Aborto
Aborto
e magistero della Chiesa: una riflessione sempre attuale
Intervento
della dottoressa Claudia Navarini, docente della
Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina
Apostolorum.
Fonte
Zenit.org
Il giudizio della Chiesa Cattolica sull’aborto procurato
e volontario non è mai cambiato. La dottrina cattolica sul
punto, “immutata e immutabile” (cfr. Paolo VI, Humanae
vitae, 1968, n. 14), si fonda sulla legge naturale e
sulla Sacra Scrittura, è trasmessa nella Tradizione cristiana
ed è unanimemente insegnata dal Magistero della Chiesa.
Semmai si è arricchita nel corso dei secoli di nuove sfaccettature
che precisano, mai contraddicono, gli insegnamenti precedenti.
Il Magistero più recente, a partire dalla Dichiarazione
sull’aborto procurato della Congregazione per la Dottrina
della Fede (1974), è intervenuto su questo tema con particolare
vigore.
Il “delitto abominevole” dell’aborto (Gaudium et spes,
n. 51) è reso infatti ancora più lacerante dal fatto che
“oggi, nella coscienza di molti, la percezione della sua
gravità è andata progressivamente oscurandosi. L'accettazione
dell'aborto nella mentalità, nel costume e nella stessa
legge è segno eloquente di una pericolosissima crisi del
senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere
tra il bene e il male, persino quando è in gioco il diritto
fondamentale alla vita” (Evangelium
Vitae , 1995, n. 58).
Così, il Magistero della Chiesa ha criticato espressioni
come aborto “terapeutico”, che porta l’attenzione sui “benefici”
– solo presunti – della pratica abortiva per la donna, dimenticando
la valenza tutt’altro che terapeutica per il nascituro,
sano o malato che sia; oppure come “interruzione volontaria
di gravidanza”, che mette in risalto il processo cui va
soggetta – ancora una volta – la donna, indipendentemente
dagli effetti sull’altra parte in causa, cioè il bambino
(cfr. ibidem).
Nonostante l’aborto sia divenuto ora in molti centri ospedalieri
e in buona parte del mondo un trattamento sanitario di routine,
e abbia condizionando una serie di atteggiamenti individuali
e sociali nei confronti della gravidanza e della maternità,
delle tecniche di diagnosi prenatale, dell’assistenza ai
disabili, del sostegno alle famiglie numerose, la Chiesa
ha mantenuto viva l’attenzione sulla sua gravità morale
in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente,
richiamando instancabilmente i governi e il mondo della
cultura alla responsabilità su questo punto.
Quando sono state commercializzate e diffuse forme “nascoste”
di aborto precoce attraverso la via della contraccezione,
la Chiesa lo ha denunciato. Il Papa Giovanni Paolo II ha
detto con chiarezza che alcuni contraccettivi sono in realtà
abortivi, perché impediscono l’impianto dell’embrione nell’utero,
mentre non impediscono spesso (o mai) la fecondazione (Giovanni
Paolo II, Evangelium
vitae, 1995, n. 13). È questo il caso del dispositivo
intrauterino o spirale (IUD, intra-uterine device)
e di molti tipi di pillola ormonale, soprattutto delle “minipillole”
di ultima generazione a basso dosaggio, che non sempre riescono
a bloccare l’ovulazione ma, rendendo l’utero inospitale
all’impianto, impediscono la prosecuzione della gravidanza.
Poi è stata la volta della pillola del giorno dopo, anch’essa
puntualmente smascherata negli interventi del Magistero,
e in particolare nei discorsi di Giovanni Paolo II, di contro
ai tentativi manipolatori di definirla una semplice “contraccezione
d’emergenza” (cfr. C. Navarini, La
verità sulla “pillola del giorno dopo” , ZENIT,
23 maggio 2005).
E sempre in tema di aborto farmacologico la Chiesa si è
espressa sulle “pillole del mese dopo”, come l’RU486, fin
da quando i primi preparati a base di mifepristone venivano
sperimentati sulle donne per dotarle di un aborto fai-da-te
(Intervento
della Santa Sede al Forum Internazionale dell’ONU sulla
popolazione e lo sviluppo, L’Aia, 8-12 febbraio
1999).
Non stupisce dunque che gli interventi magisteriali traggano
da ciò tutte le conseguenze per la vita sociale e politica.
E, ad esempio, riaffermino che l’oggettiva gravità morale
dell’aborto investe chi vi fa ricorso, chi lo esegue e chi
coopera consapevolmente ad esso. In quanto omicidio volontario
di un innocente, l’aborto è per la Chiesa uno di quei peccati
che fa incorrere i colpevoli nella scomunica latae sententiae,
cioè in uno stato di separazione dalla comunione ecclesiale
in sé particolarmente profondo, anche se occorre sempre
valutare il grado individuale di responsabilità.
Nella partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, è
importante ricordare che la difesa della vita umana nascente
deve essere un punto centrale nei programmi dei politici
cattolici. Pertanto, è del tutto naturale che la Chiesa
ritenga decisive le posizioni sugli argomenti bioetici per
la valutazione dei programmi stessi. Non si tratta qui di
ingerenza della religione nella sfera temporale, ma di legittimo
e doveroso intervento direzionale della Chiesa sulle coscienze,
riguardo a questioni prettamente etiche.
I recenti interventi al Sinodo dei Vescovi sul comportamento
dei cattolici impegnati in politica rispetto alla famiglia
e all’aborto sono quindi perfettamente coerenti con il ruolo
svolto dalla Chiesa. Ribadivano infatti come la dottrina
cattolica sull’aborto (come pure la legge naturale) impegni
oggi come ieri, e che pertanto gli elettori cattolici abbiano
il dovere di escludere dalle loro preferenze candidati che
apertamente si esprimono contro la tutela della vita umana
dal concepimento alla morte naturale, mentre la Chiesa ha
il dovere di considerare scomunicati latae sententiae
gli uomini pubblici cattolici che consapevolmente trascurano
tale dottrina, facendosi ad esempio portatori di messaggi
elettorali che includono la diretta approvazione o la liberalizzazione
dell’aborto, in ogni sua forma. Al contrario, sarà un punto
qualificante di un programma di governo l’intenzione di
mettere esplicitamente a tema la battaglia contro l’aborto.
Proprio al fine di aiutare al meglio la difficile azione
e la delicata posizione dei cattolici impegnati in politica,
nel 2003 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha
emanato la Nota Dottrinale circa alcune questioni riguardanti
l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica,
riprendendo le indicazioni di Evangelium vitae n.
73, in cui vengono esaminate le situazioni in cui i politici
cattolici possono trovarsi, con i relativi orientamenti
operativi. Vi si apprende ad esempio che laddove non sia
possibile scongiurare una legge ingiusta, è lecito sostenere
iniziative parlamentari che siano restrittive rispetto alla
situazione vigente, a patto che il parlamentare cattolico
faccia conoscere pubblicamente la sua posizione e che mantenga
personalmente un comportamento limpido.
Laddove invece si contribuisca a rendere più permissive
leggi già ingiuste, o si introduca ex novo una legge
contraria alla difesa della vita umana dove prima sussisteva
un divieto, oppure si avvalori una legge eticamente ingiusta
con il pretesto di rispettare il pluralismo della società,
si abdica ai doveri della propria coscienza e si esce dalla
comunione con la Chiesa.
Come precisava il 6 ottobre 2005 al Sinodo dei Vescovi il
Card. Lopez Trujillo, Presidente del Pontificio Consiglio
per la Famiglia, “i politici e i legislatori devono sapere
che, proponendo o difendendo i progetto di legge inique,
hanno una grave responsabilità e devono porre rimedio al
male fatto e diffuso per potere accedere alla comunione
con il Signore che è via, verità e vita” (Interventi
dei Padri Sinodali nella ottava Congregazione Generale di
venerdì mattina, ZENIT, 7 ottobre 2005; cfr. anche
Si
può dare la Comunione a chi nega i principi cristiani?No,
risponde il Cardinale López Trujillo al Sinodo,
ZENIT, 7 ottobre 2005).
La questione era stata sollevata nella stessa sede il 4
ottobre dall’Arcivescovo Mons. Levada, Prefetto della Congregazione
per la Dottrina della Fede. Facendo riferimento al numero
73 dell’Instrumentum Laboris del Sinodo sull’Eucaristia,
aveva ricordato che “troppi si accostano al Sacramento senza
aver riflettuto sufficientemente sulla moralità della loro
vita”, aggiungendo che “alcuni ricevono la Comunione pur
negando gli insegnamenti della Chiesa o dando pubblicamente
supporto a scelte immorali, come l'aborto, senza pensare
che stanno commettendo atti di grave disonestà personale
e causando scandalo” (cfr. Il
Sinodo affronta la questione della comunione a chi vota
partiti pro aborto , ZENIT, 4 ottobre 2005).
Il tema è stato affrontato dai padri sinodali, essenzialmente
per ribadire ulteriormente, in un tempo che per la sua profonda
fragilità richiede particolare chiarezza sui valori di fondo,
l’insegnamento millenario della Chiesa, in modo da offrire
a tutti i fedeli aiuti sempre più mirati. Una caratteristica
fondamentale del Magistero della Chiesa, infatti, è la sua
costante valenza pedagogica e la sua cura per l’essere umano:
anche laddove può sembrare “dura”, la retta dottrina è sempre
un aiuto all’incertezza e alla debolezza umane, e un mezzo
per perseguire il bene integrale dell’uomo che è anche condizione
della sua felicità.
Dunque, quale è stato il motivo del clamore mediatico per
le parole del Card. Trujillo e dell’Arcivescovo Levada?
Perché tanta indignazione? Perché l’annuncio del presunto
“irrigidimento” della Chiesa, che “vuole negare la comunione
a chi sostiene l’aborto”? Non è qui il luogo per entrare
in trattazioni teologiche sul significato dell’Eucarestia;
basterà scorrere gli interventi del pontificato di Benedetto
XVI per acquisire rapidamente un tesoro di spiegazioni a
riguardo.
Qui è sufficiente precisare che “fare la comunione” non
è nella Chiesa Cattolica un puro atto formale, o la “condivisione
di un bel momento” con i fratelli nella fede, o un suggestivo
ricordo della passione di Cristo a cui accede chi “si sente
di farlo”, ma è il mistero in cui si incontra la presenza
reale di Cristo, del Signore della vita e della famiglia.
L’Eucaristia rinnova il “sacrificio della Sua vita, che
in essa resta presente. Ogni volta che mangiamo di questo
pane e beviamo di questo calice, noi annunciamo la morte
del Signore finché Egli venga, dice san Paolo” (cfr. Benedetto
XVI, Omelia
per l’apertura della XI assemblea generale ordinaria del
sinodo dei vescovi
Il Card. Lopez Trujillo ha efficacemente sintetizzato: “Si
può permettere l'accesso alla comunione eucaristica a coloro
che negano i principi e i valori umani e cristiani? La responsabilità
dei politici e legislatori è grande. Non si può separare
una cosiddetta opzione personale dal compito socio-politico.
Non è un problema ‘privato’, occorre l'accettazione del
Vangelo, del Magistero e della retta ragione! Come per tutti,
anche per i politici e i legislatori vale la parola di Dio:
‘Chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore indegnamente...,
mangia e beve la sua condanna’ (l Cor 11,27.29)” Interventi
dei Padri Sinodali nella ottava Congregazione Generale di
venerdì mattina, ZENIT, 7 ottobre 2005).
È chiaro che questi argomenti appaiono forse troppo specialistici
(o troppo profondi?) per la sete un po’ morbosa di scontri
ideologici sui temi di bioetica che coglie talora il mondo
dell’informazione, e a cui la gente si sta ormai abituando.
Meglio sarebbe allora, invece di sollevare inutili polveroni,
rispettare la volontà della Santa Sede di mantenere riservatezza
e serietà riguardo ai lavori sinodali, e approfondire con
onestà e coraggio le grandi sfide etiche e culturali che
la società di oggi pone all’intelligenza dell’uomo.
[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti
temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org
. La dottoressa Navarini risponderà personalmente in
forma pubblica e privata ai temi che verranno sollevati.
Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e
la città di provenienza]