Aborto
RU
486: risposta al Dott. Srebot
tratto
da www.acquaviva2000.com
“L’aborto
farmacologico è molto più sicuro di quello
chirurgico. Consentitemi una metafora: è come passare
da un’auto con due airbag a una vettura con sei airbag.
E non è che l’automobile con due soli airbag non
possa viaggiare […] Penso piuttosto ad una forte trasmigrazione
dal metodo chirurgico a quello farmacologico, perché
è più sicuro, meno costoso, meno invasivo.
Non pensate ad un approccio ideologico: qui vengono donne
cattoliche, che vanno a messa tutte le domeniche, ma che
quando si trovano davanti ad un problema come l’interruzione
volontaria della gravidanza pensano e reagiscono come gli
atei o come coloro che appartengono ad altre confessioni
religiose.”
Questo
il testo virgolettato delle dichiarazioni del dottor Massimo
Srebot, primario ginecologo dell’ospedale Lotti
di Pontedera dove, primo caso in Italia, la pillola abortiva
RU486 è stata somministrata al di fuori di un protocollo
di studio, così come sono riportate sul quotidiano
“il Tirreno” del 13-11-2005 a pag. 3.
Difficile
pensare di poter condensare in così poco spazio una
serie di affermazioni false, non dimostrate e parziali.
Andiamo con ordine.
1)
Il dottor Srebot afferma che l’aborto con la RU486 è
molto più sicuro. Questa dichiarazione non è
fatta precedere da un “penso che”, no, il dottor Srebot
la butta là come un dato acclarato della letteratura
medica. Ora, siccome prima di fare un’affermazione scientifica
bisogna avere le prove di quanto si sta dicendo, chi sia
interessato a sapere come stanno davvero le cose, può
consultare i dati emersi da due recentissime ricerche pubblicate
su due fra le più prestigiose riviste scientifiche
sulla materia. Negli Stati Uniti il tasso di mortalità
connesso all’aborto chirurgico è di 0,7 decessi ogni
100.000 aborti (considerando anche gli aborti tardivi, quelli
a rischio maggiore) (Bartlett LA et al. Obstet Gynecol.
2004 Apr;103(4):729-37.), quello relativo all’aborto con
la RU486 è di 1,1 decessi ogni 100.000 donne (Henderson
JT et al. Contraception. 2005 Sep;72(3):175-8.) un valore
più alto del 57%. Persino il dottor Richard Hausknecht,
direttore medico della ditta che negli Stati Uniti commercializza
la RU486, ha affermato in una conferenza stampa di “non
sapere se la RU486 sia più sicura” dell’aborto chirurgico
(news conference Friday at Northern Adirondack Planned Parenthood
in Plattsburgh, New York. http://www.abortiontv.com/Glitch/RU486NotSafer.htm).
Nello stesso foglio illustrativo del Mifepristone, il nome
farmacologico del composto abortivo, è riportato
tra gli effetti avversi la sincope, cioè la perdita
di coscienza, nell’1% dei casi (http://www.fda.gov/cder/foi/label/2004/020687s010-lbl.htm).
Questo significa che se 130.000 donne in Italia abortissero
con la RU486 (questo è il numero approssimato degli
aborti in un anno nel nostro paese) ci dovremmo attendere
1.300 episodi sincopali. Mi pare quindi che le tesi del
dottor Srebot sulla sicurezza sia difficilmente sostenibile
su un piano medico-scientifico.
2)
Circa poi la metafora dell’airbag, non abbiamo competenza
sufficiente in materia di meccanica automobilistica per
smentire il collega, ma non possiamo non considerare il
fatto che negli Stati Uniti, il paese più avanzato
sotto il profilo medico, i dati disponibili più recenti
indicano che solamente il 3% delle donne ricorrono all’aborto
cosiddetto “medico”, evidentemente oltreoceano si preferiscono
pochi airbag (Strass LT. et al. Abortion Surveillance ---
United States, 2001). Nella stessa Francia, patria della
RU486, terra fortemente nazionalista, la pillola per abortire
viene usata nel 56% dei casi (Institut National d'Études
Démographiques (INED) http://www.ined.fr/
IVG/1997/T6_97.html). e in tutti i paesi si registrano
fortissime variazioni da regione a regione, ad esempio dal
60% al 10% in aree diverse della Svezia (Bygdeman M et al.
Journal of the American Medical Women's Association, 2000,
55(3):195-196.)
3)
Circa i costi: negli Stati Uniti si paga 487 dollari per
l’aborto medico contro i 468 di quello chirurgico (Henshaw
SK and Finer LB, Perspectives on Sexual and Reproductive
Health, 2003, 35(1):16-24.), perché l’assenza del
costo chirurgico è più che compensato dal
maggior numero di accessi medici nell’aborto chimico. In
Italia, in ossequio alla legge 194 che prevede all’art.
8: “L'interruzione della gravidanza e’ praticata da
un medico del servizio ostetrico-ginecologico presso un
ospedale generale tra quelli indicati nell'articolo 20 della
legge 12 febbraio 1968, numero 132”, a questi costi
si aggiungono quelli relativi a 3 giorni di degenza ospedaliera.
4)
L’affermazione infine che donne cattoliche frequentatrici
della Messa domenicale si rechino al reparto ginecologico
di Pontedera per abortire se da un lato non può essere
smentita (il dottor Srebot sembra vantare una profonda esperienza
nella pratica abortiva) andrebbe peraltro completata ricordando,
se mai ve ne fosse bisogno, che la pratica dell’aborto non
è senza conseguenze sotto il profilo religioso: chi
formalmente coopera all’aborto si pone al di fuori della
comunità cattolica (CIC canone 1398) perché
uccide una vita umana, creatura di Dio.
Ogni
dato riportato è corredato dal relativo riferimento
bibliografico pubblicamente consultabile ed è anche
per questo che non posso non essere stupito da come anche
certi esponenti politici che si dichiarano cattolici diano
per assodate le affermazioni circa una maggiore sicurezza
della RU486 per la donna senza ben documentarsi preventivamente
e partendo da esse elaborino considerazioni politiche che,
originando da premesse non veritiere, non possono che essere
erronee. Tanto più per il fatto che sorprendentemente
tali affermazioni provengono da un medico il cui nome, una
volta ricercato sulla maggiore banca dati delle pubblicazioni
scientifiche (PUBMED), risulta desolatamente assente.
Renzo
Puccetti
Medico
Specialista in Medicina Interna
Comitato
Scienza & Vita Pisa