Castità
Castità
consacrata
Di
seguito riportiamo alcuni estratti dell'Enciclica di Pio
XI, Ad
Catholici Sacerdotii,
riguardanti
il tema della castità.
L'intero
documento è consultabile presso il sito del Vaticano
-->
Ad
Catholici Sacerdotii
N.B.
Le parti in grassetto (titoli esclusi)
non fanno parte del testo originale né hanno riferimento
alle opinioni dell'autore del brano, ma sono commenti
e sottolineature grafiche della Redazione di questo
web.
Pio
XI
Enciclica
Ad
Catholici Sacerdotii
(...)
La
castità
Intimamente
congiunta con la pietà, da cui deve ricevere consistenza
e splendore, è l'altra gemma fulgidissima
del sacerdote cattolico, la castità, alla cui perfetta
e totale osservanza i chierici della Chiesa Latina costituiti
negli Ordini maggiori sono tenuti con obbligo sì
grave che, trasgredendolo, sarebbero rei anche di sacrilegio.
Che
se tale legge non vincola in tutto il suo rigore i chierici
delle Chiese orientali, anche tra essi però il celibato
ecclesiastico è in onore e, in certi casi, specialmente
per i supremi gradi gerarchici, è requisito necessario
ed obbligatorio.
Un
certo nesso tra questa virtù e il ministero sacerdotale
si scorge anche solo col lume della ragione: essendo che
" Dio è spirito " (Gv 4,24),
appare conveniente che chi si dedica e si consacra al servizio
di lui, in qualche modo " si spogli del corpo".
Già gli antichi Romani avevano intravisto questa
convenienza; una loro legge così formulata: "
Agli dèi accostati castamente ", viene citata
dal più grande dei loro oratori, aggiungendovi questo
commento: " La legge comanda di accostarsi agli dèi
castamente, cioè con l'anima casta, in cui sta ogni
cosa; non esclude però la castità del corpo,
ma questo si deve intendere così, che, essendo l'anima
di molto superiore al corpo, se si deve conservare la purezza
del corpo, molto più si deve custodire quella dell'anima
". Nell'Antico Testamento, ad Aronne e a' suoi figliuoli
fu comandato da Mosè in nome di Dio di non uscire
dal Tabernacolo e quindi di osservare la continenza nei
sette giorni in cui si compiva la loro consacrazione (cf
Lv 8,33-35).
Ma
al sacerdozio cristiano, tanto superiore all'antico, conveniva
una purezza molto maggiore. Infatti la legge del
celibato ecclesiastico, la cui prima traccia scritta (la
quale evidentemente suppone una prassi più antica)
si riscontra in un canone del Concilio di Elvira
all'inizio del secolo IV, quando ancora fremeva la persecuzione,
non fa che dar forza di obbligazione a una certa, diremmo
quasi, morale esigenza, che sgorga dal Vangelo e dalla predicazione
apostolica. L'alta stima in cui il Divino Maestro
mostrò di avere la castità, esaltandola come
cosa superiore alla comune capacità, il saperlo "
fiore di Madre Vergine " e fin dall'infanzia allevato
nella famiglia verginale di Maria e Giuseppe, il vederlo
prediligere le anime pure, come i due Giovanni, il Battista
e l'Evangelista; l'udire il grande Apostolo Paolo, fedele
interprete della legge evangelica e del pensiero di Cristo,
predicare i pregi inestimabili della verginità, specialmente
in ordine ad un più assiduo servizio di Dio:
" Chi è senza moglie, ha sollecitudine delle
cose del Signore, del compiacere a Dio " (1
Cor 7,32); tutto questo doveva quasi necessariamente far
sì che i sacerdoti della Nuova Alleanza sentissero
il fascino celestiale di questa eletta virtù, cercassero
di essere nel numero di quelli " ai quali è
stato concesso di comprendere questa parola " (cf Mt
19,11), e se ne imponessero spontaneamente l'osservanza,
sancita poi ben presto da gravissima legge ecclesiastica
in tutta la Chiesa Latina: affinché - come asseriva
alla fine del secolo IV il Concilio Cartaginese II - "
anche noi osserviamo quello che gli Apostoli hanno insegnato
e la stessa antichità ha osservato ".
Né
mancano testimonianze anche di illustri Padri Orientali,
che esaltano l'eccellenza del celibato cattolico e che mostrano
esservi stata allora, nei luoghi dove la disciplina era
più severa, consonanza anche su questo punto tra
la Chiesa Latina e l'Orientale. Sant'Epifanio alla fine
dello stesso secolo IV attesta che il celibato già
s'estendeva fino ai suddiaconi: " Colui che ancora
vive nel matrimonio e attende ai figli, anche se sia marito
di una sola donna, non viene tuttavia ammesso (dalla Chiesa)
all'ordine di diacono, di presbitero, di vescovo o di suddiacono,
ma colui soltanto che si sia separato dall'unica sua consorte
o ne sia rimasto vedovo; il che si fa specialmente in quei
luoghi dove i canoni ecclesiastici sono osservati con accuratezza
". Ma eloquente sopra tutti è in questa
materia il Santo Diacono di Edessa e Dottore della Chiesa
universale Efrem Siro, " chiamato meritamente cetra
dello Spirito Santo ". Questi, in un suo carme, rivolgendo
la parola al Vescovo Abramo, suo amico: " Tu
ben rispondi al nome che porti, o Abramo - gli dice - perché
tu pure sei stato fatto padre di molti; ma poiché
tu non hai una sposa, come Abramo ebbe Sara, ecco che la
tua greggia è la tua sposa. Educa i figli di lei
nella tua verità, diventino a te figli di spirito
e figli della promessa affinché sieno eredi nell'Eden.
O frutto splendido della castità, nel quale si è
compiaciuto il sacerdozio... e il corno riboccante del sacro
olio ti unse, la mano sacerdotale si è posata su
di te e ti ha eletto, la Chiesa ti ha scelto e ti ha amato
". E altrove: " Non basta al sacerdote ed al nome
di lui purificare l'anima e far monda la lingua e lavare
le mani e rendere mondo l'intero corpo, mentre offre il
vivo Corpo (di Cristo), ma in ogni tempo egli deve essere
puro, perché è posto quale mediatore tra Dio
ed il genere umano. Sia lode a Colui che ha in tal guisa
voluto mondi i suoi ministri ". E San Giovanni Crisostomo
afferma che " perciò chi esercita il sacerdozio
deve essere così puro come se fosse collocato nei
cieli tra quelle Podestà ".
Del
resto la stessa sublimità, o per usare la frase di
Sant'Epifanio, " l'incredibile onore e dignità
" del sacerdozio cristiano, già brevemente da
Noi esposta, dimostra la somma convenienza del celibato
e della legge che lo impone ai ministri dell'altare: chi
ha un officio in certo modo superiore a quello dei purissimi
spiriti " che stanno al cospetto di Dio " (cf
Tb 12,15), non è forse giusto che debba vivere quanto
è possibile come un puro spirito? Chi tutto deve
essere " in quelle cose che sono del Signore "
(Lc 2,49; 1 Cor 7,32), non è giusto che sia interamente
distaccato dalle cose terrene ed abbia sempre " la
sua conversazione ne' cieli "? (cf Fil 3,20). Chi deve
essere assiduamente sollecito della salute eterna delle
anime e continuare verso di esse l'opera del Redentore,
non è forse giusto che si tenga libero dalle preoccupazioni
di una famiglia, che assorbirebbe gran parte della sua attività?
Ed
è davvero spettacolo degno di commossa ammirazione
quello, pur così frequente nella Chiesa Cattolica,
dei giovani Leviti, che prima di ricevere il sacro Ordine
del Suddiaconato, prima cioè di consacrarsi interamente
al servizio e al culto di Dio, liberamente rinunziano alle
gioie e alle soddisfazioni, che potrebbero onestamente concedersi
in un altro genere di vita! Diciamo " liberamente ",
poiché, se dopo l'ordinazione non saranno più
liberi di contrarre nozze terrene, all'ordinazione stessa
però accedono non costretti da veruna legge o persona,
ma di propria e spontanea volontà.
Non
intendiamo però, che quanto siamo venuti dicendo
in commendazione del celibato ecclesiastico, sia così
interpretato come se volessimo in certo modo biasimare e
quasi redarguire la disciplina diversa, legittimamente ammessa
nella Chiesa Orientale; ma lo diciamo unicamente per esaltare
nel Signore quella verità che riteniamo una delle
glorie più pure del sacerdozio cattolico e Ci pare
risponda meglio ai desideri del Cuore Santissimo di Gesù
e ai suoi disegni sulle anime sacerdotali.
(...)