Castità
Consacrata
IL
CELIBATO ECCLESIASTICO
IV - I
fondamenti teologici della disciplina del celibato
Nella
discussione odierna sul celibato si insiste sempre di più
sulla necessità di un approfondimento teologico del
sacerdozio, per poter dedurre e valutare anche l'aspetto
unicamente vero e completo della teologia del celibato nella
Chiesa Cattolica Latina.
Per
questo motivo ci rimane ancora il compito attuale ed importante
di esaminare le componenti teologiche sia del sacerdozio
del NT come anche, partendo da queste, del celibato dei
ministri sacri. Entrambi hanno le loro radici nella Sacra
Scrittura che è fonte principale della teologia cattolica
e poi nella tradizione della Chiesa che svela ed interpreta
le testimonianze scritturistiche.
Il
sacerdozio di Gesù Cristo è un profondo mistero
della nostra fede. Per comprenderlo, I'uomo deve aprirsi
ad una visione soprannaturale e sottomettere la ragione
umana ad un modo di pensare trascendente. In tempi di viva
fede, che non solo anima ed orienta il singolo fedele ma
permea e forma anche la vita di tutta la comunità
credente, il Cristo-Sacerdote costituisce nella coscienza
di tutti il centro vivo della vita di fede personale e comunitaria.
In
tempi di decadenza del senso di fede la figura di Cristo-Sacerdote
svanisce e scompare sempre di più dalla coscienza
degli uomini e del mondo e non sta più nel centro
della vita cristiana.
Questa
immagine di Cristo-Sacerdote nella coscienza dell'uomo segue
sempre il sacerdote di Cristo. Nei tempi di viva fede non
torna difficile al sacerdote il riconoscersi in Cristo,
identificarsi con lui, vedere e vivere l'essenza del proprio
sacerdozio in intima unione con quello di Cristo-Sacerdote,
vedere in lui "l'unica sorgente" e "il modello
insostituibile" del proprio sacerdozio.
In
un'atmosfera di razionalismo, che rimuove sempre più
dalla mente dell'uomo il soprannaturale, in un tempo di
materialismo che fa svanire sempre più lo spirituale,
diventa sempre più difficile per il sacerdote resistere
in quest'atmosfera di secolarizzazione ad una siffatta mentalità.
L'identità trascendente e spirituale del suo sacerdozio
si vela sempre di più e si spegne se egli non si
sforza coscientemente di approfondirla e di tenerla viva
in un'intima unione di vita con Cristo.
Questa
situazione critica rende più che mai indispensabile
per il sacerdote l'aiuto di una ascetica e di una mistica
che tengano conto di tale situazione e che si scoprano in
tempo i pericoli che minacciano il suo sacerdozio e che
gli si mostrino le necessità e gli si forniscano
i mezzi che la sua esistenza sacerdotale richiede.
L'attuale
crisi di identità del sacerdozio cattolico si manifesta
in tutta la sua chiarezza attraverso la rinuncia di migliaia
di sacerdoti al loro ministero, attraverso una profonda
secolarizzazione di molti altri che rimangono in servizio
formale ed ancora attraverso la penuria di vocazioni causata
dal rifiuto di seguire la chiamata. In questa situazione
vi è un fondamentale bisogno di una nuova pastorale
sacerdotale che tenga conto delle condizioni concrete e
dei bisogni attuali, che risponda in una parola al "contesto
del presente".
1.
Il rapporto sacerdotale con Cristo
Basandosi
su tutta la tradizione, occorre far brillare in una nuova
luce l'essenza del sacerdozio cattolico. Il concilio di
Trento, in una crisi simile, ha creato, attraverso la definizione
dei sacramenti dell'ordine e dell'eucaristia, i presupposti
di una mistica del sacerdote riportandola alla mistica di
Cristo. Un J.M. Scheeben, di fronte al razionalismo teologico
del secolo passato, ha spiegato in modo approfondito che
l'ordinazione crea una elevazione di chi la riceve in una
unione organica soprannaturale con Cristo e che il carattere
che l'ordine sacro imprime per sempre rende l'ordinato partecipe
di una nuova elevazione ad organo delle funzioni sacerdotali
di Cristo.
In
tempi recentissimi, soprattutto dal Concilio Vaticano II
in poi, questo rapporto del sacerdote con Cristo è
stato collocato sempre più verso il centro dell'essenza
del sacerdozio e si sono così potuti approfondire
ed ampliare i pronunciamenti biblici e le dottrine teologiche
e canonistiche del passato sull'unione e la conformità
tra Cristo e il sacerdote. Così ha acquistato nuova
luce, teologicamente illustrato, l'assioma tradizionale
sacerdos alter Christus.
Se
san Paolo scrive ai Corinzi (1 Cor 4,1): "Così
l'uomo ci consideri ministri di Cristo e dispensatori dei
misteri di Dio" oppure (2 Cor 5,20): "Noi dunque
fungiamo da ambasciatori di Cristo, come se Dio stesso esortasse
per mezzo nostro; vi supplichiamo in nome di Cristo: riconciliatevi
con Dio", ciò si può considerare una
motivazione autenticamente biblica dell'identificazione
del sacerdote con Cristo.
Nel
Concilio Vaticano II si esprime continuamente la stessa
idea: "I vescovi, in modo eminente e visibile, sostengono
le parti dello stesso Cristo Maestro, Pastore e Pontefice
e agiscono in sua persona" (LG n. 21 con nota 22 ove
si documenta la rispettiva dottrina della Chiesa antica).
I sacerdoti a loro congiunti sono partecipi dell'ufficio
dell'unico Mediatore Cristo ed esercitano il loro sacro
ministero nel culto eucaristico agendo in persona di Cristo
(LG n. 28 con nota 67; CD n. 28). Attraverso il sacramento
dell'ordine e il carattere che esso imprime, vengono configurati
con Cristo ed agiscono in suo nome (PO 2, 6, 12; OT 8; SC
7).
Dopo
il Concilio si moltiplicano siffatte espressioni anche da
parte della Curia Romana. La Congregazione per l'Educazione
Cattolica, nelle norme fondamentali per la formazione dei
sacerdoti dell'anno 1970, ha esplicitamente sottolineato
con l'affermazione di principio che il sacerdote diventa,
per mezzo dell'ordine sacro, un "alter Christus".
E il nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983 dice nel
canone 1008: "Con il sacramento dell'ordine ed il carattere
indelebile con cui vengono segnati coloro che lo ricevono,
i ministri della Chiesa vengono consacrati e destinati ad
adempiere, ognuno nel suo grado, i compiti di insegnare,
santificare, e governare in persona Christi e di pascere
così il popolo di Dio".
Ma
in modo più intenso si è occupato del sacerdozio
e dei sacerdoti il Pontefice regnante, Giovanni Paolo II,
sin dall'inizio del suo pontificato. Per il Giovedì
Santo di ogni anno, già dal 1979, egli indirizza
un proprio messaggio ai sacerdoti. Ripetutamente si vale
di ogni occasione: delle udienze, discorsi e soprattutto
delle frequenti ordinazioni sacerdotali per mettere nella
giusta luce teologica, pastorale, attuale la natura e l'essenza
del sacerdozio cattolico e approfondire il suo significato.
Il
più importante atto d'ufficio di questo Pontefice
per il sacerdozio è costituito senza dubbio dalla
convocazione e l'attuazione dell'ottavo Sinodo dei Vescovi,
che ha avuto per oggetto la formazione dei sacerdoti. Un
punto centrale delle discussioni dei Padri Sinodali era
senza dubbio il concetto giusto ed attuale dell'identità
del sacerdote nel mondo di oggi e in relazione con la grave
crisi nella quale si agita oggi il sacerdote. Riassunto
e coronamento di questi approfonditi lavori è l'Esortazione
Apostolica post-sinodale, apparsa il 25 marzo del 1992,
sotto il titolo "Pastores dabo vobis" circa la
formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali.
Nel
secondo capitolo di questa Esortazione Apostolica il Sommo
Pontefice tratta "della natura e missione del sacerdozio
ministeriale" e informa espressamente che gli interventi
dei Padri Sinodali "hanno manifestato la coscienza
del legame ontologico specifico che unisce il sacerdote
a Cristo, Sommo Sacerdote e Buon Pastore" (n. 11).
Il Papa conclude questa esposizione con l'affermazione veramente
classica: "Il presbitero trova la verità piena
della sua identità nell'essere una derivazione, una
partecipazione specifica ed una continuazione di Cristo
stesso, sommo e unico sacerdote della nuova ed eterna Alleanza;
egli è un'immagine viva e trasparente di Cristo sacerdote.
Il sacerdozio di Cristo, espressione della sua assoluta
"novità", nella storia della salvezza,
costituisce la fonte unica e il paradigma insostituibile
del sacerdozio del cristiano e, in specie, del presbitero.
Il riferimento a Cristo è allora la chiave assolutamente
necessaria per la comprensione delle realtà sacerdotali"
(n. 12 alla fine).
Basandoci
su questa affinità naturale tra Cristo e il suo sacerdote,
non ci sarà difficile individuare anche la teologia
del celibato sacerdotale. Giovanni Paolo II stesso ce ne
dà nuovamente la chiave:
"È
particolarmente importante che il sacerdote comprenda la
motivazione teologica della legge ecclesiastica sul celibato.
In quanto legge, esprime la volontà della Chiesa,
prima ancora che la volontà del soggetto espressa
dalla sua disponibilità. Ma la volontà della
Chiesa trova la sua ultima motivazione nel legame che il
celibato ha con l'Ordinazione sacra, che configura il sacerdote
a Gesù Cristo Capo e Sposo della Chiesa. La Chiesa,
come Sposa di Gesù Cristo, vuole essere amata dal
sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui Gesù
Cristo e Sposo l'ha amata. Il celibato sacerdotale, allora,
è dono di sé in e con Cristo alla sua Chiesa
ed esprime il servizio del sacerdote alla Chiesa in e con
il Signore" (n. 29 verso la fine).
2.
Fondamento storico dottrinale
Anche
qui uno sguardo retrospettivo alla tradizione della Chiesa
può informare sullo sviluppo di questa teologia.
Ciò che si può dire sinteticamente su questo
aspetto è in parte già stato detto analizzando
le testimonianze della Chiesa primitiva sulla continenza
dei ministri sacri. Seguire i riferimenti alla Sacra Scrittura
e alla interpretazione di essa in queste testimonianze della
storia del celibato è certamente un aiuto che si
può dare all'argomentazione teologica da parte dei
Padri Sinodali e del Santo Padre, poiché nella Esortazione
Apostolica abbondano i richiami alla Sacra Scrittura. La
visione scritturistica del celibato acquista del resto sempre
maggior importanza anche nella letteratura recente in materia.
Già
nella prima logge scritta, a noi nota, nel can. 33 di Elvira
sono tenuti alla continenza i chierici positi in ministerio
quelli cioè che servono all'altare. Anche i canoni
Africani parlano continuamente di quelli che servono all'altare
e toccano i sacramenti e sono addetti al loro servizio,
coloro che, a causa della loro consacrazione ricevuta, sono
obbligati alla castità, la quale a sua volta assicura
l'efficacia della preghiera impetratoria presso Dio.
Importanti
ed istruttivi sono a questo riguardo soprattutto i documenti
Pontifici che trattano della continenza celibataria. Continuamente
vengono affrontate due obiezioni attinte alla Sacra Scrittura
e che vengono confutate. La prima è la norma che
dà san Paolo a Timoteo (1 Tm 3,2 e 3,12) e a Tito
(1,6): i candidati devono essere, se sposati, solo unius
uxoris viri, ossia sposati una sola volta e per di più
con una vergine. Sia Papa Siricio come anche Innocenzo I
insistono ripetutamente che questo non vuol dire che essi
possono vivere anche d'ora innanzi nel desiderio di generare
figli, ma, al contrario, che ciò è stato stabilito
propter continentiam futuram, a causa della continenza da
osservare in seguito.
Questa
interpretazione ufficiale del noto brano della Sacra Scrittura,
fatta dai Sommi Pontefici, la quale veniva assunta anche
dai Concili, afferma che colui che aveva bisogno di risposarsi
dimostrava con ciò che non poteva vivere la continenza
richiesta ai sacri ministri e perciò non poteva essere
ordinato. Così questa norma della Sacra Scrittura,
anziché una prova contro la continenza celibataria,
diventa una prova a suo favore, per di più già
richiesta dagli apostoli. Tale interpretazione rimane viva
anche in seguito. Così ancora la Glossa Ordinaria
al Decreto di Graziano, ossia il commento comunemente accettato
per questo brano del testo (Principio della Dist. 26), spiega
che esistono quattro ragioni perché un bigamo non
può essere ordinato. Dopo tre ragioni piuttosto spirituali,
la quarta, pratica, dice: perché sarebbe un segno
di incontinenza se uno da una moglie è passato ad
un'altra. E il grande ed autorevolissimo Decretalista Hostiensis
(il Card. Decano Enrico da Susa) spiega nel suo commento
alle Decretali di Gregorio IX (X, I, 21, 3 alla parola alienum):
la terza ragione delle quattro di questo divieto è:
"Perché si deve temere (in questo caso) l'incontinenza".
Che
questa interpretazione di untus uxoris vir era accettata
anche in Oriente dimostra anche lo storico della Chiesa
primitiva Eusebio di Cesarea, che si deve ritenere ben informato
e che, come abbiamo già detto, era presente al Concilio
di Nicea e quale amico degli ariani avrebbe dovuto prendere
piuttosto la difesa dell'uso del matrimonio dei preti prima
sposati. Ma egli dice espressamente che, paragonando il
sacerdote dell'Antico Testamento con quello del Nuovo, si
confronta la generazione corporale con quella spirituale
e in questo consiste il senso dell'unius uxoris vir cioè
che coloro i quali si sono consacrati e dedicati al servizio
e culto divino devono astenersi convenientemente, in seguito,
dal rapporto sessuale con la moglie.
Questo
divieto dell'apostolo, che nessun bigamo doveva essere ammesso
agli ordini sacri, è stato osservato assai severamente
attraverso tutti i secoli e si trova tra le irregolarità
per l'ordine ancora nel Codice del Diritto Canonico del
1917 (can. 984, 4°). Nella canonistica classica si riteneva
che la dispensa da questo divieto non era possibile neanche
da parte del Sommo Pontefice, perché neanche egli
potrebbe dispensare contra apostolum, vale a dire contro
la Sacra Scrittura.
Da
notare che anche la legislazione celibataria Trullana nel
suo can. 3 mantiene in vigore questa proibizione per sacerdoti,
diaconi e suddiaconi che cioè i candidati a questi
ordini non potevano essere sposati con una vedova ossia
con chi era già stata sposata una volta. Si voleva
solo, dicono i Padri Trullani, mitigare la severità
della Chiesa Romana in questo punto, concedendo a coloro
che avevano peccato contro il divieto della bigamia la possibilità
del ravvedimento e della penitenza. Se fino ad un certo
termine dopo il Sinodo avessero rinunciato a questo matrimonio,
avrebbero potuto rimanere nel ministero. L'illogicità
di questa disposizione del can. 3, paragonato con il can.
13 che permette ai sacerdoti e diaconi l'uso del matrimonio
contratto prima dell'ordinazione, si spiega solo con il
fatto che questo divieto apostolico era profondamente ancorato
anche nella tradizione Orientale, ma senza rendersi più
conto del suo vero senso originale. Da ciò deriva
un'altra prova tacita per questo autentico significato originale
quale garanzia della continenza completa dopo l'ordinazione
come era rimasto vivo nella Chiesa Occidentale, sempre accettato
quale osservanza fedele da parte di Roma.
In
questo contesto conviene far menzione ancora di altri due
testi della Sacra Scrittura, i quali non si trovano esplicitamente
nelle testimonianze antiche, il secondo dei quali viene
invocato oggi contro la continenza dogli stessi apostoli.
Tra
le qualità che san Paolo esige nel ministro della
Chiesa si richiede anche che debba essere ejgkrathvi; ossia
continens. Questo termine significa la continenza sessuale
come risulta dal testo parallelo nel quale san Paolo chiede
ai fedeli in genere la necessaria continenza o astinenza
dogli sposati per la preghiera e da tutti i testi posteriori
greci circa il celibato, raccolti per esempio nella raccolta
ufficiale del Pedalion.
Il
secondo testo della Sacra Scrittura si trova in 1 Cor 9,5
dove san Paolo afferma che anche lui avrebbe il diritto
di avere con sé una donna come gli altri apostoli,
i fratelli del Signore e Cepha. Molti interpretano questa
"donna" per la "sposa" degli apostoli,
ciò che per Pietro potrebbe essere anche vero. Ma
bisogna tenere ben conto del fatto che il testo originale
greco parla non semplicemente di una "gunai~ka"
che potrebbe essere benissimo anche la moglie. Ma certamente
non senza intenzione san Paolo aggiunge la parola "ajdelfhvn"
ossia donna "sorella" per escludere ogni malintesa
confusione con una moglie.
Ci
convinceremo facilmente di questa rettificazione se consideriamo
che in seguito tutti i più importanti testimoni della
continenza dei ministri sacri ci dicono continuamente che,
quando si parla della sposa di tali ministri nel contesto
della conseguente continenza sessuale, si usa sempre la
parola "soror", sorella, così come in genere
il rapporto tra gli sposi dopo l'ordinazione del marito
è visto sotto quello di fratello e sorella. Così
dice san Gregorio Magno: "Il sacerdote dal tempo della
sua ordinazione amerà la sua sacerdotessa (ossia
la sua sposa) come una sorella". Il Concilio di Gerona
(a. 517) decide che "se sono stati ordinati coloro
che prima erano sposati, non devono vivere insieme con quella
che da sposa è diventata sorella". Ed il Concilio
II di Auvergne (a. 535) dispone a sua volta: "Se un
sacerdote o un diacono ha ricevuto l'ordine al servizio
divino diventa subito da marito fratello di sua moglie".
Questo uso delle parole si trova in molti testi patristici
e conciliari.
3.
L'insegnamento dell'Antico Testamento
È
necessario che ci dedichiamo ora ad un altro argomento che
si invoca spesso contro la continenza dei ministri nei primi
secoli. Ci si appella cioè - come già riportato
diverse volte in vari contesti - all'Antico Testamento,
nel quale come si sa è stato lecito anzi doveroso
vivere il pieno uso matrimoniale durante il tempo in cui
sacerdoti e leviti vivevano a casa loro, liberi dal servizio
nel Tempio. Si è soliti dare sempre una doppia risposta
a questa obiezione. Anzitutto si dice che il sacerdozio
vetero-testamentario era affidato ad una tribù la
quale doveva essere conservata e ciò rendeva necessario
il matrimonio. Il sacerdozio del Nuovo Testamento invece
è configurato senza successione di sangue e perciò
senza discendenza familiare.
Si
aggiunge un secondo argomento a favore della differenza,
che è ancora più importante e viene sempre
ripetuto: i sacerdoti dell'Antico Testamento avevano un
servizio del Tempio limitato nel tempo, mentre i sacerdoti
del Nuovo Testamento hanno un servizio ininterrotto, il
quale perciò ha esteso l'obbligo temporaneo della
continenza e della purezza ad una osservanza illimitata
e continua. La spiegazione persuasiva che si adduce a questo
scopo la si trova nel passo di san Paolo ai Corinzi (1 Cor
7,5) nel quale l'apostolo consiglia agli sposi "di
non privarsi l'uno dell'altra se non di comune accordo per
un tempo determinato per attendere alla preghiera".
I sacerdoti del Nuovo Testamento invece devono pregare in
continuità e dedicarsi ad un servizio giornaliero
ininterrotto nel quale, attraverso le loro mani, viene data
la grazia del battesimo e offerto il Corpo di Cristo. La
Scrittura Sacra li ammaestra ad essere in tutto questo servizio
del tutto puri, e i Padri comandavano di conservare l'astinenza
del corpo.
Gli
stessi documenti danno pero ancora un'altra motivazione
che è di ordine pastorale: come può un sacerdote
predicare ad una vedova o vergine continenza e illibatezza
se egli stesso dà maggior valore a generare figli
al mondo anziché a Dio? Così l'obiezione contro
si trasforma in un argomento a favore della continenza ministeriale.
Da
tutte queste considerazioni si può trarre una immagine
del sacerdote del NT modellata sulla volontà di Cristo
e che si distingue sostanzialmente da quella dell'AT: quest'ultima
è configurata solo come una funzione, per di più
limitata nel tempo e puramente esteriore. Quella invece
coinvolge la natura e perciò tutto l'uomo in quanto
sacerdote, il suo interno ed esterno e perciò il
suo servizio. Cristo dal suo sacerdote vuole anima, cuore
e corpo e in tutto il suo ministero la purezza e la continenza
quale testimonianza che non vive più secondo la carne
ma secondo lo spirito (Rm 8,8). Il sacerdozio levitico funzionale
dell'AT non può perciò mai essere un modello
di quello ontologico del NT, configurato a Cristo. Questo
supera quello in tutta la sua essenza.
Di
qui gli uomini che hanno accolto il messaggio salvifico
di Cristo hanno compreso sin dall'inizio la richiesta del
Maestro ai suoi apostoli di dover rinunciare per il regno
dei Cieli anche al matrimonio (Mt 19,12) e che, quali discepoli
in senso stretto e pieno, devono anche lasciare padre, madre,
sposa, figli, fratello e sorella (Lc 18, 29; 14,26). Si
comprende anche presto la parola di san Paolo che riguarda
il rapporto diverso con Dio da parte di celibi e sposati
(1 Cor 7,32-33) e con ciò il suo significato per
il celibato ecclesiastico.
Sarà
compito della scuola, cioè della canonistica classica
dal sec. XII in poi, trovare, spiegare e sviluppare le motivazioni
del nesso fra continenza e sacerdozio neotestamentario.
Nella storia dello sviluppo scientifico descritto già
brevemente nella seconda parte si è accennato alle
difficoltà di allora di arrivare alla elaborazione
di una teoria soddisfacente. Per quanto gli antichi Padri
avessero già compreso che la continenza apparteneva
all'essenza del nuovo sacerdozio - quando per esempio Epifanio
di Salamina dice che il carisma di esso consiste nella continenza;
oppure sant'Ambrogio dice che l'obbligo della preghiera
continua è il comandamento della Nuova Alleanza -
i glossatori non hanno potuto creare una teologia del celibato
perché erano troppo poco teologi. Nel loro lavoro
attorno alla disciplina del celibato dell'Occidente erano
anche troppo condizionati da quella dell'Oriente, la legittimità
della quale hanno preso per buona giacché riconoscevano
sia la leggenda di Paphnutius che la legislazione Trullana.
Ma
partendo dai testi rispettivi della Chiesa Cattolica hanno
cercato di creare una teoria che conteneva elementi essenziali
per una valida teologia. Essi hanno compreso anzitutto che
la continenza è in stretto rapporto con l'ordo sacer
e che questa legge è stata data dalla Chiesa propter
ordinis reverentiam, per la riverenza che si deve all'ordine;
comprendevano pero anche che la continenza è stata
annessa piuttosto all'ordine che all'uomo da ordinarsi,
il quale perciò resto libero di accettare l'ordine
solo se voleva accettare anche l'obbligo che vi era annesso.
Anche
dalla sintesi fatta da san Raymundo da Peñafort,
riportata sopra, risulta con certezza che il vero motivo
della continenza clericale era per quel tempo non tanto
la purezza cultuale del ministro dell'altare (che si combinerebbe
benissimo anche con la prassi Orientale decisa dal Trullano),
ma l'efficacia della preghiera mediatrice del ministro sacro,
che proveniva dalla totale dedicazione a Dio, e in genere
la possibilità libera di pregare e la completa libertà
per il proprio ministero e per il servizio della Chiesa
appaiono già chiaramente i veri motivi della continenza
completa.
Anche
se la teologia dei secoli successivi fino ad oggi non ha
trascurato il sacerdozio del Nuovo Testamento, solo la crisi
più recente dei sacerdoti e delle vocazioni al sacerdozio
dalla seconda metà di questo secolo, diffusa ed ampliata
dai mezzi di comunicazione di massa, richiedeva con urgenza
un particolare approfondimento di questo argomento come
detto sopra.
Il
fondamento di questo approfondimento è stato posto
dal Concilio Vaticano II. E su questo si basano gli sforzi
successivi che il Pontefice f.r. ha fatto oggetto particolare
del suo programma dottrinale e pastorale sin dall'inizio
del suo Pontificato. In questo senso è significativo
che già nel suo primo messaggio ai sacerdoti in occasione
del Giovedì Santo ha detto, riguardo al celibato
sacerdotale, che la Chiesa Occidentale lo ha voluto e lo
vuole anche nel futuro in quanto "si ispira all'esempio
di nostro Signore Gesù Cristo stesso, alla dottrina
apostolica e a tutta la tradizione a lei propria".
Negli anni successivi è ritornato continuamente sul
tema del sacerdozio e sul celibato legato ad esso in quanto
si è impegnato nello stesso tempo a frenare le troppo
facili dispense in materia.
Il
vertice di queste premure di altissima coscienza pastorale
è stato senza dubbio la convocazione dell'ottavo
Sinodo dei vescovi per il mese di ottobre dell'anno 1990,
nel quale doveva essere trattato l'argomento sulla formazione
sacerdotale nel contesto delle circostanze attuali.
Ciò
si è fatto in maniera esauriente attraverso le voci
dei rappresentanti dell'episcopato mondiale e ha trovato
la sua espressione più perfetta nella Esortazione
Apostolica post-sinodale Pastores dabo vobis che ci autorizza
a parlare di una "Magna Charta" della teologia
del sacerdozio che rimarrà norma autorevole per tutto
l'avvenire della Chiesa.
4.
La teologia del celibato sacerdotale
Non
è possibile, neanche per lo scopo di questa nostra
esposizione storica, farne oggetto di una completa considerazione.
Ma essa ispira un'ultima parola, assai opportuna, sulla
teologia del celibato sacerdotale, intimamente connessa
con la teologia dello stesso sacerdozio.
Un'ultima
motivazione di esso e della volontà della Chiesa
nei suoi confronti sta "nel legame che il celibato
ha con l'ordinazione sacra che configura il sacerdote a
Gesù Cristo, Capo e Sposo della Chiesa" (n.
29). Queste parole si possono considerare il nucleo centrale
di tutta la teologia del celibato che è stata sviluppata
nell'Esortazione Apostolica e che è data alla meditazione
approfondita e a base di ogni ulteriore sviluppo.
Partendo
da questa asserzione centrale della Lettera Pontificia,
abbiamo cercato sin dall'inizio di questa quarta parte di
indicare gli elementi della teologia del celibato che erano
già apparsi nella tradizione ma erano stati sviluppati
in maniera piuttosto insufficiente. Siamo ora in grado di
costatare che nell'esposizione della Esortazione non solo
sono stati accolti tutti questi elementi e sviluppati sistematicamente,
ma che ne sono stati utilizzati degli altri allora non considerati.
In
questo senso è da valutare anzitutto quello che viene
esposto nel capitolo terzo, particolarmente nei numeri 22
e 23, sulla "configurazione a Gesù Cristo Capo
e Pastore e la carità pastorale". Cristo ci
si mostra qui nel senso di 5,23-32 della lettera agli Efesini,
quale Sposo della Chiesa e la Chiesa quale unica sposa di
Cristo. In connessione con altri brani scritturistici viene
qui elaborata la profonda mistica di Cristo-Chiesa, per
essere messa subito in relazione con il sacerdote: "Il
sacerdote è chiamato ad essere immagine viva di Gesù
Cristo Sposo della Chiesa... È chiamato, pertanto,
nella sua vita spirituale a rivivere l'amore di Cristo sposo
nei riguardi della Chiesa sposa". Il sacerdote non
è perciò senza amore sponsale, egli ha per
sua sposa la Chiesa. "La sua vita dev'essere illuminata
e orientata anche da questo tratto sponsale, che gli chiede
di essere testimone dell'amore sponsale di Cristo, di essere
quindi capace di amare la gente con cuore nuovo, grande
e puro, con autentico distacco da sé, con dedizione
piena, continua e fedele, ed insieme con una specie di "gelosia"
(cf 2 Cor 11,2), con una tenerezza che si riveste persino
delle sfumature dell'affetto materno, capace di farsi carico
dei "dolori del parto" finché "Cristo"
non sia formato nei fedeli (cf Gal 4,19)".
"Il
principio interiore, la virtù che anima e guida la
vita spirituale del presbitero in quanto configurato a Cristo
Capo e Pastore è la carità pastorale, partecipazione
della stessa carità pastorale di Gesù Cristo".
Il contenuto essenziale di essa "è il dono di
sé, il totale dono di sé alla Chiesa, ad immagine
e in condivisione con il dono di Cristo"... "Con
la carità pastorale che impronta l'esercizio del
ministero sacerdotale come amoris officium, "il sacerdote,
che accoglie la vocazione al ministero, è in grado
di fare di questo una scelta di amore, per cui la Chiesa
e le anime diventano il suo interesse principale"".
CONCLUSIONE
Il
sacerdozio della Chiesa Cattolica appare così come
un mistero il quale è, a sua volta, immerso nel mistero
della Chiesa di Cristo. Ogni problema concernente questo
sacerdozio e soprattutto il grave, grande e sempre attuale
problema del celibato non può e non deve essere visto
e risolto con considerazioni e motivazioni puramente antropologiche,
psicologiche, sociologiche e, in modo generale, profane
e terrene. Questo problema non si può risolvere con
categorie puramente disciplinari. Ogni manifestazione della
vita e dell'attività del sacerdote, la sua natura
e la sua identità postulano prima di tutto una giustificazione
teologica. Questa, per il celibato ministeriale, abbiamo
cercato di attingerla alla storia e alla riflessione teologica
che si basa sulla rivelazione.
Ne
consegue primieramente, sotto l'aspetto formale, che ad
una spiegazione soddisfacente che ha per oggetto un tale
mistero non si addice un linguaggio profano, ma richiede
piuttosto un modo di parlare elevato rispondente al mistero
stesso.
Inoltre,
tenendo conto della natura descritta del sacerdozio cattolico,
non è sufficiente chiedere ciò che rende più
funzionale la Chiesa stessa: conservazione o rinuncia al
celibato; poiché il sacerdozio del Nuovo Testamento
non è un concetto funzionale come quello dell'Antico
Testamento, ma un concetto ontologico, dal quale solo può
derivare l'adeguato agire secondo l'assioma: agere sequitur
esse, ossia l'azione è guidata dall'essere.
Di
fronte a questa teologia del sacerdozio neotestamentario
che è stata confermata e approfondita pure dal magistero
ufficiale della Chiesa, ci dobbiamo ancora domandare, se
le ragioni a favore del celibato così come sono state
esposte militano solo per una "convenienza" di
esso o se non sia realmente necessario e irrinunciabile,
e se non esista realmente un Junctum tra i due. Solo se
è stato risposto rettamente a questa domanda si può
anche rispondere all'altra, se cioè la Chiesa Cattolica
possa decidere un giorno di modificare l'obbligo del celibato
o abolirlo addirittura del tutto.
Per
non correre rischi con la risposta a questa domanda, dobbiamo
partire dal fatto che il sacerdozio cattolico dal Fondatore
della Chiesa non è stato fondato sull'uomo che si
trasforma e cambia ma sul mistero immutabile della Chiesa
e di Cristo stesso.