Aborto
Tutto
quello che i sostenitori della Ru486 non dicono alle donne
Eugenia
Roccella tratto da Il Foglio 23/09/2005
La
Ru486 viene presentata come l'aborto facile. Troppo facile,
sostiene chi nutre perplessità sul metodo: inghiotti
una pillola, bevi un bicchier d' acqua, e dimentichi il
senso del gesto, la soppressione di una vita (negli Usa
la chiamano anche Kill Pill). Finalmente facile, esulta
chi invece ne chiede l'introduzione in Italia: si elimina
il dolore, il suo pesante carico simbolico punitivo, e si
semplificano le procedure. Ma quanto c'è di vero,
in questa sbandierata facilità? Cosa comporta, per
le donne, l'uso della pillola abortiva? Le femministe, abituate
a mantenere sulle manipolazioni del corpo, in particolare
della fertilità, un ampio margine di autonomia critica,
se lo sono chiesto venti anni fa. Nel 1991 esce "RU486,
Misconceptions, Myths and Morals", delle studiose Renate
Klein, Lynette Dumble e Janice Raymond, e pubblicato dal
Massachussetts Institute of Technology. Le accuse rivolte
all'aborto farmacologico sono durissime, ma soprattutto
le autrici si preoccupano di smontare alcuni miti pubblicitari.
Per esempio, l'idea che si possa fare tutto in una confortevole
situazione di privacy: niente più ospedali né
ricoveri, ma la possibilità di restare tranquille
a casa propria. Ma, da una parte, le visite necessarie (da
tre a cinque) sono troppe perché la procedura si
possa definire "confidential", come accade ad
esempio per i test di gravidanza a domicilio. Dall'altra,
la paziente non può sapere quando il feto sarà
espulso, se a casa, in ufficio o altrove, se nei primi giorni
o più tardi. La decantata privatezza dell' operazione
tende a trasformarsi in sensazione di abbandono e di solitudine,
con tutte le paure che possono affiorare. Non a caso, nel
manuale di raccomandazioni fornito dalla National Abortion
Federation al personale sanitario per un aborto sicuro,
accanto alle controindicazioni mediche ci sono quelle logistiche:
l'uso della Ru486 è sconsigliato a chi non abbia
un telefono, un mezzo di trasporto, o viva a più
di due ore di distanza da un Pronto soccorso. C'è
il rischio di un'emorragia senza controllo, che può
diventare fatale in una situazione di isolamento. Inoltre
non sembra che l' aborto farmacologico sia fisicamente meno
doloroso di quello chirurgico - la Ru486 ha come effetti
collaterali nausee, mal di testa, crampi addominali violenti,
e va accompagnata da antidolorifici - né che sia
più sicuro; soprattutto non se ne conoscono gli effetti
sulla salute a lungo termine.
Ma il dubbio più grave che serpeggia tra le femministe,
e che indusse il sesto Congresso internazionale per la salute
della donna (Filippine, 1990), a pronunciarsi contro la
pillola abortiva (e contro alcuni sistemi contraccettivi
considerati rischiosi come il Norplant e i cosiddetti vaccini
anticoncezionali), è la possibilità di abusi
nei confronti delle donne dei paesi terzi. La facilità
dell'aborto chimico assume, fuori dal contesto occidentale,
significati a dir poco ambigui. La sua sicurezza dipende
dai controlli medici, dalla vicinanza di una struttura che
sappia fronteggiare un'emergenza, per esempio una trasfusione.
Non è il caso di gran parte dei paesi in cui infuriano
le campagne per la riduzione della fertilità. L'
intensa attività antinatalista degli organismi internazionali
nel terzo mondo si basa su documenti e risoluzioni imperniati
sull'autodeterminazione femminile; nella pratica, però,
si rivela assai disinvolta. I piani di controllo demografico
sono gestiti spesso da governi autoritari, incuranti della
concreta libertà delle donne, e pochissimo preoccupati
della tutela della loro salute. Le campagne di sterilizzazioni
e aborti forzati, come quella cinese (che, secondo le recenti
e agghiaccianti testimonianze pubblicate da Time magazine,
è ricominciata), sono solo la punta dell' iceberg
di una interminabile serie di violenze, dalla sperimentazione
di farmaci anticoncezionali a rischio, all'inserimento obbligato
dello Iud alle donne che chiedono l'aborto, passando per
la disinformazione consapevole e il ricatto. Se la sterilizzazione
femminile è, nel mondo, il metodo anticoncezionale
più usato (subita da 150 milioni di donne) lo si
deve a una scelta precisa: chi decide le politiche demografiche
non intende lasciare il controllo della fertilità
nelle mani delle donne, e orienta la selezione dei metodi
contraccettivi a questo scopo.
L'uso, apparentemente semplice, della Ru486, si è
già diffuso nei paesi terzi, con esiti immaginabili
se persino il governo cinese è tornato sui suoi passi,
restringendone l'adozione (era venduta liberamente in farmacia)
alle strutture ospedaliere. A fronte di alcune associazioni
femministe, come la Feminist Majority Foundation, che fin
dall'inizio l'hanno sponsorizzata come "alternativa
poco costosa e sicura per le nazioni povere", molte
altre hanno considerato rischiosa proprio la sua facilità.
Il Center for American Progress, una fondazione culturale
di sinistra, ha pubblicato "Donne di colore e giustizia
riproduttiva", in cui si accusano le femministe occidentali
di aver privilegiato un'ottica soggettiva, sottovalutando
l' impatto della sterilizzazione e di altre pratiche anticoncezionali,
tra cui la Ru486. Nel documento si denuncia come, negli
anni 70, "le maggiori organizzazioni femministe e pro-choice
non si sono unite alle donne di colore nella richiesta di
regole per la sterilizzazione, perché la loro esperienza
era radicalmente diversa. Mentre le donne di colore subivano
sterilizzazioni forzate, le donne bianche delle classi medie
avevano difficoltà a ottenere la sterilizzazione
volontaria nelle strutture sanitarie. (.) 38 gruppi pro-choice
(tra cui Naral, Ippf, Avsc) si sono opposti a una legislazione
che imponesse regole per la sterilizzazione, perché
ritenevano ostacolasse la libertà di scelta delle
donne".
La Ru486 può essere somministrata senza fornire alle
pazienti una chiara e completa informazione su quello che
avverrà e sui rischi che si corrono, persino senza
dir loro che si tratta di un aborto. Utilizzare metodi contraccettivi
o abortivi che non riducano il livello di consapevolezza
femminile è essenziale per le donne, ma nei paesi
terzi spesso è letteralmente una questione vitale.