"VI
SONO ALCUNI CHE NON SI SPOSANO PER IL REGNO DEI CIELI"
"L'angelo
del Signore fu mandato da Dio a una vergine" (Lc
1, 26): così comincia il vangelo di domenica prossima,
festa dell'Immacolata Concezione. Si ha un bel discutere
sul senso e l'origine della parola "vergine",
parthenos; essa sta lì, nella Bibbia, piantata come una
roccia. È vero che il racconto lucano dipende, in questo
punto, dalla profezia di Isaia 7, 14: "Ecco la vergine
concepirà e partorirà un figlio", questo però non
diminuisce, ma accresce il valore del testo evangelico,
mostrandone la lunga preparazione profetica e il radicamento
nella storia della salvezza.
La verginità è il mezzo scelto da Dio per dare un nuovo
inizio al mondo. Come nella prima creazione, anche ora
Dio crea "dal nulla", cioè dal vuoto delle possibilità
umane, senza bisogno di alcun concorso e di alcun appoggio,
ex nihilo sui et subiecti, come si diceva nella Scolastica.
E questo "nulla", questo vuoto, questa assenza
di spiegazioni e di cause naturali, è rappresentato appunto
dalla verginità di Maria. Essa è un segno grandioso che
non si può eliminare senza scompaginare tutto il tessuto
del racconto evangelico e svisarne il significato.
In
questo Avvento, vorrei partire dalla verginità di Maria
per una riflessione serena sulla continenza perfetta
per il regno dei cieli. Oggi si tende a riservare il termine
"vergine" alle donne consacrate, ma per il Nuovo
Testamento esso designa anche quelli "che non si
sono macchiati con donne" (Ap 14,4), dunque anche
gli uomini che scelgono la continenza perfetta. A questo
uso mi attengo anch'io.
Celibato
e verginità sono diventati ai nostri giorni un'istituzione,
oggetto, dentro la Chiesa, di innumerevoli dibattiti,
guardato con sospetto e, talvolta, con commiserazione,
fuori di essa, da parte di molti rappresentanti delle
cosiddette scienze umane. Uno di essi - per citare il
più famoso di tutti, Freud - ha detto che "la nevrosi
sostituisce, nella nostra epoca, il convento nel quale
solevano ritirarsi tutte le persone che la vita aveva
deluso o che si sentivano troppo deboli per affrontarla"1
. La verginità e il celibato sarebbero, secondo lui, l'equivalente
antico della moderna nevrosi!
In
questa atmosfera è molto facile che le parole celibato
e verginità evochino subito l'idea di un problema irrisolto,
di una materia "che scotta", anziché quella
di un impegno liberamente assunto e di un dono di grazia.
Non si vive serenamente il celibato e non se ne sfruttano
tutte le potenzialità spirituali, perché si è frastornati
dal chiasso che c'è intorno ad esso, o magari perché si
pensa che, chissà, un giorno la legislazione a suo riguardo
potrebbe cambiare. Ci fu un momento dopo il concilio di
Trento in cui in alcune aree di Europa si era diffusa
la convinzione che il celibato obbligatorio del clero
sarebbe stato presto abolito; l'attesa servì da pretesto
al vescovo-principe di Salisburgo, Wolf Dietrich von Reitenau,
per portarsi avanti e avere nel frattempo ben undici figli,
come viene a sapere chiunque oggi visita, a Salisburgo,
il castello Mirabell da lui costruito per ospitare la
numerosa famiglia.
È
necessario dunque un rovesciamento di mentalità, e questo
può avvenire soltanto con un rinnovato contatto con le
radici bibliche di questa istituzione. Viviamo ormai in
un contesto sociale in cui, nella difesa della propria
castità, non si può più far leva su protezioni di tipo
esterno, come la separazione dei sessi, un rigoroso filtro
dei contatti con il mondo e tutte le dettagliate precauzioni
con cui le Regole monastiche e il diritto canonico circondavano
l'osservanza di questo voto.
La
facilità delle comunicazioni e degli spostamenti ha creato
una situazione nuova; TV, internet, pubblicità e giornali
ci riversano a fiotti il mondo dentro casa, ce lo cacciano
a forza negli occhi. La custodia della propria castità
è affidata ormai, in massima parte, all'individuo stesso
e non può riposare che su forti convinzioni personali,
attinte dalla parola di Dio. A questo scopo vorrebbero
servire le riflessioni che mi accingo a fare, prescindendo
volutamente da ogni preoccupazione polemica o apologetica.
"Vi
sono alcuni che non si sposano per il regno dei cieli"
La
proposta della continenza perfetta è contenuta nel Vangelo
di Matteo, al capitolo 19: "Gli dissero i discepoli:
Se questa è la condizione dell'uomo rispetto alla donna,
non conviene sposarsi. Egli rispose loro: Non tutti possono
capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi
sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della
madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli
uomini; e vi sono alcuni che si sono fatti eunuchi per
il regno dei cieli. Chi può capire, capisca"
(Mt 19, 10-12).
La
parola eunuco era dura e offensiva a quel tempo, non meno
che per noi oggi. Se Gesù la usa, in questo contesto,
probabilmente è perché i suoi avversari accusavano lui
di essere un eunuco per non essersi sposato, come lo accusavano
di essere un mangione e un beone. Nel riprendere, però,
la parola dagli avversari, egli le conferisce un senso
del tutto nuovo, spirituale non fisico. Così lo ha sempre
compreso la tradizione cristiana, eccetto il noto caso
di Origene che, contrariamente alla sua abitudine di spiegare
tutto spiritualmente, interpretò questo passo alla lettera
e si mutilò, pagando in seguito un caro prezzo per il
suo errore.
Nasce
così un secondo stato di vita nel mondo e questa ne è
la "magna charta". Non esisteva infatti, prima
di Gesù, una condizione di vita paragonabile a questa,
almeno nelle motivazioni, se non nel fatto. Essa non annulla
l'altra possibilità, il matrimonio, ma la relativizza.
Avviene come per l'idea di stato, nell'ambito politico:
esso non è abolito, ma radicalmente relativizzato dalla
rivelazione della contemporanea presenza, nella storia,
di un regno di Dio.
La
continenza perfetta sta di fronte al matrimonio un po'
come il regno di Dio sta di fronte al regno di Cesare:
non lo elimina, ma lo fa apparire in una posizione diversa
da prima. Esso non è più l'unica istanza nel suo campo.
Siccome il regno di Dio è di un ordine di grandezza diverso
dal regno di Cesare, l'uno non ha bisogno di negare l'altro
per sussistere. Allo stesso modo, la continenza volontaria
non ha bisogno che sia rinnegato il matrimonio, per essere
riconosciuta nella sua validità. Essa, anzi, non prende
senso che dalla contemporanea affermazione del matrimonio.
Se il matrimonio fosse qualcosa di negativo, rinunciare
ad esso non sarebbe una scelta libera, ma un obbligo e
nulla più.
La
dimensione profetica della verginità e del celibato
Per
capire questa nuova forma di vita e la sua intima ragion
d'essere, bisogna partire dalla motivazione addotta da
Gesù: "per il regno dei cieli". Il regno di
Dio ha una caratteristica che oggi viene espressa mediante
i due avverbi "già" e "non ancora",
dejà et pas encore, already and not yet, schon und
noch nicht, secondo le varie lingue. Esso è "già"
qui; è venuto, è presente. Il regno dei cieli - proclama
Gesù - è vicino, è in mezzo a voi. Ma, in un altro senso,
il regno dei cieli non è ancora venuto, è in cammino,
ed è per questo che preghiamo: "Venga il tuo Regno".
Poiché
il regno dei cieli è già venuto, poiché con Cristo la
salvezza finale è già operante nel mondo, dunque - ecco
la conseguenza che ci riguarda - è possibile che alcune
persone, chiamate da Dio, scelgano, fin d'ora, di vivere
come si vive nella condizione finale del Regno. E come
si vive nella condizione finale del Regno? Lo dice lo
stesso Gesù nel Vangelo di Luca: "I figli di questo
mondo prendono moglie e prendono marito, ma quelli che
sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione
dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono
più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo
figli della risurrezione, sono figli di Dio"
(Lc 20, 34-36; cf anche Mt 22, 30).
In
ciò risiede propriamente la dimensione profetica della
verginità e del celibato per il Regno. Questa forma di
vita mostra, con la sua semplice esistenza e senza bisogno
di parole, quale sarà la condizione finale dell'uomo,
quella destinata a durare in eterno. Si è tanto discusso,
in passato, se la verginità sia uno stato più perfetto
del matrimonio e, se sì, in che senso. Io credo che essa
non è uno stato ontologicamente più perfetto (ognuno dei
due stati è perfetto per chi vi è chiamato), ma è uno
stato escatologicamente più avanzato, nel senso che è
più simile a quello definitivo, al quale tutti siamo incamminati.
"Voi avete cominciato a essere ciò che noi tutti
un giorno saremo", scriveva san Cipriano alle prime
vergini cristiane"2 .
Una
tale profezia, lungi dall'essere contro gli sposati, è
invece anzitutto per loro, a loro beneficio. Ad essi ricorda
che il matrimonio è santo, è bello, è creato da Dio e
redento da Cristo, è immagine dello sposalizio tra Cristo
e la Chiesa, ma che non è tutto. È una struttura legata
a questo mondo e perciò transitoria. Quando non si potrà
più morire, non ci si dovrà più sposare.
Agli
sposati, la verginità ricorda perciò che non si può fare,
del matrimonio e della famiglia, l'idolo a cui sacrificare
tutto e tutti, una specie di assoluto nella vita. Tutti
sanno quanto è facile fare di un buon matrimonio l'ideale
e lo scopo supremo della vita, misurando dalla sua riuscita
la riuscita stessa dell'esistenza. E siccome il primo
a soffrire di questa indebita assolutizzazione è proprio
il matrimonio, che è come schiacciato da queste attese
sproporzionate, ecco perché dico che la verginità viene
in soccorso degli stessi sposati. Essa libera il matrimonio
e ognuno dei due coniugi dal peso insopportabile di dover
essere il tutto e sostenere le veci di Dio.
La
riserva escatologica, che la verginità pone al matrimonio,
non ne offusca la gioia, ma la preserva anzi dalla disperazione,
perché apre a essa un orizzonte anche dopo la morte. Proprio
perché esiste l'eternità e una Gerusalemme celeste, i
coniugi che si amano sanno che la loro comunione non è
destinata a finire con questo mondo che passa e a dissolversi
nel nulla ma, trasfigurata e spiritualizzata, durerà in
eterno.
Partendo
da questo carattere profetico della verginità e del celibato,
possiamo capire quanto sia ambigua e falsa la tesi secondo
cui questo stato sarebbe contro natura e impedirebbe all'uomo
e alla donna di essere pienamente se stessi, cioè uomo
o donna. Il dubbio pesa terribilmente sull'animo dei giovani
ed è uno dei motivi che più li distoglie dal rispondere
alla vocazione. Non si è tenuto sempre conto che, essendosi
la psicologia moderna costituita sulla base di una visione
materialistica e atea dell'uomo, quello che essa dice,
in questo campo, può avere un certo peso per chi non crede
nell'esistenza di Dio e di una vita dopo morte, mentre
non ne ha alcuno per chi ha una visione di fede, o semplicemente
spiritualista, dell'uomo.
All'amico
Jacques Rivière, convinto che scegliere la castità fosse
un tagliarsi fuori dalla corrente della vera vita, Paul
Claudel rispose con queste illuminanti parole: "Noi
viviamo ancora nel vecchio pregiudizio romantico che la
felicità suprema, il grande interesse, l'unico romanzo
dell'esistenza, consistono nei nostri rapporti con la
donna e nelle soddisfazioni dei sensi che ne ricaviamo.
Si dimentica solo una cosa: che l'anima e lo spirito sono
realtà altrettanto forti, altrettanto esigenti che la
carne - lo sono ben di più! - e che, se accordiamo a quest'ultima
tutto ciò che essa chiede, è a detrimento di altre gioie,
di altre regioni meravigliose, che ci resteranno precluse
per sempre. Svuotiamo un bicchiere di cattivo vino in
una bettola o in un salotto [qui affiora il poeta] e ci
dimentichiamo di questo mare verginale che altri contemplano
al levarsi del sole" 3.
La
verginità e il celibato non rinnegano la natura, ma soltanto
la realizzano a un livello più profondo. Per sapere cos'è
l'uomo e cosa è "naturale" per lui, il pensiero
umano (specie quello influenzato dalla filosofia greca)
si è sempre basato sull'analisi della sua natura, intendendo
per natura - secondo il significato etimologico di questa
parola - ciò che l'uomo è per nascita: un animale
che ragiona, animal rationale.
La
Bibbia si basa invece sul concetto di vocazione: l'uomo
non è solo ciò che è determinato ad essere dalla sua nascita,
ma anche ciò che è chiamato a divenire con l'esercizio
della sua libertà, nell'obbedienza a Dio. L'uomo perfetto
è Gesù risorto, "l'Adamo ultimo" (cf 1 Cor 15,
45-47), dicevano i Padri della Chiesa. Più un uomo si
avvicina a questo modello di umanità, più è lui stesso
veramente e pienamente uomo.
Se
non ci fosse che la natura, non ci sarebbe un motivo valido
per opporsi alle tendenze e agli impulsi naturali, ma
c'è anche la vocazione. In un certo senso, potremmo dire
perciò che lo stato più "naturale" dell'uomo
è proprio la verginità, perché noi non siamo "chiamati"
a vivere in un eterno rapporto di coppia, ma a vivere
in un eterno rapporto con Dio. È quello che riconosce
lo stesso Goethe nei celebri versi finali del suo Faust,
riferendosi proprio all'amore terreno tra Faust e Margherita:
"Tutto ciò che passa / non è che un simbolo; / solo
in cielo l'irraggiungibile / diventa realtà 4.
La
dimensione missionaria del celibato e della verginità
Questa
è la prima motivazione della verginità e del celibato,
derivante dal fatto che il Regno è "già" venuto.
Il regno di Dio, però, in un altro senso, dicevamo, "non
è ancora" venuto, ma è in cammino. Deve venire in
intensità all'interno della Chiesa e delle anime e deve
venire in estensione, fino ad arrivare ai confini del
mondo.
Ed
ecco la motivazione che scaturisce da ciò. Poiché il regno
di Dio non è ancora venuto, ma è in cammino, occorrono
uomini e donne che, a tempo pieno e a cuore pieno, si
dedichino alla venuta di questo Regno. Siamo così alla
dimensione missionaria, o apostolica, della verginità
e del celibato. Essa non riguarda soltanto i consacrati
che di fatto vanno in terre lontane ad annunciare il Vangelo,
ma tutti i vergini e le vergini. La Chiesa lo ha riconosciuto,
proclamando una claustrale, santa Teresa di Gesù Bambino,
compatrona delle missioni.
È
difficile immaginare come sarebbe oggi il volto della
Chiesa, se non ci fosse stata lungo i secoli questa schiera
di uomini e di donne che hanno rinunciato a "casa,
moglie e figli", per il regno dei cieli (cf Lc 18,
29). L'annuncio del Vangelo e la missione hanno riposato
in gran parte sulle loro spalle. All'interno della cristianità,
essi hanno fatto avanzare la conoscenza della parola di
Dio coltivando gli studi; hanno aperto vie nuove al pensiero
e alla spiritualità cristiani; all'esterno, hanno portato
l'annuncio del Regno ai popoli lontani. Sono essi che
hanno fatto sorgere quasi tutte le istituzioni caritative
che hanno tanto arricchito la Chiesa e il mondo.
Da
quanto si è detto, appare che la verginità non significa
sterilità, ma, al contrario, fecondità massima, s'intende
su un piano diverso da quello fisico. La prima volta che
la verginità compare nella storia della salvezza, è associata
alla nascita di un bambino: "Ecco, la vergine concepirà
e partorirà un figlio..." (Is 7, 14). La tradizione
ha colto questo legame, associando costantemente il titolo
di vergine a quello di madre. Maria è la vergine madre;
la Chiesa è vergine e madre. "Uno è il Padre di tutti
- scrive Clemente Alessandrino - uno anche il Verbo di
tutti, uno e identico è lo Spirito Santo e una sola è
la vergine madre: così io amo chiamare la Chiesa"
5. Infine, ogni anima, e in particolare ogni
anima consacrata, è vergine e madre: "Ogni anima
credente, sposa del Verbo di Dio, madre, figlia e sorella
di Cristo, viene ritenuta, a suo modo, vergine e feconda"6
.
Si
tratta, dicevo, di una fecondità diversa, spirituale,
non carnale; ma siccome l'uomo è anche spirito, e non
solo carne, si tratta di una fecondità anch'essa squisitamente
umana. È lo stesso tipo di fecondità che permetteva a
san Paolo di dire, rivolto ai cristiani da lui istruiti
nella fede: "Sono io che vi ho generati in Cristo
Gesù" (1 Cor 4, 15) e ancora: "Figlioli miei
che io di nuovo partorisco nel dolore" (Gal 4, 19).
Lo
sa bene il popolo cristiano che, in ogni cultura, ha spontaneamente
attribuito ai vergini il titolo di padre e alle vergini
il titolo di madre. Quanti missionari e quanti fondatori
di opere sono ricordati semplicemente come "il Padre"
e quante donne, semplicemente come "la Madre".
Esempi recenti: Padre Pio da Pietrelcina e Madre Teresa
di Calcutta. (Anche dopo la sua canonizzazione, si stenta
ad abbandonare il titolo di Padre Pio per quello di San
Pio, e così avverrà probabilmente anche per Madre Teresa).
Tante
crisi affettive nella vita dei sacerdoti, con le conseguenze
disastrose che tutti conosciamo, dipendono, penso, dall'assenza
di queste esperienze forti di paternità spirituale, dall'"impotenza"
a generare figli nella fede, mediante l'annuncio del Vangelo.
Oggigiorno
si parla molto della "qualità della vita". Si
dice che la cosa più importante non è aumentare la quantità
della vita sul nostro pianeta, ma elevarne la qualità.
Ma esiste anche una qualità spirituale della vita ed è
la più importante perché riguarda l'anima dell'uomo, ciò
che di lui resta in eterno. I vergini per il Regno sono
chiamati a spendersi per elevare questa qualità spirituale
della vita, senza contare che gli stessi hanno lavorato
e lavorano per elevare anche la qualità igienica, sanitaria,
sociale e culturale della vita.
San
Gregorio Nazianzeno ha creato un verso stupendo a lode
della verginità. Quando lo lessi, pensai, sulle prime,
che si trattasse di un'espressione un po' enfatica. Esso
infatti viene a dire che la verginità ha un modello più
alto della Chiesa, più alto perfino di Maria: la Trinità!
"La prima vergine - dice - è la Santa Trinità"
7. Ma ho dovuto costatare, ancora una volta,
riflettendoci meglio, che i Padri non dicono mai nulla
senza una ragione oggettiva e profonda. Sì, la "prima
vergine" è davvero la Santa Trinità e non solo perché
verginale è la generazione eterna del Verbo dal Padre,
ma anche perché la Trinità ha creato l'universo da sola,
senza concorso di alcun altro principio, fosse pure quello
di una "materia preesistente" come pensavano
i greci e gli gnostici. Ha creato dal nulla, verginalmente.
In
ogni generazione di tipo sessuale c'è un elemento di egoismo
e di concupiscenza. L'uomo e la donna, nel generare un
figlio, fanno dono, ma anche "si fanno" dono;
realizzano, ma anche "si realizzano", avendo
bisogno dell'incontro con l'altro per completarsi e arricchirsi.
Ma la Trinità, quando crea, realizza, non "si realizza",
essendo già in se stessa perfettamente felice e completa.
"Hai dato origine all'universo - dice la Preghiera
eucaristica IV - per effondere il tuo amore su tutte le
creature e allietarle con gli splendori della tua luce".
Si
rimprovera talvolta alla Chiesa cattolica di aver dato
un'interpretazione troppo estesa alla parola di Gesù sul
celibato per il Regno, imponendolo a tutti i suoi preti.
Ora è vero che Gesù non impose la scelta del celibato,
ma neppure la Chiesa la impone, né tanto meno impedisce
ad alcuno di sposarsi. La Chiesa cattolica ha solo stabilito
questo come uno dei requisiti per quelli che desiderano
esercitare il ministero sacerdotale, che resta una scelta
libera. È lo stesso identico principio, in base al quale
la Chiesa ortodossa riserva l'episcopato ai non sposati.
Tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa la differenza
è solo nell'estensione dell'applicazione, non nel principio.
A
me pare che sia molto più seria la mancanza per difetto
di quelle Chiese cristiane che si propongono di predicare
il "pieno Vangelo", ma mancano di qualsiasi
forma di realizzazione di questa proposta evangelica del
celibato per il Regno, come pure di quella di vendere
tutto per seguire Cristo in povertà volontaria. Sono stato
per oltre dieci anni membro della delegazione cattolica
per il dialogo con le chiese pentecostali. Visto il clima
sereno e di amicizia che c'era tra noi, ho potuto una
volta permettermi una battuta nei loro confronti. "Voi
-ho detto loro sorridendo- non fate che parlare di Full
Gospel, del "pieno vangelo" da voi predicato;
a me sembra che il vostro Vangelo è, sì, pieno, ma pieno
di… buchi, full of holes".
Non
essendo di origine divina, la legge del celibato obbligatorio
dei preti può certamente essere cambiata dalla Chiesa,
se a un certo punto lo ritiene necessario (mi astengo
dal discutere questo aspetto del problema, non essendo
questo il luogo per farlo), ma nessuno può negare onestamente
che, nonostante tutti gli inconvenienti e le defezioni,
esso abbia favorito enormemente la causa del Regno e della
santità e sia anche oggi un segno efficacissimo del Regno
in mezzo al popolo cristiano.
La
Vergine Maria
Torniamo
con il pensiero alla Vergine Maria da cui siamo partiti.
In Maria appare, in tutto il suo fulgore, la motivazione
biblica della verginità, espressa dalle parole: "per
il regno dei cieli". Ella è stata scelta; il Regno
si è impadronito di lei; l'ha "requisita" e
lei si è lasciata requisire (Geremia direbbe: si è lasciata
"sedurre").
Maria
ha corrisposto perfettamente, con fede assoluta, alla
chiamata alla verginità; ne ha accettato, senza discutere
e gioiosamente, tutte le conseguenze, dicendo: "Eccomi!"
e divenendo, così, modello per tutta l'innumerevole schiera
di giovani e di ragazze che, lungo i secoli, avrebbero
ricevuto in sorte la sua stessa chiamata a essere "vergini
e madri", "vergini e padri".
San
Gregorio Nisseno mette in luce la profonda affinità che
esiste tra Maria e ogni vergine cristiana e che si fonda
su un analogo rapporto con Cristo: "Quello - scrive
- che si verificò fisicamente in Maria immacolata, quando
la pienezza della divinità risplendette in Cristo attraverso
la verginità, si ripete anche in ogni anima che resta
vergine seguendo la ragione, anche se il Signore non si
fa presente in essa materialmente" 8.
Maria
non è solo modello, ma anche "avvocata" e difesa
dei vergini. Non si limita ad additare loro la via della
verginità, ma li aiuta anche a percorrerla con la sua
intercessione e vigile custodia. San Basilio scrive: "Come
i corpi limpidi e trasparenti, quando un raggio li colpisce,
diventano essi stessi splendenti e riflettono un altro
raggio, così le anime pneumatofore, illuminate dallo Spirito,
diventano esse stesse pienamente spirituali e rinviano
sugli altri la grazia" 9. Maria è, per
eccellenza, l'anima "pneumatofora", portatrice
dello Spirito, è il corpo luminoso che riflette sugli
altri la luce. Lo stesso Lutero ha dovuto scrivere di
lei: "Nessuna immagine di donna dà all'uomo pensieri
così puri come questa vergine"10. Per
questo una costante attenzione e devozione a Maria è tra
i mezzi più efficaci per vivere bene e serenamente il
celibato e la verginità per il regno.
Dopo
il titolo di Theotókos, di Genitrice di Dio, quello di
Aeiparthenos, "Semprevergine", è il titolo con
cui Maria è più spesso invocata nella liturgia, sia latina
che ortodossa. Quest'ultima non si stanca di salutarla,
nel suo inno mariano più bello, l'Akáthistos, con il titolo
di "vergine sposa": "Ave, di vergini madre
e nutrice. Ave, che anime porti allo Sposo. Ave, vergine
sposa". E anche noi la salutiamo così: "Ave,
Vergine Sposa".
_____________________________
1 S.
FREUD, Cinque conferenze sulla psicoanalisi, 1909,
in Opere, VI, Boringhieri, Torino 1974, pp. 129-173.
2
S. CIPRIANO, Sulle Vergini,