mostrare l'importanza
e la sublimità della lotta che deve sostenere chi
ha la forza di realizzarla. Per questo anche Paolo, seguendo
le tracce del maestro, dice: "Non ho con me un ordine
del Signore, esprimo solo il mio parere".
III. L’orrore per il matrimonio è proprio
di una satanica mancanza di umanità.
Né
Marcione né Valentino né Mani si sono attenuti
a tale moderazione. Non parlava in loro Cristo che aveva
riguardo per le sue pecore e che offriva la propria vita
per loro, ma il padre della menzogna, il distruttore degli
uomini. Per questo essi mandano alla perdizione tutti i
loro seguaci: in questo mondo, li caricano di fatiche sterili
ed insopportabili; nell'al di là, li trascinano con
sé nel fuoco preparato per loro.
IV.
Gli eretici, praticando la verginità, vanno incontro
ad un destino più penoso di quello dei Greci.
1.
Quanto siete più sfortunati dei Greci! I Greci infatti,
anche se gli orrori della geenna li attendono, riescono
purtuttavia a godere in questo mondo, giacché si
sposano e traggono profitto dalle ricchezze e dagli altri
piaceri della vita. Per voi ci sono invece soltanto i tormenti
e i dolori sia in questa che nell'altra vita: in questa
vita siete voi a sopportarli volontariamente, nell'altra
li dovrete sopportare pur non volendoli. I Greci non verranno
né ricompensati né puniti per i loro digiuni
e per la loro verginità; voi, invece, subirete l'estremo
castigo per la condotta dalla quale vi aspettavate infinite
lodi, e mischiati agli altri rei sentirete le parole: "Andatevene
via da me nel fuoco preparato per il diavolo e per i suoi
angeli, perché avete digiunato e siete rimasti vergini.
2.
Il digiuno e la verginità non rappresentano in se
stessi né un bene né un male, ma diventano
l'una o l'altra cosa a seconda della disposizione di coloro
che li praticano. Per i Greci tale virtù è
sterile: ricevono la ricompensa che meritano, giacché
non l’hanno praticata nel timore di Dio. Voi invece, che
combattete Dio e calunniate le sue creature, non solo non
riceverete alcuna ricompensa, ma sarete anche puniti. Per
quanto riguarda la vostra dottrina, sarete messi insieme
a loro perché come loro avete rinnegato il Dio esistente
ed introdotto il politeismo; per quanto riguarda invece
la vostra condotta di vita, essi staranno meglio di voi:
mentre infatti la loro pena consiste soltanto nel non ricevere
alcun bene, per voi consiste nel patire in aggiunta dei
mali; e mentre essi possono godere di tutto in questa vita,
voi siete privi sia dei beni presenti che dei futuri.
3.
C'è forse un castigo maggiore di quello che consiste
nel ricevere una punizione come ricompensa delle proprie
fatiche e dei propri sudori? L'adultero, l'avido, colui
che si approfitta dei beni altrui e che si prende quelli
del suo prossimo hanno una consolazione, sia pure piccola:
per lo meno, sono puniti a causa di quelle cose di cui hanno
goduto in questa vita. Nel caso invece di colui che accetta
di buon grado di sopportare la povertà per essere
ricco nell’altra vita e di sostenere le fatiche della verginità
per far parte dei cori degli angeli nell'al di là,
e che invece, improvvisamente e contro ogni sua aspettativa,
è punito per quella condotta grazie alla quale sperava
di godere di un'infinità di beni, non è possibile
esprimere con le parole il suo dolore, dovuto al fatto che
deve soffrire in questo modo contro tutte le sue speranze.
A mio parere, egli è tormentato ugualmente dal fuoco
e dalla sua coscienza, giacché deve fare questa constatazione:
mentre coloro che hanno faticato come lui si trovano assieme
a Cristo, egli è sottoposto al castigo estremo per
quella condotta che fa godere agli altri i beni ineffabili;
e, pur avendo vissuto in modo austero, è costretto
a soffrire più dei dissoluti e dei lussuriosi.
V.
La verginità degli eretici è più impura
dell'adulterio.
1.
In effetti, la temperanza degli eretici è peggiore
di ogni tipo di dissolutezza. Mentre l’ingiustizia di quest'ultimo
si ferma agli uomini, la prima combatte Dio ed offende la
sua infinita sapienza. Tali trappole i1 diavolo tende a
coloro che lo venerano. Che la verginità degli eretici
sia proprio un ritrovato della sua malvagità non
sono io a dirlo, ma colui che non ignora i suoi pensieri.
2.
Che cosa soggiunge dunque costui? "Lo spirito dice
apertamente che negli ultimi momenti alcuni si allontaneranno
dalla fede per seguire gli spiriti ingannatori e gl'insegnamenti
dei demoni che, come ipocriti mentitori, marchiano la propria
coscienza, che vietano di sposarsi e che impongono l'astinenza
dei cibi creati da Dio per essere presi". Come fa dunque
ad essere vergine colei che abbandona la fede, che segue
l’errore, che ascolta i demoni e che onora la menzogna?
Come può essere vergine colei che marchia la propria
coscienza? La vergine che vuole ricevere il santo sposo
deve essere pura non solo nel corpo ma anche nell'anima.
Ma tale vergine come fa ad essere pura, se ha dei marchi
così forti? Come può preservare la bellezza
della verginità quando un pensiero empio si agita
in lei, se deve scacciare dalla camera nuziale anche i pensieri
temporali perché non può rimanere composta
se li fa albergare in sé?
VI.
Gli eretici quando praticano la verginità contaminano
non solo la loro anima ma anche i loro corpi.
1.
In effetti, anche se il suo corpo rimane puro, si corrompe
sempre la parte migliore della sua anima, vale a dire i
suoi pensieri. Che utilità c'è nel far restare
in piedi il recinto, quando il tempio è andato distrutto?
O quale guadagno si ricava dal fatto che la sede del trono
resta pulita, quando il trono è stato sporcato? Ma
neanche in tal caso il corpo resta esente dalla contaminazione.
Le parole blasfeme e cattive nascono dentro l'anima, ma
non vi rimangono: quando vengono fuori, tramite la bocca
che le proferisce contaminano sia la lingua che l'orecchio
che le riceve, e dopo essersi riversate nell'anima come
dei farmaci deleteri ne corrodono la radice in modo più
grave di qualsiasi verme, finendo con il distruggere assieme
ad essa tutto quanto il corpo. Se dunque la verginità
consiste nella santità di corpo e di spirito, e se
una donna simile è empia e contaminata in entrambi
questi elementi, come può essa dirsi vergine? Ma
mi mostra un viso pallido, delle membra consunte, una veste
semplice ed uno sguardo mite. Ma che utilità c'è
in queste cose, se lo sguardo interiore è sfrontato?
Quale sguardo è più sfrontato di quello che
induce gli occhi esterni a considerare cattive le creature
di Dio?
2.
"Tutta la gloria della figlia del re viene dal di dentro".
Costei ha invertito l'ordine illustrato da tale frase: all’esterno
si riveste di gloria, mentre dentro ospita ogni infamia.
Il brutto consiste proprio in questo: di fronte agli uomini,
essa fa mostra di una grande mitezza, mentre nei riguardi
di Dio suo creatore dà prova di un'enorme follia,
e pur non sopportando di guardare in viso un uomo - ammettiamo
pure che tra le loro vergini ce ne siano alcune di tal fatta
- guarda il signore degli uomini con occhi sfrontati e fa
salire in alto i suoi discorsi ingiusti. Il loro volto è
giallo come il legno di bosso, e simile a quello di un cadavere.
Per questo sono degne di essere molto compiante e commiserate:
lo stato miserando che hanno accettato non solo è
inutile, ma le rovina e ricade sulla loro testa.
VII.
Bisogna giudicare la verginità non dalle vesti, ma
dall'anima.
1.
La veste è modesta. La verginità non risiede
però nelle vesti né nel colore della pelle,
ma nell’anima e nel corpo. Se il filosofo non si giudica
né dai capelli né dal bastone né dalla
bisaccia ma dal suo modo di fare e dall'anima, e se il soldato
non si valuta in base al mantello o alla cintura, ma in
base alla forza ed al coraggio, non sarebbe assurdo attribuire
ad una giovane la virtù della verginità -
una cosa così mirabile, che trascende ogni qualità
umana - servendosi di criteri così semplici e secondari
come i capelli sudici, il volto dimesso e la veste lugubre,
senza mettere a nudo la sua anima ed esaminare quindi per
bene la sua disposizione?
2.
Questo non è consentito da colui che ha stabilito
le regole di tale gara. Egli ci ordina di giudicare coloro
che vi s'impegnano non dalle loro vesti, ma dalle loro convinzioni
e dalla loro anima. "Chi compete - dice - è
temperante in tutto", vale a dire in tutto ciò
che pregiudica la salute dell'anima, ed aggiunge: "Nessuno
può essere incoronato, se non gareggia secondo le
regole". Quali sono dunque le regole di questa gara?
Ascolta di nuovo le sue parole, o piuttosto Cristo stesso,
l'istitutore della gara: "Affinché la vergine
sia pura nel corpo e nello spirito", " prezioso
è il matrimonio, ed il letto nuziale è incontaminato".
VIII.
E' dannoso per la vergine mostrarsi altera nei confronti
delle persone sposate.
1.
La vergine potrebbe rispondermi: "Che cosa m'importa
di queste cose, una volta che ho detto addio al matrimonio?".
Ma è proprio la convinzione di non avere niente a
che fare con la dottrina del matrimonio a perderti, o misera.
Disprezzando senza misura quest'istituzione, rechi offesa
alla sapienza di Dio e calunni tutta la creazione. Se infatti
il matrimonio è una cosa impura, tutti gli esseri
viventi che vengono generati tramite esso sono impuri, ed
impure siete anche voi, per non parlare della natura umana.
Come può dunque una donna impura essere vergine?
Avete escogitato un secondo, o piuttosto un terzo modo di
contaminare e di sporcare: quando rifuggite dal matrimonio
come da una cosa impura, proprio perché ne rifuggite
diventate le donne più impure e rendete la verginità
più abominevole della fornicazione.
2.
Con chi vi metteremo allora? Assieme agli Ebrei? Ma essi
non lo consentirebbero, perché onorano il matrimonio
ed ammirano l'opera creatrice di Dio. Oppure insieme a noi?
Ma non volete ascoltare Cristo, quando dice per bocca di
Paolo: "Il matrimonio è onorato da tutti, ed
il letto nuziale è incontaminato". Vi resta
un posto vicino ai Greci. Anche questi però vi respingeranno
come empi. Dice infatti Platone: "Chi ha formato quest’universo
è buono". Nessuna invidia tocca una cosa buona
in nessun caso. Tu invece consideri Dio cattivo, ed autore
di opere cattive. Ma non temere: il tuo insegnamento è
condiviso dal diavolo e dai suoi angeli; ma no, neanche
essi sono d'accordo: non credere che la pensino così
solo perché t’inducono a nutrire dei pensieri così
stolti. Che si rendono conto della bontà di Dio,
puoi sentire dalle loro grida: ora dicono "Sappiamo
chi sei, il santo di Dio", ora invece "Gli uomini
che annunziano la strada della salvezza sono i servi del
Dio altissimo".
3.
Continuerete dunque a parlare di verginità e a vantarvene?
Non andrete piuttosto a rinchiudervi ed a piangere sulla
vostra stoltezza, servendosi della quale il diavolo vi ha
legate come prigioniere per gettarvi nel fuoco della Geenna?
Non ti sei sposata? Ma non per questo sei vergine. Io chiamo
vergine colei che pur essendo padrona di sposarsi non ha
scelto il matrimonio. Se invece tu dici che il matrimonio
è una cosa proibita, la tua azione non dipende più
da una scelta ma dalla costrizione della legge. Per questo
noi ammiriamo i Persiani che non commettono l'incesto, ma
non i Romani. Questi ultimi lo considerano una cosa assolutamente
abominevole, mentre nel caso dei primi l'impunità
di cui gode chi osa praticarlo attira le lodi su coloro
che si astengono da tali accoppiamenti.
4.
Secondo lo stesso criterio va esaminato il matrimonio. Poiché
esso è consentito tra noi, abbiamo tutte le ragioni
per ammirare chi non si sposa. Voi invece, respingendolo
ad un livello inferiore, non potete reclamare le lodi dovute
all'astinenza: l'astenersi dalle cose proibite non si addice
ad un’anima nobile e generosa. La virtù perfetta
non consiste nel non commettere azioni che, se vengono commesse,
ci fanno sembrare a tutti cattivi, ma nel distinguersi in
pratiche che non mettono in cattiva luce coloro che non
le abbracciano e che non solo allontanano da una reputazione
cattiva, ma fanno entrare nella schiera dei buoni coloro
che le scelgono e le seguono.
5.
Come nessuno sarebbe disposto a lodare la verginità
degli eunuchi per il fatto che non si sposano, così
nessuno loda voi. Ciò che per loro è dettato
dalla necessità naturale, diventa in voi un pregiudizio
della vostra coscienza perversa. E come la mutilazione corporea
priva gli eunuchi della gloria derivante dall'astinenza,
così, nel vostro caso, anche se il fisico resta integro,
il diavolo distrugge ogni retto pensiero, vi mette nella
condizione di non sposarvi, vi sforza con delle fatiche
e vi priva di ogni onore. Tu vieti il matrimonio? Per questo
dalla tua rinunzia non ti verranno premi, ma solo supplizi
e castighi.
IX.
Esortare alla verginità non significa vietare il
matrimonio.
1.
"E tu - mi si dice - non proibisci il matrimonio?".
Non sia mai! Mi auguro di non essere mai pazzo come te.
"E come mai allora - si continua a dirmi - esorti le
persone a non sposarsi?". Io lo faccio perché
sono convinto che la verginità è molto più
pregevole del matrimonio, ma non per questo considero il
matrimonio una cosa cattiva: anzi, lo lodo molto. Per coloro
che intendono farne un buon uso, esso è il porto
della continenza, giacché impedisce alla natura d'inferocirsi.
Presentando l'accoppiamento legittimo come una diga e ricevendo
così i flutti del desiderio, introduce in noi una
grande calma e ci custodisce. Ci sono però alcuni
che non hanno bisogno di questa protezione: invece di ricorrere
ad essa, placano le follie della natura con i digiuni, con
le veglie, con il dormire per terra e con altri duri esercizi.
Pur non vietando il matrimonio, io esorto questi ultimi
a non sposarsi.
2.
C'è una grande differenza tra una cosa e l'altra,
tra la costrizione e la libera scelta. Chi consiglia lascia
l'ascoltatore padrone della scelta tra le cose sulle quali
consiglia, chi invece pone dei divieti priva l'altro di
questa facoltà. Inoltre, quando esorto, io non considero
cattivo il matrimonio, né accuso chi non mi ubbidisce.
Tu invece, calunniandolo e dichiarandolo cattivo, usurpi
la funzione del legislatore senza essere un consigliere,
e non puoi non odiare chi non ti ascolta. Io non mi comporto
così: ammiro chi si iscrive a tale gara, ma non condanno
coloro che rimangono fuori della competizione.
3.
L'accusa sarebbe giusta se si propendesse per qualcosa che
è cattiva per comune ammissione. Chi però
ha un bene minore e non può raggiungere il maggiore,
anche se resta privo delle lodi e dell’ammirazione che quest'ultimo
comporta, non merita di essere condannato. Come posso dunque
vietare il matrimonio, se non condanno chi si sposa? Io
vieto la fornicazione e l'adulterio, non il matrimonio.
Punisco coloro che osano praticare le prime due cose e li
bandisco dal corpo della chiesa, ma continuo a lodare coloro
che contraggono il matrimonio, se sono continenti. Ci sono
così due vantaggi: da una parte, non si calunnia
l’opera creatrice di Dio, dall'altra non solo non si distrugge
la dignità della verginità, ma la si rende
ancora più venerabile.
X.
Chi denigra il matrimonio reca un torto alla verginità.
1.
Chi denigra il matrimonio reca anche un torto alla verginità;
chi invece lo loda, eleva e fa risplendere ancora di più
la natura straordinaria dello stato verginale. Ciò
che sembra bello solo in rapporto a ciò che è
brutto non può essere molto bello; quella che è
invece la migliore delle cose considerate buone, è
la cosa più bella in senso assoluto: è sotto
questa luce che vogliamo mostrare la verginità. Come
coloro che denigrano il matrimonio nuocciono anche alle
lodi della verginità, così chi lo tiene lontano
dalle critiche fa le lodi non tanto di esso quanto della
verginità. Anche nel caso dei corpi, noi chiamiamo
belli non quelli che sono migliori dei corpi mutilati, ma
quelli che sono migliori dei corpi ben fatti e privi di
difetti.
2.
Il matrimonio è una bella cosa? Allora la verginità
è una cosa straordinaria perché è superiore
ad una cosa che è già bella; e le è
superiore nella misura in cui il pilota è superiore
ai marinai, o i1 generale è superiore ai soldati.
Ma come, nel caso della nave, se si eliminano i rematori
si fa affondare l'imbarcazione, e come in guerra se si allontanano
i soldati si consegna il generale prigioniero al nemico,
così anche nel caso che stiamo trattando, se si priva
il matrimonio del suo rango elevato si tradisce la gloria
della verginità e la si fa cadere al livello più
basso.
3.
La verginità è bella? Son d'accordo anch'io.
E' superiore al matrimonio? Ammetto anche questo. Se vuoi,
per dare un'idea della misura della sua superiorità,
posso citare come esempi la superiorità del cielo
sulla terra, o quella degli angeli sugli uomini; se poi
dovessi esprimermi in modo più ardito, direi che
si tratta di una superiorità ancora maggiore. E'
vero infatti che gli angeli non sposano né vengono
sposati: ma essi non sono strettamente uniti alla carne
ed al sangue, non soggiornano sulla terra, non devono sopportare
una moltitudine di desideri, non hanno bisogno di cibi e
bevande, non possono essere blanditi da un dolce canto né
impressionati da una visione stupenda o da altre simili
cose; come si può osservare la purezza del cielo
nel pieno pomeriggio, quando non è offuscata da nessuna
nuvola, così le loro nature non possono non rimanere
trasparenti e luminose quando nessun desiderio le ottenebra.
XI. La verginità trasforma in angeli gli uomini che
l'abbracciano veramente.
1.
Il genere umano, per natura inferiore agli angeli beati,
fa violenza alle proprie facoltà e cerca con il suo
impegno di uguagliarli per quanto è possibile. Come
può avvenire questo? Gli angeli non sposano né
vengono sposati: ma neanche la vergine lo fa; gli angeli
rimangono ininterrottamente vicini a Dio e lo servono: ma
così si comporta anche la vergine. Anche Paolo vuole
che le vergini restino lontane da ogni preoccupazione, perché
possano essere assidue senza distrarsi. E se, a differenza
degli angeli, non possono salire al cielo perché
sono trascinate in basso dalla carne, purtuttavia anche
in questo mondo godono di una grande consolazione: se rimangono
sante nel corpo e nello spirito, possono ricevere il padrone
dei cieli in persona.
2.
Comprendi la dignità della verginità, e come
essa renda la vita di coloro che vivono sulla terra simile
a quella di coloro che stanno in cielo? Essa impedisce a
chi ha un corpo di restare inferiore alle potenze incorporee,
e porta gli uomini ad emulare gli angeli. Ma nulla di tutto
ciò riguarda voi eretici, che danneggiate un simile
stato, che calunniate il Signore e che lo chiamate cattivo.
Vi attende il castigo riservato al servo cattivo; alle vergini
della chiesa si presenteranno invece molti e grandi beni,
superiori agli occhi, alle orecchie ed ai pensieri umani.
Lasciamo quindi gli eretici - ne abbiamo già parlato
abbastanza - e rivolgiamoci d'ora in poi ai figli della
chiesa.
XII.
Paolo, quando disse: "Agli altri sono io a parlare
non il Signore", non diede un consiglio umano.
1.
Da dove è bene far cominciare il nostro discorso?
Dalle parole stesse che il Signore pronunziò per
bocca del beato Paolo. Paolo infatti, quando dice "Agli
sposati non sono io a parlare, ma il Signore" non intende
dire che le sue parole sono una cosa, e quelle del Signore
un'altra. Colui che fa parlare Cristo in sé, che
non si preoccupa neppure di vivere in modo che Cristo possa
vivere in lui, che pospone all'amore per lui i regni, la
vita, gli angeli, le potenze, ogni altra creatura ed in
una parola ogni cosa, come potrebbe di buon grado - specie
quando dà dei precetti - dire o pensare qualcosa
che non piace al Signore?
2.
Che cosa significano le sue parole "Io" e "Non
io"? Cristo ci ha dato le leggi e gl'insegnamenti in
parte direttamente, in parte tramite gli apostoli. Che egli
non stabilì tutto direttamente, lo puoi sentire dalle
sue stesse parole: "Avrei molte cose da dirvi, ma non
potete ancora sopportarne il peso". Il precetto "La
donna non si separi dall'uomo" Egli l'aveva dato già
prima, quando si trovava ancora su questa terra rivestito
di carne. Per questo Paolo dice: "Agli sposati non
sono io a parlare, ma il Signore". Agl'infedeli invece
Egli non parlò direttamente, ma diede delle prescrizioni,
ispirando a tal fine l'anima di Paolo e facendogli dire:
"Chi ha una moglie non credente che desidera abitare
con lui, non la ripudi; e la moglie che ha un marito non
credente che desidera abitare con lei non lo ripudi".
3.
Per questa ragione, quando disse "Non è il Signore
a parlare, ma sono io", non volle affermare che le
sue parole erano umane - e come avrebbero potuto esserlo?
- ma che il Signore ha dato questo comandamento non quando
si trovava assieme agli apostoli, ma adesso, tramite lui.
Come dunque le parole "Il Signore, non io" non
indicano una contrapposizione nei confronti dei comandamenti
di Cristo, cosí le parole "Io, non il Signore",
non sono state pronunziate da chi vuol dire qualcosa di
personale e di diverso da ciò che piace a Dio, rna
da chi vuol far vedere soltanto che il comandamento viene
dato ora per suo tramite.
4.
Parlando della vedova, Paolo dice "A mio parere, è
piú beata se resta cosí". E perché
nessuno, sentendo le parole "A mio parere", pensasse
che il suo fosse un pensiero umano, eliminò ogni
sospetto aggiungendo: "Penso di avere anch'io lo spirito
di Dio". Come dunque noi non possiamo dire che le sue
siano affermazioni umane, solo perché colui che parla
in nome dello spirito dice "A mio parere", cosí
anche nel nostro caso, quando dice "Sono io a parlare,
non il Signore", non bisogna credere che la frase sia
di Paolo. Egli faceva parlare Cristo in sé e non
avrebbe osato fissare tale insegnamento in una sua affermazione,
se non ci avesse portato questa legge da lassú.
5.
Qualcuno avrebbe potuto dirgli: "Io che ho la fede
e che sono puro non sopporto di stare assieme ad una donna
che non possiede nessuna fede e che è impura. Tu
stesso hai detto prima che sei un, e non il Signore, a dire
queste cose. Quale sicurezza e certezza posso avere?".
Ma Paolo gli avrebbe risposto: "Non temere. Ho detto
che faccio parlare Cristo in me e che credo di possedere
lo spirito di Dio proprio perché non ti venisse il
sospetto che le mie parole fossero umane. Se esse lo fossero,
non avrei mai dato ai miei pensieri tanta autorità.
I calcoli degli uomini sono vili, i loro pensieri ingannevoli.
Anche la chiesa universale mostra la forza di questa legge
custodendola severamente: non la custodirebbe cosí,
se non fosse fermamente convinta che queste parole rappresentano
un comandamento di Cristo".
6.
Che cosa dice dunque Paolo, ricevendo l'eco delle parole
di Cristo? "Per quanto riguarda ciò su cui mi
avete scritto, è bene per un uomo non toccare una
donna". A tal proposito ci si potrebbe rallegrare con
Corinzi, che pur non avendo ricevuto alcun consiglio dal
maestro sulla verginità, lo prevengono interrogandolo
e facendo mostra cosí dei progressi compiuti sotto
l'azione della grazia. Nel Vecchio Testamento non sussistevano
dubbi sul matrimonio: non solo tutto il popolo, ma anche
i Leviti, i sacerdoti e lo stesso gran sacerdote gli attribuivano
una grande importanza.
XIII. Perché i Corinzi scrissero a Paolo sulla verginità,
e perché egli prima di allora non aveva rivolto loro
alcuna esortazione.
1.
Come mai dunque i Corinzi giunsero a rivolger questa domanda?
Data la loro perspicacia, sapevano bene di avere bisogno
di un piú alto grado di virtú, giacché
erano stati ritenuti degni di un dono piú grande.
Vale anche la pena di chiedersi come mai Paolo non avesse
mai rivolto loro quest'esortazione: se avessero sentito
qualcosa in proposito, essi non gli avrebbero scritto di
nuovo facendogli domande su questo argomento. Anche in questo
caso ci si può rendere conto della profondità
della sapienza di Paolo. Non rivolse senza motivo né
a caso un’esortazione su di un tema cosí importante,
ma aspettò che in loro nascessero prima il desiderio
ed il pensiero di quest’ideale: se si fosse trovato di fronte
ad anime già preparate alla verginità, avrebbe
potuto gettare con piú efficacia i suoi semi, giacché
la disposizione d'animo degli ascoltatori nei riguardi dell'argomento
avrebbe facilitato di molto l’accoglimento dei suoi consigli.
D’altra parte, l'apostolo volle anche far notare l'importanza
e la grande solennità dell'impresa.
2.
In caso contrario, non avrebbe aspettato la loro buona disposizione
d'animo, ma avrebbe subito spiegato i termini del problema,
presentandolo, se non come un’ingiunzione o un comandamento,
per lo meno come un'esortazione o un consiglio. Non avendo
osato fare neppure questo, ci ha fatto vedere che la verginità
richiede molto sudore e grandi lotte. Anche in questo caso
si comportò cosí perché volle imitare
nostro Signole. Anche nostro Signore parlò infatti
della verginità soltanto quando i suoi discepoli
gli fecero domande in proposito.
3.
Quando essi dissero: "Se questa è la condizione
dell'uomo quando si trova in compagnia della donna, conviene
non sposarsi", rispose: "Vi sono degli eunuchi
che si sono resi tali per il regno dei cieli". Quando
la virtù da realizzare è molto alta e per
questo non può essere rinchiusa nella costrizione
di un comandamento, bisogna attendere la buona disposizione
di coloro che intendono realizzarla, infondendo in loro
la volontà necessaria in un altro modo e senza destare
sospetti: cosí fece appunto Cristo. Non li portò
a desiderare la verginità parlando di essa: discorrendo
solo sul matrimonio, mostrando il peso di questo stato e
limitando il suo discorso a quest'argomento, con la sua
accortezza fece in modo che essi, pur non avendo sentito
parlare della verginità, dicessero di propria iniziativa:
"E' meglio non sposarsi".
4.
Per questa ragione Paolo, l'imitatore di Cristo, disse "Riguardo
a ciò su cui mi avete scritto", quasi volesse
scusarsi con loro parlando cosí, e dire "Io
non osavo condurvi ad un cosí alto ideale, data la
difficoltà dell'impresa, ma poiché voi mi
avete scritto di vostra iniziativa, ho trovato il coraggio
di darvi questo consiglio: è una buona cosa per l'uomo
non toccare una donna". Come mai, pur avendo i Corinzi
scritto su molti argomenti, egli non aveva mai aggiunto
quest'esortazione? Solo per il motivo che ho spiegato adesso:
per evitare che qualcuno accogliesse male il suo consiglio,
ricordò la lettera da loro inviata. Ma neanche allora,
pur avendo avuto tale spunto, rivolse un’esortazione veemente:
usò invece un tono dimesso, imitando anche in questo
Cristo. Il Salvatore infatti, concluso il discorso sulla
verginità, aggiunse: "Chi è in grado
d’intendere, intenda". E l'apostolo cosa disse? "Riguardo
a ciò su cui mi avete scritto, è una buona
cosa per l'uomo non toccare una donna".
XIV.
Obiezione di coloro che rifiutano la verginità e
sua confutazione
1.
Ma qualcumo potrebbe forse obiettare: "Se è
bene non toccare la donna, a che scopo il matrimonio si
è introdotto nella vita? Quale altro uso potremo
fare della donna, se non ci può essere utile né
per il matrimonio né per la procreazione? Che cosa
potrà impedire la distruzione del genere umano, se
ogni giorno la morte si pascola di esso e lo falcia, mentre
tale ragionamento vieta di far sorgere altri al posto di
quelli caduti? Se tutti volessimo realizzare questo bell'ideale
e non toccassimo la donna, tutto andrebbe distrutto: le
città, le case, i campi, le arti, gli animali, le
piante. Come infatti quando cade il generale l'esercito
perde necessariamente il suo ordine, cosí una volta
eliminato con l'astinenza dal matrimonio l'uomo, il re della
terra, nessun'altra cosa potrà conservare la sua
sicurezza ed il suo ordine, e questo bel consiglio riempirà
la terra d'infiniti mali".
2.
Se queste parole fossero pronunziate soltanto dai nostri
nemici e dagl'infedeli, non me ne curerei molto. Poiché
però parlano cosí anche molti presunti membri
della chiesa, che per debolezza di volontà non riescono
a sobbarcarsi alle fatiche richieste dalla verginità
e che cercano di nascondere la propria pigrizia denigrando
questa pratica e mostrandone l'inutilità, in modo
da dare l'impressione di essere rimasti indietro non per
trascuratezza ma per un retto modo di ragionare, lasciamo
pure da parte i nemici - "l'uomo psichico non comprende
infatti le cose dello spirito, che per lui sono sciocchezze"
- ed insegniamo due cose a coloro che fingono di stare dalla
nostra parte: da un lato, la pratica della verginità
non è superflua, ma al contrario di grande utilità
e necessaria; dall'altro, l'accusa rivolta contro di essa
non può restare impunita, ma attira sui detrattori
dei pericoli pari ai premi ed alle lodi che toccano a chi
riesce a realizzare lo stato verginale.
3.
Dopo che tutto l'universo fu creato e tutto fu approntato
per il nostro riposo ed il nostro uso, Dio formò
l'uomo, per il quale aveva creato il mondo. L'uomo, una
volta formato, rimase nel paradiso: del matrrmonio non si
faceva parola. Aveva bisogno di un aiuto; l'aiuto gli venne,
e neanche allora il matrimonio sembrava necessario. Non
s'intravedeva neppure: essi vivevano ignorandolo, soggiornando
nel paradiso come in cielo e rallegrandosi della familiarità
con Dio. Il desiderio di unione, il concepimento, i dolori
del parto, le generazioni e qualsiasi tipo di corruzione
erano banditi dalla loro anima. Simili ad un corso d'acqua
trasparente che sgorga da una fonte pura, se ne stavano
in quel luogo adorni della verginità.
4.
Allora tutta la terra era priva di uomini: c'era proprio
quello che ora temono certe persone, che si preoccupano
del mondo abitato, che si danno gran pensiero delle cose
altrui ma che non sopportano neppure il ricordo delle proprie,
che temono la scomparsa di tutto il genere umano ma che
trascurano la propria anima come se fosse una cosa estranea;
eppure, per quanto riguarda quest'ultima, dovranno rendere
conto esattamente anche delle mancanze piú piccole,
mentre non dovranno fornire neanche la piú piccola
spiegazione sulla nascita degli uornini.
5.
Non c'erano allora né città, né arti,
né case, di cui voi tanto vi preoccupate: tutto questo
non esisteva, e purtuttavia nulla ostacolava o impediva
quella vita beata, tanto rnigliore della presente. Ma dopo
avere disobbedito a Dio ed essere divenuti terra e cenere,
persero insieme a quell’esistenza beata anche la bellezza
della verginità, che li abbandonò per ritirarsi
con Dio. Finché rimasero insensibili al diavolo e
riverirono il loro padrone, anche la verginità rimase
ad adornarli piú di quanto i diademi o le vesti d'oro
facciano con i re. Ma quando, divenuti prigionieri del diavolo,
dovettero deporre questa veste regale e l'ornamento celeste,
attirando su di sé la corruzione propria della morte,
la maledizione, i dolori e le fatiche della vita, allora
assieme a tutti questi mali sopraggiunse anche il matrimonio,
un abito mortale e degno di uno schiavo.
6.
"Chi infatti si sposa - dice l'apostolo - si preoccupa
delle cose del mondo". Vedi qual è l'origine
del matrimonio? Perché sembrò necessario?
Esso deriva dalla disobbedienza, dalla maledizione, dalla
morte. Dove c'è la morte, lì c'è anche
il matrimonio: se la morte non c'è, neanche il matrimonio
sopravviene. La verginità, invece, non fa parte di
questa catena, ma è sempre utile, sempre bella e
sempre beata, ed esiste sia prima che dopo la morte, sia
prima del matrimonio che dopo di esso. Quale matrimonio,
dimmi, ha fatto nascere Adamo? Quali dolori hanno generato
Eva? Non puoi risponderrmi. Perché allora, senz'alcun
motivo, temi tanto che, cessando il matrimonio, scompaia
anche il genere umano? Un'infinità di angeli serve
Dio, migliaia e migliaia di arcangeli gli sono vicini, e
nessuno di loro è nato dalla generazione, dal parto,
dai dolori e dal concepimento. Non avrebbe dunque potuto
Dio, a maggior ragione, creare gli uomini prescindendo dal
matrimorno? Cosí creò i primi progenitori,
dai quali discendono tutti gli uomini.
XV.
Non è il matrimonio ad accrescere il genere umano
1.
La nostra razza è conservata non dalla forza del
matrimonio, ma dalla parola del Signore, che disse all'inizio:
"Crescete, moltiplicatevi e riempite la terra".
Che cosa infatti, dimmi, ha spinto Abramo alla procreazione?
Non è forse vero che, dopo avere usufruito per tanti
anni del matrimonio, pronunziò infine questa frase:
"O Signore, che cosa mi dirai? Dovrò morire
senza figli?" Come allora Dio fece di corpi consunti
il principio e la radice di tante miriadi di persone, cosí
anche all'inizio, se Adamo e la sua compagna avessero obbedito
al suo ordine e saputo dominare il piacere acceso dall'albero
proibito, non gli sarebbe mancato il modo di accrescere
la razza umana. In effetti, né il matrimonio è
in grado di moltiplicare uomini esistenti se Dio non lo
vuole, né la verginità di diminuirne il numero,
se Egli vuole che siano molti. Egli cosí dispose
- dice la Scrittura - per colpa nostra e della nostra disobbedienza.
2.
Perché infatti il matrimonio non comparve prima della
trasgressione? Perché nel paradiso non vi furono
congiungimenti? Perché i dolori del parto non esistevano
prima della maledizione? Perché allora tutto questo
era superfluo, mentre divenne poi necessario a causa della
nostra debolezza; mi riferisco sia a ciò di cui ho
parlato, sia a tutto il resto: alle città, alle arti,
alla necessità d'indossare gli abiti, e a tutti gli
altri innumerevoli bisogni. E' stata la morte ad introdurre
tutto questo, trascinandoselo con sé. Non devi quindi
onorare piú della verginità ciò che
ti fu concesso a causa della tua debolezza, e non devi neppure
mettere le due cose sullo stesso piano: procedendo secondo
questo ragionamento, giungerai a dire che è meglio
avere due mogli piuttosto che contentarsi di una sola, giacché
anche questo fu consentito dalla legge di Mosè; allo
stesso modo, preferirai le ricchezze alla povertà
volontaria, il lusso alla vita temperante, e la vendetta
alla nobile sopportazione delle offese.
XVI.
II matrimonio è una concessione
1.
"Ma tu denigri tutto questo", mi si obietta. Io
non denigro affatto: Dio l’ha concesso, ed a suo tempo si
è rivelato utile. Quello che però dico, è
che si tratta di ben poca cosa, di una virtú propria
piú dei bambini che degli uomini. Per questo Cristo,
nell’intento di renderci perfetti, ci ha comandato di spogliarci
di esso come se fosse un vestito per bambini che non può
ricoprire un uomo perfetto né essere un ornamento
adatto "all'età della pienezza di Cristo",
e d'indossare altri abiti piú convenienti e piú
perfetti dei primi, senza contraddirsi nelle sue prescrizioni
ma rimanendo in perfetto accordo con se stesso.
2.
Infatti, anche se questi comandamenti sono piú severi
di quelli antichi, lo scopo del legislatore resta identico.
Di che cosa si tratta? Si tratta di eliminare il vizio della
nostra anima e di ricondurla alla virtú perfetta.
Se si fosse preoccupato non di dare comandamenti piú
severi dei precedenti, ma di lasciare le cose sempre nello
stesso stato e di non elevarle mai al di sopra della loro
mediocrità, allora veramente sarebbe stato in contraddizione
con se stesso. Se all'inizio, quando il genere umano era
piú infantile, avesse prescritto questa rigida norma
di vita, noi non avremmo ricevuto un comandamento proporzionato
alle nostre possibilità, e tutta la nostra salvezza
sarebbe stata compromessa da tale mancanza di proporzioni.
Allo stesso modo, se dopo tanto tempo ed il tirocinio fatto
sotto la legge ci avesse fatto rimanere sulla terra mentre
il momento ci chiamava a questa celeste filosofia, non avremmo
tratto nessum giovamento apprezzabile dalla sua concessione,
giacché non avremmo realizzato quello stato perfetto
al quale la concessione mirava.
XVII.
Della condiscendenza divina
1.
Ora questo caso è simile a quello dei piccoli uccelli.
La madre, dopo averli nutriti, li spinge fuori dal nido.
Se però vede che sono ancora deboli, che cadono e
che hanno ancora bisogno di rimanere dentro il nido, li
lascia lì ancora per vari giorni non perché
vi rimangano per sempre, ma perché possano volare
con tutta sicurezza una volta che le loro ali si sono ben
fissate e che essi sono divenuti abbastanza forti. Cosí
anche nostro Signore fin dall’inizio ci ha trascinati verso
il cielo e ci ha indicato la strada che conduce ad esso;
non ignorava, ma sapeva bene che non eravamo capaci di volare,
e voleva mostrarci che la caduta si verificava non per suo
volere, ma per la nostra debolezza. Dopo avercelo mostrato,
ci lasciò crescere per molto tempo in questo mondo
e nel matrimonio, come in un nido.
2.
Ma quando, dopo un lungo intervallo di tempo, ci crebbero
le ali della virtú, ritornò, e con delicatezza
e piano piano ci portò fuori da questa dimora insegnandoci
a volare piú in alto Chi è ancora pigro e
dorme in un sonno profondo, ama trattenersi nel nido, rimanendo
inchiodato alle cose del mondo. Chi invece è veramente
nobile ed ama la luce, abbandona il nido con grande disinvoltura,
vola verso l'alto e tocca il cielo, lasciando tutte le cose
terrene: il matrimonio, le ricchezze, i pensieri e tutto
ciò che è solito trascinarci sulla terra.
3.
Non dobbiarno dunque scambiare il permesso del matrimonio,
concesso all'inizio, per un obbligo che c’impedisce di rinunziare
ad esso. Il Signore vuole che vi rinunciamo: ascolta le
sue parole "Chi è in grado d'intendere, intenda".
Non meravigliarti del fatto che non abbia prescritto questo
fin dall'inizio. Neanche il medico, infatti, prescrive ai
malati tutte le cure insieme e nello stesso momento: quando
sono in preda alla febbre, proibisce loro i cibi solidi,
mentre quando non ci sono piú né la febbre
né la debolezza fisica da essa prodotta, sopprime
i cibi sgradevoli e li riporta alla dieta consueta. Come
gli elementi dei corpi, scontrandosi tra loro e rimanendo
in eccesso o in difetto, provocano una malattia, cosí
anche nel caso dell’anima la mancanza di misura nelle passioni
distrugge la sua salute. Bisogna avere una prescrizione
per queste passioni soprattutto nel momento piú adatto:
senza questi due fattori, la legge da sola non basta a correggere
il disordine che si forma nell'anima. Cosí pure,
neanche le medicine possono eliminare la piaga: quello che
le medicine fanno per le ferite, lo fanno le leggi per i
peccati.
4.
Tu non importuni il medico quando, intervenendo sulle stesse
ferite, taglia, o brucia, o spesso non fa nessuna di queste
due cose, anche se di sovente non riesce nel suo intento;
quando invece si tratta di Dio che non sbaglia mai e che
regola tutto in modo degno della sua sapienza tu, pur essendo
uomo, pretendi d'immischiarti, gli chiedi ragione dei suoi
comandamenti, e non ti sottometti alla sua infinita sapienza?
Non è questo il segno di un’estrema stoltezza? Dio
disse: "Crescete e moltiplicatevi". Allora il
momento richiedeva questo, giacché la natura umana
era come impazzita, non poteva sopportare lo stimolo delle
passioni e non poteva rifugiarsi in un alto porto trovandosi
in mezzo a quella tempesta.
5.
Che cosa avrebbe dovuto comandare Dio? Di vivere nella continenza
e nella verginità? Ma quest’ordine avrebbe prodotto
una caduta ancora più grave ed avrebbe reso più
violenta la fiamma. Se ai bambini che hanno bisogno soltanto
del latte si togliesse questo nutrimento e li si costringesse
a prendere il cibo degli adulti, nulla potrebbe impedire
la loro rapida morte: tanto grande è il male dell’inopportunità.
Per questo la verginità non fu concessa all’inizio.
Per meglio dire, ci apparve all’inizio prima ancora del
matrimonio, ma quest'ultimo sopraggiunse successivamente
e fu ritenuto necessario per le ragioni prima spiegate;
se Adamo avesse continuato ad obbedire, non ne avrebbe avuto
bisogno. E come - mi si obietta - avrebbero potuto nascere
tante moltitudini di uomini? Ed io, giacché questa
paura continua ad agitarti tanto, ti chiedo di nuovo: "Com'è
nato Adamo, com'è nata Eva, se non c'era il mezzo
del matrimonio?". "E che? - mi si chiederebbe
-. Tutti gli nomini avrebbero dovuto nascere così?".
Se fossero nati così o in un altro modo, non sono
in grado di dirlo. Ciò che ora c'importa di stabilire,
è che Dio non aveva bisogno del matrimonio per moltiplicare
gli uomini sulla terra.
XVIII. Non la verginità, ma il peccato riduce il
genere umano
Che
non la verginità, ma il peccato e gli accoppiamenti
fuori luogo sono la causa dell'estinzione del genere umano,
lo mostra l'annientamento degli uomini, delle bestie ed
in una parola di tutti gli esseri che respiravano sulla
terra verificatosi ai tempi di Noè. Se i figli di
Dio avessero allora resistito a quell’innaturale desiderio
ed onorato la verginità, se non avessero gettato
degli sguardi peccaminosi sulle figlie degli uomini, tale
calamità non li avrebbe colpiti. Non si creda che
io intenda addossare sul matrimonio la colpa della loro
rovina; non sto dicendo questo: dico che la rovina e la
distruzione della nostra razza dipendono non dalla verginità,
ma dal peccato.
XIX.
Anticamente il matrimonio aveva due ragioni, ora ne ha una
sola
1.
Certo, il matrimonio fu concesso per la procreazione; ma
ancora di più fu concesso per spegnere il fuoco della
nostra natura. Lo testimonia Paolo, là dove dice
"per evitare la fornicazione, ciascuno abbia la propria
moglie": della procreazione non fa parola. Inoltre,
egli non invita la coppia a restare unita perché
procrei molti figli; per quale ragione allora raccomanda
questo? "Perché Satana non vi tenti": sono
le sue parole. Più avanti, non dice "si sposino
se desiderano i figli" ma "si sposino, se non
riescono a rimanere continenti". All’inizio, come ho
detto, il matrimonio aveva queste due funzioni; successivamente
invece, dopo che la terra, il mare e tutte le regioni abitabili
furono popolate, rimase solo un motivo per contrarlo, l’eliminazione
della sfrenatezza e della scostumatezza.
2.
In effetti, coloro che anche adesso si rotolano in queste
passioni, che desiderano vivere come i porci e corrompersi
nei lupanari, vengono non poco aiutati dal matrimonio, che
li allontana dall’impurità e dalla schiavitù
e li conserva nella santità e nel decoro. Ma fino
a quando dovrò continuare a combattere contro ombre?
Anche voi che parlate così conoscete quanto me l’eccellenza
della verginità: tutte le cose da voi dette non sono
che delle scuse e dei pretesti che mirano a velare l'incontinenza.
XX. Anche ammettendo che coloro che disprezzano
la verginità non corrano alcun pericolo, nondimeno
tale denigrazione non è esente da rischi
Ma
anche se non si corresse alcun pericolo parlando così,
bisognerebbe ora porre fine alle calunnie. Chi infatti assume
un atteggiamento ostile di fronte alle cose belle, pronunziando
un giudizio così depravato ed ingiusto, oltre a danneggiare
se stesso dà anche di fronte a tutti una non piccola
prova della propria malvagità. Dovreste quindi tenere
a posto la lingua, se non per altre ragioni, per lo meno
per evitare di attirarvi una reputazione così cattiva:
dovete ricordare che, mentre chi ammira coloro che si distinguono
nelle gare più impegnative può trovare presso
tutti comprensione se non riesce a raggiungere gli stessi
risultati, chi invece non solo non riesce, ma denigra le
imprese degne di molte corone, è giustamente odiato
da tutti come un acerrimo nemico della virtù e come
più miserabile degli stolti; questi ultimi infatti
non sanno cosa fanno, né sopportano volontariamente
la propria sorte. Perciò, anche se oltraggiano i
potenti, non solo non vengono puniti, ma sono oggetto di
commiserazione da parte di coloro che hanno offeso. Ma se
qualcuno osasse fare consapevolmente ciò che essi
fanno senza volerlo, sarebbe giustamente condannato con
giudizio unanime come nemico della nostra natura.
XXI.
Coloro che disprezzano la verginità corrono un grave
pericolo
1.
Come ho detto, anche se tale accusa non facesse correre
dei pericoli, bisognerebbe abbandonarla: ne ho spiegato
le ragioni. In realtà però il fatto comporta
un grave pericolo: sarà punito non solo "chi
siede parlando male del proprio fratello e sollevando scandali
contro il figlio di sua madre", ma anche chi cerca
di calunniare le cose che sembrano belle a Dio. Ascolta
le parole di un altro profeta, là dove parla di quest'argomento:
"Guai a chi chiama buono il cattivo ed il cattivo buono,
a chi trasforma la tenebra in luce e la luce in tenebra,
il dolce nell'amaro e l'amaro nel dolce". E che cosa
c’è di più dolce, di più bello e di
più risplendente della verginità? Essa emette
degli splendori più luminosi dei raggi del sole,
e mentre ci allontana da tutte le cose materiali, ci mette
in condizione di guardare fissi, con occhi puri, a sole
della giustizia. Queste grida lanciava Isaia contro coloro
che ospitavano in sé tali idee distorte.
2.
Ascolta che cosa dice un altro profeta su coloro che pronunziano
contro altri queste parole pestifere; egli comincia con
la stessa esclamazione: "Guai a chi versa al vicino
una sporca bevanda". La parola "guai" non
è un semplice modo di dire, ma una minaccia che ci
annunzia una punizione indicibile, che non conosce perdono;
nelle Scritture, tale avverbio è usato a proposito
di coloro che non possono sfuggire alla punizione imminente.
3.
E un altro profeta, accusando gli Ebrei, disse da parte
sua: "Avete dato da bere il vino ai santi". Se
chi fa bere il vino ai Nazirei dovrà sopportare una
punizione così grande, chi versa una bevanda sudicia
nelle anime dei semplici di quale punizione non sarà
degno? Se chi elimina una piccola parte dell'ascesi prevista
dalla legge subisce un castigo inesorabile, chi dileggia
tutta quanta la santità, quale condanna subirà?
"Se - dice il Signore - qualcuno scandalizzerà
uno di questi piccoli, sarà meglio per lui attaccarsi
al collo una macina da mulino e gettarsi in mare".
Che cosa potranno dire allora coloro che con queste parole
scandalizzano non solo un piccolo, ma molte persone? Se
chi chiama sciocco il proprio fratello sarà condotto
direttamente al fuoco della Geenna, chi calunnia questo
modo di vita uguale a quello degli angeli quanta ira non
attirerà sul suo capo?
4.
Una volta Miriam parlò contro Mosè non con
il tono che voi usate contro la verginità, ma in
modo molto meno grave ed in termini più moderati.
Non schernì l'uomo, né derise la virtù
di quel beato, che anzi ammirava molto: si limitò
a dire che anche lei godeva dei suoi stessi privilegi. Purtuttavia,
attirò su di sé l'ira divina a tal punto,
che neanche le molte preghiere del presunto offeso valsero
ad ottenere qualcosa per lei: anzi, il suo castigo andò
molto al di là di quello che Mosè stesso aveva
pensato.