Aborto
Aborto:
Italia, 20 anni di vergogna
di
Marco Respinti
Coloro
che ci hanno lasciato
non sono degli assenti, ma degli invisibili
che tengono i loro occhi pieni di luce
fissi nei nostri pieni di lacrime
— Sant’Agostino d’Ippona
Nell’estate
del 1994 The Human Life Review, il ricco e corposo
periodico edito dalla prestigiosa The Human Life Foundation
di New York, pubblicava un saggio di John Attarian — pubblicista
e saggista di Ann Arbor, nel Michigan —, intitolato Abortion
and the Marquis de Sade. Tematica sulla quale esiste
una certa letteratura, la connessione fra mentalità
sadista e abortismo viene esplorata dallo scrittore statunitense
con attenzione specifica al momento gnostico di rifiuto
della natura normativa e della procreazione (1).
Sin
dall’inizio degli anni Settanta, Michelle Vovelle — storico
della Rivoluzione di Francia legato al Partito Comunista
di quel paese — ha dichiarato che per i fatti della famosa
"Presa della Bastiglia" del fatidico
14 luglio 1789 è opportuno e necessario parlare d’"interpretazione
simbolica", lasciando intravedere la colossale montatura
propagandistica durata più di due secoli e funzionale
alla mitologia giacobino-progressista che ha trasformato
quell’avvenimento di secondo piano in una vindicatio contra
tyrannos dal valore esemplare, universale e quasi metafisico.
Quel giorno — Jean Dumont registra le affermazioni del suo
noto compatriota gauchiste all’inizio di quell’ottimo volume
di haute divulgation che è I falsi miti della Rivoluzione
francese (2) — i parigini "vessati e incatenati"
dagli "oscurantismi" dell’Antico Regime erano
assenti dalla piazza; l’operazione fu portata a termine
da un commando terroristico prezzolato (secondo Jean-Paul
Marat composto "di tedeschi e di provinciali");
e i "grandi capi" della Rivoluzione stavano altrove.
Bernand René Jourdan marchese di Launay, governatore
della Bastiglia, "parlamenta, ritira i cannoni,
ostruisce le cannoniere, fa visitare la vecchia fortezza
a un emissario dell’Hôtel de Ville e invita alla sua
tavola due delegati degli assedianti". Poi scoppia
una scaramuccia, in seguito alla quale De Launay si arrende:
"Un sottufficiale al comando delle guardie ribelli
promette, sul proprio onore di soldato, che non sarebbe
fatto del male a nessuno. Nonostante ciò Launay viene
massacrato, e il suo corpo trascinato per le strade. Un
garzone di cucina "che sapeva lavorare le carni",
ne mozza la testa, la infila in cima a una picca, e seguito
da una muta selvaggia, la porta in giro fino a notte"
(3). È un gesto "che si diffonderà
negli anni seguenti fino a diventare una regola di "buone
maniere" rivoluzionarie per le vittime importanti"
(4). Poi, "il maggiore, l’aiutante maggiore e un
tenente vengono a loro volta uccisi. Due invalides sono
impiccati, ad un altro viene mozzata una mano. La folla,
ebbra di sangue, corre all’Hôtel de Ville. Il prevosto
dei mercanti, Flesselles, va loro incontro. Attraversa la
place de Grève. Prima di arrivare alla Senna, viene
ucciso e fatto a pezzi anche lui" (5). Alla Bastiglia,
gli "eroi del 14 luglio" liberano solo quattro
falsari, due pazzi e "un giovane debosciato rinchiuso
su richiesta della famiglia" (6), disperata per
le sue esuberanti performance. Se la grande journèe
è solo un simbolo, altamente sintomatico è
che gli agenti iscritti nel libro paga dei rivoluzionari
di Francia abbiano de facto liberato — qui tutta la forza
emblematica ed evocativa dell’azione — un "discepolo"di
Donatien Alphonse François marchese di Sade.
Il
"moderato" indecente
Proveniente
da una grande famiglia provenzale, De Sade, prima di essere
riformato, desiderava intraprendere la carriera militare,
ma "dovette subire l’ordine morale dell’Ancien Régime.
Denunciato da alcune prostitute cui aveva dato caramelle
alla cantaride per eccitare il loro ardore, fu condannato
a morte per "reato di avvelenamento e sodomia".
Nel 1772 riuscì ad evadere. Dovrà nascondersi
ma sarà arrestato nel febbraio del 1777. Passerà
più dei sei anni nel carcere di Vincennes. Il 29
febbraio 1784 è trasferito, alla Bastiglia, dove
compone varie opere [...]. Il 2 luglio 1789 è trasferito
a Charenton per aver gridato due giorni prima dalla finestra
che i carcerati della Bastiglia venivano sgozzati. Il 2
aprile 1790 è liberato". Vistosi abolire i titoli
nobiliari, vive della scrittura di commedie pornografiche.
"Benché fosse diventato sospetto in quanto aristocratico
tentò di segnalarsi alla sezione delle Picche (place
Vendôme), che presiederà". Il 5 dicembre
1793, in pieno Terrore e in piena tragedia vandeana, viene
arrestato dalla polizia del Comune di Parigi per (sic!)
"moderatismo". Detenuto alle Carmes e poi nel
carcere di Saint-Lazare, è liberato il 15 ottobre
1794. Avendo scritto contro Napoleone e contro Joséphine,
subisce le ire del "grande còrso". Legata
la propria notorietà a opere indecenti come Les Cent
Vingt Journées de Sodome (composto nel 1784 alla
Bastiglia), Justine ou les malheurs de la vertu (1791),
La philosophie dans le boudoir (1795), La nouvelle Justine,
suivi de l’Histoire de Juliette, sa soeur (1797), "il
6 marzo 1801 è arrestato come autore di Justine,
l’opera "più orribilmente oscena nel suo genere
mai pubblicata". Finirà i suoi giorni nel manicomio
di Charenton" (7). La "Presa della Bastiglia"
che libera il discepolo di quest’uomo è solo il prorompere
dell’urlo del "divino marchese", finalmente liberato
da ogni vincolo per opera di quella che il socialista Jean
Jaurès definirà "Grande Rivoluzione".
Del
resto, testimone della pantomima del "14 luglio"
fu, fra altri, Nicolas Anne Edme Rétif detto Restif
de la Bretonne, scrittore e cronista autore di Le Palais-Royal
(1790) e di Les nuits de Paris (1788-1793). Costui, figlio
di contadini agiati, non raggiunse mai quell’ordine sacerdotale
a cui lo avevano destinato i genitori a causa delle sue
forti passioni sessuali. Apprendista tipografo ad Auxerre,
seduce la moglie del padrone. A Parigi, famoso per le passeggiate
notturne durante le quali imbratta i muri di scritte, vive
nella dissipazione e pubblica opere come La Famille vertueuse
(1767), Le Paysan perverti (1776), La Paysanne pervertie
(1784), Les Parisiennes (1787) e l’autobiografia Monsieur
Nicolas (8 voll., 1794-1797). Arrestato durante il Terore,
nel 1795 ottiene dalla Convenzione un sussidio di 2.000
franchi e, prima del ritiro dovuto a motivi di salute, svolge
attività d’impiegato presso il Ministero di polizia.
Definito "il Voltaire delle cameriere" e "il
Rousseau dei bassifondi", costeggia la letteratura
di De Sade, la cui Justine cercò di superare in scabrosità
componendo l’Anti-Justine.
"Tutto
è permesso"
Philosophie,
dottrinarismo politico, ateismo e pornografia: il cocktail
sadiano è l’icona del "mondo illuminato"
che sorge spavaldo e organizza la vita dell’uomo secondo
quel particolarmente distorto modo d’intendere il rapporto
fra realtà e intelletto che, a partire da una famosa
opera pedagica confezionata da Ferdinand Destutt de Tracy
per l’epoca napoleonica — gli Èlements de ideologie
—, si è soliti definire "ideologia". Augusto
Del Noce — fra l’altro autore, negli anni caldi della "battaglia",
di numerosi interventi dedicati all’aborto (8) — ha definito
questa Modernità come "storia dell’espansione
dell’ateismo" (9): negli intermezzi dedicati alla politica
e alla religione che il marchese De Sade intervalla alle
funamboliche prestazioni descritte nelle sue opere, se ne
ha ben donde. Fëdor M. Dostoevskij scrive che "[...]
se non esiste un Dio infinito, non esiste neppure la virtù,
anzi non ce n’è proprio bisogno" giacché
"tutto è permesso" (10).
Il
saggio di John Attarian sul rapporto fra sadismo e abortismo
usciva, come detto, nell’estate del 1994, dunque praticamente
in concomitanza con la ricorrenza di quel 10 termidoro che,
alla fine del mese di luglio di due secoli prima, segnava
la decapitazione di Maximilien Robespierre da parte dei
suoi ex sodali della Convenzione giacobina. Morte dell’
"incorruttibile" (tale quanto Palmiro Togliatti
è stato il "migliore"), che segna la conclusione
del primo genocidio della storia umana: i contemporanei
la chiamarono "dèpopulation" giacché
l’ebreo polacco Raphaël Lemkin coniò il termine
"genocidio" solo molto più tardi, nel novembre
1944, a fronte della Shoà.
Cancellati
dalla terra
Una
volta sconfitta e massacrata nel marais bretone di Savenay,
appena prima di Natale, quella sua compagine militare —
l’Esercito Cattolico e Monarchico — che aveva impegnato
i rivoluzionari nella "Guerra dei giganti", il
popolo della Vandea (tanto gli insorti che i giacobini,
questi ultimi ritenuti soggetti comunque "infettati"
dal "morbo" della contro-rivoluzione per il solo
fatto di essere nati nella "regione maledetta")
subì una persecuzione programmata, sistematica e
scientifica che, dalla fine del 1793 al luglio 1794, cercò
per la prima volta nella storia di cancellare completamente
e fisicamente dalla faccia della terra una famiglia umana.
In Vandea la Rivoluzione non tentò di eliminare (appositamente
varando tre leggi votate all’unanimità che prevedevano
l’annientamento per fame, lo sterminio della popolazione
a partire dalle donne e dai bambini, e la sostituzione del
nome Vendèe con quello di Vengè, dipartimento
"vendicato") un nemico etnicamente diverso dal
resto dei francesi. Essa volle estirpare un pezzo della
nazione, cauterizzando una parte stessa del popolo francese.
Annientò un "altro da sé" che era
diverso solo perché ideologicamente giudicato straniero
al punto di non aver più diritto neppure all’esistenza
né status di essere umano. E non lo fece con una
guerra mossa contro un nemico in ragione del suo dichiararsi
tale, ma con una guerra scatenata nei confronti di un soggetto
avvertito come intrinsecamente, preventivamente, ontologicamente
e assolutamente nemico, dunque dichiarato tale e combattutto
fino all’annientamento completo: come una malattia, come
un cancro, come il kulak russo ucciso più tardi in
numero di 10 milioni solo perché kulak, solo perché
esistente.
La
Modernità filosofico-politica si è aperta
con un genocidio, con il primo genocidio della storia, e
si è chiusa — i sociologi parlano già di post-modernità,
individuando nella fine dell’elemento statuale socialcomunista
nell’Europa Orientale la data emblematica di chiusura del
"secolo breve" e dell’epoca delle ideologie forti
— con l’esperimento ideocratico (l’ideologie au pouvoir)
che, nella storia del genere umano, ha causato più
vittime fisiche di qualunque altra realtà: il totalitarismo
comunista (11).
Morto
Robespierre, il genocidio vandeano si arrestò. Ma
il "memoricidio" ha permesso altri genocidi. Reynald
Secher — massimo esperto di storia della "Vandea Militare"
e riscopritore del crimine genocida commesso dai giacobini
nell’Ovest francese — definisce "memoricidio"
l’assassinio della memoria storica che venne preparato da
uno storico progressista prezzolato come Jules Michelet
— a cui s’affianca Edgar Quinet e a cui seguono politici
di sinistra come Jules Ferry, Léon Gambetta e Georges
Clemenceau —, poi consegnato ai posteri per essere reso
— attraverso la sua "socialistizzazione" a opera
di Jean Jaurès — dottrina comune, received notion
e materia d’esame universitario ai tempi di quella che François
Furet ha definito "Rivoluzione alla Sorbona",
protagonisti gli storici socialcomunisti Albert Mathiez,
Albert Soboul, Georges Lefebvre e Jean Aulard (12).
L'invenzione
del massacro
La
Vandea negata ha permesso gli olocausti successivi, compiuti
da una parte all’altra del globo terrestre dall’erede più
titolato del giacobinismo, quel socialismo che ha agito
sia in veste nazionalistica che in forma internazionalistica.
LaVandea ha visto l’invenzione degli obbrobri ai danni di
preti e suore che le Brigate Internazionali hanno poi ripetuto
in Spagna negli anni Trenta; ha visto le prime rudimentali
camere a gas, lo sterminio per esalazioni tossiche, la cremazione
dei corpi umani per trarne grasso con cui ungere le ruote
dei carri del progresso rivoluzionario trionfante, nonché
la concia delle pelli umane, soprattutto quelle femminili
trasformate in "confortevoli" indumenti militari.
In Vandea i carnefici hanno utilizzato per primi il simbolo
del teschio e delle tibie, apponendolo come un vessillo
di morte sulle divise di quelle Colonne Infernali che, agli
ordini del generale Louis Marie Turreau de Garambouville,
hanno sconvolto la regione nel 1794: più tardi, il
Terzo Reich del socialismo nazionalistico tedesco non avrà
che da imitare. L’Ovest francese è stato il luogo
in cui per primi si sono sperimentati l’odio e la brutalità
sistematiche quali forme di governo: più tardi, la
notte dell’ignominia della "scienza" socialista
internazionalistica, durata più di settant’anni,
non avrà che da imitare. Sarà un caso che
alcuni dei regimi comunisti più brutali siano stati
retti da mostri già allievi di quella Sorbona testè
ricordata, chi lo sa forse brillanti studenti da trenta
e lode proprio in Storia — storia memoricida — della Rivoluzione
francese?
Le
rivoluzioni "popolari" — come "popolari"
si son dette le democrazie a cui hanno dato vita i regimi
totalitari da esse nate —, le rivoluzioni del peuple, del
volk e del "popolo" di cui chi non è comunista
è solo un "nemico" da sciogliere nella
calce viva della giustizia proletaria, hanno sempre e solo
massacrato i popoli.
Temi
malthusiani
In
Vandea (e Vandea divenne il nome tecnico che i giacobini
dettero a tutte quelle resistenze che, all’inizio della
Guerra Civile Europa 1789-1989, si sono opposte anche in
armi al trionfo della barbarie in nome dei re, degli altari
e dei focolari), il Comitato di Salute Pubblica — il nome
dell’organismo con cui i brutalizzatori del popolo governavano
"per il popolo" e per la sua "incolumità"
— agì in maniera genocida coltivando un "argomento
pre-malthusiano", con riferimento al reverendo Thomas
Robert Malthus che di lì a poco avrebbe denunciato
un’inesistente "pericolo demografico" oggi molto
in voga presso chi — compresi ONU e dintorni — elabora teorie
per il controllo demografico del pianeta a suon di sterilizzazioni
e di aborti. (Nella Cina comunista, ancora ortodossamente
comunista, la variazione sul tema fisso malthusiano è
quell’aborto obbligatorio dopo il primo figlio che l’ideologia
rosso sangue impone ai cittadini; le femmine, anche se primogenite,
vengono invece trattate sempre come rifiuti da relegate
ai turpemente noti "orfanotrofi della morte".)
Ovvero,
Robespierre e soci decisero di "controllare la popolazione"
affamata dai guasti rivoluzionari eliminandone fisicamente
una parte, a cominciare dai soggetti molesti, inutili e
un po’ "meno umani" degli altri: preti, frati,
suore; "controrivoluzionari" e cattolici in genere;
vandeani in primis. Il "controrivoluzionario",
oltre a chi davvero fu tale, era colui che sollevava un
qualsiasi elemento di critica, anche marginale (vedi il
caso di De Sade stesso), alla Rivoluzione o che, per una
qualche ragione, era inviso al potere. I cattolici, il clero
e i contemplativi rimanevano essenzialmente dei "controrivoluzionari",
sia che lo fossero davvero, sia che così venissero
intesi secondo la logica appena ricordata. E i vandeani
erano delle bestie. Come gli ebrei, come i kulak. Così,
in La guerra di Vandea e il Sistema di Spopolamento (13),
riferisce Jean-Noël "Gracchus" Babeuf giornalista,
"padre del comunismo", autore molto studiato in
Unione Sovietica e primo cronista del genocidio vandeano.
Violenze,
torture, assassinii; massacri di bimbi ancora nei ventri
delle madri; inserimento di proiettili nei genitali femminili
che dovevano esser poi fatti esplodere; grasso per i carri;
concia di pelli umane: questa è stata la Vandea dimenticata
che ha permesso le numerose altre Vandee dei due secoli
successivi. La "razza maledetta", così
dicevano i giacobini, va sempre eliminata.
Con
un intermezzo filosofico-politico frapposto alle pagine
pornografiche di La philosophie dans le boudoir, De Sade
esortava i francesi a compiere ancora qualche sforzo al
fine di completare la propria trasformazione "repubblicana",
ossia l’ "assalto al cielo" (14): perché,
come ricordava Juan Donoso Cortès, ogni questione
politica è anzitutto una questione teologica. La
storia parte da una grande "prologo in cielo".
"Purgare
la terra"
In
quel trattatello del tutto coerente con le pagine precedenti
e seguenti, l’erotomane francese, affermando che l’assassinio
non è un crimine, avanza classici argomenti di "controllo
demografico": "la specie umana deve essere purgata
sin dalla culla". Jean-Baptiste Carrier, "boia
di Nantes", affermava che a tutti i costi si sarebbe
dovuto purgare la faccia della terra dalla mostruosa razza
(sic) vandeana fosse quella l’ultima cosa che egli stesso
avrebbe fatto in vita.
Il
"divino marchese" (quale divinità avrà
adorato un uomo che, per bocca dei propri personaggi, affermava
di considerare dèi gli organi sessuali?) era nobile,
come lo era il cittadino Robespierre che aveva rinunciato
al "de" fra il nome e il cognome lasciatogli in
eredità dalla famiglia. Al pari di molti altri rivoluzionari,
appartenevano entrambi a quella nobiltà ingaglioffita
che aveva smarrito tutti i contatti con la terra su cui
un’altra nobiltà — piccola, media, di estrazione
rurale e militare — versava onorevolmente il proprio sangue
assieme ai paysan soppressi dal Moloch rivoluzionario. Quello
di De Sade e di Robespierre era un patriziato decaduto che
aveva perso il legame con il popolo e che massacrò
il popolo stesso per imporgli una non voluta "liberazione"
dalle "catene" di quella nobiltà autentica
che esso invece riveriva e voleva alla propria testa in
battaglia. Quell’aristocrazia dell’orrore è stata
responsabile della Rivoluzione (a questo proposito ci sono
pagine molto significative e parecchio simili redatte da
autori tanto diversi quali Alexis De Tocqueville e Antonio
Capece Minutolo, principe di Canosa). Essa si staccò
dal popolo e lo pugnalò; perse il senso della realtà
e antepose il proprio schema mentale all’esistente: "Tanto
peggio per i fatti!", scriverà Ernst Blosh in
Marxismo e utopia fornendo un’ottima definizione di "ideologia"
(15). E l’ideologia, la negazione dei "fatti"
contrastabile solo con il "ritorno al reale" auspicato
da Gustave Thibon, ha avuto il sopravvento.
Nel
settembre del 1993, sulle pagine del mensile cattolico neoconservatore
statunitense Crisis — periodico vicino al maritainismo e
a certe posizioni da noi ascrivibili al popolarismo sturziano,
ma stimolante il dibattito tra fede e cultura come nessuna
pubblicazione democristiana nostrana ha saputo o saprebbe
fare, senza remore nel definire l’aborto un crimine —, Michael
D. Aeschliman pubblicava l’articolo De Sade and His Progeny,
dedicato ai figli contemporanei dell’ideologia nichilistico-pornografica
sadiana. Aeschliman, già discepolo dello storico
delle idee nordamericano Russell Kirk, seguendo l’irlandese
Clive Staples Lewis (di cui quest’anno ricorre il centenario
della nascita), ha redatto un itinerario di ritorno al reale
e un’appassionata difesa del diritto naturale in un bel
volumetto che meriterebbe ampia diffusione (16).
De
Sade, aborto, Rivoluzione, ideologia, totalitarismo. La
Vandea di oggi si chiama aborto: riduce la popolazione "affamata",
consente a uno Stato di eliminare intenzionalmente e scientificamente
una parte della propria stessa nazione, sopprime i "meno
umani" che si oppongono all’egemonia ideocratica sia
essa hard o soft, "forte" o "debole",
totalitariamente o democraticamente relativista.
Il
23 gennaio 1989, all’inizio del Bicentenario della Rivoluzione
francese, Epoca! regalava un gadget: La philosophie dans
le boudoir del diabolico marchese, il cui sottotilo è
I precetti immorali. Cultura per le masse. "Saremo
tempesta, tempesta e calore, la ghigliottina di ogni legge
morale", affermano in Paname, brano rive-gauchiste
e revolutionnaire, i Litfiba, ultimi antieroi dello strapagato
ribellismo giovanile di maniera che celebrano "sua
santità El diablo" e definiscono il Paradiso
nonché tutta la storia e tutte le vite ("per
primo la mia") come un’astuta e grassa bugia, ma che
pure, illuministicamente e con consumata "correttezza
politica", affermano "pretendi i tuoi diritti,
per primi quelli scritti". Cultura per le masse.
Secondo
De Sade — che nel testo regalato da Epoca! parla per bocca
di madame De Saint-Age, tutrice di perversioni di Eugénie
de Mistival, una minorenne iniziata a ogni sorta di abominio
sessuale compresa la violenza sulla propria madre "bigotta"
compiuta per istigazione del padre libertino — le donne,
come le cagne e le lupe, sono nate solamente per il sesso
e dunque sono le "assolute proprietarie" del corpo,
dei suoi piaceri e "di quanto emana". La maternità
è considerata una somma disgrazia — "la generazione
è per me così orrenda che cesserei di essere
tua amica nel momento stesso in cui tu rimanessi incinta",
promette la De Saint-Ange alla giovane amante-vittima —,
alla quale si può ovviare abortendo facilmente entro
le prime sette od otto settimane di vita del fato. "Non
temere l’infanticidio — dice la tutrice a Eugénie
—; il crimine è immaginario". Abortire un feto
è come evacuare altre scorie corporali. Persino se
il bambino fosse già nato — dice la De Saint-Ange
istruendo la giovane con la collaborazione bisessuale del
proprio fratello, il cavaliere di Mirvel, e quella del libertino
Dolmancé, animatori di un’orgia continua —, la donna
dovrebbe avere il totale diritto di "distruggerlo":
ella è infatti titolare assoluta di ogni diritto
sui figli, compreso quelli di abortirli; "estinguere
completamente il genere umano non sarebbe altro che rendere
un servizio alla natura".
Diritto
all'infanticidio
"L’embrione
deve essere considerato esclusiva proprietà della
donna", dice De Sade per bocca di madame Delbène,
suora depravata della storia di Juliette apposta in appendice
a Justine, ed ella, "qualora le venisse a noia, può
distruggerlo nelle profondità stesse del proprio
ventre" giacché "l’infanticidio è
un suo sacro diritto": "la madre può
nutrire o strangolare" il bambino "a
seconda delle proprie preferenze". Sempre in Juliette,
il marchese trasforma addirittura Papa Pio VI in un libertino
sedotto dalla protagonista e in un improbabile pontefice
del delitto e dell’empietà che approva l’infanticidio,
l’assassinio di una madre incinta e l’aborto praticato dalle
donne giapponesi. Del resto la protagonista di quel testo,
per puro divertimento, brucia viva una famiglia intera,
si domanda: "dov’è il male nell’assassinio"
e si risponde descrivendo meccanicisticamente il modo in
cui le molecole della materia si separano le une dalle altre.
Poi, incinta del proprio padre, abortisce il figlio che
porta in grembo uccidendolo con un lungo ago.
In
Justine, una donna prigioniera di un remoto cenobio retto
da quattro monaci sadisti, afferma: "La gravidanza,
riverita nel mondo, è vera certezza di riprovazione".
Les
Cent Vingt Journées de Sodome, considerato il vertice
della produzione sadiana, comprende addirittura la tortura,
l’assassinio di madri gravide, la coprofagia, la dissacrazione
delle particole consacrate e la profanazione delle Sante
Messe.
Come
afferma John Attarian, gli odierni sostenitori ideologici
dell’aborto non prendono spunto immediato da De Sade: anche
se non è da escludere un filo rosso diretto seppur
esile, probabilmente non lo hanno mai letto. Di fatto, ne
condividono però la visione del mondo: per questo,
secondo il saggista nordamericano, il marchese "è
diabolicamente illuminante". Del resto, due secoli
dopo, Linda Gordon afferma: "L’aborto dista solo un
passo dall’infanticidio. Il suo fascino è forte:
libera una donna non solo dal dover crescere i figli, ma
anche da mesi di fastidiosa, defatigante e a volte dolorosa
gravidanza, nonché dal dolore e dal pericolo del
parto. Uno degli argomenti usati dagli antiabortisti [...]
è che l’aborto violerebbe un qualche "diritto
naturale" esistente da secoli e dato da Dio. Uno sguardo
alla storia dissolve subito quest’illusione. Quasi tutte
le società preindustriali hanno accettato l’aborto
[...]" (17).
Il
"cattivo selvaggio"
A
parte la discutibilità di quest’affermazione (che
peraltro non scalfisce di un millimetro la critica alla
mentalità abortiva), il fatto che nell’antichità
fosse diffuso l’aborto mediante ingestione di prezzemolo
(anche Marion Zimmer Bradley lo racconta nel suo famoso
fantasy celtico Le nebbie di Avalon) testimonia solo il
fatto che l’uomo è capace di perversità sin
dall’origine e che mai sulla faccia della terra è
esistito alcun "buon selvaggio".
L’abortismo
è una cultura politica e un’ideologia. Ed è
certo che dalla Rivoluzione francese in avanti esso è
anche un’ideocrazia nella misura in cui costituisce legge
di vari Stati, legge positiva che è norma del lecito
e della convivenza civile fra gli uomini.
In
Vandea gli insorti contro-rivoluzionari adottarono il vessillo
del Sacro Cuore di Cristo, emblema stesso dell’Incarnazione
e figura di un’intera concezione del mondo anche politica.
Il centro stesso di tutta la questione dell’aborto è
l’Incarnazione. Impossibile da colpire direttamente, Dio
viene ferito attraverso le creature, attraverso l’uomo di
cui assunse le carne.
L’aborto
è un concretissimo segno dell’odio nei confronti
dell’Incarnazione e della volontà, semmai possibile,
di disfarsene. Una volta John Haas — ex protestante, allievo
di Josef Pieper, direttore dell’International Institute
for Culture oggi situato a Wynnewood in Pennsylvania e docente
di teologia — mi disse che, nella misura in cui un bimbo
nel ventre della propria madre è fatto della medesima
carne umana assunta da Gesù Cristo, di fronte a una
donna gravida ci si dovrebbe inginocchiare, levare sandali
e copricapo, e venerare. Me lo disse qualche giorno prima
di visitare assieme Praga. Al Santuario del Bambin Gesù
della capitale praghese quelle parole risuonarono di forza
rinnovata.
"Grumo
di cellule"...
Papa
Giovanni Paolo II, diverso tempo prima della Conferenza
Internazionale su Popolazione e Sviluppo organizzata dalle
nazioni Unite a Il Cairo, domandò ai cattolici di
recitare ogni giorno la preghiera a san Michele Arcangelo
— l’esorcismo di Papa Leone XIII contro gli angeli ribelli
contenuto nel Rituale Romanum — al fine di sconfiggere i
progetti di spopolamento che si sarebbe studiati in quella
sede e in cui l’aborto gioca sempre un ruolo di primo piano.
In
Vandea si procedette allo sterminio incominciando dalle
donne e dai bambini, rispettivamente "solchi riproduttori"
di "futuri briganti". Come riferiscono Jean Tulard,
Jean-François Fayard e Alfred Fierro, non è
mancato chi abbia considerato il marchese De Sade una vittima
della Rivoluzione del 1789 che lo colpì in quanto
aristocratico; ma certamente gli si addice maggiormente
la definizione di "prototipo del Terrore" che
gli hanno guadagnato le pagine pornografiche di Les Cent
Vingt Journées de Sodome in cui egli "preannuncia
gli orrori di un Carrier o di un Lebon". Il secondo
era un ex sacerdote il cui "zelo rivoluzionario ha
qualcosa di patologico": diresse sanguinariamente il
tribunale di Arras e, per cercare invano di salvarsi la
pelle, infamò il proprio protettore Robespierre;
il primo fu invece l’emissario del Comitato di Salute Pubblica,
responsabile di molti dei delitti commessi in Vandea e causa
prossima della denuncia del genocidio redatta da Babeuf.
La
Vandea di oggi si chiama sempre aborto. L’ombra di De Sade
si staglia sul Terrore iniziato duecento anni fa e non ancora
conclusosi.
Nessuno
potrà mai levare dalla mente del sottoscritto l’idea
che l’aborto, l’uccisione di un bambino prima ancora che
questi nasca, non abbia a che fare con l’Incarnazione, con
il farsi bimbo di Cristo, con il dragone che nell’Apocalisse
già si era appostato per divorare l’Infante divino
non appena questi fosse nato. Il regicidio di Luigi XVI
(che scatenò l’insurrezione contro-rivoluzionaria
nell’Ovest francese) fu vissuto da Robespierre e da Saint-Just,
"arcangelo del Terrore" (18), come un deicidio:
colpire Dio re dell’universo attraverso l’immagine terrena
del roi-très-chrétien, che da Clodoveo in
poi veniva consacrato mediante l’olio santo del vescovo
san Remigio conservato in un’ampolla della cattedrale di
Reims e spregiativamente e sacrilegamente infranta in pubblico
da Philippe Rühl, deputato alla Convenzione del Basso
Reno, il 3 ottobre 1793.
Allo
stesso modo si colpisce Dio fattosi uomo, e prima bambino,
colpendo l’uomo e la sua prole prima ancora che questa veda
la luce del giorno: rifiuto dell’Incarnazione, distanza
massima dalla realtà che per san Paolo è Cristo
("Tanto peggio per i fatti!"), trionfo di quello
gnosticisimo che costituisce l’essenza stessa dell’ideologia
e dell’ideocrazia. Cogitare, non esse.
Ideocrazie
e aborto hanno allineato per due secoli milioni e milioni
di vittime falcidiate dagli Stati nel corso di operazioni
di repressione del corpo sociale passivo: giunta al potere,
l’ideologia ha tentato di realizzare un proprio obiettivo
e, incontrando resistenza nel corpo sociale, lo ha soppresso
solo in quanto esistente. L’odio nei confronti della realtà
è l’unica essenza nichilistica dell’ideologia; l’odio
contro la realtà e la carne umane, segno dell’Incarnazione
divina come massima alternativa all’ideocrazia, è
la vera stoffa dell’aborto legale. Stati costruiti sulla
liceità e sulla legalità del massacro degli
uomini e della negazione dell’Incarnazione, che vessano
anche fiscalmente i cittadini onde finanziare operazioni
della più grande immoralità.
Olocausto
Negli
Stati Uniti l’aborto viene definito "olocausto americano"
e s’invocano degli Schindler come quelli del famoso film
di Steven Spielberg affinché salvino quelle vite
umane innocenti gettate nell’immondezzaio dell’inferno umano:
l’inferno è la condizione di totale e massima assenza
di Dio, e cosa altro è una polis dove Dio viene assassinato
in effige sin nel ventre di una madre se non il trionfo
del Dragone dell’Apocalisse?
A
vent’anni dall’entrata in vigore della legge che consente
l’aborto procurato nella Repubblica Italiana — Legge 194
del 22 maggio 1978 — è ora che gli italiani mettano
fine al genocidio del proprio popolo, alla morte suprema
della patria, al trionfo dell’ideologismo sadico-rivoluzionario,
il quale, odiandola, massacra gnosticamente la realtà
che san Paolo chiama Cristo. Chi non crede a quest’identificazione
operata dal primo teologo del cristianesimo tanto odiato
da Frederick Nietzsche — chi non è insomma fra "gli
imbecilli che credono in Dio", "le celesti chimere"
dei quali sono state "cancellate" dalla "torcia
della filosofia" (così De Sade ne La philosophie
dans le boudoir) — ha comunque in comune con chi vi crede
una natura normativa fatta per reagire automaticamente al
caos che scompiglia l’ordine naturale delle cose.
Gegen-Kulturkampf,
allora: il resto sono dettagli.
Marco
Respinti
NOTE
(1)
Il neo-gnosticimo filosofico: "La presenza di temi
"gnostici" è stata anzitutto rilevata in
tutta una linea del pensiero filosofico moderno, che va
da Hegel — di cui non si è mancato di mettere in
luce i legami con un ambiente esoterico-gnostico — fino
a Heidegger, la cui teoria dell’ "oblio dell’essere"
è stata volentieri paragonata alla "caduta"
dei miti gnostici. Un filosofo cattolico italiano di risonanza
internazionale, Augusto Del Noce (1910-1989), vedeva nella
storia della filosofia del XX secolo un grande confronto
fra "gnosi speculativa" e "gnosi rivoluzionaria",
che ha le sue radici in Hegel e il suo momento più
alto nel confronto fra Heidegger e la forma speculativamente
conclusiva del marxismo rappresentata, secondo Del Noce,
dal pensatore ungherese György Lukács. La distruzione
della ragione di Lukács, pubblicata nel 1954, rappresenterebbe
la vittoria della gnosi rivoluzionaria sulla gnosi speculativa".
Il neo gnosticismo politico: "Lo storico e pensatore
austriaco Eric Voegelin (1901-1985), morto negli Stati Uniti
dove si era trasferito da molto tempo, non è stato
l’unico a parlare di un "neo-gnosticismo politico"
che sarebbe emerso prepotentemente nel nostro secolo. Per
quanto riguarda il marxismo-leninismo si possono ricordare
gli studi su Lenin di Alain Besançon; per la "sindrome"
gnostica moderna che si è espressa drammaticamente
in diversi paesi nel terrorismo si possono richiamare gli
studi del politologo italiano Luciano Pellicani. Per questi
autori il tema gnostico che percorre vari aspetti e correnti
del marxismo consisterebbe nell’idea — metafisica prima
che politica — che il mondo com’è è "fatto
male" e deve essere rifatto, non importa con quali
mezzi. Il neo-gnosticismo si troverebbe così alle
radici della violenza politica. Voegelin ci propone un esempio
compiuto di questa analisi con la sua teoria dei "movimenti
gnostici di massa", che intende spiegare non soltanto
il marxismo ma anche il nazional-socialismo. In entrambi
i casi l’ansia di "rifare il mondo", incarnata
da profeti ispirati, riuscirebbe — attraverso un’accorta
tecnica della propaganda, al cui servizio si porrebbe anche
una ritualità secolarizzata — a mobilitare ampie
risorse sociali convertendo così lo gnosticismo (che
all’origine non può che essere incarnato e promosso
da una élite) nell’anima di moderni movimenti di
massa" (Massimo Introvigne, Il ritorno dello gnosticismo,
con una introduzione di Giovanni Cantoni, SugarCo, Carnago
[Varese] 1993, pp. 26-28).
(2)
Cfr. Jean Dumont, I falsi miti della Rivoluzione francese,
trad. it. con una prefazione di Giovanni Cantoni, Effedieffe,
Milano 1990. L’espressione di Michel Vovelle compare originariamente
in La Francia rivoluzionaria. La caduta della monarchia
1787-1792, trad. it., Laterza, Bari 1974, p. 139.
(3)
Pierre Gaxotte, La rivoluzione francese, trad. it. Mondadori,
Milano 1989, p. 128.
(4)
Voce Launay, in Jean Tulard, Jean-François Fayard,
Alfred Fierro, Dizionario storico della Rivoluzione francese,
trad. it. Ponte alle Grazie, Firenze 1989, p. 726.
(5)
P. Gaxotte, op. cit., p. 128.
(6)
Ibid., pp. 128-129.
(7)
Le citazioni dirette sono tratte dalla voce Sade in J. Tulard,
J.-F. Fayard, A. Fierro, op. cit, p. 860.
(8)
Cfr. Augusto Del Noce, Cristianità e laicità.
Scritti su "Il Sabato" (e vari, anche inediti),
a cura di Francesco Mercadante e Paolo Armellini, Giuffrè,
Milano 1998.
(9)
Idem, Il problema dell’ateismo, 3a ed., il Mulino, Bologna
1970, p. 552.
(10)
Fëdor Michajlovic Dostoevskij, I fratelli Karamazov.
I taccuini per "I fratelli Karamazov", trad. it.
con note a cura di Ettore Lo Gatto, Sansoni, Firenze 1958,
p. 875.
(11)
Devo la notazione — evidente seppur poco considerata in
tutta la sua pregnanza — all’assessore alla Trasparenza
e Cultura della Regione Lombardia Marzio Tremaglia.
(12)
Cfr. la voce Rivoluzione alla Sorbona in François
Furet e Mona Ozouf, Dizionario Critico della Rivoluzione
Francese, edizione italiana a cura di Massimo Boffa, Bompiani,
Milano 1998, pp. 947-964. Di Reynald Secher, cfr. Il genocidio
vandeano, con una Prefazione di Jean Meyere e una Presentazione
di Pierre Chaunu, trad. it., Effedieffe, Milano 1991; Génocide
et mémoricide, in Jean Tulard-Patrick Buisson (a
cura di), Vendée. Le livre de la mémoire,
1793-1993, con una prefazione di Philippe de Villiers, Valmonde,
Clichy 1993, pp. 130-137; e Dal genocidio vandeano al "memoricidio",
intervista a mia cura, in Cristianità, anno XXI,
n. 224, dicembre 1993, pp. 5-16.
(13)
Cfr. Jean-Noël "Gracchus" Babeuf, La guerra
di Vandea e il Sistema di spopolamento, a cura di R. Secher
e Jean-Joël Brégeon, trad. it., Effedieffe,
Milano 1991.
(14)
Riprendo l’efficace espressione da Estanislao Cantero Nuñez,
1936. "L’assalto al cielo": la guerra civile spagnola.
Le cause dell’"alzamiento", in Cristianità,
anno XXIV, n. 258, ottobre 1996, pp. 19-24.
(15)
Ernst Bloch, Marxismo e utopia, a cura di Virginio Mazzocchi,
con una prefazione di Arno Münster, Editori Riuniti,
Roma 1984, p. 120. L’autore dà anche una seconda
formulazione del medesimo concetto, curiosamente prima di
esprimere un pensiero riguardante la Bastiglia: "Tanto
peggio per i dati di fatto, noi la sappiamo più lunga!"
(ibid., p. 112).
(16)
Cfr. Michael D. Aeschliman, The Restitution of Man: C.S.
Lewis Case Against Scientism, con una premessa di Malcom
Muggeridge, Eerdmans, Grand Rapids (Michigan) 1983.
(17)
Linda Gordon, Woman’s Body, Woman’s Right: A Social History
of Birth Control in America, Grossman, New York 1976, pp.
35-36.
(18)
Voce Saint-Just in in J. Tulard, J.-F. Fayard, A. Fierro,
op. cit, p. 861. Le citazioni precedenti relative a Lebon
(sic) sono tratte dalla voce è [Guislain François
Joseph] Le Bon, ibid., p. 727.
[Versione
originale e completa dell'articolo pubblicato con il titolo
L'omicidio legalizzato, nella sezione "Orizzonti"
intitolata Abortismo/sadismo: il crimine "illuminato",
in Percorsi di politica, cultura, economia, anno II, n.
8, luglio 1998, pp. 30-35.Le titolazioni intermedie sono
quelle redazionali della versione pubblicata a stampa]