Castità
Castità
consacrata
Udienza
Generale — 16 Novembre 1994
La
castità consacrata nell'unione nuziale di Cristo
e della Chiesa
1.
I religiosi, secondo il decreto conciliare «Perfectae
caritatis», «davanti a tutti i fedeli sono un
richiamo di quel mirabile connubio operato da Dio, e che
si manifesterà pienamente nel secolo futuro, per
cui la Chiesa ha Cristo come suo unico sposo» (PC
12). E' in questo connubio che si scopre il valore fondamentale
della verginità o celibato in ordine a Dio. E' per
questa ragione che si parla di «castità consacrata».
La
verità di questo connubio si rivela da non poche
affermazioni del Nuovo Testamento. Ricordiamo che già
il Battista designa Gesù come lo sposo che possiede
la sposa, cioè il popolo che accorre al suo battesimo;
mentre lui, Giovanni, vede se stesso come «l'amico
dello sposo, che è presente e l'ascolta», e
che «esulta di gioia alla voce dello sposo»
(Gv 3,29). E' un'immagine nuziale, che già nell'Antico
Testamento era usata per indicare lo stretto rapporto tra
Dio e Israele: specialmente i profeti, dopo Osea (1,2ss),
se ne servirono per esaltare quel rapporto e per richiamarvi
il popolo se lo tradiva (cf. Is 1,21; Ger 2,2; 3,1; 3,6-12;
Ez 16; 23). Nella seconda parte del libro di Isaia, la restaurazione
di Israele viene presentata come la riconciliazione della
sposa infedele con lo sposo (cf. Is 50,1; 54,5-8; 62,4-5).
La presenza di questa immagine nella religiosità
di Israele appare anche dal Cantico dei cantici e dal Salmo
45, canti nuziali prefigurativi delle nozze col Re-Messia,
come sono stati interpretati dalla tradizione giudaica e
cristiana.
2.
In questo contesto della tradizione del suo popolo, Gesù
si appropria dell'immagine. per dire che lui stesso è
lo sposo preannunciato e atteso: lo sposo-Messia (cf. Mt
9,15; 25,1). Egli insiste su questa analogia e terminologia
anche per spiegare che cos'è il «regno»
che è venuto a portare. «I1 regno dei cieli
è simile a un re che fece un banchetto di nozze per
suo figlio» (Mt 22,2). Egli paragona i suoi discepoli
ai compagni dello sposo, che si rallegrano della sua presenza,
e che digiuneranno quando sarà loro tolto lo sposo
(cf. Mc 2,19-20). Ben nota è pure l'altra parabola
delle dieci vergini che aspettano la venuta dello sposo
per una festa di nozze (cf. Mt 25,1-13); come anche quella
dei servi che devono essere vigilanti per accogliere il
loro padrone quando torna dalle nozze (cf. Lc 12,35-38)
Si può dire che in questo senso e significativo anche
il primo miracolo che Gesù compie a Cana, proprio
per un banchetto di nozze (cf. Gv 2,1-1l).
Definendo
se stesso col titolo di sposo, Gesù ha espresso il
senso del suo ingresso nella storia, dove è venuto
per realizzare le nozze di Dio con l'umanità, secondo
l'annuncio profetico, per stabilire la nuova alleanza di
Jahvé col suo popolo, e riversare nel cuore degli
uomini un nuovo dono di amore divino facendone gustar loro
la gioia. Come sposo invita a rispondere a questo dono di
amore: tutti sono chiamati a rispondere con amore all'amore.
Ad alcuni chiede una risposta più piena, più
forte, più radicale: quella della verginità
o celibato «per il regno dei cieli».
3.
E' noto che anche san Paolo ha accolto e sviluppato l'immagine
di Cristo sposo, suggerita dall'Antico Testamento e fatta
propria da Gesù nella sua predicazione e nella formazione
dei discepoli che avrebbero costituito la prima comunità.
A coloro che sono nel matrimonio l'Apostolo raccomanda di
considerare l'esempio delle nozze messianiche: «Voi,
mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa»
(Ef 5,25). Ma anche al di fuori di questa applicazione speciale
al matrimonio, egli considera la vita cristiana nella prospettiva
di una unione sponsale con Cristo: «Vi ho promessi
a un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a
Cristo» (2Cor 11,2).
E'
una presentazione al Cristo-sposo, che Paolo desiderava
fare per tutti i cristiani. Ma non c'è dubbio che
l'immagine paolina della vergine casta trovi la sua più
integrale attuazione e il suo massimo significato nella
castità consacrata. Il modello più splendido
di tale realizzazione è la Vergine Maria, che ha
accolto in sé il meglio della tradizione sponsale
del suo popolo, non limitandosi alla coscienza della sua
speciale appartenenza a Dio sul piano socio-religioso, ma
portando l'idea della nuzialità di Israele alla donazione
totale della sua anima e del suo corpo «per il regno
dei cieli», in quella sua sublime forma di castità
coscientemente scelta. Per questo il Concilio può
affermare che nella Chiesa la vita consacrata si realizza
in profonda sintonia con la beata Vergine Maria (cf. «Lumen
gentium», 46), la quale è presentata dal magistero
della Chiesa come la «consacrata nel modo più
perfetto» [1] .
4.
Nel mondo cristiano una nuova luce è scaturita dalla
parola di Cristo e dall'esemplare oblazione di Maria, conosciuta
ben presto dalle prime comunità. Il riferimento all'unione
nuziale di Cristo e della Chiesa conferisce allo stesso
matrimonio la sua più alta dignità: in particolare,
il sacramento del Matrimonio fa entrare gli sposi nel mistero
di unione del Cristo e della Chiesa. Ma la professione di
verginità o celibato fa partecipare i consacrati
al mistero di queste nozze in una maniera più diretta.
Mentre l'amore coniugale va al Cristo-sposo mediante un
congiunto umano l'amore verginale va direttamente alla persona
di Cristo tramite una unione immediata con lui, senza intermediari:
uno sposalizio spirituale veramente completo e decisivo.
E' così che nelle persone di coloro che professano
e vivono la castità consacrata la Chiesa realizza
al massimo la sua unione di sposa con Cristo-sposo. Per
questo si deve dire che la vita verginale si trova al cuore
della Chiesa.
5.
Sempre sulla linea della concezione evangelica e cristiana,
si deve aggiungere che questa unione immediata con lo sposo
costituisce un anticipo della vita celeste, che sarà
caratterizzata da una visione o possesso di Dio senza intermediari.
Come dice il Concilio Vaticano II, la castità consacrata
è «un richiamo a quel mirabile connubio, operato
da Dio, che si manifesterà pienamente nel secolo
futuro» (PC 12). Nella Chiesa lo stato di verginità
o celibato ha dunque un significato escatologico, come annuncio
particolarmente espressivo del possesso di Cristo come unico
sposo, quale si effettuerà in pienezza nell'aldilà.
In questo senso si può leggere quella parola annunciata
da Gesù sullo stato di vita che apparterrà
agli eletti dopo la risurrezione dei corpi: essi «non
prendono moglie né marito, e nemmeno possono più
morire, perché sono uguali agli Angeli, e, essendo
figli della risurrezione (= risuscitati), sono figli di
Dio» (Lc 20,35-36). La condizione della castità
consacrata, pur tra le oscurità e le difficoltà
della vita terrena, prelude all'unione con Dio, in Cristo,
che gli eletti avranno nella felicità celeste, quando
la spiritualizzazione dell'uomo risuscitato sarà
perfetta.
6.
Se si considera questa meta dell'unione celeste con il Cristo-sposo,
si comprende la profonda felicità della vita consacrata.
San Paolo accenna a questa felicità, quando dice
che chi non è sposato si preoccupa in tutto delle
cose del Signore e non si trova disunito tra il mondo e
il Signore (cf. 1Cor 7,39-35). Ma si tratta di una felicità
che non esclude e non dispensa affatto dal sacrificio, poiché
il celibato consacrato comporta delle rinunce attraverso
le quali chiama a conformarsi maggiormente a Cristo crocifisso.
San Paolo ricorda espressamente che nel suo amore di sposo
Gesù Cristo ha offerto il suo sacrificio per la santità
della Chiesa (cf. Ef 5,25). Alla luce della croce comprendiamo
che ogni unione al Cristo-sposo è un impegno di amore
al Crocifisso, sicché coloro che professano la castità
consacrata sanno di essere destinati a una partecipazione
più profonda al sacrificio di Cristo per la redenzione
del mondo (cf. RD 8 e 11).
7.
Il carattere permanente dell'unione nuziale di Cristo e
della Chiesa si esprime nel valore definitivo della professione
della castità consacrata nella vita religiosa: «La
consacrazione sarà tanto più perfetta, quanto
per mezzo di più solidi e stabili vincoli è
meglio rappresentato Cristo indissolubilmente unito alla
Chiesa sua sposa» (LG 44). L'indissolubilità
dell'alleanza della Chiesa con Cristo-sposo, partecipata
nell'impegno del dono di sé a Cristo nella vita verginale,
fonda il valore permanente della professione perpetua. Si
può dire che essa è un dono assoluto a colui
che è l'Assoluto. Lo fa capire Gesù stesso
quando dice che «nessuno che ha messo mano all'aratro,
e poi si volge indietro, è adatto per il regno di
Dio» (Lc 9,62). La permanenza, la fedeltà nell'impegno
della vita religiosa si illumina alla luce di questa parola
evangelica.
Con
la testimonianza della loro fedeltà a Cristo, i consacrati
sostengono la fedeltà degli stessi sposi nel matrimonio.
Il compito di dare questo sostegno soggiace alla dichiarazione
di Gesù su coloro che si rendono eunuchi per il regno
dei cieli (cf. Mt 19,10-12): con essa il Maestro vuole mostrare
che l'indissolubilità del matrimonio - che ha appena
enunciato - non è impossibile da osservare, come
insinuavano i discepoli, perché ci sono persone che,
con l'aiuto della grazia, vivono al di fuori del matrimonio
in una continenza perfetta.
Si
vede dunque che, lungi dall'essere opposti l'uno all'altro,
celibato consacrato e matrimonio sono uniti nel disegno
divino. Insieme, essi sono destinati a manifestare meglio
l'unione di Cristo e della Chiesa.
[1]
cf. «Redemptionis donum», 17.